Europa

Cerca nel blog

Metodo di Ricerca ed analisi adottato

Medoto di ricerca ed analisi adottato
Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

martedì 25 giugno 2013

Europa: il grande bivio per sopravvivere

Unione europea
Europa delle banche o unione politica?
Mario Sarcinelli
04/06/2013
 più piccolopiù grande
Il tema dell'Unione bancaria europea (Ube) è stato oggetto di vari articoli, il primo dei quali apparve proprio su Affarinternazionali. La trattazione più ampia è quella apparsa sul n. 1 del 2013 di Moneta e Credito. In esso giungo alla conclusione che l'Eurozona ha bisogno per stabilizzarsi di prevedere trasferimenti di tipo automatico quale risultato di una capacità fiscale centralizzata.

D’altra parte nell’Eurozona, oltre a una moneta unica e una sola politica monetaria, è scomparsa la leva del cambio per l’aggiustamento della bilancia dei pagamenti e si è avuta una Banca centrale con: mandato prioritario per la lotta all’inflazione, divieto di finanziamento agli stati partecipanti, schema operativo basato su un mercato monetario efficiente, in grado cioè di ridistribuire a un costo minimo la liquidità all’interno dell’area.

All’interno di un’area valutaria come l’Eurozona, con caratteristiche non ottimali anche se passibili di sviluppo endogeno (soprattutto attraverso il commercio), il meccanismo di aggiustamento, in presenza delle ben note rigidità del fattore lavoro, fu individuato nel movimento dei capitali, ritenuto in grado di finanziare shock e scompensi per il tempo necessario a restaurare l’equilibrio.

Una forte crisi finanziaria e la diversità delle condizioni iniziali di indebitamento, in particolare di quello pubblico, hanno dimostrato i limiti di quell’assunto, facendo cadere gli stati periferici dell’Eurozona e in particolare il “club-med” in una lunga e forte recessione.

Centralizzazione
A questo punto, si è “scoperto” che i trattati europei non annoverano meccanismi di trasferimento tra stati, né automatici né discrezionali, al fine di promuovere l’aggiustamento. Tra gli studiosi, Peter Kenen alla fine degli anni ‘60 e anche successivamente aveva sottolineato la necessità di una funzione fiscale centralizzata, di un bilancio in grado di alleviare le difficoltà delle aree colpite da shock differenziali.

Questa possibilità è stata evocata un anno fa dal rapporto dei quattro presidenti delle istituzioni europee (Van Rompuy, Barroso, Junker e Draghi) e per un indefinito futuro anche in documento della Commissione.

Più di recente il presidente francese Hollande ha sollecitato una nuova tappa di integrazione, con una capacità di bilancio e, progressivamente, anche di indebitamento da attribuirsi all’Eurozona. In verità, le proposte di Parigi non sono state apprezzate a Berlino, dove le hanno interpretate, come è stato scritto su Le Monde, quale riproposizione della vecchia ricetta francese per un governo economico dell’Eurozona. Ben lontana, dunque, dalla visione della Germania sull’abbandono della sovranità nazionale.

Per il funzionamento dell'Ube, non è sufficiente il trasferimento della supervisione alla Banca centrale europea (Bce). Serve anche la costituzione di un Single Resolution Mechanism (Srm) e almeno l’armonizzazione delle esistenti assicurazioni sui depositi, poiché non sembrano maturi i tempi per un’Edira (European Deposit Insurance and Resolution Authority). Lo Srm implica la contribuzione di tutti i paesi dell'Eurozona per risolvere, di volta in volta, i problemi bancari di uno o più di essi. Ciò comporta trasferimenti che, secondo il ministro delle finanze tedesco Schaeuble, richiedono una limitata riforma dei trattati che non prevedono questa possibilità.

Mano ai trattati
Tali modifiche potrebbero non solo dare un fondamento giuridico sicuro allo Srm, che si chiamerebbe European Resolution Authority (Era), ma anche creare una migliore separazione tra le funzioni monetarie e quelle di supervisione nella Bce, al fine di permettere una maggiore partecipazione dei paesi non euro alla vigilanza centralizzata.

Per la fase iniziale di quest’ultima Schaeuble raccomanda la costituzione di una rete delle esistenti autorità nazionali; al di là delle difficoltà derivanti da regole e prassi difformi, è chiara la volontà di non permettere alcun trasferimento, sia pure potenziale, senza un’esplicita previsione dei Trattati.

