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Metodo di Ricerca ed analisi adottato

Medoto di ricerca ed analisi adottato
Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

mercoledì 23 dicembre 2015

Spagna: dal bipartitismo all'ingovernabilità

Spagna
Adios bipartitismo
Marco Calamai
21/12/2015
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Una luna di miele giunta al termine. È quella che ha regnato dai primi anni Ottanta del Novecento in una Spagna stabilmente bipartitica dove due partiti si sono alternati al potere, i conservatori del Pp (partito popolare) e i socialisti del Psoe (partito socialista operaio spagnolo). Dopo il voto del 20 dicembre non è più così.

Psoe e Pp insieme non hanno raggiunto il 51% dei voti (il 73% nelle elezioni del 2011). Milioni di voti hanno abbandonato il Pp e il Psoe e hanno scelto i due partiti emergenti: Podemos a sinistra e Ciudadanos a destra. Come spiegare questo terremoto elettorale? E ora, come può evolvere il quadro politico spagnolo?

I socialisti puniscono la moderazione del Psoe
La crisi economica ha lacerato la società. Le ricette europee dell’austerità, applicate con dogmatico rigore dalla destra al potere, hanno provocato nuove laceranti disuguaglianze.

La disoccupazione è tuttora superiore al 20%; le storiche conquiste “socialdemocratiche” (sanità e istruzione universali) sono state pesantemente ridimensionate dai tagli della spesa sociale. Un piccolo settore sociale è uscito dalla crisi più ricco di prima, una vasta percentuale di cittadini è ora più povera e vulnerabile.

Si spiega così il voto del 20 dicembre: una parte importante del tradizionale voto socialista ha punito la “moderazione” del Psoe - che non ha saputo, o voluto, opporsi alle ricette della destra – e ha premiatola “intransigenza” di Podemos.

La diffusa corruzione ha alimentato un “clima anticasta” nei riguardi di entrambi i partiti e non solo dei popolari al governo. Le accuse dei socialisti ai popolari sono state rimandate al mittente. “Non avete niente da rimproverarci: anche voi socialisti avete i vostri peccati e lo sanno tutti”.

I giovani, i più colpiti dalla crisi, hanno così deciso di punire Pp e Psoe votando Podemos e Ciudadanos. Il rifiuto delle tante ingiustizie sociali si è sposato con una nuova domanda di pulizia e trasparenza. Populismo anche in Spagna?

Si tratta in ogni caso di una protesta molto diversa da quella francese e italiana. Ci sono una nuova Spagna di destra (Ciudadanos) e una nuova Spagna di sinistra (Podemos) che si confrontano al di là della pesante crisi di consenso che segna la vicenda dei due partiti storici. Questi ultimi sono ora chiamati, se intendono sopravvivere, a un profondo rinnovamento interno.

Fare un governo all’epoca di Podemos e Ciudadanos
Sulla carta ci sono diverse ipotesi di governo, tutte difficili se non impossibili.

La prima è quella di un governo di coalizione. Il Pp potrebbe allearsi con il Psoe (e forse anche con Ciudadanos) per dare vita ad una “grande coalizione” alla tedesca. Già, ma per fare cosa? Quali misure economiche e sociali? Quali provvedimenti contro la corruzione? Quale posizione nei riguardi del complesso quadro politico della Catalogna (dove Podemos è ora il primo partito). E finalmente: chi sarà il nuovo Primo ministro? Queste domande pesano soprattutto sui socialisti.

Altra alternativa è quella di un governo Pp di minoranza che sta in piedi grazie all’astensione dei socialisti. Formula meno “compromettente”, ma pur sempre difficile per il Psoe. Anche qui non si sfugge al problema della leadership governativa.

Come nella prima ipotesi i socialisti dovrebbero dare un corposo segnale di discontinuità senza il quale non si giustificherebbe di fronte agli elettori la scelta di sostenere un governo a egemonia Pp.

Sorge un nuovo quesito, la destra spagnola è in grado di aprirsi a una revisione profonda degli obiettivi di governo e a un ricambio del gruppo dirigente senza i quali non sarebbe credibile il sostegno socialista? E poi: il Psoe non rischia un ulteriore logoramento da parte di Podemos?

Infine c’è l’ipotesi di un governo di sinistra. Implicherebbe un accordo tra il Psoe e Podemos aperto ai partiti nazionalisti basco e catalano senza i quali non ci sono i numeri necessari in Parlamento. Sarebbe la formula alternativa ad un centrodestra comunque dominato dal Pp. Ma con i suoi problemi difficili da risolvere.

In particolare come affrontare la questione catalana. Qui Podemos ha fatto una proposta che è stata premiata dagli elettori facendo di questo nuovo partito la prima forza politica in Catalogna: indire un referendum sull’indipendenzacosì com’è avvenuto in Scozia. Questa è però una ipotesi accettabile per il Psoe, partito storicamente centralista e anticatalanista che rischia una grave crisi interna se decidesse di accettare la proposta di referendum di Podemos?

Elezioni anticipate
Comunque s’intenda giudicare l’attuale situazione spagnola appare chiaro che il partito più esposto ad una crisi radicale sia proprio il Psoe, appartenente a una famiglia della sinistra europea che non sembra in grado di rispondere con proposte adeguate alle sfide della cosiddetta globalizzazione. Il che rende molto difficile una scelta convincente di governo sia con il Pp, sia con Podemos.

È quindi possibile una quarta ipotesi, alternativa alle possibili alleanze di cui sopra. E cioè le elezioni anticipate, che diventerebbero inevitabili dopo il fallimento di una lunga serie di trattative tra le diverse forze politiche.

