Europa

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Metodo di Ricerca ed analisi adottato

Medoto di ricerca ed analisi adottato
Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

lunedì 18 aprile 2016

Più Europa in Turchia o più Turchia in Europa?

Migranti
Accordo Ue-Turchia: rinuncia ai valori europei?
Marina Castellaneta
13/04/2016
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Tra necessità legate a ragioni elettorali nazionali, populismo e una malintesa esigenza di sicurezza e di tutela del benessere in casa propria, il Consiglio europeo del 18 marzo scorso si è chiuso con una dichiarazione/accordo con la Turchia che presenta molte zone d’ombra sulla strada che l’Unione europea (Ue) intende perseguire nel “risolvere” la crisi umanitaria in Siria e il dramma dei migranti.

Dubbi di legittimità
All’indomani dei primi round di trasferimenti avviati, in esecuzione dell’accordo, il 4 aprile dalla Grecia verso la Turchia, e che hanno portato - come scrive la Commissione europea - a una riduzione degli arrivi sulle coste greche dai 1.667 del 20 marzo ai 339 del 3 aprile, è opportuno soffermarsi sui dubbi, sotto il profilo della legittimità e dell’opportunità politica, che l’accordo suscita.

L’intesa è incentrata su tre pilastri: ritorno automatico in Turchia dei migranti che arrivano da quel paese in Grecia; reinsediamento dei profughi siriani in Europa (sulla base del principio un ritorno in Turchia, un reinsediamento in Europa) e concessioni alla Turchia per accelerare l’adesione all’Ue.

Vediamo perché, al di là della probabile ineffettività dell’accordo - che non farà altro che chiudere una rotta e aprirne un’altra - l’intesa segna una sconfitta nell’azione Ue relativa alla politica comune d’immigrazione che è “fondata sulla solidarietà tra Stati membri ed equa nei confronti dei cittadini dei paesi terzi”.

Prima di tutto, per l’arretramento e forse proprio per l’implosione dei valori fondanti dell’Ue. Poi perché la regola base dell’accordo è un baratto, fondato sul sistema di scambio tra esseri umani, molti dei quali puniti - coloro che dalla Turchia fuggono in Grecia, per inseguire il miraggio di una vita dignitosa - e pochi altri premiati.

Non solo. L’intesa mette in secondo piano, nella sostanza, gli obblighi di diritto internazionale - dalla Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiati del 1951 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo - imposti agli stati e alla stessa Ue.

L’imbarazzante abbraccio con Ankara
Al di là del contenuto, poi, è l’abbraccio con la Turchia a essere in sé imbarazzante, proprio in una fase in cui il presidente Erdoğan è sempre più incline a sopprimere libertà fondamentali sull’altare del proprio potere.

Malgrado ciò, però, l’Ue mette il destino di esseri umani nelle mani di Ankara e acconsente all’accelerazione nella roadmap che porterà all’eliminazione, entro giugno 2016, degli obblighi di visto per i cittadini turchi che intendono entrare nello spazio Schengen.

Un do ut des stigmatizzato anche dal Parlamento europeo che, tra l’altro, è stato tagliato fuori dall’intesa con ulteriori dubbi circa la sua conformità al Trattato sul funzionamento dell’Ue (in particolare all’articolo 218, sulla procedura di conclusione degli accordi internazionali).

Controllo delle frontiere e diritti umani
Per quanto riguarda il primo punto, ossia l’accantonamento dei valori europei che è un colpo di piccone alla già debole identità europea, è evidente che tra “ripresa del controllo” delle frontiere esterne e tutela degli individui in fuga da miseria e guerra, l’Ue sceglie senza esitazioni la prima. E questo, malgrado le parole scritte nel Trattato di Lisbona che ha rafforzato la tutela dei diritti umani.

Alle parole dovrebbero seguire i fatti, con la conseguenza che l’Ue dovrebbe essere in prima linea nel bloccare ritorni di massa e reinsediamenti di poche e selezionate vittime e favorire, piuttosto, corridori umanitari che possano condurre chi cerca scampo da guerra, povertà estrema e persecuzioni, in zone sicure.

Come detto, poi, è proprio l’upgrade di Ankara a destare allarme. In pratica, la Turchia di Erdoğan, che stringe il paese sempre di più in una morsa autoritaria, viene classificata come paese sicuro (malgrado mantenga ancora la riserva geografica all’applicazione della Convenzione di Ginevra), con la conseguenza che la domanda di asilo di un migrante che compie la traversata dalla Turchia alla Grecia dovrà essere dichiarata inammissibile, come si legge nelle conclusioni del 18 marzo, “sulla base del concetto di ‘paese di primo asilo’ o ‘paese terzo sicuro’, in conformità del diritto europeo e internazionale”.

Eppure poche righe dopo, al paragrafo 5, l’Ue “ribadisce che si attende che la Turchia rispetti gli standard più elevati in materia di democrazia, stato di diritto, rispetto delle libertà fondamentali, compresa la libertà di espressione”. Un auspicio che Ankara rafforzi i diritti umani, senza alcuna base fattuale sufficiente, considerando che tutto va nella direzione opposta.

L’allarme dell’Unhcr
Sul fronte degli impegni internazionali, l’intesa ha già suscitato allarme nell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, per la quale “i rifugiati hanno bisogno di protezione, non di respingimenti”.

Ed invero, dal 20 marzo 2016, in esecuzione dell’accordo, i migranti irregolari che hanno compiuto la traversata dalla Turchia alla Grecia fanno ritorno in Turchia, in un primo tempo, anche sulla base dell’accordo bilaterale di riammissione tra Grecia e Turchia, che sarà sostituito dal 1° giugno 2016 dall’accordo di riammissione Ue-Turchia.

Ora, considerando che era già operativo l’accordo bilaterale, è evidente la connotazione tutta politica dell’intesa, che suona proprio come un premio ad Erdoğan. E se non è preclusa la possibilità di presentare domanda di asilo nelle isole greche di sbarco, è probabile che, in applicazione della ‘direttiva procedure’, scatti il ritorno in Turchia in quanto paese sicuro.

Di qui, poi, il piano di reinsediamento di cittadini siriani presenti nei campi profughi in Turchia sul territorio Ue, fino ad un massimo di 72mila persone nel 2016. Un sistema connotato da automaticità che non convince in base agli obblighi di analisi individuale richiesta dalla Convenzione di Ginevra.

Il ‘baratto’ dei siriani
Sotto il profilo del baratto “un siriano che ritorna in Turchia contro un siriano reinsediato dalla Turchia nell’Ue”, le perplessità sono proprio di ordine etico. Di fatto, l’Ue procede a una classificazione aprioristica dei rifugiati, operando un sistema punitivo per i migranti costretti a rischiare la vita in mare per sfuggire alla guerra.

Che dire, poi, della limitazione contenuta nel piano di reinsediamento per i soli siriani, escludendo in modo discriminatorio gli altri rifugiati che fuggono da altre parti in cui rischiano persecuzioni?

Analoghe osservazioni per il rapporto “uscita migranti dall’Unione europea - nel caso di specie dalla Grecia - e incassi della Turchia”, la quale ultima in tempi rapidi otterrà, oltre ai 3 miliardi di euro già assegnatili, altri 3 “una volta che queste risorse saranno state utilizzate e a condizione che gli impegni siano soddisfatti” e, in ogni caso, entro il 2018. Con l’auspicio, poi, che questi soldi non servano a ultimare la costruzione del muro al confine sud-est con la Siria, che di fatto blocca le persone vittime della guerra nel proprio Paese.

Marina Castellaneta è Professore associato di diritto internazionale presso l’Università degli studi di Bari “Aldo Moro”.
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Terrorismo in Europa: finalmente si parla di strategia

Europa e Terrorismo
Dopo Bruxelles, quale strategia di contrasto?
Diego Bolchini
07/04/2016
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I tragici eventi dello scorso 22 marzo a Bruxelles hanno riportato ancora una volta alla ribalta lo stragismo terroristico affiliato o ispirato al brand Is (l’autoproclamatosi Islamic State). Tra simbolismi e psicologia, il terrorismo induce una cascata di disponibilità, accedendo ad immagini vivide ed influenzando percezioni di individui, società e governi.

Aeroporti e metropolitane sono già stati in passato luoghi di elezione scelti per attacchi terroristici. Si pensi agli attentati del luglio 2005 a Londra, e andando ancora più indietro nel tempo, agli attentati occorsi all’aeroporto di Fiumicino nel 1985.

Affrontare una simile minaccia comporta il ripensamento, ancora una volta, degli strumenti di monitoraggio e contrasto implementabili allo scopo. Alla luce della magnitudo e della frequenza degli eventi stragisti occorsi su suolo europeo negli ultimi due anni, due sembrano le direttrici prioritarie: potenziare la rete di raccolta dell’intelligence, tanto dal versante di ricerca umana quanto elettronica, e rafforzare ed affinare il comparto analitico e predittivo delle forze di polizia e degli organismi di sicurezza, in modo da intercettare i cosiddetti “segnali deboli” in un contesto sovraccarico di informazioni.

In un testo del dicembre 2007, il generale statunitense Russel D. Howard, direttore del Jebsen Center for Counter Terrorism Studies presso la Fletcher School e del Combating Terrorism Center dell’Accademia militare di West Point, già prefigurava l’esigenza operativa sempre più pressante contro le schegge europee di Is: occorre raccogliere intelligence “azionabile” e “preventiva” nelle denied areas, vale a dire in aree (culturali e geografiche) normalmente interdette alle intelligence occidentali.

Precedentemente, nel 2005, John Brown e Jeffrey Cooper, dalle pagine del Washington Post così meglio caratterizzavano ed estendevano il concetto:“The objective of intelligence must be to penetrate not only denied areas but denied minds in order to gain an understanding of intents and motivations of individuals and small groups in countries that are unfamiliar to us”.