Anche accettando questa impostazione, sarà facile far introdurre il principio solidaristico che è alla base di ogni tipo di trasferimento? A mio avviso no, e il ricorso a temporanee intese tra le esistenti autorità nazionali come sostitute dell’Era fornirebbe l’alibi perfetto per allungare notevolmente le trattative per il nuovo Trattato. Probabilmente servirebbe anche a costruire un arzigogolato meccanismo per lasciare in gran parte a carico del singolo stato l’onere del salvataggio o la liquidazione della sua banca in difficoltà.

Quand’anche si riuscisse a inserire nel Trattato per l’Era un principio di piena solidarietà, questa sarebbe un’eccezione nel contesto generale e sarebbe difficilmente invocabile per estensione o per analogia. Per ben funzionare, infatti, un'Oca (Optimal Currency Area) ha bisogno di accompagnare la politica monetaria unica con una dimensione fiscale centralizzata, che per costruzione incorpora una funzione di trasferimento nell’ambito dei settori che sono responsabilità di Bruxelles.

Unione politica
Ciò equivale a dire che v'è bisogno di una qualche forma di unione politica, che potrebbe svilupparsi lungo le linee indicate dal ministro degli esteri italiano, Bonino. Quest’ultima si è dichiarata a favore di una federazione leggera, con un bilancio di appena il 5 % del Pil europeo, che metta in comune quattro o cinque settori - tra i quali sicuramente gli esteri e le forze armate - e lasci tutto il resto alla sussidiarietà. Questo schema è ben lontano dal super-stato.

Eppure, 11 ministri degli esteri nel settembre del 2012, compreso il predecessore del ministro Bonino, firmarono un rapporto che proponeva l’elezione diretta del presidente della Commissione, un potenziamento della figura e del ruolo del capo degli affari esteri europei, nuove regole per rendere più facili le modifiche dei Trattati; molti altri suggerimenti, ad esempio quello di dare poteri di iniziativa legislativa al Parlamento europeo, non furono unanimi. Si tratta certamente di proposte degne di attenzione, ma seguono il modello incrementale, mentre la costruzione europea richiede oggi un cambio di metodo e obiettivi ambiziosi.

Gli interrogativi che non possono essere elusi sono dunque: dobbiamo cambiare strategia? Vale la pena di impegnarsi a fondo nella modifica dei trattati solo per inserirvi una funzione di trasferimento limitatamente all’Era? Non sarebbe più logico affrontare il toro per le corna e chiedere alla Germania di mettere sul tavolo negoziale la sua offerta "federalista"? L'appello promosso da Paolo Savona, da me firmato insieme con altri studiosi e apparso su Formiche va ovviamente in questa direzione.

Mario Sarcinelli è presidente di Dexia Crediop.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2332#sthash.r1zYbDNA.dpuf

giovedì 20 giugno 2013

Italia: esercitazione "Star Vega 2013 dell'Aeronautica Militare


Italia IDU53
Il 23 maggio è terminata l’esercitazione “Star Vega 2013” principale evento addestrativo annuale dell’Aeronautica Militare che ha visto coinvolti tutti i reparti della Forza Armata per un impegno complessivo di oltre 830 ore di volo e 400 sortite addestrative. Lo scenario simulato prevedeva la realizzazione di tutte le fasi di pianificazione ed esecuzione di una campagna aerea complessa nell’ambito di una operazione interforze multinazionale eseguita su mandato ONU. Il cuore dell’attività si è svolto nelle aree addestrative della Sardegna, ma seguendo una logica di spending review, i reparti impiegati hanno operato, per quanto possibile, dalle loro sedi. Nello specifico, sono state quindi coinvolte dalle operazioni di volo le basi di Decimomannu (velivoli da ricognizione, guerra elettronica, attacco, elicotteri da ricerca e soccorso), Trapani-Birgi (caccia da difesa aerea), Pisa (velivoli da trasporto), Pratica di Mare (velivoli d! a trasporto e aerocisterne) e Amendola (aeromobili a pilotaggio remoto). Dal punto di vista delle piattaforme, la “Star Vega” ha visto l’impiego di tutti i principali velivoli in dotazione all’Arma Azzurra, tra cui anche il nuovo velivolo da guerra elettronica AML su base Gulfstream III.
Va infine segnalato che, l’esercitazione ha consentito anche di realizzare un’importante attività addestrativa interforze, coordinata dallo Stato Maggiore della Difesa (SMD), grazie alla presenza di personale del II Reparto Informazioni e Sicurezza di SMD e della Brigata RISTA-EW dell’Esercito.

