Europa

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Metodo di Ricerca ed analisi adottato

Medoto di ricerca ed analisi adottato
Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

martedì 25 giugno 2013

Europa: il grande bivio per sopravvivere

Unione europea
Europa delle banche o unione politica?
Mario Sarcinelli
04/06/2013
 più piccolopiù grande
Il tema dell'Unione bancaria europea (Ube) è stato oggetto di vari articoli, il primo dei quali apparve proprio su Affarinternazionali. La trattazione più ampia è quella apparsa sul n. 1 del 2013 di Moneta e Credito. In esso giungo alla conclusione che l'Eurozona ha bisogno per stabilizzarsi di prevedere trasferimenti di tipo automatico quale risultato di una capacità fiscale centralizzata.

D’altra parte nell’Eurozona, oltre a una moneta unica e una sola politica monetaria, è scomparsa la leva del cambio per l’aggiustamento della bilancia dei pagamenti e si è avuta una Banca centrale con: mandato prioritario per la lotta all’inflazione, divieto di finanziamento agli stati partecipanti, schema operativo basato su un mercato monetario efficiente, in grado cioè di ridistribuire a un costo minimo la liquidità all’interno dell’area.

All’interno di un’area valutaria come l’Eurozona, con caratteristiche non ottimali anche se passibili di sviluppo endogeno (soprattutto attraverso il commercio), il meccanismo di aggiustamento, in presenza delle ben note rigidità del fattore lavoro, fu individuato nel movimento dei capitali, ritenuto in grado di finanziare shock e scompensi per il tempo necessario a restaurare l’equilibrio.

Una forte crisi finanziaria e la diversità delle condizioni iniziali di indebitamento, in particolare di quello pubblico, hanno dimostrato i limiti di quell’assunto, facendo cadere gli stati periferici dell’Eurozona e in particolare il “club-med” in una lunga e forte recessione.

Centralizzazione
A questo punto, si è “scoperto” che i trattati europei non annoverano meccanismi di trasferimento tra stati, né automatici né discrezionali, al fine di promuovere l’aggiustamento. Tra gli studiosi, Peter Kenen alla fine degli anni ‘60 e anche successivamente aveva sottolineato la necessità di una funzione fiscale centralizzata, di un bilancio in grado di alleviare le difficoltà delle aree colpite da shock differenziali.

Questa possibilità è stata evocata un anno fa dal rapporto dei quattro presidenti delle istituzioni europee (Van Rompuy, Barroso, Junker e Draghi) e per un indefinito futuro anche in documento della Commissione.

Più di recente il presidente francese Hollande ha sollecitato una nuova tappa di integrazione, con una capacità di bilancio e, progressivamente, anche di indebitamento da attribuirsi all’Eurozona. In verità, le proposte di Parigi non sono state apprezzate a Berlino, dove le hanno interpretate, come è stato scritto su Le Monde, quale riproposizione della vecchia ricetta francese per un governo economico dell’Eurozona. Ben lontana, dunque, dalla visione della Germania sull’abbandono della sovranità nazionale.

Per il funzionamento dell'Ube, non è sufficiente il trasferimento della supervisione alla Banca centrale europea (Bce). Serve anche la costituzione di un Single Resolution Mechanism (Srm) e almeno l’armonizzazione delle esistenti assicurazioni sui depositi, poiché non sembrano maturi i tempi per un’Edira (European Deposit Insurance and Resolution Authority). Lo Srm implica la contribuzione di tutti i paesi dell'Eurozona per risolvere, di volta in volta, i problemi bancari di uno o più di essi. Ciò comporta trasferimenti che, secondo il ministro delle finanze tedesco Schaeuble, richiedono una limitata riforma dei trattati che non prevedono questa possibilità.

Mano ai trattati
Tali modifiche potrebbero non solo dare un fondamento giuridico sicuro allo Srm, che si chiamerebbe European Resolution Authority (Era), ma anche creare una migliore separazione tra le funzioni monetarie e quelle di supervisione nella Bce, al fine di permettere una maggiore partecipazione dei paesi non euro alla vigilanza centralizzata.

Per la fase iniziale di quest’ultima Schaeuble raccomanda la costituzione di una rete delle esistenti autorità nazionali; al di là delle difficoltà derivanti da regole e prassi difformi, è chiara la volontà di non permettere alcun trasferimento, sia pure potenziale, senza un’esplicita previsione dei Trattati.

Anche accettando questa impostazione, sarà facile far introdurre il principio solidaristico che è alla base di ogni tipo di trasferimento? A mio avviso no, e il ricorso a temporanee intese tra le esistenti autorità nazionali come sostitute dell’Era fornirebbe l’alibi perfetto per allungare notevolmente le trattative per il nuovo Trattato. Probabilmente servirebbe anche a costruire un arzigogolato meccanismo per lasciare in gran parte a carico del singolo stato l’onere del salvataggio o la liquidazione della sua banca in difficoltà.

Quand’anche si riuscisse a inserire nel Trattato per l’Era un principio di piena solidarietà, questa sarebbe un’eccezione nel contesto generale e sarebbe difficilmente invocabile per estensione o per analogia. Per ben funzionare, infatti, un'Oca (Optimal Currency Area) ha bisogno di accompagnare la politica monetaria unica con una dimensione fiscale centralizzata, che per costruzione incorpora una funzione di trasferimento nell’ambito dei settori che sono responsabilità di Bruxelles.

Unione politica
Ciò equivale a dire che v'è bisogno di una qualche forma di unione politica, che potrebbe svilupparsi lungo le linee indicate dal ministro degli esteri italiano, Bonino. Quest’ultima si è dichiarata a favore di una federazione leggera, con un bilancio di appena il 5 % del Pil europeo, che metta in comune quattro o cinque settori - tra i quali sicuramente gli esteri e le forze armate - e lasci tutto il resto alla sussidiarietà. Questo schema è ben lontano dal super-stato.

Eppure, 11 ministri degli esteri nel settembre del 2012, compreso il predecessore del ministro Bonino, firmarono un rapporto che proponeva l’elezione diretta del presidente della Commissione, un potenziamento della figura e del ruolo del capo degli affari esteri europei, nuove regole per rendere più facili le modifiche dei Trattati; molti altri suggerimenti, ad esempio quello di dare poteri di iniziativa legislativa al Parlamento europeo, non furono unanimi. Si tratta certamente di proposte degne di attenzione, ma seguono il modello incrementale, mentre la costruzione europea richiede oggi un cambio di metodo e obiettivi ambiziosi.

Gli interrogativi che non possono essere elusi sono dunque: dobbiamo cambiare strategia? Vale la pena di impegnarsi a fondo nella modifica dei trattati solo per inserirvi una funzione di trasferimento limitatamente all’Era? Non sarebbe più logico affrontare il toro per le corna e chiedere alla Germania di mettere sul tavolo negoziale la sua offerta "federalista"? L'appello promosso da Paolo Savona, da me firmato insieme con altri studiosi e apparso su Formiche va ovviamente in questa direzione.

Mario Sarcinelli è presidente di Dexia Crediop.
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giovedì 20 giugno 2013

Italia: esercitazione "Star Vega 2013 dell'Aeronautica Militare


Italia IDU53
Il 23 maggio è terminata l’esercitazione “Star Vega 2013” principale evento addestrativo annuale dell’Aeronautica Militare che ha visto coinvolti tutti i reparti della Forza Armata per un impegno complessivo di oltre 830 ore di volo e 400 sortite addestrative. Lo scenario simulato prevedeva la realizzazione di tutte le fasi di pianificazione ed esecuzione di una campagna aerea complessa nell’ambito di una operazione interforze multinazionale eseguita su mandato ONU. Il cuore dell’attività si è svolto nelle aree addestrative della Sardegna, ma seguendo una logica di spending review, i reparti impiegati hanno operato, per quanto possibile, dalle loro sedi. Nello specifico, sono state quindi coinvolte dalle operazioni di volo le basi di Decimomannu (velivoli da ricognizione, guerra elettronica, attacco, elicotteri da ricerca e soccorso), Trapani-Birgi (caccia da difesa aerea), Pisa (velivoli da trasporto), Pratica di Mare (velivoli d! a trasporto e aerocisterne) e Amendola (aeromobili a pilotaggio remoto). Dal punto di vista delle piattaforme, la “Star Vega” ha visto l’impiego di tutti i principali velivoli in dotazione all’Arma Azzurra, tra cui anche il nuovo velivolo da guerra elettronica AML su base Gulfstream III.
Va infine segnalato che, l’esercitazione ha consentito anche di realizzare un’importante attività addestrativa interforze, coordinata dallo Stato Maggiore della Difesa (SMD), grazie alla presenza di personale del II Reparto Informazioni e Sicurezza di SMD e della Brigata RISTA-EW dell’Esercito.

