Europa

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Metodo di Ricerca ed analisi adottato

Medoto di ricerca ed analisi adottato
Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

domenica 12 gennaio 2014

Europa: il problema dell'immigrazione

Strage di Lampedusa
L'Europa non ha la bacchetta magica
Ferdinando Nelli Feroci
09/10/2013
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I morti di Lampedusa hanno provocato un’ondata di polemiche strumentali e di dichiarazioni non sempre necessarie o opportune. Si è in un primo momento stigmatizzata la mancanza di soccorsi tempestivi, ma una ricostruzione più corretta della sequenza degli eventi ha dimostrato che privati cittadini e forze dell’ordine si erano prodigati nell’assistenza ai naufraghi riuscendo a salvarne un numero importante.

Ad essere attaccato è stato anche il presunto “buonismo” dell’attuale governo, che costituirebbe un fattore di attrazione dei flussi migratori. Ed è stata criticata la sciagurata politica dei respingimenti, cui in passato l’Italia aveva fatto ricorso. In questa tragedia buonismo e respingimenti non c’entrano.

È stata chiamata in causa la legge Fini-Bossi. Ciononostante, malgrado i suoi limiti e le sue incongruenze che la fanno apparire al tempo stesso eccessivamente punitiva ed inefficace ai fini del controllo dei flussi migratori, appare francamente difficile stabilire un collegamento diretto fra questa legge e il naufragio al largo di Lampedusa.

Europa più solidale
Ma soprattutto si è chiamata in causa l’Europa che non ha una politica comune per la gestione dei flussi migratori, che non è capace di mostrare il volto umano della solidarietà e che ci lascia soli di fronte all’emergenza umanitaria di flussi crescenti di migranti. Critiche sicuramente fondate, in parte comprensibili e già registrate in analoghe precedenti occasioni.

Il governo italiano si è impegnato a chiedere nelle sedi appropriate una risposta europea più adeguata e a inserire la questione di una più efficace gestione in comune delle politiche migratorie fra le priorità del nostro semestre di presidenza dell’Unione europea (Ue). Ma che cosa può realisticamente chiedere - e ottenere- il governo in sede europea?

In primis più solidarietà nell’accoglienza di migranti o richiedenti asilo. Centrale è la richiesta di una ridistribuzione, fra i paesi membri della Ue, dei migranti che arrivano in Italia via mare, sulla base di un sistema di quote nazionali. Una sorta di burden sharing dei flussi migratori, senza distinzione fra richiedenti asilo e immigrati illegali.

Appelli analoghi da noi lanciati nel passato si sono regolarmente scontrati con l’opposizione più ferma dei nostri partner europei, molti dei quali - va riconosciuto - accolgono un numero ben maggiore di migranti di quelli che arrivano via mare in Italia.

Gli unici schemi di “ricollocazione” che hanno funzionato finora sono stati adottati su base rigorosamente volontaria, esclusivamente per richiedenti asilo, e a fronte di emergenze politico-umanitarie (Iraq a suo tempo e ora Siria). Inutile chiamare in causa la Commissione se gli stati membri non sono disposti ad accollarsi la loro parte di responsabilità.

L’Italia può invocare una maggiore condivisione degli oneri, ma dobbiamo essere consapevoli che la grande maggioranza di chi sbarca in Sicilia prosegue il viaggio della speranza verso il nord Europa, realizzando così di fatto il burden sharing.

Normative da rivedere
Il nostro governo può chiedere anche una revisione della normativa comune in materia di asilo. La questione è stata sollevata in collegamento con la richiesta di un ritocco della normativa europea - il regolamento Dublino II - che dispone che l’esame (e quindi, qualora ricorrano le condizioni, l’accettazione) delle richieste di asilo è responsabilità dello stato di prima accoglienza.

Ma la revisione delle tre direttive e del regolamento in cui si articola la normativa europea in materia di asilo è stata completata solo pochi mesi fa. Proprio in sede di rinegoziato del regolamento Dublino II ci siamo trovati isolati - con la sola Grecia - a difendere la proposta di un alleggerimento del criterio della responsabilità dello stato di prima accoglienza.

I paesi del nord Europa che hanno contrastato duramente qualsiasi ipotesi di deroghe a quel principio hanno potuto esibire, cifre alla mano, numeri molto più alti dei nostri (in termini assoluti e proporzionali rispetto alle popolazioni) di richiedenti asilo.

Molto difficile quindi che qualcosa possa cambiare sotto il profilo delle responsabilità del paese di prima accoglienza. Una ragione di più per realizzare condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo -e più in generale dei migranti - più compatibili con gli standard europei.

Frontex
Più parti hanno poi sollecitato un intervento più efficace di Frontex, l’agenzia europea che assiste gli stati membri nel controllo delle frontiere esterne. Questo non dispone di risorse proprie utilizza mezzi - anche navali - che devono essere messi a disposizione degli stati membri su base volontaria. Se non c’è chiarezza sulle regole di ingaggio, ha poco senso invocare Frontex.

Vogliamo chiedere a questa agenzia di pattugliare le acque del canale di Sicilia per intercettare le imbarcazioni con migranti a bordo per riaccompagnarle nei porti di provenienza o per scortarle nei nostri? Prima di farlo dovremo chiarire che cosa ci attendiamo da Frontex e verificarne la compatibilità con la sua missione.

È giusto invocare un maggior ruolo dell’Ue e ricordare ai nostri partner - più che all’Europa in astratto - che la gestione dei flussi migratori deve essere una responsabilità comune, ma bisogna avere chiaro che cosa vogliamo e che cosa possiamo ottenere.

In una prospettiva di medio termine dovremmo soprattutto contribuire in maniera più efficace alla stabilizzazione delle aree di crisi dove si sviluppano le condizioni che sono all’origine dei grandi flussi migratori emergenziali.

Nell’immediato dovremmo sollecitare all’Ue un’azione più efficace nei confronti dei paesi di origine e di transito, impegnando e incentivando i rispettivi governi in una seria politica di gestione dei flussi, soprattutto nella lotta alle organizzazioni criminose che lucrano sul traffico di esseri umani.

Dovremmo infine utilizzare di più e meglio le risorse finanziarie del bilancio dell’Unione per creare condizioni più accettabili e più umane di accoglienza. Occorrono richieste mirate e praticabili se vogliamo ottenere risposte che siano in grado di sostanziare il principio di solidarietà.

Ferdinando Nelli Feroci è Presidente dello IAI.
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lunedì 6 gennaio 2014

Italia Serbia: dalla cooperazione alla integrazione regionale

Gli ottimi rapporti tra l’Italia e la Serbia rappresentano un caso di successo della prassi bilaterale adottata dalla politica estera italiana nell’ambito della regione adriatico-ionica. Le consolidate relazioni economico-commerciali tra Belgrado e Roma costituiscono il punto di partenza per l’articolazione di un’auspicabile area macroregionale, integrata anche sul piano politico e su quello della sicurezza. L’ingresso della Serbia nell’Unione Europea, oltre a valorizzare la regione adriatica, potrebbe facilitare, in virtù del suo posizionamento geostrategico (PfP-NATO, CSTO), i rapporti, anche per il tramite dell’Italia, tra Bruxelles e Mosca nel particolare ambito della sicurezza continentale. L’eurointegrazione della Serbia introdurrebbe inoltre una più ampia riflessione sull’evoluzione della stessa Unione e della sua opportuna riformulazione come UE.2, in vista del nuovo scenario multipolare.