Nella realtà europea odierna, gli esempi di denied areas sono purtroppo molteplici: si pensi, uno per tutti, al quartiere di Molenbeek, capace di offrire protezione e riparo a Salah Abdeslam per diversi mesi, quasi una Abbottabad pakistana nel cuore dell’Europa, apparentemente impenetrabile (quanto meno nel breve periodo) al contesto securitario occidentale.

Difronte ai nuovi fenomeni di violenza virulenta, puntiforme e molecolare che attraversa lo spazio di confronto e interlocuzione europeo/nordafricano/mediorientale, occorre ripensare con attenzione alle identità multiple dei singoli.

Se l’Is è capace di sfruttare e manipolare anche cittadini formalmente europei a scopi distruttivi sulle nostre strade e infrastrutture di trasporto così come in Siria ed in Iraq, allora l’occidente deve ripensare a questi stessi individui e alla capacità di attrazione esercitabile su di essi, rendendoli parte attiva di una rete preventiva e di conoscenza “dall’interno”.

Mappare la polisemia delle identità e delle propensioni ideologiche sarà la più grande sfida per le intelligence occidentali nei prossimi anni, in società sempre più ibride, composite e liquide. Una radiografia mirata delle identità dunque contro i lone wolves, i lupi solitari che colpiscono cittadini inermi, scardinando certezze.

Un cittadino etnicamente arabo ma di nazionalità belga guarderà nel prossimo futuro,come riferimento identitario, più alla sua carta di identità e al suo Stato di adozione o ad una affiliazione ideologica antagonista e nichilista? Questa è la sfida da vincere per gli stati di diritto in una società aperta.

Diego Bolchini è analista di relazioni identitarie, autore di contributi per diverse riviste specializzate nei settori afferenti geopolitica, sicurezza e difesa.
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martedì 12 aprile 2016

Russia: lo sguardo rivolto al passato

ssia-Siria
Putin e le paranoie da Guerra Fredda
Francesco Bascone
01/04/2016
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L'annuncio del ritiro russo dalla Siria ha colto di sorpresa un po' tutti. Ma specialmente coloro che sospettano che in ogni mossa di Mosca vi sia un animus nocendi, una volontà di mettere sotto scacco l'Occidente.

Esperti che nella migliore delle ipotesi avevano visto nell'intervento in Siria un tentativo di rovesciare gli equilibri geopolitici mediorientali e di estendere la propria sfera di influenza.

Ma non sono mancati quelli che hanno accusato Mosca di bombardare gli ospedali e massacrare i civili al fine di ingrossare le file dei profughi, e in tal modo mettere in crisi l'Europa: si è infatti parlato di "weaponization" degli sfollati. A tanto può arrivare la mentalità paranoide dei nostalgici della guerra fredda.

Il rischio di un nuovo Afghanistan
Qual è allora la ratio del passo indietro fatto da Putin? Se accettiamo che la Russia di oggi sia una potenza "normale", un rational actor, può essere logico supporre che, una volta messi sulla difensiva gli avversari del regime di Damasco, e convinti i loro sostenitori che la pace va negoziata senza la pre-condizione dell'uscita di scena di Bashar al-Assad, Mosca abbia deciso di incoraggiare il dittatore siriano a tentare seriamente la via negoziale, togliendogli l'illusione di una soluzione puramente militare.

Una seconda spiegazione (una non esclude l'altra) è che Putin abbia voluto evitare di scivolare nelle sabbie mobili della lotta anti-guerriglia, di ripetere cioè l'errore fatto dagli statunitensi dopo la cacciata dei talebani da Kabul.

Come nel caso degli Usa in Afghanistan, in questo "ritiro" c'è forse più continuità che discontinuità: escluso che i russi abbandonino la base navale di Tartus, se terranno una buona parte dei loro aerei in quella di Latakia e - a protezione di entrambe - le batterie di missili anti-aerei S-300 e S-400, la presenza militare russa in Siria non cambierà di molto.

Le unità terrestri da ritirare sono poca cosa. Il cambiamento potrebbe essere essenzialmente nell'impiego della forza aerea: da offensivo a difensivo. Ma come vediamo oggi in Afghanistan, dopo il presunto "ritiro" il ruolo delle forze straniere residue a protezione di quelle governative può ancora comportare un'alta frequenza di missioni dell'aviazione.

Guerra civile e trattative
In queste condizioni la guerra civile è destinata a durare a lungo, senza vincitori né vinti. Una prospettiva che dovrebbe incentivare le parti a trattare.

Ma le probabilità che il negoziato sul power-sharing fra le parti dell'accordo di tregua fallisca sono alte, vista la sete di vendetta e la frammentazione delle forze ribelli, e i fondati timori del gruppo dirigente e delle minoranze religiose per la propria sopravvivenza. Ma anche qualora avesse successo, rimarrebbe il conflitto con l’autoproclamatosi stato islamico e con la filiale siriana di al-Qaida, Jabhat al-Nusra.

Uno stallo militare in tale conflitto può portare ad una divisione territoriale, sia pure solo di fatto ma duratura: da un lato la regione occidentale, fertile, comprendente le maggiori città, sotto il regime attuale allargato a parti dell'opposizione; dall'altro la regione semi-desertica a oriente - con Raqqa, Deir es-Zor, Palmira - unita a Mosul e la sua provincia sotto l'Isis fino a quando la coalizione internazionale non riuscirà a tagliare tutte le teste dell'Idra.

Un'ipotesi, questa della rinuncia ad abbattere lo stato islamico e della conseguente divisione territoriale, non ottimale neanche per la Russia, ma compatibile con il suo interesse primario: proteggere le proprie basi nella regione nord-occidentale della Siria e assicurare la sopravvivenza del regime "laico" di Damasco.

Francesco Bascone è Ambasciatore d’Italia.
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Sono finiti "i giorni felici" sulla Vistola

Europa
Polonia, come evitare di diventare un pariah
Daniele Fattibene
04/04/2016
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La crisi istituzionale in Polonia sembra aver raggiunto ormai un punto di non ritorno. Da quando si è insediato, il nuovo governo guidato da Beata Szydło del Partito Diritto e Libertà (Prawo i Sprawiedliwość - PiS) ha lanciato un attacco senza precedenti contro media e potere giudiziario, mettendo in serio pericolo il sistema democratico del Paese.

Questa situazione ha creato un grave clima di scontro non soltanto a livello nazionale, ma anche internazionale, con diverse istituzioni che hanno condannato la condotta del governo.

Varsavia è stata già messa sotto osservazione da parte dell’Unione europea (Ue), che da gennaio ha avviato un “dialogo strutturato” con il governo per analizzare la situazione nel paese all’interno del nuovo “Quadro sullo Stato di diritto” adottato nel 2014.

E, forse anche per rintuzzare diffidenze e ostilità, il presidente Andrzej Duda ha appena rilasciato, a margine del Vertice di Washington contro la proliferazione nucleare, una serie d’interviste nelle quali sostiene che “Europa e Usa hanno una visione sbagliata della Polonia”.

Governo contro Corte costituzionale
La crisi si è acuita un paio di settimane fa, quando la Corte Costituzionale ha dichiarato parzialmente incostituzionale la legge varata dal governo lo scorso 22 dicembre e volta a emendare la legge sulla Corte costituzionale approvata nel giugno precedente. Il governo ha fortemente criticato questa decisione, e il ministro degli Esteri Witold Waszczykowski ha addirittura accusato il presidente della Corte di agire come un “ayatollah iraniano”.

Inoltre, il primo ministro Szydło ha dichiarato che il governo non pubblicherà il verdetto della Corte sulla Gazzetta Ufficiale, passo necessario per rendere il documento legalmente vincolante. Un fatto questo senza precedenti nella storia recente della Polonia, che ha scatenato forti proteste da parte dell’opposizione e della popolazione civile e che mette in serio pericolo l’intero sistema di “pesi e contrappesi” all’interno del paese.

La Commissione di Venezia condanna Varsavia 
La condotta del governo è stata oggetto di critica non soltanto da parte delle istituzioni nazionali, ma anche da parte del Consiglio d’Europa. La “Commissione europea per la democrazia attraverso il diritto” (meglio conosciuta come “Commissione di Venezia”), che si occupa di fornire consulenza legale a quei paesi membri che vogliono mettere le proprie legislazioni in linea con gli standard europei, ha condannato il governo di Varsavia.

L’11 marzo la Commissione ha pubblicato, su richiesta di Waszczykowski, un’opinione sugli emendamenti votati dal governo. I membri della Commissione hanno dichiarato che i cambiamenti proposti mettono in pericolo non solo l’efficace funzionamento della Corte costituzionale, ma l’intero stato di diritto nel Paese.

La Commissione ha poi condannato la decisione del governo di non pubblicare il giudizio espresso dalla Corte costituzionale e ha invocato un accordo politico con l’opposizione per superare la situazione di impasse attuale.

Il giudizio della “Commissione di Venezia” è molto importante in quanto potrebbe condizionare fortemente le scelte future che saranno prese in seno all’Ue. Il rischio per la Polonia è che venga attivato prima il “meccanismo preventivo” previsto dall’articolo 7 del Trattato dell’Unione europea (Tue) e che poi si arrivi a un’eventuale “meccanismo sanzionatorio” con la potenziale sospensione di determinati diritti previsti dai Trattati, compreso quello di voto nel Consiglio. Misure mai prese fino ad ora, ma nate osservando l’atteggiamento dell’ungherese Victor Orban.

Intanto la decisione della Commissione di Venezia ha creato forti malumori all’interno del governo e pesanti critiche sono state rivolte a Waszczykowski, reo di aver chiesto il parere del Consiglio d’Europa. Sebbene alcuni organi di informazione abbiano ipotizzato le dimissioni del ministro, questo scenario appare ora improbabile perché indebolirebbe la posizione del Paese che si sta preparando a ospitare il prossimo summit Nato.