Marco Calamai è giornalista e scrittore.
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Iniziativa russo-tedesca al di sopra delle sanzioni. L'Italia non ci sta

Unione energetica
Rotta di collisione su Nord Stream-2
Nicolò Sartori
17/12/2015
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Il gas russo, d’un tratto, infiamma la politica italiana. Il governo, infatti, si è dichiarato pronto a bloccare l’automatismo delle sanzioni europee nei confronti di Mosca alla luce dell’accordo tra la russa Gazprom e un gruppo di compagnie energetiche europee - pienamente avallato dal governo tedesco - per l’espansione del gasdotto baltico Nord Stream, trasformatosi in un fattore di forte tensione politica in ambito europeo.

Al netto delle scrupolose verifiche sull’iter regolatorio del progetto promesse da Bruxelles, l’accordo russo-tedesco - per modi e tempi - rappresenta una sfida ai principi di unità e solidarietà promossi negli ultimi mesi dalla Commissione europea, in particolare dal suo Vice Presidente Maros Sefcovic, attraverso il lancio dell’Unione energetica.

Tutti scontenti
L’annuncio dell’accordo tra Gazprom e le compagnie europee Basf, E.ON, Engie, Omv e Shell per la realizzazione di due nuove condotte del gasdotto Nord Stream ha creato parecchi malumori nelle capitali europee.

I primi a reagire, a inizio settembre, sono stati i paesi dell’Europa centro-orientale, guidati dalla Polonia, ipersensibili di fronte alle politiche energetiche russe e preoccupati dal rafforzamento del già solido asse Mosca-Berlino sul fronte del gas.

Di fatto, l’espansione del gasdotto, in grado di assicurare ulteriori 55 miliardi di metri cubi (bcm) di gas russo sulle coste tedesche, non aggirerebbe soltanto l’Ucraina, ma anche la Slovacchia e la Repubblica Ceca, preoccupate per la perdita delle rendite legate al transito del gas e per i possibili costi da pagare alla Germania.

Nel 2019, infatti, andranno in scadenza i contratti di transito tra Gazprom e l’ucraina Naftogaz, che potrebbero non essere rinnovati - come peraltro ripetutamente annunciato da Mosca - a favore del rafforzamento dell’interconnessione con la Germania che, grazie a Nord Stream-2, si garantirebbe il monopolio sul flusso dei 110 bcm di gas che la Russia, ad oggi, vende sul continente europeo.

L’impatto per l’Italia
La situazione non poteva passare inosservata nemmeno da noi, sebbene il nostro Paese si sia dimostrato più lento nel reagire con decisione all’iniziativa russo-tedesca. L’Italia è il secondo importatore di gas naturale russo (26 bcm nel 2014) dell’Unione europea, Ue, alle spalle proprio della Germania. Il gas russo rappresenta circa la metà delle importazioni nazionali, in un contesto in cui il gas - in generale - contribuisce a una fetta significativa della generazione elettrica italiana.

Per un Paese manifatturiero come l’Italia, la dipendenza economico-industriale dal gas naturale - in particolare da quello russo - spiega la necessità di mantenere stabili relazioni energetiche con Mosca, nonché quella di garantire una rotta meridionale sicura e competitiva per il suo gas.

Tuttavia, prima la sospensione del progetto South Stream su pressioni della Commissione europea e poi le crescenti tensioni tra Russia e Turchia - per qualche mese candidata ideale per il trasporto del gas russo in Europa meridionale - non hanno certamente giocato a favore della strategia energetica italiana.

In questo contesto, l’unilateralismo energetico tedesco non può lasciare completamente tranquilla l’Italia che in caso di realizzazione del gasdotto vedrebbe passare quasi il 50% delle sue forniture estere di gas (con i relativi costi di transito) per il territorio di un competitor commerciale come la Germania. Il cui governo, soprattutto quando si tratta della tutela degli interessi economici nazionali, ha dato modo di dimostrare di non essere particolarmente orientato alla collaborazione intra-europea.

Verifiche europee
La mossa di Berlino, in questo senso, è riuscita a far convergere posizioni particolarmente distanti in materia di strategia europea verso la Russia. Sia l’Italia che i paesi dell’Europa centro-orientale stanno infatti facendo fronte comune nel sollecitare la Commissione a verificare con attenzione l’accettabilità del progetto Nord Stream-2 rispetto al Terzo Pacchetto Energetico, applicato con grande zelo da Bruxelles nel caso di South Stream.

La reazione delle istituzioni europee non ha tardato ad arrivare. La necessità di procedere a un attento percorso di valutazione della regolarità del progetto è stata sottolineata più volte dal Commissario per l’Energia e il Clima Miguel Arias Canete, nonché dal Vice Presidente per l’Unione energetica Sefcovic che ha rimarcato la linea decisa, anche se non dura, della Commissione, anche durante la sua visita a Roma di inizio dicembre.

Il modo con cui è stata promossa l’espansione di Nord Stream-2 non rappresenta certamente un incipit esemplare per l’Unione energetica, attraverso la quale l’Ue sta cercando di dotarsi di efficaci meccanismi di solidarietà e condivisione delle informazioni, nonché di una capacità di azione diplomatica in materia energetica, nell’ambito di una politica (potenzialmente) sempre più integrata e coesa. Alla luce dalle mosse unilaterali di Berlino verso Mosca, questa non può dirsi di certo tale.