Le relazioni tra la Repubblica di Serbia e l’Italia costituiscono, nella loro articolazione, uno degli esempi più riusciti dell’approccio bilaterale perseguito negli ultimi tempi dall’Italia riguardo alle tematiche economico-commerciali. È da sottolineare che tale prassi ha prodotto considerevoli ricadute sistemiche sia a livello regionale, sia a livello europeo. I vertici intergovernativi italo-serbi di Roma (2009), Belgrado (2012) e di Ancona (2013) sono stati occasione di un ininterrotto e costruttivo confronto tra le due Nazioni, ma, soprattutto, di stipula di accordi strategici tra Roma e Belgrado. A tali accordi bilaterali tra le rispettive istituzioni centrali, occorre aggiungere anche quelli firmati in precedenza, separatamente ed in piena autonomia, tra alcune Regioni italiane e la Serbia1.
Nell’ambito delle relazioni tra istituzioni locali italiane e serbe una particolare attenzione è stata posta ai temi dell’innovazione e del trasferimento tecnologico nel tessuto economico-produttivo serbo2. L’interesse mostrato dalle Amministrazioni locali italiane e serbe è un indice di come i processi di cooperazione interregionali, quantunque motivati da esigenze pragmatiche, talvolta precorrano più importanti ed ampie strategie nazionali di lungo periodo.
Le ragioni che hanno agevolato i ragguardevoli risultati sinora raggiunti nel quadro della cooperazione economica e commerciale italo-serba sono da individuarsi nelle profonde relazioni storiche esistenti tra i due Paesi, che eventi dolorosi, anche relativamente recenti3, non hanno mai infirmato.
L’approccio bilaterale, seppur mitigato da specifiche esigenze multilaterali cui Roma indubbiamente soggiace4, si è rivelato pertanto un esempio di buone politiche verso l’estero, che l’intera diplomazia italiana dovrebbe aver cura di adottare, al fine di caratterizzare al meglio la presenza del nostro Paese nell’attuale fase di transizione uni-multipolare.
In ragione della stretta cooperazione tra Roma e Belgrado, l’integrazione della Serbia nell’Unione Europea, oltre a valorizzare l’intera regione adriatico-balcanica e riqualificare geopoliticamente il cosiddetto Mediterraneo allargato, accrescerebbe il prestigio ed il ruolo dell’Italia in seno alla comunità europea, e ne consoliderebbe ulteriormente le relazioni bilaterali con i Paesi CSI, di cui la Serbia costituisce, per la sua relazione speciale con Mosca, una sorta di accesso privilegiato.
Nel quadro di una prossima inclusione di Belgrado nella UE, la peculiarità del posizionamento geostrategico del Paese balcanico, che lo vuole ad un tempo partner dell’Alleanza atlantica e osservatore dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC)5, nonché la sua storica e pronunciata vocazione neutralista6 introdurrebbero elementi utili alla ridefinizione della sicurezza continentale, al momento troppo sbilanciata sull’alleato statunitense. La Serbia concorrerebbe, in tal caso, insieme ad altri Paesi europei membri dell’Unione, tra cui certamente l’Austria e la Svezia, alla possibile rivitalizzazione della dottrina della neutralità armata, quale alternativa strategica da privilegiare e perseguire nel processo di transizione uni-multipolare attualmente in atto.
Vale la pena osservare che la questione della sicurezza regionale e continentale si intreccia intimamente con quella afferente al progetto del gasdotto South Stream. L’imminente realizzazione del tratto serbo di questa infrastruttura7, infatti, spingerà nel breve periodo i decisori politici a trovare soluzioni rapide ed idonee per assicurare la stabilità regionale di cui necessita il corretto e certo rifornimento energetico.
La Serbia, dunque, è destinata ad assumere nel prossimo futuro la speciale funzione di centro energetico regionale, con beneficio per lo sviluppo economico ed industriale dei Paesi membri dell’Unione.
La cooperazione, l’integrazione regionale, l’opportunità di un hub energetico sono gli elementi che Bruxelles dovrà prendere in seria considerazione nel percorso dell’eurointegrazione di Belgrado. In particolare Bruxelles dovrà tenere conto della sensibilità serba in riferimento alla questione del Kosovo i Metohija.

Tiberio Graziani è presidente dell’IsAG, direttore di «Geopolitica»

1. Cfr. M. MARINUZZI, Friuli Venezia Giulia: un rapporto plurisecolare; C. MARINI, L’iniziativa della Regione Umbria in Serbia, in coda al presente Quaderno nella sezione dedicata ai casi di successo.
2. Tra i vari seminari italo-serbi dedicati al tema del trasferimento tecnologico ed alle metodologie innovative, si menziona, a titolo esemplificativo, quello tenutosi a Novi Sad, presso il Consiglio della Regione Vojvodina, il 16 ottobre 2006, organizzato con il contributo dell’Agenzia Umbria Innovazione scarl.
3. In quella che viene comunemente definita la guerra del Kosovo (aprile 1996-giugno 1999), a seguito di una decisione della NATO, il governo italiano, presieduto da Massimo D’Alema (21 ottobre 1998-25 aprile 2000), autorizzò lo spazio aereo italiano per i numerosi bombardamenti che, come noto, provocarono la morte di alcune migliaia di cittadini serbi e la considerevole distruzione di importanti infrastrutture civili.
4. Ci riferiamo in particolare alla divaricazione esistente tra le posizioni italiana e serba rispetto alla dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo i Metohija.
5. Serbia, Montenegro e Bosnia-Haregovina hanno aderito al Programma della NATO Partnership for Peace il 14 dicembre 2006. La Serbia ha lo status di membro osservatore della OTSC dall’11 aprile 2013.
6. La Serbia persegue la dottrina della neutralità armata in continuità storica con la Repubblica socialista federale della Jugoslavia, membro fondatore con Egitto, India ed Indonesia del Movimento dei Paesi Non-Allineati (1956).
7. Nel corso di un recente incontro, tenutosi a Belgrado l’11 novembre 2013, tra il primo ministro serbo Ivica Dačić e il direttore di Gazprom, Aleksej Miller, oltre a stabilire la data del 24 novembre quale inizio dei lavori del troncone serbo, è stata avanzata anche l’ipotesi della realizzazione di ulteriori tratti South Stream che possano collegare Macedonia, Republika Srpska (entità a maggioranza serba della Bosnia-Erzegovina) e il Kosovo i Metohija, con lo scopo di garantire la necessaria stabilità regionale nell’approvvigionamento di gas.

sabato 4 gennaio 2014

Europa: verso le elezioni

Sondaggio sulla percezione della politica estera
Europa, il crinale tra sinistra, destra e grillini
La redazione
17/12/2013
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Sull’Europa e l’euro, elettori di centro-destra e grillini la pensano quasi allo stesso modo: sono restii ad accettare i vincoli che vengono da Bruxelles, sono inclini all’ipotesi di piantare i partner in asso e tornare all’‘età dell’oro’ della lira e delle svalutazioni competitive. Propensi a restare nell’Unione, e disposti ad accettarne le regole, paiono solo gli elettori di centro-sinistra, ma a condizione che qualcosa cambi: crescita, accanto al rigore; occupazione, accanto alla disciplina.