Nel frattempo all’interno dello stesso PiS stanno emergendo voci dissidenti che propongono un compromesso politico con l’opposizione. Tra queste spicca quella del parlamentare Kazimierz Ujazdowski, il quale pare abbia sottoposto una proposta al leader del partito Jaroslaw Kaczyński.

La “quarta Repubblica” di Kaczyński
La “quarta Repubblica” di Kaczyński sta spingendo la Polonia verso una pericolosa deriva autoritaria. Il tentativo del governo di rafforzare il controllo sui vari centri nevralgici del paese rischia non solo di aggravare il livello di scontro nel paese. Il pericolo maggiore è infatti quello che queste reiterate azioni possano isolare la Polonia a livello europeo e internazionale, incrinandone la credibilità di fronte ai partner euro-atlantici.

Dopo essersi faticosamente guadagnata un ruolo significativo nei tavoli decisionali europei (ad esempio attraverso un ruolo attivo svolto per promuovere l’Eastern Partnership e anche tramite l’elezione di Donald Tusk alla presidenza del Consiglio europeo) la Polonia rischia di diventare un pariah in Europa, spalleggiata solo dall’Ungheria di Orban.

Il governo deve pertanto trovare un accordo politico interno sul tema della riforma della Corte costituzionale, avviando un dialogo ampio con tutte le componenti della società per arrivare a un testo di riforma il più possibile condiviso.

Questo sarebbe un messaggio molto importante sul piano sia interno che esterno e dimostrerebbe che è possibile conciliare il desiderio di riformare la struttura del paese senza violare i principi europei di democrazia, diritti umani e stato di diritto.

In questa difficile partita l’Ue deve giocare un ruolo costruttivo, dialogando con Varsavia per fare in modo che il governo cambi verso alle sue politiche. In un momento di per sé già molto delicato, l’Ue non può permettersi il rischio di veder sorgere “democrazie illiberali” all’interno dei suoi confini.

Daniele Fattibene è Assistente alla Ricerca del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI Twitter @danifatti.
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giovedì 31 marzo 2016

Germania: test di fiducia per Angela

Elezioni amministrative tedesche
Germania, segnali di metamorfosi politica
Gian Enrico Rusconi
23/03/2016
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Angela Merkel ha vinto la sua scommessa elettorale interna, sia pure di misura, riuscendo nel contempo a far passare a Bruxelles la sua linea di contenimento del fenomeno migratorio di massa. Ma il successo di Alternative für Deutschland ha introdotto una variabile insidiosa. Se l'accordo Ue-Turchia non funziona come auspicato, la situazione si farà estremamente pericolosa per il governo della Cancelliera.

Politica di accoglienza tedesca
Nella politica tedesca nulla è più come prima - come era nella primavera 2015, quando la Germania merkeliana agiva e mediava il conflitto russo-ucraino nella veste di autorevole rappresentante dell'Europa. Quando metteva in gioco la sua vera o presunta egemonia, senza sospettare quanto fosse vulnerabile. Il quadro ora è profondamente cambiato, con un inedito nesso tra politica interna e politica esterna, che ruota attorno alla questione dei migranti.

Guardando indietro a meno di un anno fa, è difficile dire se la Cancelliera presagisse il precipitare della crisi dell'intera area mediorientale sotto il violento attacco dell'autoproclamatosi “stato islamico”, con la distruzione dell'equilibrio dell'intera regione, con il coinvolgimento della Turchia e con l'intervento militare e diplomatico della Russia di Putin.

È difficile dire in base a quali considerazioni la Cancelliera fosse convinta che la sua politica di accoglienza contribuisse a risolvere il problema della fuga della popolazione civile. Confusamente, la sua decisione combinava ragioni umanitarie con l'attesa di una strategia comune che avrebbe dovuto coinvolgere politicamente l'intera Europa.

Ma questa politica europea è mancata. La Germania ha agito da sola. Ne è derivata una grande incertezza con effetti negativi sia all'interno della Germania sia all'esterno negli altri paesi europei, soprattutto in quelli limitrofi.

Test di fiducia per Merkel
Le elezioni tedesche sono avvenute sotto il segno di questa doppia incertezza. Innanzitutto l'incertezza se la Cancelliera avesse agito bene, mantenendo fermamente, ostinatamente di contro a tutte le critiche, il suo punto di vista ("Ce la faremo"); in secondo luogo, se ci si poteva e se ci si può affidare all' Europa con la sua evidente riluttanza ad allinearsi alle proposte tedesche. Soprattutto per quanto attiene al coinvolgimento tanto impegnativo della Turchia. In questa ottica, le elezioni sono state un test di fiducia nella Cancelliera.

Il risultato complessivo - pur nelle sue articolazioni e variazioni interne regionali - è stato positivo per la Merkel. Paradossalmente, non per il suo partito (la Cdu) , ma per la linea da lei sostenuta anche contro il parere di molti suoi deputati. Questo non significa che la Cancelliera abbia ottenuto una approvazione incondizionata. Al contrario, è stata avvertita che ora deve mantenere le promesse di una sensibile e controllata diminuzione della migrazione in Germania. Senza dimenticare che deve ricuperare e rinsaldare il ruolo tedesco nelle questioni economiche e finanziarie sempre sul tappeto.

Nuovi orientamenti della politica tedesca
In termini di equilibri politici interni si apre ora una fase di non facile decifrazione per lo scarto tra i numeri e i rapporti di alleanza esistenti in parlamento e i nuovi orientamenti che si delineano con le consultazioni regionali. Se confermati alle prossime consultazioni politiche, questi nuovi orientamenti modificheranno il panorama politico tradizionale tedesco.

I "partiti popolari" (Volksparteien) democristiani e socialdemocratico perderanno progressivamente peso, mentre si rafforzeranno i partiti minori (Verdi, liberali e sinistra/Linke) già significativamente presenti sulla scena. Il tutto sotto la minaccia di un ulteriore rafforzamento della AfD. Sembra delinearsi una sorta di discriminante tra partiti "tradizionali", "pro-sistema", orientati positivamente verso 'Ue e la nuova forza "anti-sistema".

In realtà nessuna di queste definizioni coglie nel segno. Tutte le formazioni politiche in campo sentono l'urgenza di una ridefinizione della loro identità. Compresa l' AfD , la cui qualifica corrente di partito "populista" non vuol dire proprio niente, per l'abuso che viene fatto di questo aggettivo.

È verosimile che con il passare del tempo cerchi di liberarsi degli aspetti più aggressivamente xenofobi, per riprendere alcuni tratti originari di partito di destra nazionale, concentrato sugli interessi primari della Germania, partito anti-euro, pro-Russia con il ricupero di quella prospettiva che un tempo si sarebbe chiamato il Sonderweg tedesco ("la strada speciale tedesca").

Non è il caso per il momento di lasciarsi andare a queste speculazioni. A breve e medio termine è prevedibile una convergenza di tutte le forze orientate verso l'Europa (magari con toni più esigenti verso l'Ue a cominciare dalla questione migratoria) per arginare "l'estremismo di destra". Ma è prematuro parlare di una nuova ipotetica grande estesa "Coalizione per la Germania" con assestamenti interni, con l'inclusione dei Verdi e dei Liberali che sono tornati a farsi sentire.

Un punto però è sicuro: soltanto una personalità come Angela Merkel è in grado di guidare in questa nuova situazione.

Gian Enrico Rusconi è professore emerito di Scienza politica dell’Università di Torino. Per alcuni anni Gastprofessor presso la Freie Universitaet di Berlino. Tra le sue pubblicazioni: Germania Italia Europa. Dallo Stato di potenza alla ‘potenza civile’ (Einaudi 2003, trad. tedesca, 2006); Berlino. La reinvenzione della Germania (Laterza 2009). Cavour e Bismarck (il Mulino 2011; trad. tedesca 2013).
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giovedì 24 marzo 2016

Europa: le tragedie ci ricordano che dobbiamo costruire ancora l'Europa

Tragedie europee
Nous sommes l’Europe
Nicoletta Pirozzi
22/03/2016
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La reazione emotiva collettiva alle tragedie delle studentesse Erasmus morte in un incidente stradale a Tarragona e agli attentati terroristici all’aeroporto e alla metropolitana di Bruxelles ci restituisce il senso dell’Europa come comunità di popoli e culture.

Le conquiste dell’Europa unita sono spesso sottovalutate o date per scontate: sia dalle generazioni che le hanno costruite e che troppo spesso le guardano ormai con occhi disillusi e cinici, sia dalle nuove generazioni, che le trattano come diritti acquisiti e poco rilevanti.

Eppure il fatto di sentire il peso dei fatti drammatici di Tarragona e di Bruxelles come fossero le proprie è un effetto poderoso della costruzione europea e forse quello che può salvarci dalla disgregazione in atto nel nostro continente.

Generazione Erasmus
Il programma Erasmus, che consente agli studenti di tutta Europa di acquisire esperienza e conoscenza in Paesi stranieri e di entrare in contatto con culture diverse e nuove, ha formato generazioni di cittadini europei non più avvezzi alle limitazioni dei confini, delle lingue, delle monete.

Eppure in anni recenti il programma ha rischiato di finire sotto la scure dei tagli al bilancio europeo, salvo poi essere recuperato nel nuovo pacchetto Erasmus + per il periodo 2014-2020, con un finanziamento complessivo di 14,7 miliardi di euro.

Il processo di integrazione ha garantito la creazione e lo sviluppo di istituzioni e simboli comuni che fanno di Bruxelles la capitale d’Europa, la sede di studio e delle prime esperienze lavorative di tanti giovani europei, un luogo di aggregazione che è ormai diventato parte delle coscienze individuali dei cittadini europei e il punto di riferimento per le élite politiche che ci governano.

Se a volte è difficile comunicare l’importanza che le conquiste dell’euro e di Schengen rivestono nella nostra vita quotidiana, è in frangenti come quello che stiamo vivendo che il bagaglio di esperienze condivise si mostra in tutta la sua potenza.