Nicolò Sartori è responsabile di ricerca del Programma Energia dello IAI (Twitter: @_nsartori).
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martedì 15 dicembre 2015

La svolta della diplomazia europea nel conflitto siriano


  di Alessandro Ugo Imbriglia

Da diverse settimane tutte le forze regionali e internazionali coinvolte direttamente o indirettamente nel conflitto siriano provano ad accordarsi sulle modalità politiche e strategiche per mettere fine al conflitto. Il 14 novembre, Vienna ha ospitato per la terza volta sia la Russia e l’Iran sciita, alleati di Bashar al Assad, sia i rappresentanti dell’occidente e i paesi del golfo, che al contrario premono per un’immediata uscita di scena del premier siriano. Nella trattativa le strategie delle potenze internazionali stanno prendendo una direzione univoca e una progressiva adesione verso una politica comune, poiché i russi hanno constatato che Assad è troppo debole per poter essere salvato. A Mosca non resta che capitalizzare al massimo il suo ruolo militare e strategico nel conflitto, quindi rafforzare il proprio potere di contrattazione nello scenario diplomatico internazionale ed esercitare un’influenza significativa sulle sorti siriane nel dopo Assad. Dalla conferenza di Vienna è stato tracciato l’iter da seguire, che prevede dapprima l’apertura di un dialogo tra i ribelli sunniti e il regime alauita, un cessate il fuoco definitivo in un secondo momento e, infine, delle elezioni a cui non è chiaro se Assad potrà partecipare. Gli attentati di Parigi, compiuti il giorno precedente all’incontro di Vienna, hanno spinto le incompatibilità strategiche dei due blocchi contrapposti verso una progressiva convergenza, evidenziando la necessità di un’alleanza di tutte le potenze regionali e internazionali contro il gruppo Stato islamico. Dunque la Russia non considera più i ribelli sunniti come “terroristi” e nuovi margini di manovra sono apparsi chiari dall’intento condiviso tra Obama e Putin di arrivare alla risoluzione del conflitto attraverso un compromesso. Per tal motivo François Hollande ha colto la palla al balzo, annunciando che si sarebbe recato a Washington e a Mosca per definire un fronte comune capace di concentrare tutte le sue forze (comprese quella della Russia) contro i jihadisti. Inoltre la Francia si è appellata all’articolo 42.7 del trattato di Lisbona che “nel caso in cui uno stato membro sia vittima di un’aggressione armata” implica un’azione degli altri stati dell’Unione per “aiutarlo e assisterlo”. Prima d’ora nessun paese dell’Unione aveva fatto ricorso a questo articolo e  per la prima volta nella sua storia l’Unione ha deciso unanimemente di assumere una posizione condivisa nel campo della difesa, fuori dal contesto Nato.

sabato 5 dicembre 2015

Francia: analisi degli attentati

Attacchi di Parigi
Francia, quando a islamizzarsi è il radicalismo
Sofia Zavagli
04/12/2015
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Se analizziamo le modalità in cui sono avvenuti gli attentati a Parigi di gennaio e di novembre 2015 si può notare che entrambi gli attacchi hanno visto l’utilizzazione di armi ed esplosivi (nel secondo caso), entrambi hanno colpito cosiddetti “simboli” in varie parti della città: la sede di un giornale satirico, un supermercato ebraico, una sala da concerti, uno stadio, bar e locali dove si dà appuntamento la gioventù parigina il venerdì sera.

Chi li ha perpetrati è giovane, proviene da quartieri periferici ed ha un passato da piccolo criminale. È noto alle autorità. Più membri della stessa famiglia sono coinvolti.

I fratelli Kouachi sono stati addestrati da Al-Qaida nella Penisola arabica mentre, al momento di scrivere, è noto che almeno tre degli attentatori della recente strage parigina si sono recati in Siria per combattere con l’autoproclamatosi “stato islamico”.

C’è molta speculazione nello stabilire il livello di comando e controllo di Al-Qaida e dello “stato islamico” su questi attacchi. Ispirati o diretti? In realtà, questo ha poca importanza.

La Siria non basta 
In queste settimane ci si è chiesti se questi attacchi fossero il risultato della presenza militare francese all’estero e in particolare in Siria o della radicalizzazione violenta di una certa parte della popolazione francese. La verità risiede in una combinazione di questi due fattori.

Da un lato, lo “stato islamico”, ovvero il gruppo che ha ispirato o variamente diretto gli ultimi attentati, è il prodotto di un evento che nessuno è stato in grado di prevedere: la trasformazione del conflitto siriano in guerra civile capace di catalizzare le tensioni regionali e internazionali. Senza la guerra in Siria, oggi non ci sarebbe nessuno “stato islamico”, né concretamente né metaforicamente.

Sarebbe un errore tuttavia affermare che la Siria, da sola, sia la causa di questi ultimi attentati o che il fatto che dietro di essi ci sia lo “stato islamico” invece che Al-Qaida cambi di molto le cose.

Dopo venerdì 13 novembre ci si è affrettati a dire che la Francia ha un problema di radicalizzazione violenta cresciuta in casa. In realtà, questo fenomeno non riguarda solo la Francia e non è assolutamente nuovo.

Forse ci si è dimenticati che l’11 settembre è stato pianificato ad Amburgo o che gli attentatori di Londra fossero tutti nati in Inghilterra cosi come tutti gli attentatori che hanno agito in Francia (tanto nella sede di Charlie Hebdo che recentemente) fossero francesi e belgi.

Crisi generazionale
Come ha recentemente affermato il politologo Olivier Roy, il problema della radicalizzazione in Francia riguarda solo due categorie di persone: i giovani (figli di) immigrati di seconda (non terza!) generazione e i giovani francesi convertiti all’Islam. È una crisi generazionale condotta contro la generazione dei padri in cui si assiste non alla radicalizzazione dell’Islam, ma all’islamizzazione del radicalismo.

Come se ci fosse il bisogno di ripeterlo, qui l’Islam per sé c’entra poco o niente. Avrebbe potuto essere qualsiasi ideologia, se ancora esistessero. In anni differenti, questi giovani si sarebbero probabilmente uniti all’Action Directe.

Per ragioni complesse e ancora da scoprire, una versione distorta della religione islamica è riuscita ad imporsi a livello ideologico, anche in Europa.

Ecco perché è evidente che un’operazione militare in Siria, in Iraq o in Iraq e in Siria non è sufficiente, da sola, a contrastare il fenomeno del terrorismo né in Europa né in Medio Oriente.