Italia rassegnata
È un’Italia divisa sull’Europa lungo crinali talora inattesi, politici e demografici - la mezza età meno europeista dei giovani e degli anziani. Un’Italia che ha poca fiducia in se stessa, senza averne molta negli altri. E che, recisamente contraria all’uso della forza per risolvere le controversie internazionali - oltre l’80% - non è più pronta alle missioni di pace - il 60%. Più che un Italia ‘da forconi’, arrabbiata, pare un’Italia ‘da giardinetti’, rassegnata: reclinata sul passato, timorosa di proiettarsi nel futuro.

In testa a tutto, gli interessi nazionali, cioè i propri. In primo luogo, “la sicurezza dei confini dell’Italia e il controllo dei flussi d’immigrazione”: concetti che evocano il ’14 (1914), il primo, e che trasformano in fortezza il Paese della solidarietà, il secondo. L’iconografia tradizionale (e datata) degli ‘italiani brava gente’ regge nella scelta pacifista, non certo sul fronte dell’accoglienza.

Sono alcune delle tante sfaccettature del diamante Italia messe in evidenza dall’indagine sull’opinione pubblica italiana condotta dall’Istituto Affari Internazionali e dal CIRCaP, sondando le posizioni dei cittadini di fronte alla politica estera e all’integrazione europea. Il sondaggio è stato realizzato dal Laps dell’Università di Siena, intervistando un campione di 1003 individui di nazionalità italiana, residenti in Italia e maggiorenni.

I risultati sono spesso influenzati dall’attualità - le risposte sono state raccolte mentre era forte l’eco dei drammi dell’emigrazione nel Mediterraneo - e fotografano le evoluzioni dei rapporti di forza istituzionali.

Scettici e confusi
Quattro italiani su dieci pensano che la figura più influente in politica estera sia il capo del governo, più di uno su quattro che sia il presidente della Repubblica, solo uno su dieci fa riferimento al ministro degli esteri, probabilmente perché, prima di Emma Bonino, alla Farnesina sono passate figure diafane, la cui presenza è stata poco percepita dall’opinione pubblica.

A cinque mesi dalle elezioni europee del 25 maggio, l’indagine esplora l’atteggiamento dell’opinione pubblica verso altre questioni controverse, oltre al futuro dell’integrazione europea e i sacrifici per restare nell’euro e i rapporti con Bruxelles e con Berlino: la presenza di basi Usa, controversa, sul territorio italiano - c’è equilibrio tra chi le accetta e chi se ne vorrebbe sbarazzare - e le missioni all’estero; e ancora rischi e opportunità delle Primavere arabe - i primi percepiti tre volte di più delle seconde.

Fig. 1 - Le missioni italiane all’estero.

Gli italiani sentono di avere un’identità mista, italiana ed europea: questa percezione è fortissima fra gli elettori di centro-sinistra - tre su quattro - e scende sotto il 60% fra gli elettori di centro-destra e i grillini. La frattura europea fra centro-sinistra (due su cinque) e centro-destra e grillini (due su tre) si ripropone sulla difesa degli interessi nazionali anche a discapito di quelli europei e sull’atteggiamento verso la Germania, la cui influenza è percepita come negativa da quasi la metà degli elettori di centro-sinistra, ma da oltre i due terzi di quelli di centro-destra e grillini.

A Ettore Greco, direttore dello IAI, lettore attento dei dati raccolti, “il rapporto tra gli italiani e le relazioni internazionali appare complesso e non privo di sfumature e contraddizioni”. Gli italiani sono “attenti a ciò che accade nel mondo esterno, ma preoccupati per le conseguenze dei problemi globali sugli interessi nazionali e sul ruolo dell’Italia nel mondo; consapevoli dei vincoli europei, ma incerti e tendenzialmente scettici sul futuro dell’Europa; pacifisti e, in linea di principio, multilateralisti, ma poco inclini ad accettare onerosi impegni internazionali.

I problemi globali finiscono spesso ridotti a dimensioni locali. Nell’introduzione al sondaggio, si legge che gli italiani, più che “cittadini del mondo”, tendono a considerarsi “cittadini italiani nel mondo”; un popolo magari consapevole delle prospettive e dei rischi, innescati dai processi d’integrazione regionale e globale e tuttavia incapace di scorgerne e soprattutto di coglierne a fondo le opportunità.

Un’interpretazione preliminare dei risultati del sondaggio li propone scanditi in cinque aree tematiche, che riprendiamo e sintetizziamo dal rapporto che accompagna i dati.

Politica internazionale
Gli italiani prestano attenzione alla politica estera, ma i problemi globali hanno una posizione secondaria nella gerarchia delle loro priorità. Le questioni internazionali assumono rilevanza solo quando incidono direttamente sugli interessi del paese, come nel caso dell’immigrazione e delle sue conseguenze sulla sicurezza dei confini nazionali.

Gli italiani si considerano un attore debole all’interno dello scacchiere internazionale: solo tre su dieci pensano che l’Italia conti in Europa, meno di due su dieci che conti nel mondo.

Europa
Le differenze culturali sono ancora viste come un ostacolo all’integrazione europea, anche se ciò è molto meno vero per i giovani. L’amore per l’euro, a 12 anni dall’esordio della moneta unica, è basso, probabilmente ai minimi assoluti, e la disponibilità a fare sacrifici per restarvi e per rispettare le regole del gioco europee è scarsa - quasi il 70% non ci pensa proprio.

Fig. 2 – Quanto ci sentiamo europei.

Germania
L’imporsi della Germania come guida della politica economica europea è vissuta con insofferenza dagli italiani, che preferirebbero avere una libertà d’azione maggiore e pensano persino, un po’ velleitariamente, di creare una coalizione di stati in chiave antitedesca.

La politica di austerità economica praticata e predicata dalla cancelliera Angela Merkel suscita scarse simpatie: gli italiani sono poco disposti ad accettare una gestione tedesca della più grave crisi economica del secondo dopoguerra, anche se ormai è un po’ tardi per rendersene conto.

Fig. 3 – L’influenza tedesca in Europa.

Stati Uniti
Gli italiani hanno ancora fiducia nel patto atlantico, il cui concetto strategico sarà rivisto l’anno prossimo, ma non vedono più negli Stati Uniti l’alleato di riferimento per la tutela degli interessi della nazione.

La presenza delle basi militari Usa sul nostro territorio viene messa in discussione, ma non pare un tema caldo.

Uso della forza e il Medio Oriente
Gli italiani sono un popolo di pacifisti, contrari al 90% all’uso della forza e all’invio di truppe in missioni internazionali. Il mondo arabo, teatro di rivolte dall’esito incerto, preoccupa, specialmente per l’impatto che tali eventi potrebbero avere sui flussi migratori.

Ancora una volta, gli italiani prestano attenzione a ciò che accade nel mondo, ma interpretano gli avvenimenti internazionali alla luce degli interessi nazionali.