 

Serbia: acquisto di 6 Mig 29 M/M2 dalla Russia

Giovedì 23 maggio, il Ministro della Difesa e vice Primo Ministro serbo, Aleksandar Vucic, a margine di un incontro a Mosca con il suo omologo, Sergei Shoygu, ha annunciato la decisione di acquistare dalla Russia 6 nuovi Mig-29M/M2 per l’Aeronautica serba. I velivoli, di nuova produzione, consentiranno al Paese di ripristinare una componente da difesa aerea credibile andando ad aggiungersi agli ultimi 4 Mig-29 superstiti dopo l’operazione Allied Force della NATO (3 monoposto Mig-29B e un velivolo da addestramento Mig-29UB) e consentiranno alla forza aerea di radiare gli ultimi esemplari di Mig-21 ancora in servizio standardizzandosi su una sola tipologia di velivolo. I Mig-29M/M2 sono una nuova versione da esportazione, sviluppata sul progetto base del Mig-29 Fulcrum, che conferisce al velivolo maggiori capacità multiruolo, la possibilità di impiegare munizionamento di precisione, sensori più moderni e raggio d’azione incrementato. La ! scelta del caccia russo, per una spesa complessiva di circa 150 milioni di dollari interamente finanziati da Mosca, rinsalda gli storici legami tra i due Paesi e assume anche un nuovo significato industriale visto che, nel contesto dell’accordo, è prevista anche la rivitalizzazione dello stabilimento aeronautico “Moma Stanojlovic” di Belgrado. In futuro tale sito si occuperà non solo della manutenzione dei nuovi velivoli e dell’aggiornamento dei vecchi Mig-29B dell’Aeronautica serba, ma anche vorrebbe porsi quale centro di assistenza regionale per la flotta di Mig-29 in servizio nei Paesi dell’Europa dell’Est (in primis Bulgaria e Slovacchia). I nuovi velivoli serbi dovrebbero essere consegnati in tempi brevi visto che saranno prelevati da quelli già in costruzione e originariamente destinati alla Siria, cliente di lancio di questa nuova versione del Fulcrum. Infatti, l’accordo con Damasco prevedeva la consegna all’Aeronautica siriana di una prima tranche ! di una dozzina di velivoli, che è stata successivamente bloccata a causa della guerra civile che imperversa nel Paese da più di due anni.
L’acquisto dei Mig-29 M/M2 è un primo step nella modernizzazione delle Forze Armate serbe che guardano alla Russia anche per i necessari upgrade alla componente radar e missilistica della difesa aerea nel contesto di una più ampia partnership tecnica e militare. Novità in questo senso arriveranno nei primi giorni di ottobre 2013 a seguito della già programmata vista a Belgrado del Ministro della Difesa russo Shoygu.

sabato 15 giugno 2013

Comunità Europea: il bivio

Unione europea
Europa delle banche o unione politica?
Mario Sarcinelli
04/06/2013
 più piccolopiù grande
Il tema dell'Unione bancaria europea (Ube) è stato oggetto di vari articoli, il primo dei quali apparve proprio su Affarinternazionali. La trattazione più ampia è quella apparsa sul n. 1 del 2013 di Moneta e Credito. In esso giungo alla conclusione che l'Eurozona ha bisogno per stabilizzarsi di prevedere trasferimenti di tipo automatico quale risultato di una capacità fiscale centralizzata.

D’altra parte nell’Eurozona, oltre a una moneta unica e una sola politica monetaria, è scomparsa la leva del cambio per l’aggiustamento della bilancia dei pagamenti e si è avuta una Banca centrale con: mandato prioritario per la lotta all’inflazione, divieto di finanziamento agli stati partecipanti, schema operativo basato su un mercato monetario efficiente, in grado cioè di ridistribuire a un costo minimo la liquidità all’interno dell’area.

All’interno di un’area valutaria come l’Eurozona, con caratteristiche non ottimali anche se passibili di sviluppo endogeno (soprattutto attraverso il commercio), il meccanismo di aggiustamento, in presenza delle ben note rigidità del fattore lavoro, fu individuato nel movimento dei capitali, ritenuto in grado di finanziare shock e scompensi per il tempo necessario a restaurare l’equilibrio.

Una forte crisi finanziaria e la diversità delle condizioni iniziali di indebitamento, in particolare di quello pubblico, hanno dimostrato i limiti di quell’assunto, facendo cadere gli stati periferici dell’Eurozona e in particolare il “club-med” in una lunga e forte recessione.

Centralizzazione
A questo punto, si è “scoperto” che i trattati europei non annoverano meccanismi di trasferimento tra stati, né automatici né discrezionali, al fine di promuovere l’aggiustamento. Tra gli studiosi, Peter Kenen alla fine degli anni ‘60 e anche successivamente aveva sottolineato la necessità di una funzione fiscale centralizzata, di un bilancio in grado di alleviare le difficoltà delle aree colpite da shock differenziali.

Questa possibilità è stata evocata un anno fa dal rapporto dei quattro presidenti delle istituzioni europee (Van Rompuy, Barroso, Junker e Draghi) e per un indefinito futuro anche in documento della Commissione.

Più di recente il presidente francese Hollande ha sollecitato una nuova tappa di integrazione, con una capacità di bilancio e, progressivamente, anche di indebitamento da attribuirsi all’Eurozona. In verità, le proposte di Parigi non sono state apprezzate a Berlino, dove le hanno interpretate, come è stato scritto su Le Monde, quale riproposizione della vecchia ricetta francese per un governo economico dell’Eurozona. Ben lontana, dunque, dalla visione della Germania sull’abbandono della sovranità nazionale.

Per il funzionamento dell'Ube, non è sufficiente il trasferimento della supervisione alla Banca centrale europea (Bce). Serve anche la costituzione di un Single Resolution Mechanism (Srm) e almeno l’armonizzazione delle esistenti assicurazioni sui depositi, poiché non sembrano maturi i tempi per un’Edira (European Deposit Insurance and Resolution Authority). Lo Srm implica la contribuzione di tutti i paesi dell'Eurozona per risolvere, di volta in volta, i problemi bancari di uno o più di essi. Ciò comporta trasferimenti che, secondo il ministro delle finanze tedesco Schaeuble, richiedono una limitata riforma dei trattati che non prevedono questa possibilità.

Mano ai trattati
Tali modifiche potrebbero non solo dare un fondamento giuridico sicuro allo Srm, che si chiamerebbe European Resolution Authority (Era), ma anche creare una migliore separazione tra le funzioni monetarie e quelle di supervisione nella Bce, al fine di permettere una maggiore partecipazione dei paesi non euro alla vigilanza centralizzata.

Per la fase iniziale di quest’ultima Schaeuble raccomanda la costituzione di una rete delle esistenti autorità nazionali; al di là delle difficoltà derivanti da regole e prassi difformi, è chiara la volontà di non permettere alcun trasferimento, sia pure potenziale, senza un’esplicita previsione dei Trattati.

Anche accettando questa impostazione, sarà facile far introdurre il principio solidaristico che è alla base di ogni tipo di trasferimento? A mio avviso no, e il ricorso a temporanee intese tra le esistenti autorità nazionali come sostitute dell’Era fornirebbe l’alibi perfetto per allungare notevolmente le trattative per il nuovo Trattato. Probabilmente servirebbe anche a costruire un arzigogolato meccanismo per lasciare in gran parte a carico del singolo stato l’onere del salvataggio o la liquidazione della sua banca in difficoltà.

Quand’anche si riuscisse a inserire nel Trattato per l’Era un principio di piena solidarietà, questa sarebbe un’eccezione nel contesto generale e sarebbe difficilmente invocabile per estensione o per analogia. Per ben funzionare, infatti, un'Oca (Optimal Currency Area) ha bisogno di accompagnare la politica monetaria unica con una dimensione fiscale centralizzata, che per costruzione incorpora una funzione di trasferimento nell’ambito dei settori che sono responsabilità di Bruxelles.

Unione politica
Ciò equivale a dire che v'è bisogno di una qualche forma di unione politica, che potrebbe svilupparsi lungo le linee indicate dal ministro degli esteri italiano, Bonino. Quest’ultima si è dichiarata a favore di una federazione leggera, con un bilancio di appena il 5 % del Pil europeo, che metta in comune quattro o cinque settori - tra i quali sicuramente gli esteri e le forze armate - e lasci tutto il resto alla sussidiarietà. Questo schema è ben lontano dal super-stato.

Eppure, 11 ministri degli esteri nel settembre del 2012, compreso il predecessore del ministro Bonino, firmarono un rapporto che proponeva l’elezione diretta del presidente della Commissione, un potenziamento della figura e del ruolo del capo degli affari esteri europei, nuove regole per rendere più facili le modifiche dei Trattati; molti altri suggerimenti, ad esempio quello di dare poteri di iniziativa legislativa al Parlamento europeo, non furono unanimi. Si tratta certamente di proposte degne di attenzione, ma seguono il modello incrementale, mentre la costruzione europea richiede oggi un cambio di metodo e obiettivi ambiziosi.

Gli interrogativi che non possono essere elusi sono dunque: dobbiamo cambiare strategia? Vale la pena di impegnarsi a fondo nella modifica dei trattati solo per inserirvi una funzione di trasferimento limitatamente all’Era? Non sarebbe più logico affrontare il toro per le corna e chiedere alla Germania di mettere sul tavolo negoziale la sua offerta "federalista"? L'appello promosso da Paolo Savona, da me firmato insieme con altri studiosi e apparso su Formiche va ovviamente in questa direzione.

Mario Sarcinelli è presidente di Dexia Crediop.
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Europa: la politica energetica

Oltre la Strategia energetica nazionale
Più Italia nella politica energetica europea
Nicolò Sartori
03/06/2013
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Il Consiglio europeo dello scorso 22 maggio ha riportato la questione energetica al centro del dibattito europeo. In precedenza, il presidente francese François Hollande, da sempre sensibile al tema della transizione energetica, aveva lanciato l’ambiziosa proposta di una comunità europea dell’energia incentrata sullo sviluppo delle rinnovabili.

Nonostante i proclami e le buone intenzioni, le reali capacità di intervento dell’Ue in ambito energetico rimangono tuttavia frustrate da una governance del settore ancora confusa, ostaggio degli interessi nazionali dei singoli stati membri. In questo contesto il governo italiano, forte dei riconoscimenti ottenuti dalla strategia nazionale recentemente pubblicata dal ministero dello Sviluppo economico, potrebbe lanciare un chiaro messaggio in favore di una concreta integrazione delle politiche energetiche europee.

Punti chiave
Le conclusioni del Consiglio europeo fissano in modo chiaro quattro priorità per l’Ue in materia di energia. La prima consiste nel completamento del mercato interno di energia elettrica e gas entro il 2014, da raggiungersi in parallelo allo sviluppo - entro il 2015 - delle necessarie interconnessioni energetiche. Il completamento del mercato interno è un obiettivo fondamentale per l’Ue, e mentre dal settore del gas il processo di integrazione è ben avviato, per quanto riguarda l’energia elettrica le resistenze nazionali sono tuttora considerevoli.

La seconda priorità, strettamente collegata alla prima, consiste nel favorire investimenti in infrastrutture energetiche nuove e intelligenti, sulla base delle linee guida fornite dal regolamento Ten-E adottato ad aprile. Gli investimenti infrastrutturali non sono necessari soltanto a garantire il funzionamento e la sostenibilità dei flussi energetici in Europa, ma rappresentano un fattore di rafforzamento della competitività e della crescita europea.