 

Serbia: acquisto di 6 Mig 29 M/M2 dalla Russia

Giovedì 23 maggio, il Ministro della Difesa e vice Primo Ministro serbo, Aleksandar Vucic, a margine di un incontro a Mosca con il suo omologo, Sergei Shoygu, ha annunciato la decisione di acquistare dalla Russia 6 nuovi Mig-29M/M2 per l’Aeronautica serba. I velivoli, di nuova produzione, consentiranno al Paese di ripristinare una componente da difesa aerea credibile andando ad aggiungersi agli ultimi 4 Mig-29 superstiti dopo l’operazione Allied Force della NATO (3 monoposto Mig-29B e un velivolo da addestramento Mig-29UB) e consentiranno alla forza aerea di radiare gli ultimi esemplari di Mig-21 ancora in servizio standardizzandosi su una sola tipologia di velivolo. I Mig-29M/M2 sono una nuova versione da esportazione, sviluppata sul progetto base del Mig-29 Fulcrum, che conferisce al velivolo maggiori capacità multiruolo, la possibilità di impiegare munizionamento di precisione, sensori più moderni e raggio d’azione incrementato. La ! scelta del caccia russo, per una spesa complessiva di circa 150 milioni di dollari interamente finanziati da Mosca, rinsalda gli storici legami tra i due Paesi e assume anche un nuovo significato industriale visto che, nel contesto dell’accordo, è prevista anche la rivitalizzazione dello stabilimento aeronautico “Moma Stanojlovic” di Belgrado. In futuro tale sito si occuperà non solo della manutenzione dei nuovi velivoli e dell’aggiornamento dei vecchi Mig-29B dell’Aeronautica serba, ma anche vorrebbe porsi quale centro di assistenza regionale per la flotta di Mig-29 in servizio nei Paesi dell’Europa dell’Est (in primis Bulgaria e Slovacchia). I nuovi velivoli serbi dovrebbero essere consegnati in tempi brevi visto che saranno prelevati da quelli già in costruzione e originariamente destinati alla Siria, cliente di lancio di questa nuova versione del Fulcrum. Infatti, l’accordo con Damasco prevedeva la consegna all’Aeronautica siriana di una prima tranche ! di una dozzina di velivoli, che è stata successivamente bloccata a causa della guerra civile che imperversa nel Paese da più di due anni.
L’acquisto dei Mig-29 M/M2 è un primo step nella modernizzazione delle Forze Armate serbe che guardano alla Russia anche per i necessari upgrade alla componente radar e missilistica della difesa aerea nel contesto di una più ampia partnership tecnica e militare. Novità in questo senso arriveranno nei primi giorni di ottobre 2013 a seguito della già programmata vista a Belgrado del Ministro della Difesa russo Shoygu.

sabato 15 giugno 2013

Comunità Europea: il bivio

Unione europea
Europa delle banche o unione politica?
Mario Sarcinelli
04/06/2013
 più piccolopiù grande
Il tema dell'Unione bancaria europea (Ube) è stato oggetto di vari articoli, il primo dei quali apparve proprio su Affarinternazionali. La trattazione più ampia è quella apparsa sul n. 1 del 2013 di Moneta e Credito. In esso giungo alla conclusione che l'Eurozona ha bisogno per stabilizzarsi di prevedere trasferimenti di tipo automatico quale risultato di una capacità fiscale centralizzata.

D’altra parte nell’Eurozona, oltre a una moneta unica e una sola politica monetaria, è scomparsa la leva del cambio per l’aggiustamento della bilancia dei pagamenti e si è avuta una Banca centrale con: mandato prioritario per la lotta all’inflazione, divieto di finanziamento agli stati partecipanti, schema operativo basato su un mercato monetario efficiente, in grado cioè di ridistribuire a un costo minimo la liquidità all’interno dell’area.

All’interno di un’area valutaria come l’Eurozona, con caratteristiche non ottimali anche se passibili di sviluppo endogeno (soprattutto attraverso il commercio), il meccanismo di aggiustamento, in presenza delle ben note rigidità del fattore lavoro, fu individuato nel movimento dei capitali, ritenuto in grado di finanziare shock e scompensi per il tempo necessario a restaurare l’equilibrio.

Una forte crisi finanziaria e la diversità delle condizioni iniziali di indebitamento, in particolare di quello pubblico, hanno dimostrato i limiti di quell’assunto, facendo cadere gli stati periferici dell’Eurozona e in particolare il “club-med” in una lunga e forte recessione.