Occorre quindi sottolinearne la valenza, presentarla anche agli spiriti più critici e sbandierarla come traguardo storico europeo rispetto al resto del mondo. È sulla tenuta di questo terreno comune e sulla percezione di un demos europeo che si deve basare una rinascita del progetto di integrazione e il freno alle dinamiche di rinazionalizzazione e frammentazione dell’Unione.

Siamo forse disposti a rinunciare alla libertà e all’arricchimento assicurati dal mercato unico, dalla libera circolazione e da uno spazio culturale europeo? Possiamo permettere a dinamiche nazionaliste, populiste e financo terroristiche di privarci di questi pilastri della nostra esistenza nello spazio pubblico e privato europeo?

La risposta è ovviamente negativa e dovrebbe portare a conseguenze imprescindibili a livello politico ed istituzionale, oltre che culturale e sociale.

È essenziale in primo luogo promuovere un’Europa della cultura e della cittadinanza, dove possano sentirsi a casa tutti coloro che si riconoscono nei valori europei di democrazia, rispetto della stato di diritto, dei diritti umani e delle libertà fondamentali. È possibile investendo più risorse, umane e finanziarie, nell’integrazione culturale, nella lotta alla povertà e alla disoccupazione soprattutto delle giovani generazioni, nella protezione di un welfare europeo sostenibile.

Intelligence europea
Serve superare le barriere nazionali in materia di condivisione dell’intelligence, delle forze di polizia e dei sistemi giudiziari. La creazione di un’intelligence europea si impone in tutta la sua urgenza, insieme al rafforzamento delle istituzioni che sono state create per garantire una risposta europea alle minacce alla sicurezza, da Europol a Eurojust a Frontex.

Sul fronte dell’intelligence anti-terrorismo, va ricordato che l’Unione europea ha creato la figura del Coordinatore anti-terrorismo nel 2004, all’indomani degli attentati alla metropolitana di Madrid, ed ha elaborato una Strategia contro il terrorismo nel 2005. Tuttavia, la capacità di coordinare le azioni degli Stati membri in un’azione efficace di contrasto al terrorismo è ancora embrionale e limitata dalle competenze nazionali in materia.

All’interno del Servizio europeo per l’azione esterna, il nuovo servizio diplomatico europeo, esiste un Intelligence Centre (Intcen) che però non ha capacità autonome di raccolta e funziona soltanto su fonti open source o sulle informazioni volontariamente condivise dai governi nazionali.

L’azione politica e militare nei confronti dei Paesi che alimentano il terrorismo, materialmente e ideologicamente, deve essere coordinata attraverso istituzioni e capacità comuni. Un attacco a uno dei Paesi membri dell’Unione è un attacco a tutta l’Europa, e allo stesso tempo richiede una risposta coordinata e compatta che sia credibile sul fronte internazionale.

L’invocazione della clausola di difesa reciproca, introdotta dal Trattato di Lisbona all’indomani degli attentati terroristici di Parigi del novembre scorso è stato un segnale incoraggiante, salvo poi tradursi in negoziazioni bilaterali tra la Francia e i singoli Stati dell’Ue al fine di alleggerire le forze di sicurezza francesi dai numerosi impegni internazionali.

Non ci sono più scuse per ritardare l’utilizzodegli strumenti creati col Trattato di Lisbona del 2009 in materia di sicurezza e difesa, e per andare oltre nella creazione di un quartier generale unico che traduca in azione le decisioni di una Politica estera e di sicurezza comune.

L’Europa è nostra, noi siamo l’Europa. È il nostro patrimonio culturale che siamo chiamati a tutelare per non soccombere e scomparire.

Nicoletta Pirozzi è responsabile di ricerca presso lo IAI.
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Germania: l'accoglienza non è gradita

Elezioni regionali tedesche
Merkel sotto attacco dal fronte interno
Eugenio Salvati
17/03/2016
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Il risultato delle elezioni regionali tenutesi nei tre Länder della Sassonia-Anhalt, Renania-Palatinato e Baden Wutternmberg ha consegnato agli osservatori un quadro politico parzialmente mutato al cui centro vi è però sempre la kanzlerin Merkel, ormai apertamente sfidata da attori numerosi e diversi tra loro che si collocano sia all’interno che all’esterno del suo partito.

Gli avversari della Merkel si sono mobilitati negli ultimi mesi contro le scelte fatte dalla cancelliera in merito alla gestione della crisi dei rifugiati.

I dati elettorali rilevanti da registrare sono due: l’ottimo risultato di Alternative für Deutschland, Afd, il partito porta bandiera delle posizioni populiste, tradizionaliste e anti immigrazione che ha preso in totale poco meno del 20%, e il calo della Spd che conferma come i partner di governo della Merkel patiscano elettoralmente il ruolo della cancelliera.

Test all’accoglienza della Cancelliera
Il tema immigrazione è stato al centro di questa campagna elettorale, tanto da rendere il voto una sorta di referendum sulle politiche del governo federale. A questo proposito bisogna dire che la coalizione di governo viene sì punita dagli elettori, ma non subisce un vero tracollo, dato che la Cdu ha pagato un costo elettorale contenuto. Rispetto alle elezioni del 2011 negli stessi tre Länder, il partito della Merkel ha sostanzialmente tenuto perdendo all’incirca poco più di 600.000 voti totali.

Poco più elevato in termini assoluti è il calo della Spd che però, perdendo malamente nel Baden-Wuerttenberg, dove diventa il quarto partito, causa non poche difficoltà al Verde Winfried Kretschmann per riproporre la coalizione di governo. Il dato della Spd conferma il rischio che corre come junior partner della coalizione di perdere l’immagine di alternativa sistemica alla Cdu, risultando così politicamente svuotato (cosa già accaduta nella precedente esperienza di grande coalizione).

Questo calo contenuto, a cui va sommato il buon risultato di Verdi e Liberali che sono sostanzialmente concordi con la politica di accoglienza, rileva come la maggioranza dei tedeschi chiamati al voto non ha voluto punire la Merkel sul tema immigrati.

La sfida lanciata da Alternative für Deutschland
Ciò non può però marginalizzare il grande risultato di Afd, che nel giro di pochi mesi è diventato il vero interprete della insoddisfazione verso la Merkel, alimentata sia dall’animosità contro le politiche di accoglienza considerate troppo “aperte”, sia dell’ostilità per le posizioni della cancelliera rispetto all’Europa e ai rapporti con i partner comunitari.

Nonostante una situazione economica generale del paese alquanto positiva, Afd ha catalizzato tramite questi due temi il risentimento che cova nella Germania più profonda, in particolare riuscendo a riportare al voto chi si era precedentemente astenuto.

Non è un caso che il risultato più importante di Afd in questo turno elettorale è il 23% raccolto in Sassonia Anhalt, Land che può vantare il più alto tasso di disoccupazione in Germania, doppio rispetto a quello degli altri due Länder andati al voto. Dove l’economia e l’inclusione sociale sono più in difficoltà, il richiamo anti immigrazione e anti integrazione sembra farsi più suadente, specialmente se declinato in chiave di tutela dell’identità nazionale.

La sfida lanciata da Afd aveva già da alcuni mesi trovato sponda all’interno della Cdu-Csu; in particolare i settori più di destra del partito erano in allarme per paura di perdere terreno nei confronti del messaggio populista e di destra di Afd.

Il primo contrasto di rilievo è stato quello con il ministro delle finanze Wolfang Schäuble che incarna l’ala rigorista in materia di politica europea e che con le sue posizioni cerca di presidiare l’elettorato di destra più sensibile all’idea che i partner europei economicamente meno virtuosi non debbano pesare sulla fiscalità tedesca. Lo stesso Schäuble si è espresso in modo non entusiasta rispetto alla politica di accoglienza dei rifugiati voluta dalla Merkel.

C’è poi l’insofferenza del partito gemello della Cdu, la Csu bavarese, estremamente critico rispetto alla politica sui migranti, il cui leader aveva addirittura adombrato l'ipotesi di un ricorso davanti alla Corte di Karlsruhe contro la kanzlerin per la gestione degli ingressi. Crisi poi rientrata dopo il congresso della Cdu di dicembre.

Julia Kloeckner, l’alternativa alla Merkel che non decolla
Ci sono infine alcuni singoli esponenti della Cdu che hanno deciso di far sentire la loro voce, come i tre candidati in queste tre elezioni regionali. Tutti e tre hanno impostato la loro campagna criticando la politica della Merkel sugli immigrati e abbracciando posizioni nettamente più a destra della cancelliera.

Se in Sassonia-Anhalt Rainer Haselhoff continuerà a guidare il Land, molto peggio è andata a Julia Kloeckner, considerata una potenziale rivale della Merkel per la leadership del partito, che sperava di strappare il Renania Palatinato alla Spd, accentuando la sua distanza politica dalla Merkel. Infatti la Klöckner ha presentato alcune settimane fa un piano alternativo alle politiche di accoglienza del governo, con cui ha chiesto di stabilire un numero giornaliero fisso di profughi a cui permettere di entrare in Germania.

I potenziali avversari della Merkel sono molteplici e benché siano stati piegati nei conflitti diretti con la cancelliera, potrebbero riprendere fiato proprio grazie al successo di Afd. Nonostante il posizionamento di destra non sembri aiutare gli oppositori della Merkel, è probabile che continuerà una sorta di guerra di logoramento contro la cancelliera alimentata dalla paura della Cdu di perdere consensi in favore della destra populista.

Lo scarso successo, almeno fino ad ora, delle posizioni anti Merkel nella destra della Cdu è probabilmente dovuto alla capacità della kanzlerin di guadagnarsi la fiducia di un elettorato più attento al volto umanitario di certe politiche, in questo danneggiando soprattutto la Spd i cui contorni programmatico/valoriali e il suo appeal elettorale, sembrano più sbiaditi dopo anni di coabitazione con la Cdu di Angela Merkel.