Terza priorità, essenziale per un’area fortemente dipendente dalle importazione di idrocarburi, è l’intensificazione del processo di diversificazione degli approvvigionamenti energetici, che si associa alla necessità - nel tentativo di ridurre la dipendenza energetica esterna dell'Ue e stimolare la crescita economica interna - di promuovere lo sviluppo di risorse energetiche interne.

Infine, l’intensificazione degli sforzi verso l’efficienza energetica rappresenta la quarta priorità identificata dal Consiglio. Un uso efficiente delle risorse energetiche, in linea con la direttiva europea adottata lo scorso ottobre, rappresenta infatti il primo passo verso la riduzione dei consumi ed in generale la diminuzione dei costi per l'energia.

Nella sostanza, la portata innovativa delle conclusioni del Consiglio appare abbastanza limitata. Sorprende, piuttosto, la mancata enfasi sulla necessità di armonizzare le politiche nazionali sulle energie rinnovabili, con il semplice invito del Consiglio alla Commissione a presentare orientamenti su regimi di sostegno efficienti ed efficaci in termini di costi a favore delle rinnovabili.

Debolezze europee
Considerando che la transizione energetica in Europa si giocherà principalmente in questo settore, la mancanza di visione e di un coordinamento dell’Ue potrebbe avere un impatto negativo sul futuro europeo. L’esigenza di una maggiore e più concreta attività di armonizzazione da parte dell’Unione era già stata sottolineata dal presidente francese Hollande, che poco prima del Consiglio ha invitato i paesi membri alla creazione di una comunità europea dell’energia (seppur) circoscritta al settore delle rinnovabili.

L’attuale modello di governance, infatti, risulta troppo macchinoso per garantire all’Ue e ai suoi stati membri la capacità di operare in un settore, quello energetico, sempre più globalizzato, competitivo e in rapida evoluzione. Tali difficoltà sono determinate in primo luogo dal dettato del Trattato di Lisbona, che pur riconoscendo l'importanza della politica energetica attribuisce all’Ue competenze ben definite (si legga limitate) per raggiungere gli obiettivi comuni degli Stati membri nel settore dell'energia. Data la natura strategica del settore, questi rivendicano con forza la propria sovranità su scelte fondamentali di politica energetica quali le fonti di approvvigionamento e la composizione del mix energetico.

In questo contesto, oltre alla divisione delle competenze tra Ue e Stati membri, si aggiunge la natura complessa e frammentaria del processo decisionale europeo in materia energetica. Al fianco della Direzione generale (Dg) energia (Ener), infatti, un ampio numero di attori contribuisce a plasmare l’azione energetica dell’Ue. Prime fra tutti, la Dg concorrenza (Comp) e la Corte europea di giustizia, le cui iniziative negli anni passati hanno avuto un ruolo fondamentale per la liberalizzazione e integrazione dei mercati energetici europei.

Vanno poi considerate le competenze della Dg ambiente (Env), e dell’Agenzia per la cooperazione fra i regolatori nazionali dell'energia (Acer) e l’Agenzia Europea dell’Ambiente (Eea). Infine, non va sottolineato il ruolo del Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), e le iniziative della stessa presidenza della Commissione, per quei dossier con una forte dimensione internazionale, tra cui quello della sicurezza degli approvvigionamenti energetici.

Da modello a motore
La necessità di una concreta accelerazione dei processi di integrazione europea - che abbracci anche i temi dell’energia - sembra essere un elemento condiviso da una parte significativa dell’attuale governo italiano, primo ministro Letta in primis. Inoltre, sul piano interno l’Italia si è resa protagonista di un’iniziativa di successo, culminata con l’elaborazione di una Strategia energetica nazionale (Sen) che mancava da oltre due decenni.

Nonostante alcune critiche mosse sia in ambito parlamentare che dalla società civile, la Sen è presa a modello dai partner europei non soltanto per il suo contenuto, ma anche per quel che riguarda il processo ‘consultivo’ che ha portato alla sua stesura e definitiva adozione.

Partendo dalla credibilità guadagnata dalle autorità - e delle idee - italiane in questo contesto, il governo potrebbe raccogliere i segnali di apertura provenienti da Parigi per rilanciare un processo fondativo di una nuova politica energetica europea. Una politica comune nella quale l’Italia potrebbe aspirare ad avere un ruolo guida nella definizione delle priorità strategiche, ma dalla quale avrebbe anche molto da guadagnare, vista la sua vulnerabilità sia in termini di competitività dei prezzi che di eccessiva dipendenza dalle importazioni.

Nel secondo semestre del 2014 l’Italia sarà chiamata ad assumere la presidenza del Consiglio dell’Ue. Sulla scia del successo della Sen l’esecutivo potrebbe porre l’agenda energetica al centro del dibattito europeo. Si tratta di un’iniziatica ambiziosa e non scontata. Ma, come noto, l’integrazione europea ha compiuto i suoi passi più significativi proprio nei momenti più complessi.

Nicolò Sartori è ricercatore presso l'Area Sicurezza e Difesa dello Iai.
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giovedì 6 giugno 2013

Sulla Russia aleggia lo spettro della recessione.



I dati ultimi confermano che in Russia il PIL frena, e si affaccia lo spettro della recessione economica. L’Ultima stima del PIL, fornita dal Ministero dello Sviluppo per il 2013, si attesta al 2,4% mentre quelle precedenti erano sul 3,7%. Il I Trimestre di quest’anno ha segnato una crescita di appena l’1,1%. Queste sono cifre al ribasso che rappresentano una brusca frenata  ed inversione di tendenza rispetto al Ruolo che la Russia si propone di svolgere quale membro dei BRICS, nei principali consessi economici internazionali. Il Presidente Putin aveva sottolineato in un discorso di qualche giorno fa che la Russia intende diventare uno dei centri della finanza mondiale. Ma l’attuale scenario non sembra andare in questa direzione; infatti dai dati emersi risulta che gli investimenti, i consumi e le esportazioni si stanno riducendo.


Era chiaro che la Russia si proponeva a puntare sullo scenario internazionale come una superpotenza energetica, con un tasso di crescita del 7-8 % , ma questo sembra irrealizzabile; allo stato delle cose l’obiettivo sembra essere quello del 5-6% , ma anche questo appare irrealistico. Le misure che si intendono prendere riguardano i capitali in fuga verso l’estero, investimenti più sostanziali nell’infrastrutture e nei settori non petroliferi, raddoppiare la produttiva nel lavoro nei prossimi due anni.; in pratica si vuole far uscire la piccola e media impresa dal sommerso  aumentandone il suo peso nel PIL, che oggi è del 19%, per portarlo ad un 40% 
(per info:geografia2013@libero.it)