Fig. 4 – Le primavera arabe e l’Italia.
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lunedì 23 dicembre 2013

Auguri

A tutti gli amici e lettori di questo Blog



I più sinceri auguri di un Buon Natale e di un Felice 2014

mercoledì 18 dicembre 2013

Lituania: Terzo vertice paternariato orientale


Lituania 131
Si è concluso il 29 novembre a Vilnius il terzo vertice del Partenariato Orientale promosso dall’Unione Europea. Nato nel 2008 su proposta polacca e svedese, il Partenariato puntava ad avvicinare a Bruxelles sei Paesi ex-sovietici: Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldavia e Ucraina. L’obiettivo dell’iniziativa era quello di incoraggiare un rafforzamento dei legami politici ed economici con i Paesi dell’Europa orientale, creando una zona di libero scambio e promuovendo la tutela dei principi dello Stato di diritto. Al summit nella capitale lituana, tuttavia, soltanto la Georgia e la Moldavia hanno firmato l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea, mentre l’Azerbaigian ha sottoscritto l’accordo di facilitazione per i visti. L’Ucraina ha rinunciato alla firma dell’intesa pochi giorni prima dell’apertura del summit, in seguito alla bocciatura delle proposte di legge per la scarcerazione della leader dell’opp! osizione Yulia Tymoshenko, condizione richiesta da Bruxelles per proseguire i negoziati, preferendo riavvicinarsi a Mosca per motivi di opportunità politica ed economica. Il mancato accordo con Kiev è arrivato dopo il fallimento delle trattative con l’Armenia, che aveva già scelto di avviare il processo di integrazione nell’Unione Eurasiatica proposta dalla Federazione Russa. Con la Bielorussia, invece, la ratifica degli accordi è congelata dal 1997 a causa della situazione interna del Paese, guidato dal regime autoritario del filorusso Aleksandr Lukašenko. Il sostanziale fallimento del summit di Vilnius ha provocato tensioni con Mosca, accusata da Bruxelles di esercitare forti pressioni sulle ex repubbliche sovietiche per allontanarle dall’orbita europea, cooptandole nel suo progetto di integrazione tra Federazione Russa, Bielorussia, Kazakistan e altri Paesi dello spazio post-sovietico.