Centralizzazione
A questo punto, si è “scoperto” che i trattati europei non annoverano meccanismi di trasferimento tra stati, né automatici né discrezionali, al fine di promuovere l’aggiustamento. Tra gli studiosi, Peter Kenen alla fine degli anni ‘60 e anche successivamente aveva sottolineato la necessità di una funzione fiscale centralizzata, di un bilancio in grado di alleviare le difficoltà delle aree colpite da shock differenziali.

Questa possibilità è stata evocata un anno fa dal rapporto dei quattro presidenti delle istituzioni europee (Van Rompuy, Barroso, Junker e Draghi) e per un indefinito futuro anche in documento della Commissione.

Più di recente il presidente francese Hollande ha sollecitato una nuova tappa di integrazione, con una capacità di bilancio e, progressivamente, anche di indebitamento da attribuirsi all’Eurozona. In verità, le proposte di Parigi non sono state apprezzate a Berlino, dove le hanno interpretate, come è stato scritto su Le Monde, quale riproposizione della vecchia ricetta francese per un governo economico dell’Eurozona. Ben lontana, dunque, dalla visione della Germania sull’abbandono della sovranità nazionale.

Per il funzionamento dell'Ube, non è sufficiente il trasferimento della supervisione alla Banca centrale europea (Bce). Serve anche la costituzione di un Single Resolution Mechanism (Srm) e almeno l’armonizzazione delle esistenti assicurazioni sui depositi, poiché non sembrano maturi i tempi per un’Edira (European Deposit Insurance and Resolution Authority). Lo Srm implica la contribuzione di tutti i paesi dell'Eurozona per risolvere, di volta in volta, i problemi bancari di uno o più di essi. Ciò comporta trasferimenti che, secondo il ministro delle finanze tedesco Schaeuble, richiedono una limitata riforma dei trattati che non prevedono questa possibilità.

Mano ai trattati
Tali modifiche potrebbero non solo dare un fondamento giuridico sicuro allo Srm, che si chiamerebbe European Resolution Authority (Era), ma anche creare una migliore separazione tra le funzioni monetarie e quelle di supervisione nella Bce, al fine di permettere una maggiore partecipazione dei paesi non euro alla vigilanza centralizzata.

Per la fase iniziale di quest’ultima Schaeuble raccomanda la costituzione di una rete delle esistenti autorità nazionali; al di là delle difficoltà derivanti da regole e prassi difformi, è chiara la volontà di non permettere alcun trasferimento, sia pure potenziale, senza un’esplicita previsione dei Trattati.

Anche accettando questa impostazione, sarà facile far introdurre il principio solidaristico che è alla base di ogni tipo di trasferimento? A mio avviso no, e il ricorso a temporanee intese tra le esistenti autorità nazionali come sostitute dell’Era fornirebbe l’alibi perfetto per allungare notevolmente le trattative per il nuovo Trattato. Probabilmente servirebbe anche a costruire un arzigogolato meccanismo per lasciare in gran parte a carico del singolo stato l’onere del salvataggio o la liquidazione della sua banca in difficoltà.

Quand’anche si riuscisse a inserire nel Trattato per l’Era un principio di piena solidarietà, questa sarebbe un’eccezione nel contesto generale e sarebbe difficilmente invocabile per estensione o per analogia. Per ben funzionare, infatti, un'Oca (Optimal Currency Area) ha bisogno di accompagnare la politica monetaria unica con una dimensione fiscale centralizzata, che per costruzione incorpora una funzione di trasferimento nell’ambito dei settori che sono responsabilità di Bruxelles.

Unione politica
Ciò equivale a dire che v'è bisogno di una qualche forma di unione politica, che potrebbe svilupparsi lungo le linee indicate dal ministro degli esteri italiano, Bonino. Quest’ultima si è dichiarata a favore di una federazione leggera, con un bilancio di appena il 5 % del Pil europeo, che metta in comune quattro o cinque settori - tra i quali sicuramente gli esteri e le forze armate - e lasci tutto il resto alla sussidiarietà. Questo schema è ben lontano dal super-stato.

Eppure, 11 ministri degli esteri nel settembre del 2012, compreso il predecessore del ministro Bonino, firmarono un rapporto che proponeva l’elezione diretta del presidente della Commissione, un potenziamento della figura e del ruolo del capo degli affari esteri europei, nuove regole per rendere più facili le modifiche dei Trattati; molti altri suggerimenti, ad esempio quello di dare poteri di iniziativa legislativa al Parlamento europeo, non furono unanimi. Si tratta certamente di proposte degne di attenzione, ma seguono il modello incrementale, mentre la costruzione europea richiede oggi un cambio di metodo e obiettivi ambiziosi.

