Europa

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Metodo di Ricerca ed analisi adottato

Medoto di ricerca ed analisi adottato
Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

mercoledì 26 luglio 2017

giovedì 13 luglio 2017

mercoledì 12 luglio 2017

domenica 9 luglio 2017

mercoledì 28 giugno 2017

Un successo politico concreto

Roam-like-at-home
Roaming: un risultato concreto per rilanciare l’Unione
Federico Palmieri
25/06/2017
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Grazie alle nuove regole Ue, dal 15 giugno 2017 i cittadini europei non pagano più sovrapprezzi se utilizzano il proprio cellulare in un altro Stato membro. È finalmente andato a pieno regime il Regolamento “Roam-like-at-home”, varato nella sua ultima versione a fine 2015 da Parlamento europeo e Consiglio, che ha sancito l’abolizione dei costi di roaming nei paesi dell’Unione europea e dello Spazio economico europeo.

“Roam-like-at-home”
Dopo una progressiva riduzione dei costi di roaming iniziata nel 2015, con il 15 giugno si giunge alla totale parificazione delle tariffe per chiamate e messaggi: telefonare a Roma da Parigi costerà quanto farlo da Milano. Per il traffico dati, il periodo transitorio giungerà a termine solo nel 2018, ma già da oggi le tariffe sono praticamente parificate e le offerte nazionali che prevedono l’acquisto di un pacchetto di dati sonogià valide e utilizzabili.

Rimangono alcune eccezioni. Le nuove regole sul roaming si applicano agli utenti che utilizzano la propria Sim all’estero per brevi periodi, meno di quattro mesi all’anno: è il caso di brevi trasferte di lavoro o di viaggi perturismo. Per chi invece si trasferisce stabilmente in un altro Stato membro e continua a utilizzare la propria Simpermane un sovrapprezzo, la cui entità è però trascurabile. Inoltre, bisogna osservare che non rientrano nelle nuove regole le chiamate effettuate dal proprio Stato verso l’estero, che potranno ancoraessere soggette a maggiorazioni.

Roaming e Mercato unico digitale
L’abolizione dei costi di roaming si inserisce nella strategia per la realizzazione del Mercato unico digitale, una delle 12 priorità annunciate a inizio mandato dalla Commissione guidata da Jean-Claude Juncker. Le potenzialità legate all’instaurazione di un Mercato unico digitale nel territorio dell’Unione sono significative: si parla infatti di un contributo di 415 milioni di euro l’anno all’economia europea e di centinaia di migliaia di posti di lavoro.

Per questo, dall’inizio del suo mandato la Commissione Juncker ha firmato 35 fra proposte legislative e iniziative di carattere politico. In quest’ambito, si sono già registrati i primi successi, tra cui l’accordo sulla portabilità dei contenuti - che permetterà dal 2018 di fruire di abbonamenti a servizi come Netflix e Spotify in tutta l’Unione senza restrizioni - e l’accordo sulla liberalizzazione della banda dei 700 MHz, che permetterà lo sviluppo della tecnologia 5G e di nuovi servizi digitali.

“Roam-like-at-home” si inserisce in questa serie di iniziative. La misura, secondo la Commissione, avrà effetti positivi in numerose aree economiche all’interno dell’Unione. È il caso, primo fra tutti, proprio del mercato delle telecomunicazioni. I dati della Commissione parlano di 300 milioni di potenziali nuovi clienti: si tratta di quel 94% di utenti che, fino ad ora, hanno scelto di non utilizzare il cellulare all’estero per evitare i costi del roaming. Inoltre, la fine dei costi di roaming porterà grandi benefici nell’ambito della app economy e per tutti gli online business, specie quelli legati al settore del turismo. Da non trascurare, inoltre, il risparmio per le aziende con dipendenti che si spostano nel territorio dell’Unione per affari.

Un successo politico concreto
La fine dei costi di roaming è stata salutata dalle istituzioni di Bruxelles con grande entusiasmo. In una dichiarazione congiunta, i presidenti del Parlamento Europeo Tajani, della Commissione Juncker e quello di turno del Consiglio Muscat l’hanno definita “una vera success story europea”. Secondo i tre presidenti, i costi di roaming costituivano un vero e proprio “fallimento del mercato”: la parificazione delle tariffe nel territorio dell’Unione è un “successo concreto e positivo”.