Eugenio Salvati è Dottore di Ricerca in Scienza Politica, Università di Pavia.
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venerdì 18 marzo 2016

L'Europa rifiuta la Turchia. Ankara deve rimanere fuori dell'Unione

Allargamento
Ankara nell’Ue? No, grazie
Fabio Turato
11/03/2016
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Il rapporto tra Bruxelles e Ankara ha vissuto giorni migliori. È questo uno dei risultati emersi da un’indagine condotta da Demos&Pi sull’ingresso della Turchia nell’Unione europea, Ue.

Rispetto alla rilevazione condotta nel 2009, il pessimismo prevale nel 51% degli intervistati. Gli italiani che ritengono la Turchia non adatta all’Ue o che ne ritenevano un possibile ingresso non prima di dieci anni, salgono di 9 punti percentuali rispetto al 2009.

Calano invece di 15 punti percentuali gli ottimisti. Ovvero coloro che ritengono che Ankara possa entrare nell’Ue da subito o entro i cinque anni. In aumento invece il grado di incertezza sull’argomento che sale di sei punti percentuali (arrivando al17%); probabile riflesso della crisi geopolitica siriana.

Si tratta di orientamenti che, con ogni probabilità, risentono in buona misura della democrazia in chiave autoritaria interpretata dal presidente Racep Tayyip Erdogan, ma anche della costruzione mediatica occidentale che ne è seguita: dalla dura repressione a Gezi Park, agli scontri con la minoranza curda, all’ambiguo rapporto con l’autoproclamatosi “stato islamico”. Il che ne aumenta il grado di diffidenza nell’opinione pubblica italiana, come si può riscontrare anche nelle opinioni espresse.

Gli italiani e l’entrata della Turchia nell’Ue
Se consideriamo i cittadini in base alla intenzione di voto emerge come gli intervistati vicini alla Lega Nord ritengano pressoché irrealizzabile l’ingresso della Turchia nell’Ue nel 75% dei casi.

Un elevato grado di pessimismo (65%) è espresso anche da chi si percepisce vicino al Movimento 5 stelle, ma in questo caso la lettura risulta più sfumata. Tanto che, una parte consistente del suo bacino elettorale (31%) ritiene che Ankara possa ancora aspirare all’adesione comunitaria.

Si tratta di una lettura simile a quella offerta dagli intervistati prossimi a Forza Italia. In questo caso, la quota dei pessimisti scende al 59%, ma una componente cospicua (31%) è ancora possibilista, mentre gli incerti salgono al 10%.

Infine, l’entrata della Turchia nell’Ue risulta pressoché impossibile per il 45% degli elettori del Pd, ma in questo caso troviamo la componente percentuale più ottimista del quadro politico nazionale (36%), mentre il grado di incertezza e la sospensione del giudizio sale al 19% rispetto agli altri partiti.

Ue-Turchia: la collaborazione sui migranti
L’adesione turca sintetizza temi cari all’opinione pubblica italiana: dall’immigrazione al rapporto con l’Islam. Inoltre, non va dimenticato che i negoziati avviati da Bruxelles nel 2005 sono oggi praticamente bloccati e la crisi siro–irachena ci permette di toccare con mano gli effetti negativi nei ritardi dell’intesa.

Ragionare su forme di partenariato più stringente potrebbe altresì risultare una via per mantenere aperti canali di dialogo con un attore geopolitico determinante per la cerniera Europa-Medio Oriente.

Ne è un esempio la proposta europea di sostenere finanziariamente la gestione dei migranti sul territorio turco (solo dall’area siro-irachena sono presenti oltre due milioni di rifugiati). Nonché della possibilità della liberalizzazione dei visti verso l’Ue per i cittadini turchi entro ottobre 2016 qualora si inneschi un clima di reciproca collaborazione.

Tuttavia, tatticismi e rigidità manifestate sull’argomento da diversi paesi comunitari, sfidanole concrete capacità dell’Ue europea nell’attuazione del progetto.

Fabio Turato insegna Relazioni internazionali presso la Scuola di Scienze politiche dell’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”.
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mercoledì 9 marzo 2016

Europa: ancora non si vede una strategia

Immigrazione
Bye bye Dublin? 
Marcello Di Filippo
01/03/2016
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Da qualche tempo negli ambienti europei l’idea di una profonda revisione del regolamento Dublino III non è più un taboo. La Commissione europea dovrebbe presentare a breve una proposta.

Tale atto stabilisce quale Stato membro è competente a esaminare una richiesta di asilo e, nel caso in cui la procedura abbia esito positivo, a farsi carico della persona nel lungo periodo: la 'applicazione pratica’ di tali criteri ha determinato negli anni un notevole aggravio per gli Stati posti alla frontiera esterna dell’area Schengen.

Al tempo stesso, questi paesi non sempre riescono a controllare la propria porzione di frontiera esterna, registrare le persone entrate e trattenerle sul proprio territorio per il tempo necessario ad esaminare il loro status.

Inoltre, i paesi di prima linea non sono di solito la meta dei richiedenti asilo, i quali intendono raggiungere alcuni Stati dell’Europa centro-settentrionale. Ne conseguono notevoli flussi irregolari (c.d. movimenti secondari), con destinazione detti paesi.

Trasferimenti Dublino, dati sconfortanti
Per porre rimedio a tale situazione, il regolamento prevede i c.d. trasferimenti Dublino, una procedura coattiva secondo cui il richiedente asilo che si trova nello Stato non competente viene deportato verso quello competente.

Dalla prassi applicativa emergono dati sconfortanti: pochi trasferimenti a fronte dell’entità reale dei movimenti secondari, difficoltà della cooperazione interstatale in materia, divieto di trasferimento verso paesi temporaneamente non sicuri (tra cui spicca la Grecia), misure unilaterali quali reintroduzione di controlli alle frontiere interne e strette sugli ingressi, anche di genuini richiedenti asilo.

In questo quadro, le tensioni politiche continuano a crescere, sia tra i governi che all’interno dei paesi più esposti o più generosi.

La tenuta dell’area Schengen è messa a serio rischio. Molti richiedenti asilo e migranti sono esposti a violazioni dei loro diritti e allo sfruttamento dei trafficanti.

Nel settembre 2015 è stato adottato un regime temporaneo di ricollocazione dei richiedenti asilo per sostenere gli sforzi di Grecia e Italia.

I risultati ottenuti finora sono deludenti. Inoltre, tale schema è stato concepito come mera eccezione transitoria a un quadro giuridico i cui elementi portanti rimangono invariati, sui quali è quanto mai urgente pensare a soluzioni ambiziose e al tempo stesso realistiche.

Italia in prima linea per una nuova disciplina
In quanto paese di prima linea, è auspicabile che l’Italia promuova un approccio nuovo all’individuazione dello Stato competente.

La necessaria costruzione del consenso intorno a idee capaci di ovviare all’attuale situazione può e deve fondarsi su argomenti capaci di incontrare positivo apprezzamento da parte degli altri governi (sia di prima che di “seconda” linea), delle istituzioni europee, dell’opinione pubblica europea.

Prendendo spunto dall’esperienza realizzata in decenni di cooperazione internazionale nella determinazione della giurisdizione in materia civile, commerciale e penale (nel cui ambito, i titoli di giurisdizione sono calibrati sulla ricorrenza di un collegamento reale tra uno Stato e i soggetti o gli interessi coinvolti), le linee guida di una nuova disciplina potrebbero essere così sintetizzabili:

1) formulare i criteri giurisdizionali facendo leva sull’esistenza di un collegamento sostanziale tra il richiedente asilo e lo stato membro (relazioni familiari, professionali e sociali che siano obiettivamente verificabili). Un Paese collegato genuinamente con il richiedente è quello meglio situato per agevolarne un effettivo inserimento sociale e lavorativo, con costi e tempi ridotti per il sistema di assistenza sociale. Ne discenderebbe un’alta propensione alla compliance da parte dei richiedenti asilo. Detto altrimenti, uno scenario win-win;

2) elaborare un meccanismo di quote, da aggiornare periodicamente, che individui le effettive capacità di accoglienza degli stati e tuteli i Paesi più generosi e più esposti;

3) ove sussista un legame effettivo con uno stato, questo sarà competente, indipendentemente dal luogo di primo ingresso. Ove siano presenti collegamenti sostanziali con più Paesi, il richiedente potrebbe esprimere una preferenza. Se lo stato designato in uno dei due modi indicati ha già superato la propria quota, la competenza passerebbe a un altro paese collegato con il richiedente;

4) in assenza di legami con uno specifico stato, il richiedente asilo sarà assegnato al Paese che ha il minor tasso di soddisfacimento della propria quota. In seguito, ove la procedura di asilo si concluda positivamente, il rifugiato potrebbe accettare un lavoro in un altro stato membro.

Equilibrio tra esigenze e aspirazioni di richiedenti asilo
Questa impostazione contribuirebbe a ridurre le tensioni tra gli Stati membri e stabilirebbe un ragionevole equilibrio tra le loro esigenze e le aspirazioni dei richiedenti asilo. Il richiedente asilo sarebbe scoraggiato dal tenere comportamenti elusivi, e in alcuni casi le sue preferenze o il suo protagonismo economico riceverebbero riconoscimento sul piano giuridico.

Il nuovo sistema non renderebbe le cose più complicate per i sistemi nazionali: al contrario, porterebbe ordine in una situazione lose-lose ove il caos regna sovrano. Inoltre, l’approccio qui proposto consentirebbe di rassicurare l’opinione pubblica e di contrastare argomentazioni faziose.

Infine, potrebbe incentivare la condotta di operazioni SAR da parte di Stati o enti privati in quanto sarebbe scardinato l’assunto secondo cui lo Stato che autorizza lo sbarco deve anche necessariamente farsi carico della gestione del richiedente asilo sul lungo periodo.