Le recenti piccole vittorie militari contro lo “stato islamico” in Iraq (Sinjar, Baji) ad esempio, hanno immediatamente mostrato i segni di future tensioni locali a livello politico-sociale che in dieci anni potrebbero dare vita ad un nuovo gruppo. Dopotutto lo “stato islamico” è figlio della mala gestione dell’Iraq post-Saddam e della campagna contro Al-Qaida in Iraq.

È corretto dire che i conflitti irrisolti del Medio Oriente nutrono di uomini ed idee gruppi come lo “stato islamico”, il quale ha infatti già penetrato Yemen, Libia ed Afghanistan.

Integrazione e rinuncia alla discriminazione
Ma ciò non basta. Per sradicare il fenomeno della radicalizzazione e del terrorismo in Europa è necessario capire che c’è una parte della popolazione europea che si sente in conflitto all’interno della propria famiglia e in uno stato di profondo malessere nei confronti della società in cui vive, non perché Parigi non sia sufficientemente musulmana, ma perché questi giovani non hanno la più pallida idea di chi siano e di che cosa vogliano.

In quanto nati in Europa, hanno creduto di poter essere come i loro coetanei non di origine straniera e di poter diventare qualsiasi cosa desiderassero, ma, a causa di decenni di politiche sociali sbagliate sono rimasti incastrati nelle piccole Algeri, Tunisi, Baghdad che circondano le grandi metropoli europee.

E tristemente, gli unici modelli forti di riferimento intorno a loro sono dei criminali vestiti di nero, aiutati da una massiccia macchina propagandistica post-moderna, ma anche dai media occidentali.

Per la sicurezza dei cittadini europei, tutti, efficaci politiche di integrazione e la rinuncia integrale alla discriminazione sono tanto importanti quanto la sconfitta militare dello “stato islamico”.

Sofia Zavagli è assistente di ricerca al Clingendael Institute e Fellow all’International Centre for Counter Terrorism (ICCT) all’Aia.

venerdì 4 dicembre 2015

Sanzioni Russe: una prospettiva da Mosca

di Federico Salvati

 (Mosca novembre 2015)

Qui a Mosca negli ultimi giorni si fa un gran parlare della sanzioni europee alla Federazione Russa. Motivo del fermento è la presentazione di un rapporto ufficiale, da parte del Ministero delle Finanze, che stima, in termini monetari, i danni effettivi che la nazione ha subito dall'inizio delle sanzioni.

Il ministro delle finanze, Anton Siluanov, dichiara in questo rapporto che  le sanzioni sono costate al paese circa 40 miliardi d euro. Il danno provocato all'economia russa, di rimando, ha generato una perdita di 100 miliardi di dollari sui mercati internazionali. Dal rapporto traspare in maniera chiara che  le sanzioni non hanno significativamente colpito l'equilibrio economico russo. L'azione occidentale, tuttavia ha forzato il paese a cambiare il suo focus geoeconomico verso il mercato asiatico.

 Dalle cifre presentate si capisce, inoltre, che l'Europa e gli USA rimangono i principali investitori all'interno dell'economia russa. Nonostante ciò il programma sanzionatorio dell'occidente non è riuscito a destabilizzare, fondamentalmente, la vita economica della Federazione.
IL FALLIMENTO DELLA STRATEGIA OCCIDENTALE
“Inutile giraci intorno: colpire l'economia russa significa colpire le esportazioni energetiche”. Così esordiva ieri, in prima serata, su Rassia 1, durante un importante talk show, l'opinionista Rastislav Abramovic. Le riverse di gas e petrolio costituiscono il fattore cardine della dottrina di sicurezza nazionale. Putin sin dall'inizio del suo mandato mise in chiaro che la sicurezza e la potenza russa sarebbero passate attraverso l'esportazione di queste risorse.
Il vero problema del mercato energetico russo, però, oggi rimangono la ricerca e lo sviluppo. Il tasso di impoverimento delle risorse sfruttate è superiore a quelle che sono le aspettative di progresso tecnico per lo sfruttamento. In altre parole: le risorse stanno finendo e la Russia è incapace di accedere a nuovi bacini che sarebbero potenzialmente sfruttabili se si investisse nel settore.
Al di la dell'embargo su prodotti commerciali di base, come le mele trentine e il formaggio italiano, il vero obiettivo occidentale era scoraggiare lo sviluppo tecnico dello sfruttamento delle risorse naturali della Russia. Questo è il vero gambetto che Washington e Bruxelles hanno provato a intavolare. La breve intesa tra Washington e Rihad per abbassare il prezzo del petrolio era solamente una misura a breve termine che non era sostenibile sul lungo periodo. Creare delle prospettive non incoraggianti per la capacità produttiva a lungo termine nel capo energetico è forse stato l'unico grande risultato delle sanzioni europee. Al di la di tale azione tuttavia i risultati concreti rimangono piuttosto limitati.
LE SANZIONI E I LORO EFFETTI
L'azione europea ha effettivamente danneggiato la Russia che però, in buona sostanza, è ricaduta sui suoi piedi.
Dopo il primo round sanzionatorio l'inflazione non è salita a tassi preoccupanti e Mosca ha imparato la necessita di una consistente diversificazione delle esportazioni.
A questo proposito il governo ha già una sua strategia che vede coinvolti principalmente la pipeline “Sila Siberi” (potere della Siberia) da una parte e il progetto Sakhalin dall'altra.
La sfida per quanto riguarda questo frangente sarà, da una parte, evitare che il Gippone e la Cina (entrambi partner nei progetti) entrino in contrapposizione tra di loro; e dall'altra fare in modo che le questioni pendenti tra la Russia e i suoi partner non si trasformino in motivo di rottura.
IL FALLIMENTO DELLO SHALE GAS
Un altro fattore importante che ha incoraggiato la Russia a persistere nella sua politica è stato il grande fallimento, dal punto di vista strategico, dello shale gas.  Quella che doveva essere una rivoluzione di stampo globale nell'esportazione energetica, di fatto, si è rivelata, secondo molto opinionisti russi, un vero e proprio bluff. I costi proibitivi ancora non permetto un uso massivo di questa tecnica nel mercato e comunque il grosso della domanda per lo shale gas viene dalle nazioni asiatiche e non dai paesi europei come ci si potrebbe aspettare.
COLCLUSIONE
La ratio sostanziale delle sanzioni europee era quella di fare pressione sulla Russia senza privare il mercato globale delle delle risorse energetiche russe. Il risultato finale però, invece di essere una brillante azione strategica, si è rivelato una scadente “mezza misura” che ha scontentato tutti e accentuato i toni delle relazioni bilaterali.