Gli interrogativi che non possono essere elusi sono dunque: dobbiamo cambiare strategia? Vale la pena di impegnarsi a fondo nella modifica dei trattati solo per inserirvi una funzione di trasferimento limitatamente all’Era? Non sarebbe più logico affrontare il toro per le corna e chiedere alla Germania di mettere sul tavolo negoziale la sua offerta "federalista"? L'appello promosso da Paolo Savona, da me firmato insieme con altri studiosi e apparso su Formiche va ovviamente in questa direzione.

Mario Sarcinelli è presidente di Dexia Crediop.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2332#sthash.41squpyk.dpuf

Europa: la politica energetica

Oltre la Strategia energetica nazionale
Più Italia nella politica energetica europea
Nicolò Sartori
03/06/2013
 più piccolopiù grande
Il Consiglio europeo dello scorso 22 maggio ha riportato la questione energetica al centro del dibattito europeo. In precedenza, il presidente francese François Hollande, da sempre sensibile al tema della transizione energetica, aveva lanciato l’ambiziosa proposta di una comunità europea dell’energia incentrata sullo sviluppo delle rinnovabili.

Nonostante i proclami e le buone intenzioni, le reali capacità di intervento dell’Ue in ambito energetico rimangono tuttavia frustrate da una governance del settore ancora confusa, ostaggio degli interessi nazionali dei singoli stati membri. In questo contesto il governo italiano, forte dei riconoscimenti ottenuti dalla strategia nazionale recentemente pubblicata dal ministero dello Sviluppo economico, potrebbe lanciare un chiaro messaggio in favore di una concreta integrazione delle politiche energetiche europee.

Punti chiave
Le conclusioni del Consiglio europeo fissano in modo chiaro quattro priorità per l’Ue in materia di energia. La prima consiste nel completamento del mercato interno di energia elettrica e gas entro il 2014, da raggiungersi in parallelo allo sviluppo - entro il 2015 - delle necessarie interconnessioni energetiche. Il completamento del mercato interno è un obiettivo fondamentale per l’Ue, e mentre dal settore del gas il processo di integrazione è ben avviato, per quanto riguarda l’energia elettrica le resistenze nazionali sono tuttora considerevoli.

La seconda priorità, strettamente collegata alla prima, consiste nel favorire investimenti in infrastrutture energetiche nuove e intelligenti, sulla base delle linee guida fornite dal regolamento Ten-E adottato ad aprile. Gli investimenti infrastrutturali non sono necessari soltanto a garantire il funzionamento e la sostenibilità dei flussi energetici in Europa, ma rappresentano un fattore di rafforzamento della competitività e della crescita europea.

Terza priorità, essenziale per un’area fortemente dipendente dalle importazione di idrocarburi, è l’intensificazione del processo di diversificazione degli approvvigionamenti energetici, che si associa alla necessità - nel tentativo di ridurre la dipendenza energetica esterna dell'Ue e stimolare la crescita economica interna - di promuovere lo sviluppo di risorse energetiche interne.

Infine, l’intensificazione degli sforzi verso l’efficienza energetica rappresenta la quarta priorità identificata dal Consiglio. Un uso efficiente delle risorse energetiche, in linea con la direttiva europea adottata lo scorso ottobre, rappresenta infatti il primo passo verso la riduzione dei consumi ed in generale la diminuzione dei costi per l'energia.

Nella sostanza, la portata innovativa delle conclusioni del Consiglio appare abbastanza limitata. Sorprende, piuttosto, la mancata enfasi sulla necessità di armonizzare le politiche nazionali sulle energie rinnovabili, con il semplice invito del Consiglio alla Commissione a presentare orientamenti su regimi di sostegno efficienti ed efficaci in termini di costi a favore delle rinnovabili.

Debolezze europee
Considerando che la transizione energetica in Europa si giocherà principalmente in questo settore, la mancanza di visione e di un coordinamento dell’Ue potrebbe avere un impatto negativo sul futuro europeo. L’esigenza di una maggiore e più concreta attività di armonizzazione da parte dell’Unione era già stata sottolineata dal presidente francese Hollande, che poco prima del Consiglio ha invitato i paesi membri alla creazione di una comunità europea dell’energia (seppur) circoscritta al settore delle rinnovabili.