L’entusiasmo pare motivato:“Roam-like-at-home” si prospetta come un traguardo tangibile che avrà un effetto concreto sulla vita di molti cittadini. Si tratta di un risultato che ben si inserisce nel nuovo modo di raccontarsi dell’Unione europea. Dopo un annus horribilis come il 2016, il 2017 potrebbe essere, a sorpresa, l’anno della rinascita. Il reboot iniziato con la Dichiarazione di Roma, firmata dai leader dei 27 in occasione del 60° anniversario dei Trattati, va concretizzandosi con nuovi passi verso una vera difesa comune e una timida ma promettente ripresa economica.

Rinvigorita dalla vittoria delle forze europeiste in Austria, in Olanda e in Francia, l’Unione si sta riscoprendo orgogliosa di sé stessa. Misure come “Roam-like-at-home” possono integrare il quadro, contribuendo grandemente al racconto positivo dell’Ue: dopo una stagione di grandi dibattiti, l’accento torna sugli effetti positivi che le politiche dell’Unione hanno sulla vita di tutti i giorni dei cittadini europei.

Federico Palmieri è tirocinante presso il Programma Sicurezza e Difesa dello IAI, twitter @fed_palmieri.

Europa e Migranti

Ricollocazione problematica
Migranti: quote, braccio di ferro tra Ue e alcuni Stati
Francesco Luigi Gatta
23/06/2017
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A metà giugno, la Commissione europea ha aperto procedure d’infrazione nei confronti di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, a causa della reiterata violazione degli obblighi in tema di ricollocazione di richiedenti asilo gravanti sugli Stati membri in forza del sistema di quote creato come risposta all’emergenza rifugiati.

Detti Stati, nonostante i ripetuti richiami delle Istituzioni europee, continuano arifiutarsi di accogliere i richiedenti asilo sul proprio territorio: la Commissione passa dunque all’azione, alimentando così lo scontro sul tema dei migranti che si arricchisce ora di un nuovo capitolo.

Il meccanismo di ricollocazione
Il meccanismo di ricollocazione, nato nel 2015 come risposta all’ingente pressione migratoria, prevede, in un’ottica di solidarietà e condivisione delle responsabilità, la redistribuzione da Italia e Grecia verso gli altri Stati membri di 98.255 persone in evidente bisogno di protezione internazionale (inizialmente era previsto un totale di 160.000).

Il programma ha durata biennale e obbliga ogni Stato membro a ricevere una quota di richiedenti asilo determinata in base ai seguenti parametri: popolazione, Pil, tasso di disoccupazione e numero di richieste d’asilo accolte in passato.

Come i dati chiaramente evidenziano, a ormai pochi mesi dalla conclusione del programma, il meccanismo sta dimostrando un funzionamento ampiamente insufficiente. Secondo l’ultimo rapporto della Commissione europea, infatti, al 9 giugno, delle oltre 98 mila persone previste, ne risultano ricollocate nemmeno 21 mila.

La forte opposizione di alcuni Stati membri
Oltre a ritardi e problemi organizzativi, tra i motivi dello scarso successo del meccanismo europeo di ricollocazione ne vanno annoverati anche alcuni di natura politica: vi sono Stati membri che rivendicano sovranità ed autonomia nella gestione degli ingressi di stranieri sul proprio territorio nazionale, manifestando apertamente il proprio dissenso verso le politiche migratorie comuni dell’Ue.

Tra questi figurano, in particolare, l’Austria e un compatto blocco di Stati dell’area orientale dell’Unione, segnatamente Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria. Quest’ultima, soprattutto, su iniziativa del premier Viktor Orbán, ha “lanciato il guanto di sfida” all’Ue, adottando un atteggiamento di netta opposizione nei confronti delle politiche migratorie comuni.

Oltre a discutibili iniziative unilaterali quali la costruzione di barriere e muri lungo le frontiere nazionali e il dispiegamento dell’esercito in alcune zone di confine, il governo ungherese ha adottato nuove leggi fortemente restrittive dei diritti dei richiedenti asilo e per questo criticate a livello internazionale.

Un referendum e un ricorso contro la ricollocazione
Contro la ricollocazione e il sistema di quote di migranti il governo Orbán ha indetto il referendum del 2 ottobre 2016: la votazione non ha raggiunto il quorum di validità del 50 % (affluenza pari a poco più del 43%), ma ha rappresentato comunque un delicato segnale per l’Ue, il 98% dei votanti essendosi espresso contro il meccanismo di solidarietà e redistribuzione dei richiedenti asilo.

L’Ungheria inoltre, affiancata dalla Slovacchia, ha intrapreso le vie legali per contestare la legittimità del sistema di ricollocazione, presentando un ricorso per annullamento alla Corte di Giustizia (cause C-643/15 e C-647/15 attualmente pendenti).