lunedì 3 giugno 2013

le telecomunicazioni italiane parlano cinese di Eugenio Buzzet

Parlano sempre più cinese le telecomunicazioni italiane. Sotto 
i riflettori, ad aprile, sono stati Wind e Telecom, a un capo del 
filo, e Huawei e Hutchison Whampoa, dall’altro. Il gruppo di Shenzhen mira al mercato europeo, che la dirigenza considera importante 
quanto quello americano per dimensioni e giro d’affari, soprattutto 
dopo la diatriba con Washington dei mesi scorsi, risoltasi in un nulla 
di fatto, che ha comunque gettato su Huawei l’ombra dello spionaggio 
informatico. L’Unione europea diventa, dunque, un orizzonte necessario per lo sviluppo strategico del colosso cinese delle telecomunicazioni, ma non c’è tempo da perdere: nelle scorse settimane, l’agenzia 
di stampa Reuters ha riferito che la Commissione europea sta raccogliendo prove di possibili sussidi governativi impropri di cui Huawei 
avrebbe usufruito per la sua espansione nel vecchio continente a svantaggio dei competitor locali. 
Nel caso italiano, il gruppo di Shenzhen e Wind investiranno un 
miliardo di euro per la creazione della rete 4G. Obiettivo: battere 
sul tempo Telecom e Vodafone. I due gruppi si avvarranno della collaborazione di Sirti e Huawei Technologies. L’accordo rappresenta 
un passo in avanti per il gruppo cinese che sta cercando di entrare 
nelle telecomunicazioni dell’Unione europea con la rete Long Term 
Evolution (Lte). “Questo nuovo considerevole investimento – è stato il 
commento a caldo del Ad di Wind, Maximo Ibarra – segue l’acquisto 
lo scorso anno delle frequenze Lte”. L’accordo tra i due gruppi durerà 
cinque anni. Wind è il terzo operatore di telefonia mobile nel nostro 
paese in diretta concorrenza con 3 Italia di proprietà di Hutchison 
Whampoa. Huawei ha già contratti con gli altri tre grandi operatori 
di telefonia mobile italiani (Telecom, Vodafone e 3 Italia) oltreché 
con EE in Gran Bretagna e con Vodafone in Germania. L’obiettivo
è quello di portare a 13.000 i dipendenti nel vecchio continente dai 
circa 7.500 attuali.
La classifica degli operatori parla chiaro: leader a livello mondiale 
nel settore delle attrezzature per telefonia mobile rimane Ericsson, 
mentre Nokia e Huawei si contendono il secondo posto, distanziando Alcatel-Lucent che concentra il suo business negli Stati Uniti e 
perde terreno in Europa. Se Huawei avesse accesso al mercato americano, secondo un recente articolo pubblicato dal New York Times, il 
gruppo di Shenzhen sarebbe oggi il numero uno al mondo. La crisi 
economica del nostro paese (e più in generale dell’Unione europea) 
non spaventa Huawei: l’Europa rappresenta “un forte business case”,
ha dichiarato a un summit di analisti a Shenzhen il Cto del gruppo Li 
Sanqi, il 24 aprile scorso.
Discorso diverso, invece, per i legami tra il gruppo del miliardario 
di Hong Kong Li Ka-shing e la maggiore compagnia di telefonia italiana. Nei giorni scorsi era giunta la notizia che Telecom Italia stava 
considerando la possibilità di aumentare la quota di azioni di Hutchison Whampoa fino al 29,9% in cambio dell’integrazione di 3 Italia 
nel gruppo. Con la nuova quota, Hutchison Whampoa diventerebbe 
azionista di riferimento del maggiore gruppo di telefonia italiano. Telecom non ha ancora sciolto il nodo sulla trattativa con il gruppo di 
Hong Kong né quello sulla rete, ma i dati di esercizio non sorridono al 
gruppo italiano. Telecom ha chiuso il 2012 con ricavi per 222,7 milioni di euro, in diminuzione di 15,5 milioni su base annua, e un Ebitda 
(Earnings Before Interest, Tax, Depreciation and Amortization) negativo per 44,4 milioni di euro, in calo di 71,7 milioni di euro rispetto 
al 2011. Il risultato netto è negativo per 240,9 milioni di euro, in diminuzione di 157,1 milioni di euro rispetto all’anno precedente. Per la 
capogruppo Telecom Italia Media S.p.a. i ricavi sono stati pari a 80,2 
milioni di euro: nel 2011 erano 139,9 milioni. L’Ebitda è negativo per 
53,8 milioni di euro, mentre il risultato netto è pari a -178,1 milioni 
di euro, con una diminuzione su base annua di 166,6 milioni di euro.
Hutchison comprerebbe la quota da Telco, il consorzio di azionisti 
che detiene il 22,4% delle azioni di Telecom e comprende anche la 
spagnola Telefonica oltre a Generali, Intesa Sanpaolo e Mediobanca. 
Il gruppo di Li Ka-shing, secondo fonti al corrente dei fatti, sarebbe 
disposto a comprare le azioni al valore di 1,2 euro ciascuna, in linea 
con la valutazione di Telco, anche se lo scetticismo prevarrebbe tra gli 
azionisti del consorzio, in particolare da parte di Telefonica, azionista di riferimento con il potere di rifiutare l’offerta. Telecom avrebbe 
anche in programma uno scorporo della rete, di cui sta discutendo da 
tempo con la Cassa Depositi e Prestiti, ma in questo senso la decisione 
è vincolata dal parere del ministero dell’Economia che detiene una 
golden share sul gruppo e ha diritto di veto.
La Cina era già sbarcata nel mondo delle telecomunicazioni italiane con Zte Italy nel 2008. Zte è un’azienda fornitrice di apparati per 
le telecomunicazioni, soluzioni di rete e prodotti per le telecomunicazioni fisse e mobili, che negli scorsi mesi ha fatto parlare di sé assieme a Huawei perché definita una “minaccia alla sicurezza degli Stati 
Uniti”: entrambi i giganti delle telecomunicazioni cinesi dovevano 
quindi essere banditi dal suolo statunitense. Attraverso i loro server, i 
due gruppi si sarebbero infiltrati nelle telecomunicazioni statunitensi 
e avrebbero assorbito informazioni sensibili da trasmettere al governo 
cinese. L’accusa è poi caduta per mancanza di prove, ma neanche 
questo era bastato ad allontanare i sospetti dai due gruppi. Costituita 
ufficialmente nel 2007, a distanza di un anno Zte Italia contava già 
cinquanta dipendenti con uffici a Roma e Milano (più un ufficio tecnico a Torino) e aveva stretto legami con i principali operatori italiani 
come Vodafone, Hutchison 3G Italia e Telecom Italia.
Neppure Huawei è nuova a operazioni in Italia. La visita dell’ottobre scorso in Italia di Jia Qinglin, all’epoca numero quattro della 
gerarchia della Repubblica popolare cinese, era stata l’occasione per 
Huawei di firmare un accordo pluriennale da 350 milioni di euro 
con Fastweb per il potenziamento della banda larga nel nostro Paese. 
Huawei è partner tecnologico di Fastweb e svilupperà entro il 2014 
una rete di nuova generazione che arriverà a coprire a 5,5 milioni di 
persone tra famiglie e aziende italiane con servizi a banda ultra-larga. 
L’accordo era stato preceduto dalla visita ufficiale di Mario Monti a 
Pechino. Nella capitale cinese l’ex presidente del consiglio aveva incontrato i dirigenti di Huawei con cui aveva discusso degli sviluppi 
del gruppo in Italia: un bilancio di oltre trecento milioni di euro investiti e centinaia di ingegneri assunti. L’Italia è un affare per i gruppi 
cinesi delle telecomunicazioni. E tra gli addetti ai lavori il dibattito, 
soprattutto nel caso Telecom, è aperto: i favorevoli vedono nell’ingresso dei cinesi nuova linfa e nuove energie che possono contrastare 
lo strapotere degli azionisti di Telco; i contrari ritengono che sarebbe 
un errore cedere ai cinesi un asset strategico come Telecom. Sicurezza 
informatica contro crisi economica. Innovazione tecnologica e bilanci 
in rosso: su questi terreni si giocherà il futuro delle telecomunicazioni 
italiane.
(Da Orizzonte Cina, Maggio 2013)

venerdì 31 maggio 2013

Nuove opportunità peer la Serbia grazie all'appoggio Russo


Il 24 maggio, durante un incontro a Soci, sul Mar Nero, tra il presidente russo, Vladimir Putin e quello serbo, Tomislav Nikolić, è stato firmato un nuovo accordo di partenariato strategico volto, in particolare, a intensificare gli scambi economici e commerciali e l’afflusso di investimenti russi in Serbia.
Putin ha precisato che i progetti congiunti e gli investimenti russi avranno particolare rilievo nel settore energetico: Mosca finanzierà interamente la sezione serba di South Stream, un progetto volto alla costruzione di un nuovo gasdotto che porterà direttamente il gas russo in Europa.
Come puntualizzato da Putin, i lavori cominceranno alla fine di quest’anno e la spesa prevista per tale progetto è di un miliardo e settecento milioni di euro.
Tomislav Nikolić ha parlato di un gran giorno per la Serbia che apre nuove possibilità di sfruttamento delle enormi potenzialità dei due Paesi, legati da una storica amicizia che negli ultimi anni aveva subito fasi di discontinuità.

(Dott.ssa Maurizia  Sii Onesto)

sabato 25 maggio 2013

Svezia. demografia. Note a margine

      La crescita demografica in Svezia (viaggio studio in Svezia, 6-13 giugno   2010).
Il presente post intende fornire gli elementi essenziali di informazione sull’argomento di cui al titolo, analizzando l’evoluzione demografica della popolazione alla luce dei principali fattori di influenza (sociali, politici, economici e storici), degli elementi informativi acquisiti (presso l’Ambasciata d’Italia in Svezia e il Museo Armé di Stoccolma) e dei dati statistici disponibili.
La popolazione svedese conta circa 9,4 milioni di abitanti. Di questi, il 16% (un milione e mezzo circa) ha uno o entrambi i genitori di origine straniera, come conseguenza delle varie immigrazioni avutesi in questo Paese, prima in termini di forza lavoro, e successivamente per aver dato asilo e offerto ospitalità a molte popolazioni in difficoltà appartenenti a diverse aree del globo (in fuga dai rispettivi Paesi a causa della guerra o per essere perseguitate per motivi etnici, politici e/o religiosi). L’Ambasciatore Italiano in Svezia, Dott. Angelo Persiani, ha affermato che ben oltre il 10% della popolazione è immigrata in questo Paese solo nell’ultimo decennio (in occasione della visita del giorno 7 giugno u.s.). La Svezia offre asilo a rifugiati politici da sempre e risulta particolarmente attenta ai problemi sociali, etnici ed economici di Paesi come la ex-Yugoslavia, la Somalia, l’Iraq, la Turchia, la Russia e l’Iran. In Svezia esistono due minoranze etniche: le popolazioni finlandesi del nord-est, chiamate Finlandssvensk (circa 30.000 abitanti) ed il popolo Sami della Lapponia svedese (circa 20.000 persone in Svezia; 60.000 ai confini tra Norvegia, Finlandia e Russia).
Fino al XIX secolo la Svezia era uno dei paesi più poveri d'Europa. In seguito, lo sviluppo dei trasporti permise un intenso sfruttamento delle sue risorse naturali (legname e ferro), fattore che portò ad un vigoroso e rapido sviluppo economico. Un elevato livello di istruzione e le liberalizzazioni economiche contribuirono, alla fine dell'Ottocento, all'affermarsi di un'avanzata industria manifatturiera. I primi decenni del XX secolo furono caratterizzati dall'affermarsi dello stato assistenziale (welfare state), che permise una crescita demografica tra le più elevate d’Europa.
Statistiche demografiche, disponibili solo a partire dal 1749, rivelano che il cambiamento demografico in Svezia è stato caratterizzato da quattro fasi storiche: 
a.     The Early PeriodThe population in 1750 totaled 1.7 million people, who suffered from repeated infectious diseases such as whooping cough, smallpox, measles, and related infectionsLa popolazione nel 1750 ammontava a circa 1,8 milioni di persone. The country was subject to periodic famine and the infant mortality was high. Birth rates exceeded forty per thousand, but death rates were equally high. Il paese era soggetto a periodiche carestie e la mortalità infantile era alta a causa della elevata presenza di malattie infettive come la pertosse, vaiolo, morbillo e infezioni correlate. Sweden in 1750 was typical of agricultural countries in Europe.The population was chiefly engaged in farming in a society characterized by a rigid, hierarchical class system. La popolazione era principalmente impegnata nel settore agricolo in una società caratterizzata da un sistema rigido e gerarchico.The income of the majority of the population was low, approximating that of less industrialized countries today. La popolazione  ricca aveva una aspettativa di vita poco diversa da quella delle masse. The average life expectancy for men was only 34.2 years, and that for women was 37.6. La speranza di vita media per gli uomini era pari a 34,2 anni e per le donne di 37,6 anni. Il tasso di natalità superava il quaranta per mille, ma quello di mortalità risultava comunque elevato (circa 31 per mille).
b.     Sweden began the transition to stage two of the demographic transition in the period 1750-1850.Nel periodo 1750-1850 la popolazione raddoppia portandosi a quasi 3,5 milioni di abitanti. The life expectancy for Swedish men had increased to over 39 and to over 43 for women by 1850. All’inizio del XIX secolo l'aspettativa di vita per gli uomini svedesi era aumentata ad oltre 39 anni e a 43 anni per le donne. During the same period the population doubled to nearly 3.5 million.
c.     Tra il 1850 e il 1940 la popolazione passa da 3,5 a 6,4 milioni di abitanti.Advances in medicine after 1850 (including vaccination against smallpox and antiseptic and hygienic conditions in hospitals) combined with improved sanitation and sewage systems to decrease the death rate precipitously. I progressi in medicina dopo il 1850 (compresa la vaccinazione contro il vaiolo e le migliorate condizioni igieniche negli ospedali) in combinazione con servizi igienici adeguati e la disponibilità di sistemi fognari controllati concorrono a diminuire l’elevato tasso di mortalità (soprattutto infantile).  Increased life expectancy led to a population boom that aroused fears of overpopulation in Sweden because the rapid population growth placed tremendous pressure on the agrarian society, resulting in the emigration of 20 percent of the total population (mostly to the United States).La maggiore aspettativa di vita determina una rapida crescita della popolazione e a seguito della rigida riforma agraria approvata da governo, ben il 20 per cento della popolazione totale decide di emigrare (per lo più verso gli Stati Uniti). Attitudes toward population increase had changed by 1930, and birth rates declined, while average life expectancy improved. Life was still difficult for many, with unsanitary and crowded housing and inadequate hygienic conditions for the poor. Contrasts between the wealthy and the poor were reflected in birth and death rates and life expectancy. Infant mortality rates ranged from forty-nine per thousand births in low-income families to only fourteen per thousand in high-income families. La vita è ancora difficile per la maggior parte della popolazione. Le abitazioni sono insalubri e le condizioni igieniche restano precarie nei quartieri più poveri delle città. I contrasti tra i ricchi e i poveri si riflettono nei tassi di natalità e nella speranza di vita alla nascita (tasso di mortalità infantile varia nel periodo in esame dal 40 per mille per i nati in famiglie a basso reddito al 14 per mille per le famiglie a reddito elevato). Nel periodo 1920-1940 Sweden introduced some forms of government social security programs between 1930 and 1940 including national health insurance, employer medical insurance, maternity welfare, housing allowances, nursery schools, children's health services, free school meals, and information on nutrition and health.vengono introdotte dal governo alcune riforme sociali e mirati programmi di assistenza, sicurezza e protezione della popolazione (come l'assicurazione sanitaria nazionale, gli assegni familiari, la  maternità per le donne lavoratrici, l’indennità di alloggio, le scuole materne, servizi sanitari per i bambini, pasti scolastici gratuiti e informazioni su nutrizione e salute) e The population of Sweden grew to 6.4 million by 1940.la popolazione della Svezia passa a 6,4 milioni di abitanti nel 1940.
d.     The Present Population Situation in SwedenTra il 1940 e il 2000 laSweden's population increased from 6.4 million to 8.3 million between 1940 and 1985. popolazione della Svezia cresce da 6.4 a oltre 9 milioni. The trends begun during the earlier part of the twentieth century led to decreasing growth rates, making immigration responsible for a significant proportion of the population increase from 1940 to 1985. Negli ultimi dieci anni il tasso di fecondità è continuato a diminuire e oggi la Svezia detiene un tasso di crescita appena superiore allo zero. The survey revealed that almost all women considered having children one of the meaningful things in life, but the problems presented by children in Sweden's industrial society indicate that family size will continue to decrease.L'aspettativa di vita in Svezia è uno dei più alti al mondo (75,8 anni), e il tasso di mortalità infantile (4 per mille) è anch’esso tra i più bassi.