L’attuale modello di governance, infatti, risulta troppo macchinoso per garantire all’Ue e ai suoi stati membri la capacità di operare in un settore, quello energetico, sempre più globalizzato, competitivo e in rapida evoluzione. Tali difficoltà sono determinate in primo luogo dal dettato del Trattato di Lisbona, che pur riconoscendo l'importanza della politica energetica attribuisce all’Ue competenze ben definite (si legga limitate) per raggiungere gli obiettivi comuni degli Stati membri nel settore dell'energia. Data la natura strategica del settore, questi rivendicano con forza la propria sovranità su scelte fondamentali di politica energetica quali le fonti di approvvigionamento e la composizione del mix energetico.

In questo contesto, oltre alla divisione delle competenze tra Ue e Stati membri, si aggiunge la natura complessa e frammentaria del processo decisionale europeo in materia energetica. Al fianco della Direzione generale (Dg) energia (Ener), infatti, un ampio numero di attori contribuisce a plasmare l’azione energetica dell’Ue. Prime fra tutti, la Dg concorrenza (Comp) e la Corte europea di giustizia, le cui iniziative negli anni passati hanno avuto un ruolo fondamentale per la liberalizzazione e integrazione dei mercati energetici europei.

Vanno poi considerate le competenze della Dg ambiente (Env), e dell’Agenzia per la cooperazione fra i regolatori nazionali dell'energia (Acer) e l’Agenzia Europea dell’Ambiente (Eea). Infine, non va sottolineato il ruolo del Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), e le iniziative della stessa presidenza della Commissione, per quei dossier con una forte dimensione internazionale, tra cui quello della sicurezza degli approvvigionamenti energetici.

Da modello a motore
La necessità di una concreta accelerazione dei processi di integrazione europea - che abbracci anche i temi dell’energia - sembra essere un elemento condiviso da una parte significativa dell’attuale governo italiano, primo ministro Letta in primis. Inoltre, sul piano interno l’Italia si è resa protagonista di un’iniziativa di successo, culminata con l’elaborazione di una Strategia energetica nazionale (Sen) che mancava da oltre due decenni.

Nonostante alcune critiche mosse sia in ambito parlamentare che dalla società civile, la Sen è presa a modello dai partner europei non soltanto per il suo contenuto, ma anche per quel che riguarda il processo ‘consultivo’ che ha portato alla sua stesura e definitiva adozione.

Partendo dalla credibilità guadagnata dalle autorità - e delle idee - italiane in questo contesto, il governo potrebbe raccogliere i segnali di apertura provenienti da Parigi per rilanciare un processo fondativo di una nuova politica energetica europea. Una politica comune nella quale l’Italia potrebbe aspirare ad avere un ruolo guida nella definizione delle priorità strategiche, ma dalla quale avrebbe anche molto da guadagnare, vista la sua vulnerabilità sia in termini di competitività dei prezzi che di eccessiva dipendenza dalle importazioni.

Nel secondo semestre del 2014 l’Italia sarà chiamata ad assumere la presidenza del Consiglio dell’Ue. Sulla scia del successo della Sen l’esecutivo potrebbe porre l’agenda energetica al centro del dibattito europeo. Si tratta di un’iniziatica ambiziosa e non scontata. Ma, come noto, l’integrazione europea ha compiuto i suoi passi più significativi proprio nei momenti più complessi.

Nicolò Sartori è ricercatore presso l'Area Sicurezza e Difesa dello Iai.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2331#sthash.HoHbUCTw.dpuf

giovedì 6 giugno 2013

Sulla Russia aleggia lo spettro della recessione.



I dati ultimi confermano che in Russia il PIL frena, e si affaccia lo spettro della recessione economica. L’Ultima stima del PIL, fornita dal Ministero dello Sviluppo per il 2013, si attesta al 2,4% mentre quelle precedenti erano sul 3,7%. Il I Trimestre di quest’anno ha segnato una crescita di appena l’1,1%. Queste sono cifre al ribasso che rappresentano una brusca frenata  ed inversione di tendenza rispetto al Ruolo che la Russia si propone di svolgere quale membro dei BRICS, nei principali consessi economici internazionali. Il Presidente Putin aveva sottolineato in un discorso di qualche giorno fa che la Russia intende diventare uno dei centri della finanza mondiale. Ma l’attuale scenario non sembra andare in questa direzione; infatti dai dati emersi risulta che gli investimenti, i consumi e le esportazioni si stanno riducendo.