Oltre a argomenti di carattere procedurale, tra i motivi invocati alla base dei ricorsi si lamenta la violazione di importanti principi generali dell’ordinamento Ue: proporzionalità e necessità, democrazia, equilibrio istituzionale e buon governo.

Insomma, secondo Ungheria e Slovacchia - supportate anche dalla Polonia - l’imposizione obbligatoria di quote di migranti rappresenta un intollerabile attacco alla sovranità statale e un’illegittima ingerenza nella gestione di un settore così delicato e sensibile come quello dell’immigrazione e dell’ingresso degli stranieri sul territorio nazionale.

L’inadempimento ai propri obblighi e il rifiuto di ricollocare: la procedura d’infrazione
Già il Parlamento europeo nella sua risoluzione del 18 maggio 2017 su come far funzionare la procedura di ricollocazione aveva espresso “il proprio rammarico per il mancato rispetto da parte degli Stati membri degli impegni a favore della solidarietà e della condivisione di responsabilità”, esortando gli stessi ad adempiere ai propri obblighi.

La stessa Commissione europea, nei suoi rapporti periodici sullo stato della ricollocazione, aveva più volte criticato il mancato rispetto degli obblighi da parte di alcuni Stati membri, minacciando il ricorso alla procedura d’infrazione. Ora, di fronte al reiterato rifiuto di ricollocare, la procedura è stata aperta contro Ungheria e Polonia (che non hanno ricollocato ancora nessun migrante) e Repubblica Ceca (solo 12 migranti ricollocati dalla Grecia).

Anche l’Austria non ha ancora ricollocato nessuno, tuttavia, avendo espresso l’impegno a procedervi in favore dell’Italia, rimane, per ora, fuori dalla procedura d’infrazione. Al momento ‘salva’ anche la Slovacchia, nonostante l’esiguo numero di persone ricollocate (in totale solo 16 richiedenti dalla Grecia, nessuno dall’Italia).

Le sanzioni in cui potrebbero incorrere i governi che si oppongo al sistema di quote di migranti non sembrano al momento in grado di scalfire il profondo dissenso verso le politiche migratorie comuni. Anzi, il rischio è quello di un inasprimento delle posizioni e di un rafforzamento dell’euroscetticismo già molto forte e radicato nei paesi in questione.

Dal canto suo, la Commissione - che in base ai trattati ricopre il ruolo di custode della legalità e del rispetto del diritto dell’Unione - non poteva tollerare oltre una condotta di così spregiudicata violazione degli obblighi di ricollocazione; obblighi che, invece, altri Stati membri stanno puntualmente procedendo ad assolvere.

La questione resta aperta, certo è che l’invocazione all’unità, alla solidarietà e al rispetto delle regole comuni fatta dai leader europei nella Dichiarazione di Roma del 25 marzo 2017 per la celebrazione dei 60 anni dai trattati di Roma appare ancora teorica e difficile da realizzare.

Francesco Luigi Gatta è avvocato, dottore di ricerca in diritto dell'Unione europea presso le università di Padova e Innsbruck, cultore della materia in diritto degli stranieri e diritto costituzionale sovranazionale presso l'università degli studi di Milano

mercoledì 21 giugno 2017

La sconparsa di un Grande Europeo

Ue/Germania
Morte Kohl: una lezione d’ottimismo europeo
Giampiero Gramaglia
17/06/2017
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Il 5 ottobre 1982, lo stato maggiore del Partito popolare europeo era invitato, a Bruxelles, a casa di Leo Tindemans, presidente del Ppe, ex premier belga, il più votato - un milione di preferenze - alle prime elezioni a suffragio universale del Parlamento europeo.

Erano tutti lì per incontrare e conoscere Helmut Kohl, appena divenuto cancelliere della Repubblica federale di Germania. C’era, per l’Italia, Ciriaco De Mita, allora segretario nazionale della Democrazia Cristiana.

Negli ultimi anni, la Germania aveva avuto il volto politico d’Helmut Schmidt, socialdemocratico e più ‘atlantista’ che europeista, l’uomo degli euromissili, capace però anche d’abbozzare, insieme al liberale francese Valéry Giscard d’Estaing, il primo embrione di una unione monetaria europea, lo Sme.

Da Parigi a Bruxelles, da Mitterrand al Ppe
Kohl arrivò a Bruxelles da Parigi: aveva incontrato il presidente francese François Mitterrand, prima tessera di un mosaico destinato a diventare monumentale nella storia europea.