La situazione sanzionatoria ora si è trasformata in un pericoloso dilemma per l'occidente. La Russia è la 10° economia mondiale e un'azione più coercitiva potrebbe trasformasi in una crisi energetica di livello mondiale. D'altro canto però un'eccessiva indulgenza potrebbe far perdere qualunque credibilità all'occidente che si dimostrerebbe incapace di reagire in maniera efficace all'assertività di Mosca.

mercoledì 2 dicembre 2015

Gran Bretagna: l'terno dramma inglese: i rapporti con il continente

Gran Bretagna
Ambiguità laburiste su Brexit
David Ellwood
24/11/2015
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Arduo il compito di chi cerca di capire l’esatta posizione del Partito laburista sulla questione cruciale della permanenza o meno della Gran Bretagna nell’Unione europea, Ue. Il sito principale del Partito non ne parla. Tra le 22 questioni indicate come prioritarie dall’ufficio stampa non compare.

Ue, tema non in agenda
Il sito del Ministro degli esteri ombra, Hilary Benn, non funziona. Quello del responsabile per questa specifica questione, il deputato ed ex-ministro Alan Johnson, parla solo dei problemi della sua circoscrizione. Nel suo grande discorso al congresso annuale del Partito, Jeremy Corbyn ha liquidato il problema in due frasi (citate sotto).

A quanto pare, il problema era stato dibattuto dal congresso il giorno precedente, ma poiché non esiste un verbale della discussione, non se ne può sapere niente, se non tramite i scarni e inaffidabili resoconti dei giornali quotidiani. Il sito personale di Corbyn propone un suo discorso sull’argomento senza data. Con un po’ di ricerca, si capisce che risale al 2003.

Frugando ulteriormente, si scopre che sul Partito, l’intervento più recente sul tema è quello pronunciato dall’ex-Ministro ombra degli Esteri, Douglas Alexander, all’inizio della crisi libica, nel 2011.

La piattaforma offerta agli iscritti per contribuire all’elaborazione delle linee del partito sulle varie questioni, yourbritain.org.uk, non offre alcun risultato a quanti inseriscono ‘Unione europea’ nella maschera per la ricerca.

L’impegno europeo di Corbyn
Poiché il Partito laburista non ha il suo giornale, nemmeno on-line, bisogna sfogliare il Financial Times per trovare un articolo nel quale, il 17 settembre scorso, Corbyn spiega quale è il suo punto di vista sull’argomento, o almeno quale era alla metà di settembre (dopo due settimane di oscillazioni, piuttosto imbarazzanti per i sostenitori entusiasti del capo appena eletto).

Leggendolo, si deduce che secondo Corbyn l’Ue ha garantito certi diritti ai lavoratori: ferie stipendiate, limiti all’orario di lavoro, soggiorni sabbatici per la maternità e la paternità. La presenza inglese nell’Ue andrebbe quindi sostenuta proprio per difendere questi vantaggi.

Nello stesso articolo però, Corbyn sostiene che l’Ue viene percepita da troppi cittadini inglesi come un organismo anti-democratico, dominato dall’ideologia del neo-liberismo e dagli interessi del big business.

Basta vedere i suoi progetti per la liberalizzazione ulteriore delle rete ferroviarie per averne la conferma, oppure il sostegno europeo al patto per la riforma del commercio transatlantico, o il trattamento deplorevole riservato alla Grecia.

Secondo Corbyn, il laburista Gordon Brown aveva fatto bene a tenere fuori la Gran Bretagna dall’Eurozona, ma ora si tratta di premere per una tassa sulle transazioni finanziarie.

In questa ottica, per il leader laburista la spinta per riformare l’Ue messa in moto da David Cameron ed altri va bene solo se è in grado di garantire, tra le altre cose, la Politica agricola comune, Pac, venendo incontro così alle esigenze di tutti quegli agricoltori che durante l’estate hanno manifestato in diversi angoli del vecchio continente.

L’articolo del Financial Times si conclude con la promessa da parte dell’uomo ai vertici dei Labour di un maggiore impegno del Partito nel Parlamento europeo, al quale si dovrebbe affiancare un rafforzamento dei legami con i partiti e sindacati fratelli nei vari paesi dell’Ue.

Nel suo discorso di debutto al congresso annuale del partito, Corbyn ha speso solo due frasi per mostrare il suo sostegno ad un’Europa ‘sociale’, di unità, solidarietà e diritti. In questa occasione non c’è stato alcun accenno neanche al ruolo dell’Ue come l’unica istituzione capace di affrontare quei problemi urgenti e sotto gli occhi di tutti come terrorismo, immigrazione, asilo politico e cambiamento climatico.

Laburisti, storicamente disinteressati all’Ue
Assente anche ogni accenno autocritico alle sue precedenti posizioni sull’integrazione europea, al suo no, nel referendum del 1975, per la conferma dell’adesione del suo paese alla Cee, alla sua opposizione ai trattati di Maastricht e di Lisbona. Detto questo, la sua ambiguità si presenta come tutt’uno con quella del suo partito lungo tutta la storia dell’integrazione europea.