In conclusione, la Svezia ha ovunque una bassa densità di popolazione che si concentra nelle principali aree metropolitane. Per il resto, il paese è caratterizzato da foreste e montagne. Sono tutt'ora in corso movimenti migratori dalle regioni settentrionali verso la parte meridionale del paese e le principali città. I miglioramenti sanitari hanno causato un importante invecchiamento della popolazione: gli ultra-60enni sono il 22,6% della popolazione generale. La politica economica e sociale seguita dalla Svezia nel 1900 si è differenziata in modo netto da quelle degli altri paesi europei, tanto che è divenuto di uso comune parlare di modello svedese. Si può dire che questo modello si propone di ridurre quanto più possibile le disuguaglianze sociali, fornendo assistenza e servizi a tutti i cittadini. La popolazione svedese si concentra principalmente nelle città di Stoccolma (1 milione di abitanti circa), Göteborg (490.000 ab.), Malmo (271.000 ab.), Uppsala (180.000) e altri dodici centri urbani con una popolazione di oltre 100.000 abitanti (l’area baltica lungo le coste, le zone interne, come la regione Norrland, presentano invece una bassa densità abitativa).
Il dato interessante è che quando politiche familiari efficienti vengono messe in atto, l’indice demografico cresce in tempi rapidi (esiste dunque una relazione diretta tra sicurezza sociale e crescita demografica). E per politiche familiari si intendono non solo  gli aiuti fiscali messi in atto dal governo, ma soprattutto la realizzazione di asili nido, strutture educative pubbliche per ogni ordine e grado (con forme di finanziamento avanzate dell’istruzione universitaria), servizi e assistenza per le famiglie e per l’infanzia. Grazie a queste politiche sociali mirate, come ha osservato il 1° consigliere aggiunto presso l’ambasciata italiana a Stoccolma, Dott. Stefano Zanini, oggi la Svezia è ai primi posti nella classifica di fecondità europea e il tasso di crescita della popolazione è stato nel 2010 tra i più alti in Europa, pari allo 0,16 % (mentre quello italiano è risultato negativo, pari a – 0,075 %).
Come ha avuto modo di sottolineare l’Ambasciatore Italiano in Svezia, Dott. Angelo Persiani, la Svezia investe ogni anno in ricerca e sviluppo (R&S) circa il 4% della ricchezza che produce (PIL). Il paese scandinavo investe dunque in conoscenza (la somma degli investimenti in R&S, alta educazione e software) una parte elevata del proprio PIL. Solo gli Stati Uniti e Israele, al mondo, investono di più in termini relativi. Gli effetti economici di queste performance sono evidenti: la Svezia è tra i paesi di testa sia nelle classifiche che misurano la quantità di ricchezza (PIL procapite), sia nelle classifiche (Indice di Sviluppo Umano) che misurano la qualità della vita.
Il Direttore dello Swedish Defence Material Administration (FMV), Generale di Brigata Bengt Axelsson, ha precisato che il motivo di questi investimenti è dovuto ad una precisa strategia di questa nazione: dopo la seconda guerra mondiale il paese ha deciso che la conoscenza e, in particolare, la conoscenza scientifica dovevano costituire la leva per lo sviluppo economico, sociale, civile della nazione. Esiste una vasta letteratura che correla la crescita della ricchezza, la qualità della vita e gli investimenti in ricerca e sviluppo. La Svezia è, dunque, alla testa dei paesi che corrono per entrare nell’"era della conoscenza". E non intende rallentare. Anzi, la recente crisi finanziaria ed economica ha indotto Stoccolma ad accelerare ulteriormente. A fine agosto il governo ha deciso nuovi investimenti aggiuntivi per il quadriennio 2009-2012 di circa 1,5 miliardi di euro destinati alla ricerca nelle università pubbliche. Il più alto incremento in spese per R&S mai realizzato in Svezia.
Nella classifica che misura la quantità di ricchezza per abitante, la Svezia risulta ottava al mondo, con oltre 53.000 euro pro-capite nel 2009. Nella medesima classifica l’Italia risulta ventesima, con 39.700 euro pro-capite.
Le politiche di immigrazione sono dunque tra le più avanzate in Europa, soprattutto per l’efficace sistema di integrazione e per gli elevati standard del sistema sociale e assistenziale (lo stato sociale è tra i più avanzati al mondo) offerto anche alla  popolazione immigrata (casa, assistenza sanitaria, assegni familiari, aiuti economici per i figli in età scolare, etc.).
 (Stoccolma 11 giugno 2010)


mercoledì 15 maggio 2013

Slovenia


La Slovenia ha ridotto le spese militari, rispetto al bilancio dell’anno scorso di un quinto. Questa decisione rientra nella politica di tagli e misure di austerità che in questi giorni si stanno discutendo al Parlamento di Lubiana.
Le spese militari previste per quest’anno sono di 393 milioni di euro, il 21% in meno rispetto al 2011, ovvero 1,21% del Pil nazionale, sensibilmente sotto la soglia del 2% fissata dalla Nato per i suoi Paesi membri.

martedì 14 maggio 2013

mercoledì 8 maggio 2013

Federico De Renzi: intervento sui Proto-Bulgari in Italia


AD 568. CIVIDALE PRIMO DUCATO Manifestazione sull'Età Longobarda Cividale del Friuli (Ud), 11-12 maggio 2013