Prima di ripartire per Bonn, dopo una colazione di lavoro con il premier belga Wilfried Martens, il cancelliere, immediatamente soprannominato dai giornalisti ‘XXL’ per la sua taglia forte, volle recarsi nel palazzo allora sede del Parlamento europeo e intervenire all’ufficio politico del Ppe. Divenne così il primo capo di governo tedesco a visitare il Parlamento europeo.

Kohl fece un discorso “di accento europeista”: cito un dispaccio dell’Ansa di quel giorno - chi scrive era il cronista dell’agenzia presente all’incontro. “Gli Stati nazionali del XX Secolo devono evolvere verso gli Stati Uniti d’Europa: abbiamo forse indugiato troppo a fare il passo decisivo verso l’Unione europea”.

A chi lo ascoltava - fra gli italiani, oltre a De Mita, c’erano Flaminio Piccoli, Giulio Andreotti, Mariano Rumor, Paolo Barbi e altri -, quell’omone di 52 anni, dal volto rotondo e sorridente, disse di “non lasciarsi impietrire dal pessimismo”, anzi di “guardare avanti con ottimismo”, anche perché “abbiamo già fatto un tratto di cammino importante”.

Quelli contro l’Europa appartengono al passato
Citando grandi europeisti del passato democristiano, Adenauer, Schumann, De Gasperi, ma pure Lutero (“Anche se il mondo dovesse crollare, io continuerò a piantare il mio albero”), Kohl affermò: “L’Europa deve fare un balzo in avanti in questo decennio, se no la nostra generazione avrà fallito la sua occasione”.

Il programma del suo governo, sottolineò, avrebbe avuto “grande attenzione per i problemi dell’Europa”, anche perché “quelli che sono contro l’Europa appartengono al passato”.

A sentirle allora, parole d’ordinanza, magari di circostanza per un leader come De Mita, che commentò, con un pizzico d’ironico scetticismo: “Abbiamobuone relazioni, anzi ottime, perché ci conosciamo ancora poco”. E aggiunse: “Le elezioni in Germania sono nel 1983, da noi si vota nel 1984”, come dire “lui è sicuro di durare un anno, noi di più”.

A rileggerle oggi, subito dopo che Helmut Kohl se n’è andato, a 87 anni, sono parole che paiono profetiche e che inducono alla nostalgia - ve lo immaginate, uno dei tanti leader senza radici e aggressivi di questo decennio parlare con cognizione di causa di Stati Uniti d’Europa?. Un altro dei colleghi presenti a quell’incontro del 5 ottobre 1982, Antonio Foresi, corrispondente Rai, mi scrive: “Inesorabilmente, un altro pezzo del nostro mondo crolla”.

I tre giganti e l’icona di Verdun
Perché in quel decennio una triade di giganti, Kohl, il presidente francese Francois Mitterrand, eletto l’anno prima, e, dal 1984, il presidente della Commissione europea Jacques Delors traghettarono, con l’Italia a tenere loro bordone, l’allora Comunità economica europea verso l’Unione europea: archiviando il petulante ritornello della premier britannica Margaret Thatcher (“I want my money back”), ancorando alla democrazia europea Spagna e Portogallo, accelerando il completamento del mercato unico e, quando il crollo del comunismo aveva già cambiato dinamiche e geografie del Vecchio Continente, progettando la moneta unica.

Il decennio successivo sarà quello della riunificazione tedesca con il marco dell’Est valutato 1 a 1 con quello dell’Ovest - un’altra visione di Kohl sostenuta da Mitterrand -, dell’attuazione dell’Unione europea e poi della moneta unica, di ulteriori allargamenti. Un tempo di speranza e di fiducia europee, che aveva il suo fondamento e la sua icona nell’immagine di Mitterrand e Kohl, diversissimi per cultura, passato, appartenenza politica, che si tengono per mano a Verdun, uno dei campi di battaglia insensati della Grande Guerra, emotivamente e profondamente accomunati dall’imperativo “Mai più”.

Dei tre giganti, oggi resta solo Delors, che commenta: "Un cittadino dell'Europa ci ha lasciato.... Gli europei devono inchinarsi davanti all'uomo Helmut Kohl e alla sua azione".

Probabilmente, Kohl, nonostante l’ottimismo, neppure ipotizzava, quel 5 ottobre 1982, che sarebbero successe tante cose tanto in fretta: che lui sarebbe divenuto il più longevo - finora - cancelliere nella storia tedesca eche sarebbe stato protagonista della nascita dell’Unione europea e della riunificazione tedesca.

Anche grazie a lui, la sua generazione non ha fallito la sua occasione.

Giampiero Gramaglia è giornalista, direttore di Affarinternazionali (Twitter: @ggramaglia).
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