Fu proprio il primo ministro laburista Clement Attlee il primo a dire, alla fine degli anni ‘40, un no inglese al concetto di integrazione europea. Con l’eccezione di Roy Jenkins, primo presidente britannico della Commissione europea, nessuno politico laburista di rango si è mai speso per i principi della solidarietà europea. Più in generale,in tutti questi decenni, il partito non ha mai dimostrato il benché minimo interesse nei valori comunitari.

Mentre Tony Blair ha offerto una disponibilità generica, il suo successore Gordon Brown ha persino ostentato la sua indifferenza, a volte anche disprezzo, per tutto quello che si presenta sotto il nome dell’Europa.

Dobbiamo ancora aspettare per conoscere l’evoluzione della posizione del Partito laburista sulle questioni europee. Una grande assemblea sulla questione, annunciata per martedì 17 novembre nei dintorni di Birmingham, se si è svolta, non ha lasciato alcuna traccia nelle fonti ufficiali del partito, né nei media.

Il sito di Alan Johnson, confermato ultimamente come portavoce principale del partito sul referendum europeo, continua a tacere. Sarebbe questo il modo di comportarsi, e di comunicare col mondo, di un partito che aspira seriamente a conquistare il governo del Regno Unito?

David W.Ellwood, Johns Hopkins University, SAIS Europe, Bologna.
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Europa: il sogno tramontato: le frontiere apere

Tornano le frontiere nazionali
Schengen tra morte e risurrezione
Riccardo Perissich
28/11/2015
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Ogni giorno i giornali raccontano della fine dell’Europa senza frontiere e molti sembrano pensare che sia un bene.

In realtà, non solo Schengen comporta indubbi vantaggi politici ed economici, ma sarebbe anche molto più efficace, meno costoso e più utile alla sicurezza di ciascuno controllare insieme le frontiere esterne e unire gli sforzi all’interno per combattere il terrorismo.

Ma Schengen non “funziona”. La percezione, infondata, è che la sicurezza sarebbe meglio assicurata all’interno di frontiere nazionali. È utile fare un po’ di storia.

Nascita e crescita di Schengen
Schengen nacque come un accordo, non ancora un trattato, fra 5 paesi (Benelux, Francia e Germania) con l’obiettivo di eliminare tutti i controlli su merci e persone alle proprie frontiere interne. La motivazione era doppia. Politica, perché il passo avrebbe avuto un alto valore simbolico e un evidente vantaggio economico. Pratica, perché i 5 paesi condividono un lungo sistema di frontiere comuni, porose e difficili da controllare.

Molto prima che Schengen entrasse in vigore, affittavo una casa sulla costa belga vicino alla frontiera francese: ogni mattina andavo in bicicletta a fare la spesa, per sentieri di campagna, in Francia, fino al vicino villaggio, e non mi è mai capitato di incontrare un doganiere. Di fatto, le frontiere quasi non esistevano tranne che sulle strade più importanti.

Ciò che i 5 paesi volevano fare interferiva per molti versi con disposizioni dell’allora Comunità Europea. La Commissione ottenne quindi uno strapuntino al tavolo delle discussioni; occupai quello scomodo sedile per alcuni anni.

Fin dalle prime riunioni fu posto un problema esistenziale. Il Benelux considerava Schengen un accordo “chiuso”, valido solo per i firmatari. La Commissione, appoggiata da Francia e Germania, riteneva invece che un accordo chiuso sarebbe stato, oltre che incompatibile con il trattato, politicamente impresentabile. Questa tesi prevalse e si decise che altri stati avrebbero potuto aderire, a patto di soddisfare condizioni molto stringenti.

Essenzialmente si trattava di un controllo rafforzato alle frontiere esterne e di una collaborazione molto più stretta fra le forze di polizia. All’epoca il terrorismo era considerato una minaccia secondaria e l’attenzione si concentrava sulla lotta alla criminalità organizzata e al traffico di droga.

Intorno al tavolo sedevano, accanto ai diplomatici, esclusivamente poliziotti ed erano questi ultimi a condurre la discussione. Del resto la loro volontà di collaborare era sostenuta dalla convinzione unanime, valida ancora oggi, che i criminali e i trafficanti erano spesso arrestati alla frontiera solo perché era un posto comodo per farlo, ma non grazie ai controlli; la maggior parte degli arresti avviene in seguito a segnalazioni di qualche tipo.

Il problema dei profughi era presente, ma in maniera molto meno drammatica di oggi; il risultato, che all’epoca sembrò soddisfare tutti, fu l’accordo di Dublino che affida allo stato di primo ingresso la responsabilità di gestire il richiedente asilo.

All’inizio le condizioni per ammettere nuovi membri furono prese molto sul serio e le candidature esaminate con diffidenza. Il principale problema, evidente anche se non reso esplicito, era l’Italia; in seguito, Giorgio Napolitano all’epoca ministro dell’interno dovette impegnare tutta la sua personale credibilità per perfezionare la nostra adesione.

Schengen fu progressivamente allargato a un gran numero di paesi a sud, nord ed est; oggi ha cessato di essere un accordo separato, è incluso nel quadro dell’Unione e comprende quasi tutti i paesi membri.

Schengen è gravemente malato
Le modalità di funzionamento del sistema rispecchiano la struttura dell’Ue. Le regole sono comuni, ma l’applicazione è interamente lasciata agli stati sotto il controllo della Commissione. Per un certo periodo tutto sembrava procedere bene e i cittadini europei si sono abituati a considerare l’Europa senza frontiere un diritto acquisito. Era tuttavia una navigazione in acque relativamente calme.