venerdì 13 dicembre 2013

Ucraina: una politica tra Scilla e Cariddi

2 dicembre 2013

Vertice Vilnius offre risultati contrastanti

Il 28 e 29 novembre, i leader dell'UE riuniti a Vilnius, in Lituania, che attualmente detiene la presidenza di turno dell'Unione europea, per il terzo vertice del partenariato orientale. Il partenariato orientale è l'iniziativa di politica estera ammiraglia dell'UE, destinato a far avanzare l'integrazione economica e politica con sei Stati post-sovietici (Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldova e Ucraina). Nonostante le grandi speranze di funzionari dell'Unione europea all'inizio dell'anno, i guadagni tangibili dalla vetta sono stati limitati. Armenia e Ucraina, i cui negoziati con l'UE sono state di gran lunga il più avanzato, non è riuscito a firmare accordi di associazione e di libero scambio. Con la Russia impegnato a resistere maggiore influenza dell'UE nel "vicinato comune", la probabilità di ulteriori tensioni e instabilità è in aumento, in particolare in Ucraina.
Armenia abbandonato i negoziati per un accordo di associazione con l'UE nel mese di settembre, quando il presidente, Serzh Sargsyan, inaspettatamente annunciato che il suo paese avrebbe aderire all'Unione doganale Russia-led. L'Unione europea ha da tempo dichiarato che l'adesione all'Unione doganale è incompatibile con una associazione UE e accordo di libero scambio (FTA). La decisione di abbandonare i negoziati con l'UE è probabile che sia stato spinto dai timori che la Russia potrebbe ritirare le sue garanzie di sicurezza per l'Armenia, che è bloccata in un conflitto con la sua vicina, l'Azerbaijan, il territorio del Nagorno Karabakh. In una dichiarazione alla stampa, il signor Sargsyan ha sostenuto che, come l'Armenia è membro del russo guidato Collective Security Treaty Organisation (CSTO), non poteva rimanere fuori da una "corrispondente spazio economico" che ha coinvolto i suoi alleati militari. Le pressioni economiche possono aver giocato un ruolo. Nel mese di maggio la russa Gazprom ha aumentato i prezzi del gas di importazione del 50%, portando ad un rapido balzo dell'inflazione. Poiché il signor Sargsyan ha accettato di aderire all'Unione doganale, i negoziati sono stati ri-iniziato a ridurre il prezzo del gas. L'UE sembra essere stato dato alcun preavviso di voltafaccia dell'Armenia, e il brusco cambiamento di rotta è probabile che hanno danneggiato le relazioni tra l'Unione europea e l'Armenia per qualche tempo a venire.
Nessun affare Ucraina
Mentre il ritiro di Armenia da l'accordo di associazione è venuto come uno shock per l'UE, i negoziati dell'Ucraina dell'UE hanno in bilico per qualche tempo. L'UE aveva fatto una conclusione dell'affare subordinata al rilascio di Yuliya Timoshenko, leader dell'opposizione e nemico del presidente, Viktor Yanukovich. Mentre il signor Yanukovich indeciso sul fatto di consentire di viaggiare in Germania per cure mediche, i funzionari russi hanno cominciato a mettere sotto pressione l'Ucraina non concludere un accordo di associazione UE. Sergei Glazyev, consigliere del presidente russo, ha messo in guardia contro l'Ucraina fare un "passo suicida". I funzionari doganali russe hanno introdotto restrizioni per un certo numero di prodotti ucraini e ha avvertito della possibilità di un più ampio embargo commerciale sulla base del fatto che un accordo di libero scambio con l'UE esporrebbe la Russia a una marea di libera tariffarie merci comunitarie. Con la diminuzione delle riserve e la sua moneta sotto pressione, un improvviso crollo delle esportazioni verso la Russia potrebbe ribaltarsi il paese in una crisi della bilancia dei pagamenti. Il 21 novembre il primo ministro ucraino, Mykola Azarov, ha annunciato che l'Ucraina sospendeva i preparativi per firmare l'accordo.
Guadagni limitati
Con l'Ucraina unendo Armenia tra i refusenik, è stato lasciato alla Georgia e la Moldova per fornire una storia di successo modesto al vertice. Entrambi i paesi hanno siglato accordi di associazione e globali e approfonditi accordi di libero scambio (DCFTA) con l'Unione europea al vertice di Vilnius. L'Unione europea prevede di concludere i negoziati e firmare i testi definitivi degli accordi entro il settembre 2014. Le autorità georgiane hanno indicato che il processo potrebbe essere accelerato, e una cerimonia di firma potrebbero aver luogo nella prima metà dell'anno. Il fallimento dei negoziati con l'Ucraina può anche aver dato una spinta alle ambizioni di integrazione della Moldova. Alla vigilia del vertice, l'Unione europea ha annunciato che avrebbe offerto un regime senza visti per la Moldova. Il 18 novembre, il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, ha descritto la Moldova come "front-runner" nel partenariato orientale.
Poco è stato fatto nelle relazioni dell'UE con gli altri due membri del partenariato orientale, l'Azerbaigian e la Bielorussia. L'unico risultato degno di nota è stato un accordo tra l'Azerbaigian e l'UE sulla facilitazione dei visti, mentre l'Unione europea e la Bielorussia hanno convenuto di avviare colloqui sullo stesso argomento. Relazioni UE-Bielorussia rimangono praticamente congelati in seguito alla violenta repressione dei manifestanti nella capitale bielorussa, Minsk, a seguito delle elezioni presidenziali del 2010. Ciò ha indotto l'UE a rinnovare il divieto di viaggiare nei confronti di un certo numero di alti funzionari. Entrambi i paesi vista sull'impegno dell'Unione europea ad esercitare governance esterna sul suo quartiere orientale con sospetto, e respingere il rapporto subordinato implicito in una modello basato condizionalità-integrazione.Bielorussia vede l'UE in termini strumentali, per essere usato come contrappeso diplomatico durante le periodiche esplosioni di tensione con la Russia al fine di garantire ulteriori sovvenzioni. La leadership azera è pronta a rafforzare la cooperazione con l'UE su una serie di questioni tecniche. Tuttavia, non ha alcun desiderio di impegnarsi con il programma di riforma più profonda implicita nei termini del programma di integrazione partenariato orientale.
Un colpo al partenariato orientale
Il fallimento di firmare accordi di associazione con l'Ucraina e l'Armenia, dopo quattro anni di negoziati, rappresenta un colpo significativo al partenariato orientale. In ultima analisi, i leader di Ucraina e Armenia sono stati in grado o non vogliono rischiare una violazione grave e immediato nelle loro relazioni con la Russia per il bene della promessa di guadagni a lungo termine di un aumento degli scambi con l'UE e per le riforme istituzionali . Alla vigilia del vertice, il signor Yanukovich ha fatto capire che la firma dell'accordo di associazione richiesta la garanzia di ulteriori aiuti da parte dell'UE e del FMI, eventualmente, un bail-out-al fine di proteggere l'economia ucraina dall'impatto del commercio russo sanzioni. In un discorso al popolo ucraino il 30 novembre, il signor Yanukovich ha chiesto "lavoro comune su un programma di misure per rendere l'economia ucraina meno vulnerabile". Eppure i sospetti rimangono che il signor Yanukovich aveva mai avuto intenzione di firmare l'accordo, e voleva usarlo semplicemente come strumento di contrattazione per estrarre maggiori concessioni da entrambi l'Occidente, o la Russia, o entrambi. Giunti a un testo finale per l'accordo, l'UE evitato facendo concessioni last-minute, o di essere coinvolto in una guerra di offerte geopolitica con la Russia sul futuro politico dell'Ucraina.
Un'ondata di proteste di massa in Ucraina dopo il Vertice di Vilnius ha suggerito che molti ucraini tengono il signor Yanukovich, e non l'Unione europea, responsabile per il fallimento dei negoziati. Apparendo cedere alle pressioni russe, il signor Yanukovich ha trasformato la zona di libero scambio in un problema di identità nazionale. Il rifiuto di firmare l'accordo è diventato il punto di riferimento per più rabbia generale presso lo stato disastroso dell'economia e le carenze della classe politica. Mentre questo sottolinea soft power dell'UE, vi è anche un rischio, non per la prima volta, che il processo di integrazione europea viene gravato da aspettative irrealistiche di trasformazione politica e la modernizzazione economica.
Dove vuoi andare?
Mentre l'immagine dell'Unione europea in Ucraina non può mai essere superiore, il vertice di Vilnius ha fatto poco per promuovere gli obiettivi fondamentali del partenariato orientale: cioè, per sostenere lo sviluppo di stati stabili, prosperi e democratici sul confine dell'UE. Infatti, nel caso dell'Ucraina, la prospettiva è di una maggiore instabilità. I funzionari dell'UE continuano ad insistere che la sua politica in Europa orientale "non vada a scapito delle relazioni tra i nostri partner europei ei loro vicini, come la Russia", come una dichiarazione congiunta del signor Van Rompuy e il presidente della Commissione europea, José Barroso, ha messo il 25 novembre.Tuttavia, la campagna di pressioni diplomatiche e commerciali suggerisce che la Russia leggere strategia dell'UE in termini di somma zero. Il fallimento del sig Yanukovych a firmare l'accordo di associazione significa che le elezioni presidenziali del prossimo, a causa nel 2015, è probabile che ancora una volta di essere combattuta sulle questioni di identità nazionale dell'Ucraina e l'orientamento geopolitico. Questo pone le basi per un rinnovato periodo di tensione tra l'UE e la Russia.
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Russia
Russia 130
Nella notte tra il 26 e il 27 novembre una squadra dell’OMON (Otrjad Milizii Osobovo Naznačenija, Unità Speciale della Polizia russa) ha arrestato, in un quartiere orientale di Mosca, 15 presunti terroristi appartenenti al gruppo jihadista al-Takfir wal Hijra, sospettati di pianificare attentati in territorio russo. Il movimento terroristico, nato in Egitto nel 1970, è stato bandito dalla Federazione Russa nel 2010, in seguito alla sentenza della Corte Suprema che ha accusato il gruppo di incitare all’odio interetnico e interreligioso.
L’arresto dei presunti terroristi ha ridestato l’allerta del Cremlino in vista dei Giochi Olimpici invernali che si svolgeranno in Russia dal 7 al 24 febbraio 2014. La cittadina nella quale si terrà la manifestazione, Sochi, si trova sul Mar Nero, nei pressi del Caucaso del Nord, che rappresenta una delle zone di maggior tensione all’interno della Federazione Russa. Qui, infatti, nel 2007 è na! to l’Emirato del Caucaso, entità autoproclamatasi indipendente dal governo di Mosca il cui leader è Doku Umarov. Lo scorso luglio Umarov aveva pubblicato un video nel quale invitava i miliziani ceceni a colpire la Russia durante i Giochi invernali. Putin ha dichiarato di usare il pugno duro contro i terroristi che minacciano le Olimpiadi, definendo un imponente piano di sicurezza per Sochi.

giovedì 5 dicembre 2013

Europa: una politica onerosa

Politica Agricola Comune 
Dopo la riforma il testimone passa agli stati
Lorenzo Vai
23/11/2013
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I numeri parlano chiaro: più di 420 miliardi di euro spesi negli ultimi sei anni, in un settore che conta 14 milioni di agricoltori e 15 milioni di imprese agricole ed agroalimentari, per un totale di 46 milioni di lavoratori e oltre 500 milioni di consumatori. La politica agricola comune (Pac) è la più onerosa tra le politiche dell’Unione europea (Ue).

Iter originale
Nata nel 1962, la Pac ha conosciuto numerose riforme. L’ultima proposta è stata approvata il 20 novembre dalla plenaria del Parlamento europeo (Pe). Le novità introdotte sono rilevanti, a cominciare dall’iter legislativo che ha caratterizzato la riforma.

Per la prima volta nella storia, infatti, il Pe ha potuto partecipare alla definizione e approvazione della Pac, grazie all’estensione prevista dal Trattato di Lisbona della procedura legislativa ordinaria, nei settori dell’agricoltura e della pesca.

Il percorso di codecisione tra Pe e Consiglio dell’Ue non si è rivelato tuttavia privo di ostacoli. Il compromesso finale è stato raggiunto solo grazie ai lavori del comitato di conciliazione, a due anni di distanza dall’iniziale proposta della Commissione. A complicare maggiormente le negoziazioni è stato lo stallo nell’approvazione del bilancio pluriennale 2014-2020, fondamentale per definire la dotazione finanziaria di tutte le politiche dell’Unione.

