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Metodo di Ricerca ed analisi adottato

Medoto di ricerca ed analisi adottato
Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

mercoledì 28 giugno 2017

Europa e Migranti

Ricollocazione problematica
Migranti: quote, braccio di ferro tra Ue e alcuni Stati
Francesco Luigi Gatta
23/06/2017
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A metà giugno, la Commissione europea ha aperto procedure d’infrazione nei confronti di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, a causa della reiterata violazione degli obblighi in tema di ricollocazione di richiedenti asilo gravanti sugli Stati membri in forza del sistema di quote creato come risposta all’emergenza rifugiati.

Detti Stati, nonostante i ripetuti richiami delle Istituzioni europee, continuano arifiutarsi di accogliere i richiedenti asilo sul proprio territorio: la Commissione passa dunque all’azione, alimentando così lo scontro sul tema dei migranti che si arricchisce ora di un nuovo capitolo.

Il meccanismo di ricollocazione
Il meccanismo di ricollocazione, nato nel 2015 come risposta all’ingente pressione migratoria, prevede, in un’ottica di solidarietà e condivisione delle responsabilità, la redistribuzione da Italia e Grecia verso gli altri Stati membri di 98.255 persone in evidente bisogno di protezione internazionale (inizialmente era previsto un totale di 160.000).

Il programma ha durata biennale e obbliga ogni Stato membro a ricevere una quota di richiedenti asilo determinata in base ai seguenti parametri: popolazione, Pil, tasso di disoccupazione e numero di richieste d’asilo accolte in passato.

Come i dati chiaramente evidenziano, a ormai pochi mesi dalla conclusione del programma, il meccanismo sta dimostrando un funzionamento ampiamente insufficiente. Secondo l’ultimo rapporto della Commissione europea, infatti, al 9 giugno, delle oltre 98 mila persone previste, ne risultano ricollocate nemmeno 21 mila.

La forte opposizione di alcuni Stati membri
Oltre a ritardi e problemi organizzativi, tra i motivi dello scarso successo del meccanismo europeo di ricollocazione ne vanno annoverati anche alcuni di natura politica: vi sono Stati membri che rivendicano sovranità ed autonomia nella gestione degli ingressi di stranieri sul proprio territorio nazionale, manifestando apertamente il proprio dissenso verso le politiche migratorie comuni dell’Ue.

Tra questi figurano, in particolare, l’Austria e un compatto blocco di Stati dell’area orientale dell’Unione, segnatamente Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria. Quest’ultima, soprattutto, su iniziativa del premier Viktor Orbán, ha “lanciato il guanto di sfida” all’Ue, adottando un atteggiamento di netta opposizione nei confronti delle politiche migratorie comuni.

Oltre a discutibili iniziative unilaterali quali la costruzione di barriere e muri lungo le frontiere nazionali e il dispiegamento dell’esercito in alcune zone di confine, il governo ungherese ha adottato nuove leggi fortemente restrittive dei diritti dei richiedenti asilo e per questo criticate a livello internazionale.

Un referendum e un ricorso contro la ricollocazione
Contro la ricollocazione e il sistema di quote di migranti il governo Orbán ha indetto il referendum del 2 ottobre 2016: la votazione non ha raggiunto il quorum di validità del 50 % (affluenza pari a poco più del 43%), ma ha rappresentato comunque un delicato segnale per l’Ue, il 98% dei votanti essendosi espresso contro il meccanismo di solidarietà e redistribuzione dei richiedenti asilo.

L’Ungheria inoltre, affiancata dalla Slovacchia, ha intrapreso le vie legali per contestare la legittimità del sistema di ricollocazione, presentando un ricorso per annullamento alla Corte di Giustizia (cause C-643/15 e C-647/15 attualmente pendenti).

Oltre a argomenti di carattere procedurale, tra i motivi invocati alla base dei ricorsi si lamenta la violazione di importanti principi generali dell’ordinamento Ue: proporzionalità e necessità, democrazia, equilibrio istituzionale e buon governo.

Insomma, secondo Ungheria e Slovacchia - supportate anche dalla Polonia - l’imposizione obbligatoria di quote di migranti rappresenta un intollerabile attacco alla sovranità statale e un’illegittima ingerenza nella gestione di un settore così delicato e sensibile come quello dell’immigrazione e dell’ingresso degli stranieri sul territorio nazionale.

L’inadempimento ai propri obblighi e il rifiuto di ricollocare: la procedura d’infrazione
Già il Parlamento europeo nella sua risoluzione del 18 maggio 2017 su come far funzionare la procedura di ricollocazione aveva espresso “il proprio rammarico per il mancato rispetto da parte degli Stati membri degli impegni a favore della solidarietà e della condivisione di responsabilità”, esortando gli stessi ad adempiere ai propri obblighi.

La stessa Commissione europea, nei suoi rapporti periodici sullo stato della ricollocazione, aveva più volte criticato il mancato rispetto degli obblighi da parte di alcuni Stati membri, minacciando il ricorso alla procedura d’infrazione. Ora, di fronte al reiterato rifiuto di ricollocare, la procedura è stata aperta contro Ungheria e Polonia (che non hanno ricollocato ancora nessun migrante) e Repubblica Ceca (solo 12 migranti ricollocati dalla Grecia).

Anche l’Austria non ha ancora ricollocato nessuno, tuttavia, avendo espresso l’impegno a procedervi in favore dell’Italia, rimane, per ora, fuori dalla procedura d’infrazione. Al momento ‘salva’ anche la Slovacchia, nonostante l’esiguo numero di persone ricollocate (in totale solo 16 richiedenti dalla Grecia, nessuno dall’Italia).

Le sanzioni in cui potrebbero incorrere i governi che si oppongo al sistema di quote di migranti non sembrano al momento in grado di scalfire il profondo dissenso verso le politiche migratorie comuni. Anzi, il rischio è quello di un inasprimento delle posizioni e di un rafforzamento dell’euroscetticismo già molto forte e radicato nei paesi in questione.

Dal canto suo, la Commissione - che in base ai trattati ricopre il ruolo di custode della legalità e del rispetto del diritto dell’Unione - non poteva tollerare oltre una condotta di così spregiudicata violazione degli obblighi di ricollocazione; obblighi che, invece, altri Stati membri stanno puntualmente procedendo ad assolvere.

La questione resta aperta, certo è che l’invocazione all’unità, alla solidarietà e al rispetto delle regole comuni fatta dai leader europei nella Dichiarazione di Roma del 25 marzo 2017 per la celebrazione dei 60 anni dai trattati di Roma appare ancora teorica e difficile da realizzare.

Francesco Luigi Gatta è avvocato, dottore di ricerca in diritto dell'Unione europea presso le università di Padova e Innsbruck, cultore della materia in diritto degli stranieri e diritto costituzionale sovranazionale presso l'università degli studi di Milano

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