Come spesso succede, le risorse di cui dispone la Commissione per i controlli sono limitate e comunque la loro efficacia richiede anche attenzione da parte degli stati; è noto che essi diventano esigenti solo quando scoppia una crisi o quando i loro interessi sono direttamente colpiti dal comportamento anomalo di un altro membro. È connaturato al modo di funzionamento dell’Ue di essere troppo compiacente in condizioni normali e di scatenare l’isteria in circostanze eccezionali.

La situazione attuale è eccezionale. Una crisi migratoria senza precedenti e la minaccia terrorista hanno completamente cambiato i presupposti su cui Schengen era fondato. C’erano avvisaglie già da tempo; con l’inizio delle grandi ondate migratorie crebbe l’acrimonia dei paesi del nord per l’eccessivo lassismo dell’Italia (e poi della Grecia) nel proteggere le proprie frontiere e applicare l’accordo di Dublino e crebbe parallelamente il risentimento italiano verso la scarsa solidarietà e il mancato riconoscimento che Dublino era superato dai fatti.

L’estate scorsa, l’esplosione del problema dei rifugiati siriani ha fatto saltare la marmitta; un certo numero di paesi, prima all’est e poi anche a ovest ha cominciato a ristabilire controlli alle frontiere interne. Gli attentati di Parigi hanno fatto il resto. Contrariamente alla vulgata masochista secondo cui ciò rappresenta già ora la morte di Schengen, tutto ciò è in molti casi previsto dalle regole esistenti.

Tuttavia è sbagliato nascondersi dietro le interpretazioni legali. Esse prevedono che i controlli possano essere ristabiliti in circostanze eccezionali ma per un periodo limitato; è evidente che le circostanze eccezionali sono destinate a durare a lungo. Se Schengen non è morto, molti lo considerano un malato terminale e i populisti hanno buon gioco a reclamarne la fine definitiva.

Medici a consulto: morte o risurrezione?
In molti paesi, comprese Francia e Germania, è in corso un dibattito fra chi crede in una soluzione europea e chi vuole il ritorno alle frontiere nazionali. L’onere della prova ricade sui primi e il tempo a disposizione non è molto.

In tutto questo bisogna evitare di commettere tre errori. Il primo è di opporre i diritti e le libertà difesi dall’Europa, alla sicurezza che invece sarebbe difesa dagli stati; nella situazione attuale il bisogno di sicurezza è destinato a prevalere. Il secondo è fare un amalgama demagogico fra rifugiati e terroristi. Il terzo è di adottare una posizione irenica e sostenere che i due fenomeni non hanno alcun legame.

Contrariamente alla vulgata, le proposte della Commissione e le discussioni fra i governi si stanno muovendo nella direzione giusta: controllo rafforzato alle frontiere esterne, collaborazione più intensa e sistematica dei servizi preposti alla sicurezza, revisione di Dublino, ripartizione dei rifugiati, migliore controllo del territorio, meccanismo di rimpatrio dei non aventi diritto.

Ci sono parecchi problemi politici; tuttavia la difficoltà principale non è nella definizione di principi e delle regole, ma nella loro applicazione. In un sistema come quello attuale dell’Europa, l’efficacia del sistema è pari a quella del suo anello più debole; la minaccia è troppo grave per correre un simile rischio e questo è un argomento potente nelle mani dei populisti.

Sapere che alcuni terroristi, sia pure di nazionalità francese, sono entrati indisturbati dalla Grecia e forse dall’Italia ha prodotto un danno immenso. In un mondo ideale la risposta sarebbe semplice: una Fbi europea e il controllo delle frontiere affidato a una polizia europea. Sappiamo che non esistono le condizioni per questo passo e che, anche se esistessero l’emergenza attuale richiede risposte immediate.

Certo è possibile rafforzare alcuni strumenti che già abbiamo (Frontex, Europol, Eurojust), ma l’essenziale dell’esecuzione e della responsabilità resterà nelle mani degli stati. In tutti i casi bisogna sapere che un sistema efficace comporterebbe nuove importanti limitazioni della sovranità.

Anche a prescindere dalla mancanza di volontà politica da parte di alcuni paesi, sarà comunque difficile che tutti siano in grado di soddisfare alle condizioni richieste per ristabilire un livello di sicurezza accettabile. Certo, sarà necessario mettere in opera anche misure di aiuto e solidarietà. Tuttavia, se in campo economico in certe condizioni può essere saggio mostrare flessibilità nel rispetto delle regole sulla finanza pubblica, lo stesso grado di tolleranza non è possibile se si tratta di controlli alle frontiere.

La difficoltà pratica oltre che politica di mettere in opera un sistema comune rischia quindi di far apparire il ritorno permanente a sistemi nazionali come l’unica soluzione possibile, anche se sappiamo che sarebbe illusoria. Schengen non morirebbe per decisione cosciente ma, come si dice, by default.

Mi chiedo se la soluzione non risieda in qualche modo in un ritorno al metodo delle origini. Il nuovo sistema e le nuove regole partirebbero con i paesi che vogliono e possono non solo accettarle ma anche applicarle. Gli altri seguiranno, se vorranno e dopo essere stati assistiti nel percorso. È una soluzione, che si potrebbe definire Schengen “à la carte”; aleggia già nei corridoi, per il momento viene scartata con sdegno dai guardiani dell’ortodossia, ma sarebbe un errore respingerla a priori.

Riccardo Perissich, già direttore generale alla Commissione europea, è autore del volume “L'Unione europea: una storia non ufficiale”, Longanesi editore.
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Bielorussia. verso nuovi orizzonti

Bielorussia
Minsk e Ue alla ricerca di un reset 
Alessandro Ronga
20/11/2015
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Ufficialmente sospese per quattro mesi. È questa la sorte che tocca alle sanzioni che l’Unione europea, Ue, aveva imposto nel 2011 alla Bielorussia, dopo l’ondata di arresti seguita alle proteste di piazza contro il presidente Aleksandr Lukašėnko.