Un tuffo nel Medioevo, in pieno VI secolo, con campo storico, attività ludico-rievocative e didattiche, eventi spettacolari e un grande convegno di approfondimento. Protagonisti assoluti i Longobardi nello scenario di Cividale del Friuli (Ud), capitale del primo ducato di un regno, quello longobardo appunto, destinato a lasciare – nonostante sia durato solo due secoli, dal 568 al 774 - un'impronta indelebile nella storia e nell'identità friulana e italiana. L'evento è di grande attualità e importanza considerando che il recente ingresso nella lista del Patrimonio Universale dell'Umanità Unesco del sito seriale “I Longobardi in Italia. I luoghi del Potere (568-774 d.C.)”, che comprende sette siti in tutta Italia, uno dei quali è proprio Cividale del Friuli con il Tempietto Longobardo, i resti del Complesso Episcopale rinnovato da Callisto e il Museo Archeologico Nazionale che espone i corredi delle necropoli longobarde locali.
Anno Domini 568. Cividale Primo Ducato” - questo il titolo della manifestazione storico-rievocativa – si terrà l'11 e il 12 maggio nel cuore dell'antico borgo, nella suggestiva cornice del Chiostro di San Francesco e del Belvedere sul Natisone, nei pressi del Ponte del Diavolo. Mentre nelle sale del Chiostro docenti universitari e studiosi da tutta Italia tratteranno i vari aspetti della civiltà longobarda e del suo impatto sul territorio, al Belvedere sarà allestito un grande campo storico con scene di vita quotidiana e artigianato per immergersi nell'atmosfera dell'epoca.
Aggirandosi tra le tende dell'accampamento, animate dai rievocatori dei gruppi storici La Fara e Fortebraccio Veregrense – che da anni collaborano attivamente con enti pubblici, musei e istituzioni in tutto il Paese -, una ventina di figuranti in abiti ricostruiti filologicamente nei minimi dettagli mostreranno al pubblico le occupazioni della giornata, le attività artigianali, l'abbigliamento tipico delle donne e del guerriero. Si vedranno all'opera fabbri e artigiani alle prese con attività di forgia di armi e oggetti, tessitura, cucina e creazione di bellissimi manufatti. Valorosi guerrieri daranno prova della loro abilità nel lancio della scure, nel tiro con l'arco e sfidandosi a duello con stage aperti anche al pubblico. Durante i due giorni un esperto accompagnerà i visitatori all'interno dei campo in una “visita guidata” nella Storia. La sera infine sarà possibile inoltre ascoltare le antiche leggende delle origini dei Longobardi comodamente seduti attorno al fuoco a pochi passi dal Natisone.
In programma – per quanto riguarda la parte rievocativa - anche eventi altamente spettacolari come la nomina, da parte di re Alboino, di Gisulfo a primo duca di Cividale, l'Ordalia – ossia il combattimento tra due guerrieri, col vincitore decretato dal “giudizio di Dio” secondo la tradizione germanica – e la rappresentazione di un tipico rito funebre longobardo.
Per quanto concerne invece la parte scientifica, che si svolgerà nella sala conferenze di San Francesco, sono previsti due giorni intensi di lavori che apriranno sabato 11 maggio alle ore 10. Dopo l'intervento delle Autorità, inizieranno le relazioni degli studiosi. La dott.ssa Elena Percivaldi (storica e scrittrice) parlerà de “I Longobardi tra storiografia e mito”, il dott.Fabio Pagano (Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli) farà un resoconto de “Le recenti acquisizioni cividalesi: la necropoli Ferrovia” infine il prof. Maurizio Buora (Società Friulana d'Archeologia) tratterà il tema “Aquileia nel 568 d.C.”. Dopo la pausa pranzo, si ricomincia alle 15 con il dott. Franco Fornasaro (medico e scrittore) sugli “Elementi di tradizione orale nelle cure mediche delle donne longobarde”; a seguire il dott. Paolo Galloni (storico e scrittore) su “La memoria dei Longobardi” e il prof. Marco Valenti (Università di Siena) con “VI-IX secolo: modelli insediativi nelle campagne dell'Italia centro-settentrionale”.
Domenica 12 maggio il convegno sarà aperto alle 10.30 dalla dott.ssa Antonella Pizzolongo (docente e artigiana) sul tema “Fili d'oro; dalle tracce tessili longobarde alla ricostruzione dei tessuti”; a seguire l'intervento della dott.ssa Angela Borzacconi (archeologa) su “La città di Cividale in età longobarda”. La mattinata di studio si chiuderà con la proiezione del video “Terre e genti del Patriarcato di Aquileia, Missione Europa”. I lavori riprenderanno alle 15 con gli interventi della prof.ssa Chiara Magrini (Università di Trieste) su “L'edilizia abitativa nei contesti urbani del ducato del Friuli” e del dott. Federico De Renzi (turcologo e islamista) sul “Tumuli o Kurgan? I Protobulgari nell'Italia longobarda e bizantina (VII-VIII sec. d.C.). Chiuderà il convegno il prof. Vasco La Salvia (Università di Chieti) con “La diffusione della staffa nell'area merovingia orientale: il contributo di Avari e Longobardi”.
La manifestazione “AD 568. Cividale Primo Ducato” è organizzata da Associazione La Fara, Gruppo Popolani di Cividale, Gruppo Storico Fortebraccio Veregrense e Perceval Archeostoria con la coordinazione scientifica della dott.ssa Elena Percivaldi – già direttore scientifico del “Luglio Longobardo” di Nocera Umbra (Pg) - , in collaborazione con Gabriele Zorzi e Gianluigi Sinuello, e si avvale del Patrocinio istituzionale di Comune di Cividale, Provincia di Udine, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, FriuLIVEneziaGiulia Turismo, e culturale di mensile “Medioevo”Associazione Culturale Italia Medievale, Società Friulana d'Archeologia, CTG e Longobardia Regione Virtuale Europea, e della partecipazione delMuseo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli.

Durante la manifestazione sarà possibile acquistare libri, materiali, manufatti e pubblicazioni sul tema. Sono inoltre previsti sconti e convenzioni con alberghi e servizi di ristorazione per chi partecipa. Per informazioni, si possono contattare gli organizzatori scrivendo a infoad568@lafara.eu, telefonando al numero 3283119698 oppure visitando il sitohttp://ad568.jimdo.com.
SCHEDA TECNICA EVENTO

AD 568. CIVIDALE PRIMO DUCATO
Manifestazione storico-rievocativa sull'Età Longobarda
Cividale del Friuli (Ud), 11-12 maggio 2013

Convegno: presso il Chiostro di San Francesco, Piazza San Francesco 1
Campo storico: Belvedere sul Natisone, presso il Ponte del Diavolo
Organizzazione:
Associazione La Fara
Gruppo Popolani di Cividale
Gruppo Storico Fortebraccio Veregrense
Perceval Archeostoria
con la partecipazione del Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli
Coordinatore scientifico:
Dott.ssa Elena Percivaldi
Coordinatori organizzativi:
Gabriele Zorzi e Gianluigi Sinuello
Col patrocinio di:
Comune di Cividale
Provincia di Udine
FriuLIVEneziaGiulia
Medioevo
Associazione Culturale Italia Medievale
Associazione Longobardia
Ctg Centro Turistico Giovanile
Società Friulana d'Archeologia
Informazioni di contatto
Tel. 3283119698

lunedì 6 maggio 2013

Albania e Kosovo


l 9 gennaio 2013, presso la Commissione elettorale albanese, è stata depositata una richiesta di referendum per unire l’Albania con il Kosovo.
L’iniziativa è partita da Alleanza rossonera, partito nazionalista avente come obiettivo l’unificazione di tutti i territori balcanici abitati da albanesi; il leader del partito, Spahiu, ha infatti ribadito l’importanza, per gli “Stati albanesi” di entrare in Ue come una federazione che non vuole cambiare i confini ma solo abbatterli.
Reazione immediata da parte dell’ambasciatore greco Rokanas che, paragonando l’estremismo nazionalista di Alleanza rossonera con quello di Alba dorata in Grecia, ha dissuaso l’Europa dal prestare attenzione all’estremismo di due Stati dall’esiguo peso politico e sociale.
(Dott.ssa Maurizia Sii Onesto)

domenica 21 aprile 2013

1 Stranieri in Italia quanti sono da dove arrivano


2 Stranieri in Italia Contribuzione al PIL italiano


Fonte: L'Internazionale 19 aprile 2013 n, 998. internazionale.it/atlante

3 Stranieri in Italia. Presenza a Torino, Milano Roma


Fonte L' Internazionale 19 aprile 2013 n. 998
internazionale.it/atlante

mercoledì 10 aprile 2013

Primo Seminario al Centro Russo di scienza e cultura


 “La Costituzione russa vent’anni dopo”

L’11 aprile alle ore 16.00 il Centro russo di scienza e cultura invita al primo seminario, che si svolgerà nell’ambito del colloquium italo-russo 2013 dell’IsAG e del Corso di Storia dell’Europa Orientale 2012/2013 – Università Sapienza.
Il 12 dicembre 2013 ricorre il ventennale dell’entrata in vigore della Costituzione della Federazione Russa, su cui si fondano i principi di governo per il Paese più esteso del mondo. Chiamata a bilanciare presidenzialismo e federalismo, la carta costituzionale getta le basi di una complessa rete di relazioni fra i soggetti federali e fra i poteri dello Stato.
Nel programma del seminario:
Ore 16:00   Saluti del Direttore del Centro Russo di Scienza e Cultura Oleg Osipov e del Presidente IsAG Tiberio Grazini
Ore 16:15  Lezione del Prof. Mario Ganino (Università degli Studi di Milano)
1993-2013: La Costituzione russa vent’anni dopo
Moderatori: Prof. Roberto Valle (Università di Roma Sapienza),
                Dott. Dario Citati (Direttore Programma “Eurasia” dell’IsAG)
Ore 18:00  Dibattito con il pubblico
Российская Конституция: двадцать лет спустя


Первый семинар в РЦНК «Российская конституция: двадцать лет спустя»

11 апреля в 16:00 Российский центр науки и культуры приглашает на первый семинар, который пройдет в рамках «Российско-итальянского коллоквиума Института Высшей школы геполитики и смежных наук – ISAG» и курса Истории Восточной Европы 2012/2013 Университета «Сапьенца».
12 декабря 2013 года исполняется 20 лет с момента принятия Конституции Российской Федерации. Заложенные в Основном законе принципы федеративного устройства России, такие как разделение компетенций и предметов ведения между федеральными и региональными органами власти, призваны уравновешивать сильную президентскую власть и федерализм. Этой теме будет посвящен первый из трех семинаров.
В программе семинара:
16:00 – Приветственное слово директора РЦНК Олега Осипова и президента IsAG Тиберио Грациани
16:15 – Лекция профессора Марио Ганино (Университет г. Милана) на тему «1993-2013: Российская конституция двадцать лет спустя»
Модераторы встречи: проф. Роберто Валле (Университет «Сапьенца») и Дарио Читати (директор программы «Евразия» института IsAG)
18:00 – Вопросы и ответы

Российская Конституция: двадцать лет спустя
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domenica 24 marzo 2013