Tagli e ambizioni
La nuova Pac manterrà inalterata la sua architettura giuridica a due pilastri. Il primo, finanziato dal Fondo europeo agricolo di garanzia (Feaga), comprende i pagamenti diretti agli agricoltori e le misure di mercato a tutela dell’attività produttiva e della stabilità dei prezzi. Il secondo sorregge lo sviluppo rurale e la competitività delle imprese agricole, attraverso il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (Feasr).

Tre sono invece gli obiettivi strategici che si prefigge la riforma: una produzione alimentare competitiva, un utilizzo più sostenibile delle risorse naturali (il c.d. greening), e uno sviluppo territoriale equilibrato, affiancato da una più equa distribuzione degli aiuti tra gli stati membri e le diverse categorie di agricoltori.

Obiettivi che la Pac cercherà di realizzare con una dotazione finanziaria complessiva di circa 373 miliardi. Una cifra inferiore rispetto al passato (il 12% in meno), ma in linea con la riduzione del budget comunitario prevista per il 2014, di cui rappresenta pur sempre la voce principale (circa il 40%).

Innovazioni
Diverse le novità da segnalare. Tra queste, la ricerca di una duplice convergenza dell’ammontare dei sussidi erogati, sia tra gli stati membri che al loro interno, tra i singoli beneficiari. Questi ultimi saranno selezionati sulla base di requisiti più stringenti, per evitare che imprese estranee o non attivamente dedite all’attività agricola, usufruiscano degli aiuti.

Previsto anche un aumento degli incentivi a sostegno dei piccoli produttori e dei giovani agricoltori, finalizzato a contrastare l'emorragia di forza lavoro che da anni affligge il settore.

A tutela dell’ambiente viene introdotta una condizionalità nei pagamenti diretti, il cui godimento sarà così parzialmente vincolato (fino al 30%) all’attuazione di pratiche utili per la sostenibilità, quali la diversificazione delle colture o il mantenimento di terreni a riposo. Maggiori attenzioni per l’agricoltura biologica, al cui finanziamento viene dedicata una parte del Feasr.

Presente il tentativo di migliorare l’applicazione del principio di sussidiarietà nell’utilizzo dei fondi. Agli stati membri sarà infatti possibile trasferire risorse economiche, in limiti prestabiliti, da un pilastro all’altro della Pac.

Prolungato invece il regime a quote di produzione per lo zucchero e l’impianto di nuovi vigneti, rispettivamente fino al 2017 e 2030.

Specificità nazionali
È nei dettagli delle singole proposte che le istituzioni europee e gli stati membri si sono scontrati. Tra gli stati la questione più dibattuta sembra esser stata la convergenza dei finanziamenti a livello europeo. Tema che ha visto in prima linea l’Italia (paese tra i più penalizzati), contraria ad un’eccessiva armonizzazione che non tenesse conto delle specificità dei singoli sistemi agricoli.

L’Italia si è altresì spesa per ottenere l’esenzione delle colture mediterranee da alcune misure del greening; per l’introduzione della programmazione produttiva di alcuni prodotti di origine controllata e per la salvaguardia delle regole che disciplinano la coltivazione della vite. Obiettivi in buona parte raggiunti grazie all’azione diplomatica di Roma, all’attivismo degli europarlamentari nazionali e all’attenzione delle numerose associazioni d’interesse che hanno seguito la nascita della riforma.

Il bilancio della nuova Pac - deludente, come testimonia l’assenza di una sostanziale semplificazione delle procedure burocratiche - lascia ora ampia libertà d’azione agli stati membri nell’adattare gli strumenti previsti alle proprie esigenze domestiche.

Spetta alle singole capitali, raccogliere le opportunità offerte dalla maggiore decentralizzazione esecutiva caratterizzante la nuova Pac, una politica agricola che dovrà affrontare obiettivi ambiziosi, in apparenza contraddittori e con meno soldi.

Lorenzo Vai è research fellow nell'Area Europa dello IAI..
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venerdì 29 novembre 2013

Sapienza. Geopolitical Structures of the post soviet space. 3 Dicembre ore 15 e 4 dicembre ore 9,30



I profondi mutamenti che hanno caratterizzato il sistema delle relazioni internazionali dopo il 1991 hanno determinato crescente attenzione verso il mondo eurasiatico.
Nel volgere di due decenni le repubbliche sovietiche hanno definito una propria identità, hanno dato vita a varie organizzazioni sovranazionali e un insieme di fattori strategici ed economici ne hanno fatto uno scacchiere geopolitico di importanza primaria. Motivi più che sufficienti per fare il punto della situazione e per questo il 3 dicembre dalle 15 ed il 4 dicembre della 9,30 presso il Rettorato si terrà il Convegno internazionale "Geopolitical structures of the post-soviet space".
Sarà un momento di confronto scientifico e culturale cui prenderanno parte ospiti d'eccezione, tra cui ambasciatori e diplomatici di tutti i paesi ex sovietici presenti in Italia.
Un'occasione preziosa per gettare luce su un'area ancora poco conosciuta per quanto d'interesse vitale per l'Italia e per l'Europa.




-- 
Antonello Folco Biagini,
Prorettore Vicario,
Prorettore per la Cooperazione e Rapporti Internazionali,
Sapienza, Università di Roma
P.le Aldo Moro, 5 00185, Roma

martedì 26 novembre 2013

Ucraina: un virata di 180° gradi nei confronti dell'EU

Ucraina
Ucraina 129
Il 21 novembre il Parlamento ucraino ha bocciato le sei proposte di legge sulla procedura di sospensione condizionale della pena avanzate dai movimenti di opposizione per cercare di consentire al loro leader Yulia Tymoshenko, in carcere dall’agosto 2011, di recarsi in Germania per sottoporsi a trattamenti medici specialistici. Non è stata infatti raggiunta la soglia, prevista dalla Costituzione, di 226 voti a causa dell’astensione dei deputati del Partito delle Regioni del Presidente Viktor Yanukovich e del Partito Comunista guidato da Petro Simonenko, che insieme detengono la maggioranza dei seggi alla Verchovna Rada, il Parlamento ucraino. 
La Tymoshenko era stata arrestata con l’accusa di aver concluso, nel 2009, un contratto per la fornitura di gas russo senza l’approvazione del Parlamento. La detenzione dell’ex Primo Ministro ucraino, tuttavia, è stato strumentalizzato dal Presidente Yanucovich per limitare l’azione politica della Tymoshenko, suo principale avversario. Con la bocciatura della scarcerazione della Tymoshenko il processo di integrazione nell’Unione Europea di Kiev è stato di fatto bloccato. Non a caso, alcune ore dopo la votazione parlamentare, il governo di Kiev ha annunciato di aver interrotto le negoziazioni per l’accordo di associazione con l’UE, preferendo implementare il processo di integrazione nell’Unione Doganale Eurasiatica, area di libero scambio a cui partecipano molti Paesi dell’ex URSS. 
Bruxelles aveva posto la liberazione della leader ucraina come condizione per poter procedere alla firma dell’Accordo di Associazione a Vilnius, prevista per il 28 novembre. La decisione del Parlamento di Kiev potrebbe essere stata condizionata dall’incontro, appena pochi giorni fa, tra Putin e Yanukovich, nel quale il Presidente russo avrebbe fatto pressioni perché l’Ucraina non aderisse al partenariato con l’Unione Europea. Il 15 novembre, inoltre, la compagnia energetica statale ucraina Naftogaz ha ripreso ad acquistare gas dal colosso del metano russo Gazprom, promettendo di pagare il debito di 1,3 miliardi di dollari per le forniture da agosto ad ottobre, segnando il consolidamento dei rapporti tra i due Paesi.

sabato 23 novembre 2013

UE: La burocrazia europea celebrai suoi riti

Verso le elezioni europee 
Toto nomine per la lotteria Ue 
Giampiero Gramaglia
13/11/2013
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I concorrenti sono sui blocchi di partenza. Tutti tranne uno. Ma la corsa potrebbe non scattare mai, se il Partito popolare europeo (Ppe) non manda in pista il proprio campione. E la grande novità delle elezioni europee 2014, concepita pure per stimolare la partecipazione e contrastare l’euro-scetticismo, potrebbe restare incompiuta.