Marcello Di Filippo è Professore associato di Diritto internazionale nell’Università di Pisa e Coordinatore dell’ Osservatorio sul diritto europeo dell’immigrazione.
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domenica 6 marzo 2016

Dialogo con la Geopolitica ed Oltre con Eugenio di Rienzo


dirienzo 1 1Tornano, il prossimo 12 marzo, i “Dialoghi sulla Geopolitica e oltre” dell’IsAG, questa volta con ospite Eugenio Di Rienzo, Professore Ordinario di Storia Moderna all’Università Sapienza e Direttore della “Nuova Rivista Storica”.
Negli ultimi anni Di Rienzo, dopo aver studiato la Francia e il Regno delle Due Sicilie nel quadro delle rivalità internazionali dell’Ottocento, e i retroscena dei contatti diplomatici tra URSS e potenze dell’Asse negli anni ’40 del secolo scorso, ha trasposto questi suoi interessi all’epoca contemporanea, con due fortunate opere su Afghanistan e Ucraina.
Dei “Grandi Giochi” tra potenze mondiali, dall’ieri all’oggi, con la sua competenza storica e il tagliente anticonformismo che lo caratterizza, Eugenio Di Rienzo discuterà col pubblico e con Giacomo Guarini in un dibattito aperto tra passato, presente e futuro.
L’appuntamento è per sabato 12 marzo 2016, dalle ore 10.00 alle ore 12.00, presso la Biblioteca “Franco Basaglia” di Via Federico Borromeo 67, Roma.
Clicca qui per la locandina: [pdf] [jpg].
L’ingresso è libero, gradita la previa registrazione tramite il modulo in linea seguente:

lunedì 29 febbraio 2016

Gran Bretagna, una riforma UE che non esiste

Brexit
L’azzardo di Cameron e l’imperscrutabile riforma dell’Ue
Ettore Greco
27/02/2016
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Non sarà facile per David Cameron convincere l’elettorato che, se la Brexit fosse bocciata al referendum del 23 giugno, il Regno Unito farebbe parte, grazie all’accordo raggiunto all’ultimo Consiglio europeo, di un’Unione europea, Ue, “riformata”, come ha ripetutamente sostenuto in questi giorni. Nella Decisione approvata a Bruxelles si fa infatti molta fatica a trovare traccia di effettive misure di “riforma” dell’Unione.

C’è chi aveva dato credito all’afflato riformatore di Cameron, sperando che il negoziato per evitare la Brexit potesse almeno dare impulso ad alcuni utili cambiamenti al modus operandi dell’Ue. Ma già le concrete richieste avanzate da Cameron il 10 novembre scorso, tutte incentrate su preoccupazioni e interessi tipicamente britannici, avevano spento ogni illusione.

La foglia di fico della riforma
Larga parte di quelle richieste sono state recepite nella Decisione assunta dal Consiglio Europeo il 19 febbraio. È positivo che si sia trovato un compromesso, evitando rotture traumatiche e potenzialmente destabilizzanti, ma da qui a dire che si è così aperta una qualche apprezzabile prospettiva di “riforma” dell’Ue ce ne corre.

Al Vertice è anzi emerso plasticamente lo iato tra le questioni, di portata tutto sommato limitata, su cui si è laboriosamente negoziato con Londra, e i paralleli tentativi di trovare una soluzione a problematiche di urgenza estrema - a partire dalla crisi migratoria- che stanno rimettendo in causa la stessa ragion d’essere dell’Ue. Di qui anche l’atmosfera un po’ surreale dell’incontro.

La Decisione del Consiglio Europeo include, a dire il vero, una sezione, quella sulla competitività, dedicata a un aspetto cruciale della riforma dell’Ue, ma si tratta della parte più debole del documento, essendo del tutto priva di efficacia cogente.

I 28 si sono infatti limitati a reiterare in una “Dichiarazione” l’impegno alla semplificazione burocratica e legislativa - peraltro parte integrante del programma della Commissione Europea - senza offrire nuove indicazioni o strumenti per il superamento degli ostacoli politici e tecnici che ne hanno finora frenato l’attuazione.

Integrazione differenziata
In realtà, quando Cameron parla di “Unione riformata”, sembra aver in mente soprattutto la sezione del documento sulla “sovranità” che sancisce, fra l’altro, lo status speciale del Regno Unito all’interno dell’Ue, con i suoi vari “opt-outs”, esentando Londra dall’impegno a realizzare un’”unione sempre più stretta”, e riconosce la possibilità che i paesi membri seguano differenti percorsi d’integrazione.

Quest’ultimo punto non è una grande innovazione: già nelle conclusioni dell’incontro del 26-27 giugno 2014 il Consiglio Europeo aveva esplicitamente ammesso la possibilità di un’integrazione differenziata, sminuendo la portata della clausola dell’”unione sempre più stretta”. Cameron può però legittimamente sostenere che questa volta il principio della differenziazione è stata formulato in modo più netto.

Un contributo alla chiarezza, se si vuole, ma resta da capire se e come una progressiva differenziazione – ammesso che questo sia il destino dell’Ue – sia compatibile con il mantenimento di un quadro istituzionale coerente. Anche perché il documento approvato al vertice sottolinea al contempo la necessità che, in ossequio ai trattati, si sviluppi ulteriormente il processo di integrazione dell’eurozona. Le nuove forme di governance da adottare per un’Unione a integrazione differenziata restano un nodo ancora tutto da sciogliere. Tuttavia, si può sostenere che l’accordo del 19 febbraio contribuisce a dare maggiore risalto alla questione.

Mossa difensiva
Quanto allo status speciale per il Regno Unito, si tratta di una mossa difensiva che ha ben poco a vedere con la “riforma” dell’Ue. L’obiettivo dichiarato di Londra è di proteggersi dalla prospettiva di un’ulteriore integrazione politica, mettendo al sicuro i suoi residui poteri sovrani. Molti dubitano però che l’esenzione dalla clausola dell’Unione più stretta serva davvero allo scopo. Sarebbe peraltro incorporata nei trattati solo in occasione della loro “prossima revisione”, cioè in un futuro imprecisato.

Molto più significativa e concreta è la parte della Decisione che mira a salvaguardare gli interessi e i diritti dei Paesi che non fanno parte dell’eurozona, evitando discriminazioni, ma anche escludendo ogni potere di blocco da parte dei non-euro su ulteriori progressi nell’ambito dell’Unione economica e monetaria. Su questo aspetto si è, in effetti, raggiunto un apprezzabile punto di equilibrio fra opposte esigenze.

L’accordo non prevede in ogni caso alcun rimpatrio di poteri da Bruxelles - men che meno il ripristino della supremazia delle leggi nazionali su quelle comunitarie - con grande scorno degli euroscettici, almeno di quelli che si erano fatti delle illusioni, e che ora accusano Cameron, non del tutto infondatamente, di aver tradito le promesse elettorali. D’altronde, non è mai stata formulata, neanche da parte dei tories, un’indicazione precisa sui poteri che Londra dovrebbe riprendersi. Siamo insomma lontani da quel “cambiamento fondamentale” nelle relazioni tra Regno Unito e Ue che Cameron aveva baldanzosamente prospettato.

Incognite
L’accordo è stato presentato dai 28 come legalmente vincolante e perfettamente compatibile con i trattati, ma restano alcune incognite sulla sua attuazione che verranno inevitabilmente rinfacciate a Cameron durante la campagna referendaria. Due soprattutto.

Per entrare in vigore, alcune disposizioni, in particolare quelle che limitano l’accesso dei lavoratori migranti Ue alle prestazioni sociali richiedono modifiche di non poco conto alla legislazione secondaria (anche se difficilmente Cameron riuscirà a dimostrare che possono produrre un effettivo alleggerimento della pressione migratoria).

Per la loro entrata in vigore è quindi necessario l’assenso del Parlamento europeo che non si può dare per scontato. Inoltre, è probabile che scatterebbero alcuni ricorsi alla Corte di giustizia europea che, come paventato, fra gli altri, dal ministro della Giustizia Michael Gove, uno dei membri del gabinetto Cameron favorevole alla Brexit, potrebbe trovare alcune delle nuove norme in contrasto con i trattati (in particolare con il principio di non discriminazione e con quello della libera circolazione delle persone). Già adesso, d’altronde, la disputa politica s’intreccia con quella legale.

Cameron inedito
L’argomento dell’Unione “riformata” grazie all’accordo appare dunque quanto meno stiracchiato. Ed è perciò prevedibile che alla fine non sarà su quello che Cameron farà leva per conquistare gli indecisi. Ben altra presa potrà avere l’evocazione del “salto nel buio” in caso di Brexit a cui infatti il premier britannico sta ricorrendo con crescente intensità.

Cameron si sta in realtà già impegnando in una campagna positiva volta a sottolineare i vantaggi della permanenza nell’Ue. Di più: si è lanciato in un’inedita denuncia dell’”illusione della sovranità” in caso di Brexit, il che equivale a una sorprendente riabilitazione della sovranità condivisa. Resta da vedere come verrà accolto dall’elettorato questo drastico cambiamento di retorica politica dopo anni in cui i leader conservatori, e non solo, hanno condotto una sistematica denigrazione dell’Ue.

Ettore Greco è direttore dell’Istituto Affari Internazionali (IAI).
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domenica 28 febbraio 2016

Verso una Europa riformata

Unione Europea
L’Italia per un'Europa multipolare
Laura Garavini
24/02/2016
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Mai come adesso c'è bisogno di Europa. Di un'Europa che sappia superare gli steccati particolaristici dei singoli stati e riesca a mettere in campo una politica europea efficace, in grado di risolvere i grandi problemi internazionali che ci assillano.

Però mai come adesso l'Europa è fragile e sembra essere sul punto di implodere. C'è bisogno di un nuovo impulso per l'Europa per perfezionare quei processi di integrazione europea che aiutino ad uscire dalla crisi e a promuovere una nuova fase.