Le problematiche etnografiche nei Balcani


1908-2008: breve storia degli Slavi del Sud
di Giovanni Cecini

Il XX Secolo si aprì con il lento e progressivo declino dell’Impero ottomano e gli ultimi sussulti di quello asburgico, che, nel desiderio di guadagnare la guida e il dominio degli interi Balcani, si ergeva ad avido tutore di tutta la galassia di piccole nazionalità che li abitavano. L’aggettivo «balcanico» stava a identificare non solo un’area geografica, ma soprattutto uno stato d’animo, un’identità variegata, contrassegnata da frequenti guerre, invasioni e conquiste. Non potendo tracciare confini etnici stabili e certi, ogni singola bandiera nazionale era il pretesto per nascondere aspirazioni e prevaricazioni di imperialismi tribali. In questo contesto si inseriva sin dagli inizi dell’Ottocento una corrente culturale e linguistica che come base aveva il concetto geo-politico di «Slavia del Sud»; per questo l’Impero multietnico di Vienna, concessa già la parità istituzionale a Budapest nel 1866, riteneva prioritario ostacolare questo «jugoslavismo». In antitesi alle ambizioni della Duplice Monarchia, la piccola ma agguerrita Serbia, dopo il colpo di stato del 1903, divenne il punto di riferimento di ogni possibile unità degli Slavi del Sud, trovando consensi nei vicini Montenegro e Bosnia-Erzegovina, dipendente ancora da Costantinopoli, ma nella sostanza amministrata da Vienna a partire dal Congresso di Berlino del 1878. L’Austria-Ungheria del resto aveva sempre considerato questa sua ingerenza nelle faccende bosniache come l’inevitabile premessa di una futura completa annessione, sottovalutando la possibile reazione dell’Italia (interessata a tutto ciò che gravitava intorno all’altra sponda dell’Adriatico, avendo a cuore Trieste e la costa dalmata) e sicura che dopo la sonora sconfitta zarista nella guerra con il Giappone del 1905, la Russia non potesse dare quel sostegno decisivo alle ambizioni della protetta Serbia. In questo senso, giudicando la decadenza ottomana come un pericolo e un’occasione, gli Asburgo nel 1908 occuparono militarmente la Bosnia-Erzegovina, facendo capire a Belgrado e a Pietroburgo che il pericolo maggiore venisse ormai da Vienna e non dalla moribonda Costantinopoli.
Proprio la profonda debolezza della Sublime Porta diede coraggio anche alle nazionalità balcaniche (Serbia, Bulgaria, Montenegro, Grecia), che nel 1912 firmarono patti bilaterali, costituenti una «Lega». In realtà tale alleanza, voluta e presieduta dalla Russia, era nata per impedire un’ulteriore penetrazione asburgica sullo strategico sangiaccato di Novi Bazar, ma la situazione favorevole indirizzò i suoi componenti a volgere le proprie energie contro l’esercito turco, già umiliato anche dall’Italia pochi mesi prima in Libia. Il conflitto (Prima guerra balcanica) causò un rovinoso colpo al già traballante Impero ottomano, tanto da perdere la quasi totalità dei suoi territori in Europa. Le condizioni di pace furono molto dure per il Sultano, ma Belgrado, per la contraria ingerenza diplomatica austriaca, non riuscì a ottenne il tanto agognato sbocco sul mare. Tuttavia grazie all’intervento russo e francese, dopo la Seconda guerra balcanica contro la Bulgaria, la Serbia si avvantaggiò della «Macedonia»[1] e del Kosovo, mentre la Metohija venne concessa al Montenegro, che nel 1910 si era autoproclamato regno indipendente sotto la guida del principe Nicola. Queste annessioni furono l’inizio di aspri contrasti e dure repressioni contro le deboli minoranze, soprattutto di etnia albanese.
Il nuovo equilibrio diplomatico instaurato tuttavia si rivelò instabile e fragile, non avendo per nulla risolto i rancori e gli antagonismi con la Duplice Monarchia, il cui erede Francesco Ferdinando non ebbe molta accortezza nel scegliere come data della sua visita a Sarajevo il 28 giugno 1914 (anniversario della battaglia del Kosovo del 1389, il giorno più importante della storia serba). Il suo assassinio, all’apparenza fatto secondario interno alla politica asburgica e lontano dall’interesse delle cancellerie europee, si tramuterà invece a pretesto per una Guerra mondiale. Nel giro di un mese l’evento generò una seria crisi diplomatica internazionale, che una dopo l’altra portò le potenze europee a scendere in campo tra i due logoranti schieramenti.
Durante il conflitto l’esercito della Serbia fu velocemente battuto e respinto dalle truppe dell’Austria-Ungheria e della Bulgaria (con il sostegno della popolazione albanese nella «liberazione» del Kosovo), tanto da dover trovare riparo in esilio attraverso l’Adriatico. Le due correnti principali della futura Jugoslavia, i croati e i serbi, combatterono in parti avverse, tuttavia durante il periodo bellico si aprirono negoziati a Corfù con il governo serbo in esilio, dove nel 1917 si accettò, come comune sentire, la volontà di creare uno Stato unitario.
Finita la Grande Guerra, il trattato di Saint-Germain-en-Laye (10 settembre 1919), quello di Neuilly (27 novembre 1919) e quello del Trianon (4 giugno 1920) regolarono, non senza aspre diatribe con i paesi confinanti, i territori e i relativi confini della zona compresa tra l’Adriatico e il Danubio, decretando la legittimità internazionale del Regno unificato dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, proclamato da un consiglio popolare sin dal 1° dicembre 1918. In questo modo una parte considerevole dei precedenti possedimenti delle vecchie Austria, Ungheria e Bulgaria confluivano in un soggetto completamente nuovo «jugoslavo», che comprendeva la maggior parte dei cosiddetti «Slavi del Sud» (il grosso dei bulgari ne era però escluso), che per distinzione si voleva differenziare da quelli «dell’Est» (russi, bielorussi e ucraini) e da quelli «dell’Ovest» (polacchi, cechi, slovacchi, sorabi e casciubi).
Le regioni che rientrarono in questa operazione geo-politica furono: la Serbia, considerata centro e madrina di tutto il nuovo Stato, a cui veniva accorpato il già indipendente Montenegro (riunendo così anche la «Macedonia», il Kosovo e la Metohija, spartiti tra i due Stati dopo le guerre balcaniche), la Backa e la Voivodina, che rendeva la capitale Belgrado non più città indifesa e di frontiera sulle rive del Danubio; la Slovenia, comprensiva di una fetta del ducato di Carniola, della Stiria meridionale e di una porzione della Carinzia; la Croazia, comprendente tutta la Dalmazia, la Slavonia e il territorio della Mur; l’attigua Bosnia-Erzegovina; nonché le regioni occidentali dell’amputata Bulgaria: i distretti di Strumica, un’ulteriore zona della «Macedonia», Caribrod, Timok, Bosiljgrad.
Va da sé che tale composizione altamente variegata, comprendente popolazioni di nazionalità, cultura, tradizione, religione, costumi e lingua (oltre all’alfabeto in taluni casi) diversi, potesse essere soggetta, per il governo centrale di Belgrado, a spinte centrifughe a seconda delle volontà e degli interessi propri e degli scomodi stati vicini. Infatti, fatte salve le già non lievi differenze dei vari ceppi slavi tra loro, lo Stato conteneva forti minoranze di magiari, rumeni, albanesi, italiani e tedeschi, che le rispettive Nazioni reclamavano con insistenza. In questa logica, per esempio, si inserì lo scontro per l’indipendenza prima e per l’annessione all’Italia poi della città costiera di Fiume, cruciale porto già appartenuto al Regno d’Ungheria, i ribellismi macedoni filo-bulgari e quelli dei montenegrini rimasti fedeli al re Nicola.
Discorso a sé, ma inerente alla situazione nel complesso della zona, investì l’Albania. Proclamato Stato indipendente nel 1912, dopo la Prima guerra balcanica, già a partire dallo scoppio della Grande Guerra i paesi dell’Intesa, tramite accordi diplomatici, ne volevano decretare la fine, con spartizioni a vantaggio di Grecia, Italia e Serbia, che come si è visto, era divenuta il catalizzatore di tutta la regione balcanica, promossa a Jugoslavia. Quest’ultima per esempio nel 1921 fu protagonista di un’invasione dell’Albania, in sostegno di un fantomatico Stato indipendente filo-serbo chiamato «Repubblica di Mirdita», che comprendeva gli albanesi cattolici. Belgrado lanciò un ultimatum a Tirana di abbandonare sei città, ma l’Albania si appellò alla Lega delle Nazioni, che impose il ritiro, cosa che le truppe jugoslave, senza scelta, fecero subito. Come in questa circostanza gli opposti interessi e i reciproci sospetti delle potenze vincitrici, portarono Tirana a ribadire la forza della sua autonomia e dell’integrità dei suoi confini, fino alla sua occupazione nel 1939 da parte dell’Italia fascista e del suo risorgere in repubblica socialista dopo la Seconda guerra mondiale.