Dal 7 novembre è entrata infatti in vigore la decisione presa da Bruxelles all’indomani delle elezioni presidenziali di ottobre “in risposta alla liberazione di tutti i prigionieri politici avvenuta lo scorso 22 agosto e nel contesto del rafforzamento delle relazioni Ue-Bielorussia”.

Rafforzamento delle relazioni Ue-Bielorussia 
Qualcosa è cambiato? Forse sì, forse no. L’embargo verso Lukašėnko, a cui in questi anni è stato anche impedito l’ingresso in Europa con il poco lusinghiero status di “persona non grata”, sarebbe dovuto servire a indebolire il Batka (il “piccolo padre”, come viene definito in patria il presidente) ed agevolare un collasso del regime.

Tali aspettative sono andate deluse: Lukašėnko è ancora là, sopravvissuto ad una terribile crisi valutaria nel 2010 e rafforzato nel 2014 dall’endorsement comunitario di “paciere” tra Russia e Ucraina, conferitogli nientemeno che da quella stessa Catherine Ashton che da Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Ue aveva fatto varare le sanzioni nei suoi confronti.

Da allora il barometro dei rapporti Minsk-Bruxelles si è mantenuto costantemente sul sereno: il fatto stesso che l’Ue, diversamente da quanto avvenuto nel 2010, stavolta non abbia sostenuto apertamente alcun movimento d’opposizione nella corsa presidenziale denota che, almeno per il momento, un cambio di leadership in Bielorussia non sia più prioritario nell’agenda europea.

Una scelta obbligata, dettata dal nuovo corso in politica estera avviato dalla Russia nel 2014: dopo molti anni, Mosca si è ripresa in Ucraina orientale e in Siria quel ruolo di potenza che le mancava dai tempi dell’Urss e con esso anche la capacità di influenzare con il suo peso le scelte dei decision makers nei paesi allineati e nelle nazioni alleate, come appunto è la Bielorussia.

Tra Russia e Bielorussia un rapporto logoro
Ma da mesi i rapporti tra il Cremlino e Minsk sono molto più tesi di quel che si pensi. A maggio aveva fatto scalpore la vistosa assenza di Lukašėnko alle celebrazioni sulla Piazza Rossa per il 70° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale.

In ottobre l’ultimo capitolo di questo controverso rapporto di amore-odio ha avuto le fattezze di un nyet del presidente bielorusso alla costruzione di una base aerea russa, oggetto di trattativa tra i due governi da più di un anno, seguìto a una manifestazione di regime nella capitale proprio contro la realizzazione dell’infrastruttura militare russa.

Vicende che possono essere interpretate come un tentativo di sfuggire al guinzaglio che Vladimir Putin (a quanto pare, irritatissimo da questa mossa inattesa) vorrebbe ad agganciare al collo della Bielorussia.

Lukašėnko teme di ritrovarsi alla guida di un Paese “satellite” della Russia, com’erano fino al 1989 la Polonia o l’Ungheria: se il Cremlino decidesse di rispolverare la “dottrina della sovranità limitata” di brezneviana memoria, la Bielorussia potrebbe esserne uno dei principali campi di applicazione.

Del resto, è innegabile che l’ex repubblica sovietica sia già oggetto dell’influenza culturale e politica di Mosca. La maggior parte della popolazione bielorussa parla il russo e guarda emittenti televisive russe, quindi viene informata da fonti d’informazione russe, il più delle volte governative e critiche verso l’Ue per le note ragioni legate alla crisi ucraina.

Anche se non gradisce affatto questa ingerenza, Lukašėnko sa bene di non poter arginarla, almeno per ora: un eventuale strappo con il Cremlino in questo momento gli porterebbe solo guai.

Amicizie interessate
Il leader bielorusso è ben conscio di non essere considerato a Mosca un alleato di fiducia. Sa che basterebbe mettere un piede in fallo per finire bersaglio dei media russi (mai molto teneri nei suoi confronti) con il rischio di perdere il consenso popolare e quindi il potere.

A spingere Lukašėnko a rimanere sotto l’ombrello russo è probabilmente questo timore, come pure la stretta dipendenza di Minsk dall’economia del potente vicino, che di fatto rende la Bielorussia facilmente controllabile.

Batka sa benissimo che il principale partner strategico della Bielorussia è, e rimarrà, la Russia, come pure sa bene che i russi - dopo la vicenda ucraina - sono disposti a tutto pur di tenere in piedi quello “Stato cuscinetto” utile ad evitare che l’Occidente si avvicini alle porte del Cremlino.

Quando l’Ue nel 2011 varò le sanzioni volte a isolare Lukašėnko, non considerò l’eventualità, poi materializzatasi, che una Bielorussia isolata dalla comunità internazionale finisse, seppur di malavoglia, sempre più sotto l’ingerenza di Putin. Adesso la moratoria dei prossimi quattro mesi potrebbe dare avvio a un nuovo corso delle relazioni tra Bruxelles e Minsk, meno ideologico e più pratico.

Se la sfida è contro l’influenza culturale russa sui cittadini bielorussi, l’incipit può essere quello di agevolare la mobilità di questi ultimi verso i 28 paesi dell’Ue.

Diversamente da quanto accadeva ai tempi dell’Urss, oggi non è il governo di Minsk a bloccare chi parte, ma l’Ue stessa a creare problemi a chi arriva dalla Bielorussia, con procedure di ottenimento visti lunghe, complicate e costose: un vero e proprio disincentivo ai viaggi, anche in nazioni confinanti come Polonia, Lituania e Lettonia.

Alessandro Ronga è giornalista e collaboratore del settimanale "Il Punto".
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