Italia, garante dei valori europei
Ed è una grande cosa che l’Italia, la nazione, che è stata la culla dell’Europa odierna, non resti in disparte, come è successo troppo a lungo nel recente passato, ma che al contrario, proprio in questa situazione complicata, si muova come una nazione di respiro internazionale, garante dei grandi valori europei. E al tempo stesso anche come una nazione moderna, sicura di sé, che stimola l’Europa a compiere i cambiamenti necessari.

Questo è possibile perché l’Italia, a soli due anni dall'insediamento del nostro Governo, si presenta oggi come una nazione che si sta rinnovando profondamente. Una nazione in grado di compiere grandi riforme che rendono il paese più solido, più forte e per questo più rispettato anche sul piano europeo.

Lo stato attuale dell'Unione Europea, Ue, fa vedere quanto ci sia bisogno di un cambio di passo. Il fatto che per anni, a Bruxelles, tutto sia ruotato intorno all'asse franco-tedesco non ha giovato all'Europa. C'è bisogno di un'Europa forte, multipolare.

L’Italia, da due anni a questa parte, si sta muovendo con un'energica azione di impulso, a tratti anche scuotendo l'Uea, pur di mettere in discussione automatismi che sembravano diventati irremovibili. E questo non solo e non tanto per sé, quanto piuttosto per la stessa Europa.

Oltre all’austerità
È notevole, ad esempio, che l'Italia sia riuscita a scardinare quello che per anni a Bruxelles è stato un dogma delle politiche economiche: il principio della stabilità basata esclusivamente sull'austerità. Grazie all'insistenza dell'Italia oggi finalmente l'Europa inizia a rendersi conto che quello della crescita non è un problema soltanto italiano. Il persistere di una insufficiente crescita è un problema europeo.

L'Intera Europa ha bisogno di un rilancio, prima di tutto economico. Il tema non è tanto l'austerità, quanto piuttosto se siamo in grado di prevedere un grande piano di investimenti che ci consenta di creare occupazione e di fare ripartire l'economia. Perché solo attraverso la crescita saremo in grado di garantire stabilità.

Ecco che l'Italia ha ragione a continuare ad insistere sulle richieste di flessibilità di bilancio, anche attraverso formule innovative. Non è un ottuso egoismo. È un modo per ribadire come ci prema rispettare le regole comuni poste da Bruxelles, ma al tempo stesso siamo impegnati a creare le condizioni per una ripresa economica.

Perché solo attraverso la crescita saremo in grado di garantire stabilità. Allo stesso modo è più che opportuno che l'Italia insista per il perfezionamento di una Unione economica e monetaria che includa anche un sistema europeo di garanzia sui depositi bancari.

Le sfide del 2016
ll 2016 è l'anno delle grandi sfide per l'Europa. L'Europa ha davanti due alternative: o affonda nelle beghe dei gretti egoismi nazionali, oppure promuove un nuovo inizio, per un migliore futuro insieme.

Ecco che è tranquillizzante sapere che dall'Italia sta venendo un contributo importante per ripartire insieme in Europa, per lavorare ad un'Europa più forte, un'Europa multipolare, un'Europa che sia comunità e non tecnicismo, un'Europa capace di affrontare le grandi sfide con cui ci troviamo ad essere confrontati.

Laura Garavini, parlamentare del Pd, eletta nella Circoscrizione Europa.
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Gran Bretagna, divisioni nella maggioranza

Brexit
Johnson, il sindaco alla guida del fronte anti-Ue
David Ellwood
24/02/2016
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Non è chiaro perché Boris Johnson, il controverso sindaco di Londra, abbia avuto bisogno di tanto tempo per decidere la sua posizione sulla ‘Brexit, ma leggendo l’articolo da lui scritto sul Daily Telegraph non ci sono dubbi sulla sua posizione sull’Unione europea, Ue, ritenuta un mostro di Frankenstein pronto a divorare ogni spazio di libertà giuridica, economica e - potenzialmente - politica che rimane ai suoi poveri membri.

La Gran Bretagna avrebbe una grandissima tradizione - incarnata nell’eroica figura di Winston Churchill - di opposizione radicale a ogni forma di progetto egemonico sul continente e con la sua sempre più marcata corsa verso lo super-stato federalista, l’Ue sarebbe niente altro che l’ennesimo esempio del vecchio vizio.

Le ambizioni politiche di Boris Johnson 
La stampa cartacea - tutta londinese al midollo - è sempre affascinata dalle mosse di questa curiosa figura politica, Boris Johnson, il quale non lascia passare una settimana senza fornirgli qualche vicenda o dichiarazione di cui parlare.

L’unico vero sindaco in tutta la nazione, Johnson può comparire un giorno come il buffone disposto a trasformare qualsiasi episodio in gioco, in un altro come il rivale più serio al leadership di David Cameron, col quale ha condiviso lunghi anni alla scuola (Eton) e all’Università (Oxford) più prestigiosi del regno.

Alla stampa piace presentarlo come l’uomo politico più amato del paese, ma in una società che dimostra un disprezzo sconfinato per tutti i politici, e dove i possibili altri concorrenti di Cameron sono pochissimi (2-3 al massimo), dimostrare una spiccata ambizione a svolgere un ruolo più grande di adesso, non ha molto significato.

Le prossime elezioni non possono svolgersi prima del 2020, e a meno che qualche disastro politico o personale non travolga Cameron, la sua posizione è fortissima. Sono pochi a credere che lui darebbe le dimissioni se perdesse il referendum di giugno.

Campagna elettorale sulla Brexit 
Eppure le discussioni sui media, sempre intenti a personalizzare tutto, non esitano a spiegare la decisione di Johnson in termini di ambizioni politiche. Suggeriscono che lui è popolarissimo tra i militanti dei Tory - di grande maggioranza anti-Ue - e poiché Cameron, con una mossa insolitamente goffa per lui, ha fatto capire che su questa questione non bisogna dare troppo ascolto alla base, allora Johnson d’ora in poi non può che guadagnare consensi in quell’area, ma oltre?

Non si sa se Johnson ha mai messo piede negli altri ‘paesi’ del regno: Scozia, Galles, Irlanda del Nord - ma è difficile credere che potrebbe suscitare gli stessi entusiasmi lì, o in qualsiasi altra zone del paese al nord di Oxford che, a quanto pare, trova sempre sulle strade di Londra.

Eppure un nuovo sondaggio indica in 9% gli intervistati disposti a spostare il loro punto di vista pro-Europa verso il campo degli indecisi dopo aver sentito Johnson (dati del 22/2/16).

Al disorientato elettorato britannico spettano quattro mesi di intensa battaglia politica e mediatica sulla Brexit. Il tutto in un Paese dove le campagne per le elezioni politiche durano non più di tre settimane e dove la comprensione e l’interessamento per le problematiche dell’integrazione europea sono sempre stati debolissimi.

Entusiasmo per la prospettiva europea?
Poiché qualsiasi forma di entusiasmo per la prospettiva europea è esclusa dalla forza attuale dei fatti e poiché l’Ue medesima non può parlare, è chiaro che le voci sempre più forti e chiare per l’alternativa isolazionista trovano un’ampia risonanza.

Quanti, tutti i partiti scozzesi e i laburisti di Jeremy Corbyn, sostengono la causa dell’Ue devono confrontarsi con coloro che insistono sulla storica sovranità della nazione e del suo parlamento, sull’inviolabilità dei confini, sulle possibilità di rilanciare il commercio britannico nel mondo e sul valore incomparabile del suo antico esempio democratico.

Se i sondaggi danno ancora in testa i sostenitori del ragionamento di Cameron, chi si può ancora fidare di loro? La partita che inizia in questi giorni è tutto da giocare, il suo esito assolutamente imprevedibile. Rimane comunque da vedere quali altri esponenti della vita nazionale - non solo i politici o i chief executives - vorranno seguire l’esempio di Johnson e scendere apertamente in campo da una parte o dall’altra.

David Ellwood, Johns Hopkins University, SAIS Bologna Center.
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Gran Bretagna: chi si strappa le vesti per trattenerli chi si strappa le vesti per farli uscire

Brexit
L’Europa di Spinelli contro quella della Thatcher
Antonio Armellini
25/02/2016
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David Cameron ha ottenuto più o meno quello che voleva; i Ventisette hanno concesso più o meno quello che ritenevano possibile. Il risultato è un compromesso che forse eviterà la fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, Ue, ma che lascia aperti molti interrogativi e fa intravvedere pericoli del cui impatto non tutti sembrano essersi resi conto.

Addio a un’Ue sempre più stretta
La cancellazione dell’impegno condiviso per una “unione sempre più stretta” è stata considerata a lungo alla stregua di una clausola di stile, o poco più, e lo stesso Cameron la aveva, almeno all’inizio, presentata così.

Man mano che ci si è avvicinati alla stretta finale del negoziato ci si è resi conto che essa è destinata a modificare l’impianto istituzionale europeo in maniera ben più dirompente.

Il mantra di un gruppo di paesi che condividono il medesimo obiettivo di dare vita ad una struttura sovranazionale comune - sia pure con tempi modalità differenziate - non ha più fondamento. Era un mantra un po’ frusto, qualcuno potrà osservare, ma era anche l’unico a costituire il tessuto politico unificante del progetto europeo.

Ora il re è nudo e nessuno può fingere di ignorarlo: per l’Ue si prospetta un futuro non già basato su geometrie variabili, velocità differenziate e quant’altro, bensì su due Europe distinte: una di Altiero Spinelli, intorno all’euro, una di Margaret Thatcher, basata sul mercato.

Due Europe separate e interconnesse - in una reinterpretazione del concetto di Europa “delle convergenze parallele” - nel quadro di una Ue più ampia - quella di Coudenhove Kalergi - basata su principi fondamentali di libertà, economia di mercato e diritti della persona, in cui si potrà far posto alla Turchia e si dovrà cercare di far ragionare gli Orban di oggi e di domani.