Tornando a Belgrado invece, alla fine della Prima guerra mondiale, essa vedeva nella Serbia la radice identitaria dell’unità jugoslava, come lo era stata la Prussia per la Germania e il Piemonte per l’Italia. Per questo il nuovo sovrano Alessandro il 28 giugno (ormai data ricorrente e densa di significati) 1921 prestò il giuramento di fedeltà alla Costituzione, che stabiliva una comune Nazione slava, diplomaticamente vicina alla Piccola Intesa (insieme alla Cecoslovacchia e alla Romania) e alla Francia contro ogni possibile rivendicazione revisionista ungherese. La realizzata unificazione istituzionale, centralizzata e suddivisa in trentatre «regioni» (identificate con nomi di fiumi) che ignorava i confini etnici, tuttavia non riuscì ad assorbire i sentimenti locali, con relative occasioni di agitazione politica interna, spesso scaturita dagli antagonismi del sistema dei partiti, speculare alla frammentazione delle nazionalità. I continui disordini e l’instabilità governativa portarono il re ad abolire la Costituzione all’inizio del 1929, introducendo una vera dittatura monarchica. Venne quindi cambiato il nome dello Stato in «Regno di Jugoslavia», riviste le suddivisioni interne (10 banati) con un sistema centralizzato di ispirazione francese e inaspriti i poteri in mano al sovrano, decretando però il suffragio universale maschile. Questa situazione spinse l’opposizione interna e degli esiliati a essere molto attiva contro il regime instaurato, tanto da giungere all’assassinio dello stesso Alessandro (insieme al ministro francese Barthou) il 9 ottobre 1934 a Marsiglia. Vista la minore età del principe ereditario Pietro, si seguirono le volontà del monarca morto, procedendo a un consiglio di reggenza, che diede impulso in maniera altalenante alla politica interna ed estera jugoslava in balia delle tendenze internazionali fino ad approdare nel 1941 alla firma del Patto Tripartito insieme alla Germania, all’Italia e al Giappone. Questa decisione creò una serie di malesseri sociali, espressione delle varie sensibilità all’interno del Paese. Seguì un colpo di stato militare anglofilo, capeggiato dall’ormai maggiorenne Pietro, che recuperò la gestione del Paese, disponendo l’uscita dall’influenza tedesca e la formazione di un governo di unità nazionale, sostenuto da elementi dell’opposizione democratica serba. Questo ritorno alla «normalità» però durò poco, perché la campagna militare tedesca della primavera del 1941 colpì a morte la Jugoslavia, questa volta portandola sotto la piena occupazione dell’Asse. Oltre a vere e proprie ampie annessioni da parte di Italia, Germania, Ungheria, Bulgaria e Albania, i restanti territori divennero semplici Stati fantoccio: un elefantiaco Regno di Croazia, un «indipendente» Regno di Montenegro (di gradimento italiano) e un’umiliata e amputata Serbia (sotto il comando militare tedesco).
Tuttavia, se a livello giuridico il governo legittimo della casa regnante continuava a essere riconosciuto in esilio dagli Alleati, durante il periodo bellico, scacciati gli invasori tedeschi e italiani, il potere effettivo passò nelle mani dei partigiani comunisti del croato Josif Broz (Tito), che nella sostanza poteva vantare di essere stato l’unico esercito nazionale ad aver liberato il proprio territorio con le sue sole forze. Infatti a guerra finita, nonostante il «Regno» de jure fosse gradualmente tornato in possesso di tutti i suoi territori precedenti, le formazioni della Resistenza titina nel dicembre del 1945 abolirono la monarchia, proclamando nella capitale Belgrado una nuova «Repubblica popolare federativa di Jugoslavia», composta da sei repubbliche socialiste (Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Macedonia, Montenegro) e due province autonome all’interno della Serbia (Kosovo e Voivodina). Secondo gli accordi tra Stalin e Churchill dell’ottobre 1944, nell’intento di suddividere equamente l’Europa in zone d’influenza, la Jugoslavia sarebbe stata controllata in comune, ma la forte personalità del maresciallo Tito, portò il suo Paese a divenire una sorta di zona franca indipendente, anche se ufficialmente socialista e quindi per logica direttamente collegata all’Unione Sovietica. Tuttavia, a parte l’interesse a beneficiare dell’iniziale appoggio che Stalin dimostrò a favore di Belgrado per la questione di Trieste e per l’eventuale acquisizione della Carinzia austriaca, la politica di Tito a partire dal 1948 si caratterizzò sempre per un certo ribellismo contro la rigida dottrina e ortodossia di Mosca, che ne voleva di conseguenza limitare l’autorità e l’autonomia politica. Quello, che i sovietici con disinvoltura condannavano come eresia, era in realtà solo uno scisma. La vittoria autonoma jugoslava nella lotta di liberazione contro i tedeschi permetteva al Maresciallo di rispondere con forza (e con un indubbio ascendente sui dirigenti del partito comunista nazionale) al peso psicologico degli altri capi comunisti bulgari, rumeni o polacchi, che viceversa vedevano il loro potere derivante unicamente dal trionfo dell’Amata rossa sul Reich hitleriano. Questa grave indisciplina di Belgrado, considerata vero antagonismo alla politica dell’Unione Sovietica, venne severamente ostacolata e isolata anche dai vertici degli altri partiti comunisti europei. In questo contesto, rimanendo a modo suo sempre fedele alla causa marxista (riconobbe proprio nel 1948 la Corea del Nord), Tito si avvicinò all’Occidente, almeno per non rimanere indietro in fatto di armamenti, rifiutando però sempre categoricamente le offerte di entrare nel Patto atlantico. Solo dopo la morte di Stalin nel 1953, le relazioni diplomatiche tra Mosca e Belgrado tornarono cordiali, anche se il Maresciallo aveva ormai iniziato a cavalcare a metà degli anni Cinquanta la politica dei paesi «non allineati», insieme a Nasser in Egitto e a Nerhu in India, non trovandosi completamente in sintonia con gli interventi sovietici in Ungheria.
In politica interna già nel 1946 si fissava al fianco della cittadinanza e del patriottismo «jugoslavo», la forte tutela delle singole «nazionalità». Con la nuova costituzione del 1963, che ribattezzava lo Stato in «Repubblica socialista federativa», lo spirito unitario «comunista» era bilanciato dal principio di una maggiore partecipazione delle varie repubbliche e province autonome alle più rilevanti decisioni politiche e di una più efficace salvaguardia della loro eguaglianza e autonomia. Seguendo questa logica, la costituzione del 1974, in seguito alle tensioni interne, dovute ai vari nazionalismi locali e alle tendenze liberali dei serbi, sancì il diritto per le repubbliche (ma non per le province autonome) di poter staccarsi dalla federazione, altro elemento che differenziava il sistema istituzionale jugoslavo da quello accentratore sovietico. Nonostante ciò la stabilità unitaria resistette anche alla morte di Tito nel 1980, con qualche disordine grave solo in Kosovo, dove la popolazione albanese e mussulmana reclamava ormai ad alta voce la propria autonomia.
Solo la caduta del Muro di Berlino e l’implosione del sistema socialista nell’Europa dell’Est portò a un serio riesame politico-istituzionale per i popoli componenti la Jugoslavia. Delle sei repubbliche, le prime a proclamare l’indipendenza furono la Slovenia e la Croazia (giugno 1991), seguite dopo poco dalla Macedonia (settembre 1991) e dalla Bosnia-Erzegovina (aprile 1992). Se nel caso di Lubiana il governo di Belgrado non poté quasi opporsi, contro l’indisciplina delle altre repubbliche che avevano confini comuni con la «madre Serbia», si iniziarono cruenti scontri di guerra civile, di fronte ai quali sia le Nazioni Unite sia la Comunità europea non seppero reagire con efficacia. A quel punto le due repubbliche socialiste rimaste, la Serbia e il Montenegro, diedero vita nell’aprile del 1992 alla «Repubblica federale di Jugoslavia», mettendo la parola fine alla storia dello Stato socialista. Questa situazione, oltre alla forte tensione che creava tra gli stessi slavi, ripresentò anche un altro storico motivo di frizione: il governo di Atene mosse delle recriminazioni contro quello di Skopje per il nome di «Repubblica di Macedonia», che da un lato creava ambiguità per l’origine ellenica del termine, ma anche perché poteva dare adito a eventuali rivendicazioni sul territorio omonimo in Grecia. Similmente in seguito al referendum del maggio del 2006 anche il Montenegro è tornato, dopo circa novanta anni, uno Stato indipendente, ponendo fine anche all’ultimo retaggio di unione jugoslava.
Intanto nella provincia del Kosovo dopo decenni di aspre lotte politiche e dopo due lustri di serie rivendicazioni (anche violente) d’indipendenza guidate dal Movimento di liberazione kosovaro albanese (UÇK), nel 1999 si aprì una crisi profonda con relativo conflitto armato, che portò l’intervento della Nato in protezione di Pristina, attaccata dal governo di Belgrado. Tuttavia la situazione non si stabilizzò che con gradualità e dopo crudeli anni di scontri politici e militari, fino ad arrivare alla controversa dichiarazione d’indipendenza, approvata dal parlamento locale, del 17 febbraio 2008. Come prevedibile, Belgrado non solo ha rigettato tale decisione unilaterale, ma ha colto l’occasione per minacciare la rottura diplomatica con qualunque altro Stato avesse riconosciuto una repubblica kosovara autonoma. In questi frangenti la comunità internazionale si è divisa: da un lato vi è stato il pieno e rapido riconoscimento degli Stati Uniti e della Turchia, dall’altro il chiaro rifiuto di Russia e Cina, mentre l’Unione Europa (come spesso accade in questi casi) non ha trovato una politica estera comune, lasciando alle singole Nazioni la libertà di optare per la scelta più opportuna. Fra i favorevoli si annoverano la Germania, la Francia, la Gran Bretagna e l’Italia, mentre tra i contrari la Spagna, la Grecia, la Romania e Cipro.
Alla base di queste diverse scelte, più che ragioni di «giustizia» e di «legalità», spesso ha inciso il timore di creare scomodi precedenti in fatto di stabilità interna per i rispettivi movimenti di minoranze, presenti nei singoli Paesi, primi fra tutti i ceceni, i baschi e i nord-ciprioti. Anche in questo caso, come per le questioni caucasiche, curda e palestinese, i grandi guasti provocati dalle maldestre decisioni della conferenza della Pace di Parigi nel 1919 sono ancora fonte di continue agitazioni e prese di posizione unilaterali, traumatiche e cruente non solo per le istituzioni politiche, ma soprattutto per le popolazioni civili, che vi si trovano coinvolte spesso loro malgrado. Gli Alleati nel 1945 hanno vinto la Seconda guerra mondiale, i loro nipoti nel 2008 devono ancora «risolvere» la Prima ...


[1] La Macedonia (propriamente detta) rappresentava e rappresenta un elemento di forte contrasto internazionale tra l’attuale «Macedonia» (Repubblica di), la Grecia e la Bulgaria. Al pari di altre Nazioni e territori contesi (come quello della Moldavia e delle Repubbliche transcaucasiche) e suddivisi in Stati diversi, il solo fatto di usare il termine unitario, per identificare una porzione di quello che verrebbe identificato come sua totalità, produce grave offesa e timore per gli altri Stati, che ne contengono parte di popolazione.