Era chiaro che la Russia si proponeva a puntare sullo scenario internazionale come una superpotenza energetica, con un tasso di crescita del 7-8 % , ma questo sembra irrealizzabile; allo stato delle cose l’obiettivo sembra essere quello del 5-6% , ma anche questo appare irrealistico. Le misure che si intendono prendere riguardano i capitali in fuga verso l’estero, investimenti più sostanziali nell’infrastrutture e nei settori non petroliferi, raddoppiare la produttiva nel lavoro nei prossimi due anni.; in pratica si vuole far uscire la piccola e media impresa dal sommerso  aumentandone il suo peso nel PIL, che oggi è del 19%, per portarlo ad un 40% 
(per info:geografia2013@libero.it)

lunedì 3 giugno 2013

le telecomunicazioni italiane parlano cinese di Eugenio Buzzet

Parlano sempre più cinese le telecomunicazioni italiane. Sotto 
i riflettori, ad aprile, sono stati Wind e Telecom, a un capo del 
filo, e Huawei e Hutchison Whampoa, dall’altro. Il gruppo di Shenzhen mira al mercato europeo, che la dirigenza considera importante 
quanto quello americano per dimensioni e giro d’affari, soprattutto 
dopo la diatriba con Washington dei mesi scorsi, risoltasi in un nulla 
di fatto, che ha comunque gettato su Huawei l’ombra dello spionaggio 
informatico. L’Unione europea diventa, dunque, un orizzonte necessario per lo sviluppo strategico del colosso cinese delle telecomunicazioni, ma non c’è tempo da perdere: nelle scorse settimane, l’agenzia 
di stampa Reuters ha riferito che la Commissione europea sta raccogliendo prove di possibili sussidi governativi impropri di cui Huawei 
avrebbe usufruito per la sua espansione nel vecchio continente a svantaggio dei competitor locali. 
Nel caso italiano, il gruppo di Shenzhen e Wind investiranno un 
miliardo di euro per la creazione della rete 4G. Obiettivo: battere 
sul tempo Telecom e Vodafone. I due gruppi si avvarranno della collaborazione di Sirti e Huawei Technologies. L’accordo rappresenta 
un passo in avanti per il gruppo cinese che sta cercando di entrare 
nelle telecomunicazioni dell’Unione europea con la rete Long Term 
Evolution (Lte). “Questo nuovo considerevole investimento – è stato il 
commento a caldo del Ad di Wind, Maximo Ibarra – segue l’acquisto 
lo scorso anno delle frequenze Lte”. L’accordo tra i due gruppi durerà 
cinque anni. Wind è il terzo operatore di telefonia mobile nel nostro 
paese in diretta concorrenza con 3 Italia di proprietà di Hutchison 
Whampoa. Huawei ha già contratti con gli altri tre grandi operatori 
di telefonia mobile italiani (Telecom, Vodafone e 3 Italia) oltreché 
con EE in Gran Bretagna e con Vodafone in Germania. L’obiettivo
è quello di portare a 13.000 i dipendenti nel vecchio continente dai 
circa 7.500 attuali.
La classifica degli operatori parla chiaro: leader a livello mondiale 
nel settore delle attrezzature per telefonia mobile rimane Ericsson, 
mentre Nokia e Huawei si contendono il secondo posto, distanziando Alcatel-Lucent che concentra il suo business negli Stati Uniti e 
perde terreno in Europa. Se Huawei avesse accesso al mercato americano, secondo un recente articolo pubblicato dal New York Times, il 
gruppo di Shenzhen sarebbe oggi il numero uno al mondo. La crisi 
economica del nostro paese (e più in generale dell’Unione europea) 
non spaventa Huawei: l’Europa rappresenta “un forte business case”,
ha dichiarato a un summit di analisti a Shenzhen il Cto del gruppo Li 
Sanqi, il 24 aprile scorso.
Discorso diverso, invece, per i legami tra il gruppo del miliardario 
di Hong Kong Li Ka-shing e la maggiore compagnia di telefonia italiana. Nei giorni scorsi era giunta la notizia che Telecom Italia stava 
considerando la possibilità di aumentare la quota di azioni di Hutchison Whampoa fino al 29,9% in cambio dell’integrazione di 3 Italia 
nel gruppo. Con la nuova quota, Hutchison Whampoa diventerebbe 
azionista di riferimento del maggiore gruppo di telefonia italiano. Telecom non ha ancora sciolto il nodo sulla trattativa con il gruppo di 
Hong Kong né quello sulla rete, ma i dati di esercizio non sorridono al 