A volerla cogliere, l’accordo sul Brexit potrebbe fornire l’occasione per un ripensamento a fondo della natura e delle finalità dell’Ue (è quanto sostengono anche gli euroscettici inglesi, sia pure in una prospettiva diversa). Come potrà articolarsi l’Europa politicamente integrata della moneta? Quale sarà la sua governance? Quale la tempistica e le modalità di un processo unificante che dovrà partire da una unione economica e di bilancio, ma non fermarsi alla creazione di un unico ministro delle finanze? Chi ne saranno i membri?

L’Italia e la revisione dell’identità europea
Immaginare che tutti i Diciannove saranno disposti a compiere il salto di qualità verso l’unione sovranazionale che la sopravvivenza a lungo termine dell’euro richiede non è assolutamente scontato. Così come non è scontato se, e come potrà/vorrà parteciparvi un’Italia che sembra oscillare fra bordate euroscettiche e dichiarazioni d’impegno di sapore federalista (si veda l’ultimo position paper di palazzo Chigi).

Come verranno definite le relazioni fra l’Europa politica e l’Europa del mercato? Come si potrà evitare che la scomposizione del processo europeo avviata con il compromesso sul Brexit - in tema di immigrazione, welfare, rapporti finanziari - non diventi strutturale, alterandone definitivamente la natura? Come, di conseguenza, far sì che l’eccezionalissimo britannico resti tale, mentre si profilano all’orizzonte richieste del medesimo segno (Danimarca e Irlanda si agitano già)?

L’Italia ha storicamente svolto un forte ruolo propositivo nella costruzione politica dell’Europa: la debolezza francese e i condizionamenti della Merkel potrebbero consentirle di assumere la guida dell’indispensabile revisione dell’identità europea. Ci vorrebbe un forte colpo d’ala, che almeno per ora non si vede, mentre il governo Renzi resta ancorato a schemi come quello di sei fondatori che, aldilà del dato simbolico, è superato tanto dalla contingenza come dalla storia.

Brexit, campagna elettorale
La campagna per il referendum è partita in maniera diversa da come Cameron si aspettava. Sul piano razionale, vi sono pochi dubbi che per Londra uscire dall’Ue avrebbe effetti fortemente negativi; la più che probabile secessione della Scozia potrebbe decretare addirittura la fine del Regno Unito. La grande industria e la borghesia cosmopolita delle grandi città ha preso decisamente posizione per il sì, ma non è detto che basti.

Sull’esito del voto le valutazioni razionali rischieranno di cedere il passo a pulsioni che di razionale hanno poco e che sono profondamente radicate nelle zone rurali e nella vecchia cintura industriale: si tratta di un elettorato che diffida della City e che vede nell’Europa un pericoloso cavallo di troia della globalizzazione, dalla quale difendersi rivendicando l’insularismo della propria britishness. Gioca contro di ciò il tradizionale pragmatismo degli inglesi, che li porta in genere a preferire il “diavolo che si conosce” al rischio di nuove avventure.

Vittoria del Sì, ma …
Mi sentirei quindi di dire che - salvo stravolgimenti dell’ultimo momento, come una nuova crisi dei migranti o l’esplosione del caso Grecia - il sì prevarrà con un margine ristretto, simile a quello del referendum per la Scozia. Se così dovesse essere, il problema inglese non sarebbe risolto, ma continuerebbe a trascinarsi indefinitamente, con una Londra sempre più riottosa e alla ricerca di ulteriori scappatoie che allontanino il pericolo di finire contaminata dall’aborrito progetto di integrazione politica sovranazionale.

È quello su cui punta Boris Johnson, il quale si è schierato per il no ma ha poi spiegato, in un lungo articolo sul Daily Telegraph, di non volere l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, ma di volersi servire del no per negoziare ulteriori concessioni con Bruxelles.

Sul piano interno il suo calcolo ha senso: se David Cameron dovesse vincere il referendum alla grande, le possibilità di Boris Johnson di soffiargli il posto alle prossime elezioni si ridurrebbero a zero mentre, nel caso di vittoria del no, le cose muterebbero a suo favore.

Sul piano comunitario però Johnson, e i molti che a Londra la pensano come lui, sottovalutano gravemente l’insofferenza degli altri partner per questa costante, querula insistenza britannica nell’accettare negando, nel negoziare ripromettendosi di cambiare idea. La pazienza degli Eurocrati potrebbe stavolta essere davvero finita.

Antonio Armellini, Ambasciatore d’Italia, è commissario dell’Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente (IsIAO).
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lunedì 22 febbraio 2016

Germania: la ristrutturazione della Difesa

Germania e politica di sicurezza e difesa
Difesa, il lungo risveglio di Berlino
Alessandro Ungaro
22/02/2016
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A due anni dall’ufficiale inaugurazione di un nuovo corso della politica estera e di difesa tedesca quali sono stati i risultati? Berlino ha davvero dimostrato di voler contribuire con maggiore responsabilità alla sicurezza e alla stabilità del sistema internazionale?

Lo spirito di Monaco in evoluzione
Alcuni osservatori hanno sottolineato come lo “spirito di Monaco” non abbia generato in realtà una vera e propria trasformazione della politica estera e difesa tedesca bensì una sua evoluzione, un riconoscimento da parte della classe politica sulla necessità di un maggior attivismo negli affari internazionali.

I primi segnali erano già circolati negli anni precedenti all'interno dell’intellighenzia tedesca, per poi emergere più distintamente dopo la crisi ucraina e in seguito ai fatti di Parigi.

Nel campo della politica militare, infatti, l’attivismo del governo tedesco è in forte crescita, sia sul piano nazionale sia su quello della cooperazione, come attestano i numerosi casi in cui Berlino si è fatta promotrice di numerose iniziative su base bi e multi-laterale: ad esempio, dopo aver contribuito massicciamente nel 2015 alla Very High Readiness Joint Task Force (Vjtf) della Nato, Berlino guiderà di nuovo la Vjtf nel 2019, giocando di fatto un ruolo cruciale per il successo della sua attuazione.

Dopo i tragici avvenimenti in territorio francese, Berlino ha autorizzato l’invio di assetti e di personale militare per alleviare le forze francesi impegnate in altri teatri operativi nell’ambito della lotta contro Daesh.

Sul piano nazionale, invece, dopo alcuni documenti pubblicati negli ultimi mesi - tra cui la più recente Air Capability Strategy di gennaio 2016 - si attende il Libro Bianco sulla politica di sicurezza e difesa che, a differenza dei precedenti, sarà redatto sulla falsariga di quello italiano attraverso un processo di consultazione con diversi stakeholders governativi e non.

L’anima pacifista della Germania
Tuttavia, le ambizioni e le azioni di carattere politico - certamente degne di nota e attese da tempo - devono affrontare alcuni limiti “strutturali” insiti sia nell’eredità storica della Germania sia nelle attuali capacità militari e industriali realmente esprimibili.

Se l’establishment tedesco, a partire dal Ministro della Difesa, appare più consapevole e pronto per un impegno più sostanziale sul palcoscenico della sicurezza internazionale, Berlino deve fare i conti con un passato - e forse ancora con un presente - in cui la cultura della difesa e dell’identità strategica sono ancora silenti all’interno del dibattito pubblico, in cui le anime pacifiste e anti-militariste criticano l’efficacia dell’uso della forza, preferendo posizioni attendiste, passive, e coadiuvate dall’impiego di strumenti civili e di prevenzione.

In altre parole, lo strumento militare fatica ancora oggi a farsi spazio nel ventaglio dei possibili strumenti in mano all’azione politica e forse il Libro Bianco ha proprio l’obiettivo di impostare una nuova narrativa con l’opinione pubblica e inaugurare un diverso approccio ai temi legati alla sicurezza e difesa.

Luci e ombre, invece, per quanto riguarda le capacità militari e industriali. Lo stato delle forze armate tedesche e dei suoi equipaggiamenti è stato più volte considerato disastroso.

Ristrutturare la difesa tedesca
Dopo un rapporto di Kpmg, commissionato dalla Difesa all’interno dell’iniziativa Agenda Ruestung e volto a rivedere i principali programmi di procurement, l’ultimo rapporto presentato dal commissario parlamentare per le forze armate Hans-Peter Bartels dipinge una situazione quasi al collasso.

È anche per questa ragione che, su iniziativa di Von der Leyen, alcune figure chiave del governo - tra cui la stessa Angela Merkel e Wolfgang Schäuble - sembrerebbero intenzionate a varare un piano da 130 miliardi da concludersi entro il 2030 per ristrutturare e rendere più efficiente l’interno settore della difesa.

Sul piano industriale, dopo diversi malumori interni è stata approvata la fusione tra la francese Nexter e la tedesca Krauss-Maffei Wegmann mentre la guida allo sviluppo del drone europeo Male 2025 simboleggia la volontà politica (più che la capacità industriale) di lasciarsi alle spalle alcuni insuccessi come il programma Euro Hawk abbandonato nel 2013.

Inoltre, a margine della riunione informale dei Ministri della difesa dell’Unione europea tenutasi ad Amsterdam, il Ministro della Difesa Roberta Pinotti ha incontrato il suo omonimo Von Der Leyen e, tra i temi dell’incontro, si è parlato proprio di cooperazione industriale tra i due paesi.

In sintesi, il rinnovato attivismo della Germania nel campo della difesa può costituire un tassello certamente interessante anche nell’ottica di una maggiore spinta alla cooperazione europea nel campo della difesa.

Tuttavia, come naturale che sia, le potenzialità e le intenzioni politiche forse necessitano di un processo di maturazione e crescita reale delle capacità attraverso il quale conseguire risultati concreti all’altezza delle aspettative.

Alessandro R. Ungaro è ricercatore del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI (Twitter: @AleRUnga).
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