La designazione, da parte delle grandi famiglie politiche europee, di un candidato alla presidenza della Commissione europea non equivale a un’elezione diretta, ma è destinata a condizionare pesantemente le scelte dei leader dei 28, cui spetterà decidere - l’anno prossimo - quale successore di Manuel Barroso proporre all’investitura del Parlamento europeo.

Ricco bottino
Nei criteri di valutazione dei leader, i fattori politici e quelli nazionali s’intrecciano. E conta pure l’equilibrio degli incarichi. La posta in palio nel 2014 è ricca con i posti di presidente del Consiglio, della Commissione e del Parlamento europei, oltre che di ‘ministro degli esteri’, cioè, a dirla tutta burocraticamente, l’alto responsabile per la politica estera e di sicurezza comune. Senza contare, nell’orto vicino dell’Alleanza atlantica, l’incarico di segretario generale.

Per l’Italia, che ha già Mario Draghi alla presidenza della Banca centrale europea sarà difficile partecipare alla spartizione del bottino, anche se Mario Monti ed Enrico Letta hanno profilo e titoli per puntare a succedere al presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy. Nessun italiano ha poi mai guidato il Parlamento eletto a suffragio universale. Sul fronte Nato, è in lizza l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini.

Popolari a carte coperte 
Finora, solo il Partito socialista europeo ha già indicato un candidato alla presidenza della Commissione: è Martin Schulz, il tedesco attualmente presidente del Parlamento europeo, la cui nomination ufficiale avverrà in un congresso a Roma all’inizio del 2014. Gli altri partiti hanno tracciato un percorso per giungere alla designazione. Tutti tranne i popolari, che nicchiano e per ora giocano a carte coperte: non hanno un candidato e non si sono neppure impegnati a darselo; se lo faranno, sarà non prima di un congresso a marzo.

Le considerazioni che frenano il Ppe sono essenzialmente due. La speranza, fondata, di essere ancora il gruppo più forte nel prossimo Parlamento e la certezza, quasi matematica, che i leader popolari siano maggioranza nel Consiglio che sceglierà il successore di Barroso. A meno che euro-scettici e populisti non spariglino i giochi, almeno nell’Assemblea, sfruttando a maggio la disaffezione verso l’Europa degli elettori.

In attesa del Ppe, l’ultimo nome spuntato nel ‘toto Commissione’ è quello del premier irlandese Enda Kenny, leader del Fine Gael, che potrebbe essere il campione dei conservatori britannici. Per il momento Kenny è più un’indiscrezione che una certezza.

Invece, la candidatura del greco Alexis Tsipras, leader del partito di sinistra radicale Syriza, è un progetto ben avanzato: i leader dei partiti del gruppo della Sinistra unitaria europea (Gue/Ngl) lo propongono per il post-Barroso, ma la designazione dovrà essere confermata dal congresso in programma a Madrid a metà dicembre.

In una nota del partito, si legge: ''Syriza riunisce il popolo greco contro l'autoritarismo'' della troika, Tsipras sarebbe una voce “di resistenza e speranza contro le politiche ultra-liberiste e contro la minaccia dell'estrema destra''. E nonostante la Gue non creda che la scelta del presidente della Commissione da parte dei partiti aiuti a democratizzare la politica europea, vuole comunque puntare su un proprio campione. Ma gli italiani di Sinistra ecologia e libertà si smarcano: loro puntano su Schulz.

Anche il gruppo dei liberal-democratici europei (Alde) è in fase decisionale: momento cruciale, fine novembre, quando il partito terrà una riunione a Londra e discuterà le candidature alla ‘nomination’. In prima fila, ci sono l’ex premier belga Guy Verhofstadt, liberale fiammingo, federalista convinto, e Olli Rehn, finlandese, attuale commissario europeo all’economia e alla finanza. Rehn è una vecchia conoscenza italiana: dal 2009, ci spulcia i conti per mestiere.

Requisito indispensabile per essere un candidato dei liberal-democratici alla poltrona di Barroso è avere l’appoggio di almeno due partiti di due diversi paesi Ue o di almeno il 20% dei deputati del gruppo. Il 19 e 20 dicembre, i leader del partito valuteranno i nomi sul tavolo e chiuderanno il lotto degli aspiranti alla ‘nomination’. Alla scelta del candidato procederà un Congresso straordinario a Bruxelles il 1° febbraio 2014.

I Verdi europei hanno appena lanciato primarie online per scegliere i due finalisti alla nomination, su cui poi si pronuncerà un congresso. Fra quelli in lizza alle primarie, l’italiana Monica Frassoni, co-presidente del Partito verde europeo, e l’eurodeputato José Bové, un agricoltore francese, già leader del movimento anti-globalizzazione.

Schulz in campagna elettorale
Libero da pastoie interne al suo partito, Schulz è da mesi impegnato in una frenetica campagna elettorale personale che l’ha già portato più volte in Italia e pure in Vaticano, ricevuto in udienza dal Papa. L’idea è di avere Francesco a Strasburgo prima della fine della legislatura. Il presidente del Parlamento si batte per la crescita e il lavoro e critica la scelta del rigore, denunciando, specie quando è in Grecia, i “misfatti” della troika. Ma tira il freno a mano, quando si tratta di criticare la cancelliera tedesca Angela Merkel.

Il nome di Schulz è pure entrato nei negoziati per la formazione della grande coalizione tedesca: i socialisti lo vogliono blindare fin d’ora come commissario tedesco, rendendo più difficile alla Merkel contrastarne poi l’ascesa alla presidenza della Commissione a favore di un popolare non tedesco. Pesa pure il fatto che la Germania non ha più avuto la guida dell’esecutivo comunitario dagli anni 50, quando Walter Hallstein aprì la serie.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI (Twitter: @ggramaglia).
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Europa. Problemi di Menagement Documetazione

• EU Crisis Management After Lisbonby N.Pirozzi

The Lisbon Treaty has introduced a number of innovations in the field of the EU's crisis management which have the potential to reinvigorate the Union's security actorness, both as a norm setter (model by being) and an operational crisis manager (model by doing). This paper investigates the prospects for the EU to become a credible security actor in the 21st century in connection with its capacity to adapt the conceptual framework of its crisis management system to the current security scenario and impl ement effective action on the ground. In particular, this analysis will take into consideration three main developments in the global security environment: (1) the rise of new security-political challenges; (2) the evolution of the concept of security; and (3) the proliferation of non-state actors in the field of security.