gruppo italiano. Telecom ha chiuso il 2012 con ricavi per 222,7 milioni di euro, in diminuzione di 15,5 milioni su base annua, e un Ebitda 
(Earnings Before Interest, Tax, Depreciation and Amortization) negativo per 44,4 milioni di euro, in calo di 71,7 milioni di euro rispetto 
al 2011. Il risultato netto è negativo per 240,9 milioni di euro, in diminuzione di 157,1 milioni di euro rispetto all’anno precedente. Per la 
capogruppo Telecom Italia Media S.p.a. i ricavi sono stati pari a 80,2 
milioni di euro: nel 2011 erano 139,9 milioni. L’Ebitda è negativo per 
53,8 milioni di euro, mentre il risultato netto è pari a -178,1 milioni 
di euro, con una diminuzione su base annua di 166,6 milioni di euro.
Hutchison comprerebbe la quota da Telco, il consorzio di azionisti 
che detiene il 22,4% delle azioni di Telecom e comprende anche la 
spagnola Telefonica oltre a Generali, Intesa Sanpaolo e Mediobanca. 
Il gruppo di Li Ka-shing, secondo fonti al corrente dei fatti, sarebbe 
disposto a comprare le azioni al valore di 1,2 euro ciascuna, in linea 
con la valutazione di Telco, anche se lo scetticismo prevarrebbe tra gli 
azionisti del consorzio, in particolare da parte di Telefonica, azionista di riferimento con il potere di rifiutare l’offerta. Telecom avrebbe 
anche in programma uno scorporo della rete, di cui sta discutendo da 
tempo con la Cassa Depositi e Prestiti, ma in questo senso la decisione 
è vincolata dal parere del ministero dell’Economia che detiene una 
golden share sul gruppo e ha diritto di veto.
La Cina era già sbarcata nel mondo delle telecomunicazioni italiane con Zte Italy nel 2008. Zte è un’azienda fornitrice di apparati per 
le telecomunicazioni, soluzioni di rete e prodotti per le telecomunicazioni fisse e mobili, che negli scorsi mesi ha fatto parlare di sé assieme a Huawei perché definita una “minaccia alla sicurezza degli Stati 
Uniti”: entrambi i giganti delle telecomunicazioni cinesi dovevano 
quindi essere banditi dal suolo statunitense. Attraverso i loro server, i 
due gruppi si sarebbero infiltrati nelle telecomunicazioni statunitensi 
e avrebbero assorbito informazioni sensibili da trasmettere al governo 
cinese. L’accusa è poi caduta per mancanza di prove, ma neanche 
questo era bastato ad allontanare i sospetti dai due gruppi. Costituita 
ufficialmente nel 2007, a distanza di un anno Zte Italia contava già 
cinquanta dipendenti con uffici a Roma e Milano (più un ufficio tecnico a Torino) e aveva stretto legami con i principali operatori italiani 
come Vodafone, Hutchison 3G Italia e Telecom Italia.
Neppure Huawei è nuova a operazioni in Italia. La visita dell’ottobre scorso in Italia di Jia Qinglin, all’epoca numero quattro della 
gerarchia della Repubblica popolare cinese, era stata l’occasione per 
Huawei di firmare un accordo pluriennale da 350 milioni di euro 
con Fastweb per il potenziamento della banda larga nel nostro Paese. 
Huawei è partner tecnologico di Fastweb e svilupperà entro il 2014 
una rete di nuova generazione che arriverà a coprire a 5,5 milioni di 
persone tra famiglie e aziende italiane con servizi a banda ultra-larga. 
L’accordo era stato preceduto dalla visita ufficiale di Mario Monti a 
Pechino. Nella capitale cinese l’ex presidente del consiglio aveva incontrato i dirigenti di Huawei con cui aveva discusso degli sviluppi 
del gruppo in Italia: un bilancio di oltre trecento milioni di euro investiti e centinaia di ingegneri assunti. L’Italia è un affare per i gruppi 
cinesi delle telecomunicazioni. E tra gli addetti ai lavori il dibattito, 
soprattutto nel caso Telecom, è aperto: i favorevoli vedono nell’ingresso dei cinesi nuova linfa e nuove energie che possono contrastare 
lo strapotere degli azionisti di Telco; i contrari ritengono che sarebbe 
un errore cedere ai cinesi un asset strategico come Telecom. Sicurezza 
informatica contro crisi economica. Innovazione tecnologica e bilanci 
in rosso: su questi terreni si giocherà il futuro delle telecomunicazioni 
italiane.
(Da Orizzonte Cina, Maggio 2013)