Europa: il problema energetico. Documetazione

 Energy and Politics: Behind the Scenes of the Nabucco-TAP Competitionby N.Sartori

The EU launched the Southern Gas Corridor initiative with the twofold aim of strengthening the diversification of Europe's gas sources and transportation routes, and reducing the role of upstreamers in the European gas market. The preference expressed by the European Commission - the corridor’s mastermind - for the Nabucco pipeline was expected to weigh in heavily, allowing the EU-backed project to easily win the competition. However, other factors ende d up tilting the balance decisively in favour of Nabucco West's final rival, the Trans-Adriatic Pipeline (TAP). These include the technical and commercial criteria set out by the Shah Deniz II consortium, Nabucco West's complex organizational and decision-making procedures, the attractiveness of the exemption from Third Party Access (TPA) granted by the EU to TAP, and SOCAR's specific interest in the Greek market. When it comes to energy, political support not always represents the decisive element, and may be counterproductive at times.

• The Winner is TAP: The EU's Failed Policy in the South Caucasusby N.Mikhelidze

Between the two competitors for the delivery of Azerbaijani gas to Europe ­ Nabucco West and the Trans-Adriatic Pipeline (TAP) ­ the winner is the latter, a project designed to transport Caspian gas via Greece and Albania and across the Adriatic Sea to southern Italy. The EU welcomed the decision of the Shah Deniz consortium. Yet the political objective of the Southern Corridor was to diversify gas supp ly to Europe and reduce the energy dependence of some EU member states on Russia. With TAP as the winner, it is questionable whether the EU has truly met these goals. As for Azerbaijan, the selection of TAP can be viewed as a commercially sound decision and a political balancing act by Baku to gain access to European markets and to avoid angering the Kremlin. Yet this choice came only after President Alyev failed to convince the EU to take a clearer stance on the Nagorno-Karabakh conflict resolution process in exchange for Nabucco West.

• What Role for the Commission in the New Governance of the Economic and Monetary Union?by R.Cisotta

In recent years, the EU and its member states have tried to offer credible responses to the financial and economic crisis often outside the EU legal order and with a significant impact on the institutional balance of the Union itself. Many of these reforms concern the Commission, which has been entrusted with new tasks mainly related to the provision of financial assistance to member states experiencing major economic difficulties, the overview of national budget ary decisions and, to a lesser extent, actions to foster economic growth. In some areas – like the new rules on fiscal discipline – the Commission has gained strong powers. The solutions raise many legal concerns and may alter long-standing balances between institutions. Furthermore, they are clearly inspired by intergovernmentalism and principally conceived within intergovernmental structures like the European Council.

venerdì 22 novembre 2013

AMERICA’ DEBT CRISIS MAY DRAG THE ERUOZONE DOWN

(conctac:massimo coltrinari: geografia2013@libero.it)

The temporary agreement to avoid a debt default in the US will produce severe
consequences, not only in America but also in the rest of the world, notably in
the eurozone.
As long as Barack Obama’s administration and US Congress remain in the
hands of different parties, they will muddle through, trying to gain time by
postponing the fundamental decisions. The deadline for raising the debt
ceiling will be pushed forward, but there is no certainty that the worst scenario
can be definitely avoided. In fact, the two main actors have an incentive each
time to move ever closer to the precipice and try to obtain some advantage by
threatening a default.
This is similar to the game of chicken European policy makers played during
the eurozone debt crisis, bringing the single currency very close to collapse.
Only at the last minute, when the risk of implosion became apparent, did
European politicians ultimately decide to create a European Stability
Mechanism and to move towards a banking union. The intervention by the
European Central Bank, pledging to do whatever it takes to avoid a collapse of
the monetary union, calmed the markets but catastrophic risk has not
disappeared. It is reflected in the risk premium of some eurozone sovereign
bonds.
If the US political authorities continue to follow the same pattern, market
participants will have to start pricing in a non-zero probability of a disaster
scenario. The memory of Lehman Brothers has not faded away, after all. Tail
risk is likely to increase in the near future.
A repricing of risk for Treasuries can be expected to affect a whole range of
asset prices, including in other countries. At the global level, international
October 23, 2013
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America’s debt crisis may drag the eurozone down | The A-List http://blogs.ft.com/the-a-list/2013/10/23/americas-debt-crisis-may-drag...
1 di 3 23/10/2013 18.00investors will be induced to further diversify their portfolios, reducing the
overweight of dollar-denominated assets in favour of real assets or financial
assets denominated in liquid currencies such as the euro.
The incentive to rebalance investors’ portfolios may also be influenced by the
US Federal Reserve’s reaction to the recent deal. Interest rates may remain low
for longer and capital may be induced to flow outside the US, chasing higher
returns.
Overall, the increased tail risk on US government bonds and the likely reaction
of US monetary policy should increase demand for non-US assets. The best
rated European sovereigns should benefit from such a portfolio shift. It is less
clear, however, that the eurozone as a whole will benefit.
Indeed, the supply of euro-denominated assets is not increasing at the same
pace as the global demand. As a result, the euro exchange rate can be expected
to further appreciate, continuing the trend of the past few weeks. In fact, the
European currency is rapidly heading towards the levels prevailing before the
start of the euro crisis. The rising current account surplus of the eurozone,
resulting from asymmetric internal adjustment, is further contributing to this
trend. This restricts monetary conditions in the eurozone.
On balance, the recent US budgetary events will produce direct and indirect
restrictive spillover effects in the eurozone, symmetrical with those the
eurozone crisis produced in the US at the peak of the crisis between mid-2011
and 2012. However, eurozone authorities seem less well equipped to deal with
these spillovers than the US authorities.
While at the peak of the euro crisis the US authorities flew frequently over the
Atlantic to convince European policy makers to get their act together and take
the steps needed to complete the institutional framework underpinning the
single currency, it is more difficult to imagine Herman Van Rompuy, European
Council president, meeting back and forth with John Boehner, speaker of the
US House of Representatives, and Mr Obama to convince them they need to
reach an agreement on the next debt limit in the interests of the world
economy.
Furthermore, while the Fed embarked on various waves of quantitative easing
to inundate financial markets with liquidity, avoiding an over-appreciation of
the dollar, the ECB’s options are more limited. Cutting further the policy
interest rate may help divert some of the demand for euro-denominated assets.
The acknowledged weakness of the eurozone recovery and the low inflation
rate – increasingly distant from the 2 per cent ceiling – provide the necessary
justification for such a cut. It would hardly be sufficient, however, to
discourage international investors’ demand for euro-denominated assets.
If the strengthening of the euro is a result of increased demand for euro assets
America’s debt crisis may drag the eurozone down | The A-List http://blogs.ft.com/the-a-list/2013/10/23/americas-debt-crisis-may-drag...
2 di 3 23/10/2013 18.00by international investors, the only way to counter it – in the absence of capital
controls – is to increase the supply of euro assets or to discourage demand.
The only institution in a position to do so is the ECB. It could increase overall
euro liquidity by operating directly in the markets, which would not be
inflationary as long as the liquidity is held by foreign investors for
diversification reasons. Alternatively, it could discourage demand for euro
liquidity by imposing a negative interest rate on euro deposits held by the
central bank.
Either measure would be a significant innovation for the eurozone. However,
they may in the end be unavoidable to counteract the unintended
consequences of the way the US is managing its debt problems.
The writer is a former member of the executive board of the European
Central Bank and currently visiting scholar at Harvard’s Weatherhead
Center for International Affairs and at the Istituto Affari Internazionali in

Rome