Europa

Cerca nel blog

Metodo di Ricerca ed analisi adottato

Medoto di ricerca ed analisi adottato
Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

lunedì 22 febbraio 2016

L'invasione del continente: affrontata senza una strategia

Immigrazione
Rifugiati, il naufragio del sistema delle quote
Enza Roberta Petrillo
17/02/2016
 più piccolopiù grande
Sul Consiglio europeo di questi giorni spirano venti di tempesta e non solo per la discussione sulla Brexit, la temuta uscita del Regno Unito dall’Unione. A fibrillare, infatti, non c’è soltanto David Cameron.

La scorsa conferenza di Monaco sulla sicurezza ha offerto un anticipo di quello che sarà un altro tema centrale del summit di Bruxelles: il no francese al sistema delle quote fisse di accoglienza dei rifugiati.

Fallimento del piano europeo sull’immigrazione
“Bisogna dare un messaggio molto chiaro che dice: ora non accogliamo più rifugiati. Altrimenti saremo costretti a ristabilire le frontiere interne”. La sterzata del primo ministro Manuel Valls, dettata evidentemente anche da ragioni di politica interna, ha sancito, in un colpo solo, la fine del piano europeo sull’immigrazione e l’inizio di una nuova fase politica per il suo demiurgo, la cancelliera tedesca Angela Merkel, accusata in patria e all’estero di aver sottovalutato le implicazioni della sua politica liberale sulle migrazioni.

Mentre il piano europeo naufragava tra ricollocamenti mancati, hot spot mai aperti e identificazioni random, nelle prime sei settimane del 2016, in Europa, sono arrivati più di 80 mila migranti e rifugiati.

Secondo un recente rapporto della Commissione europea, il flusso, di gran lunga superiore a quello registrato nei primi quattro mesi del 2015, è stato gestito eludendo quasi completamente le indicazioni fissate a settembre 2015 dalla European Agenda on Migration.

Il gruppo di Visegrád
Nei fatti, a dispetto degli accordi sottoscritti, dei 160 mila richiedenti asilo che avrebbero dovuto essere trasferiti dalla Grecia e dall’Italia agli altri stati membri dell’Unione europea, Ue, “solo 218 risultano trasferiti dalla Grecia e 279 dall’Italia”.

Un epilogo che evidentemente tira in ballo i paesi che sin dall’inizio hanno impedito che il sistema quote decollasse. Non solo la Francia, quindi, ma anche Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria, quartetto est-europeo che forma il gruppo di Visegrád, una coalizione storicamente ostile alle indicazioni della Commissione in materia di politica migratoria.

In vista del Consiglio di domani il gruppo si è riunito a Praga in versione allargata, con due new entry tutt’altro che secondarie: il presidente della Repubblica macedone, Gjorge Ivanov e il primo ministro bulgaro Boyko Borissov. Due paesi esposti in prima linea ai flussi di richiedenti asilo che transitano lungo la rotta balcanica e che ora, su proposta ceca, potrebbero accettare di blindare del tutto le rispettive frontiere con la Grecia così da limitare i flussi che il governo ellenico continua a controllare poco e male.

Bulgaria e Macedonia e il blocco dei confini
Se, per la Bulgaria, il muro rappresenterebbe soltanto un’estensione di quello già avviato nel 2015 lungo il confine con la Turchia, per la Macedonia il progetto comporterebbe, di fatto, l’ufficializzazione definitiva a gatekeeper di Europa.

Ciò che pare certo è che la barriera metallica avviata lo scorso novembre lungo il corso del fiume Axios che separa la Macedonia dalla Grecia, si estenderà nel giro di qualche mese all’intero confine.

Il piano, inutile a dirsi, ha lasciato di stucco il gruppo sparuto di paesi che ancora puntano a rafforzare la rete degli hot-spot e il piano di cooperazione da tre miliardi di euro con la Turchia. Una linea possibilista capeggiata dall’Italia, consapevole che il blocco dei confini bulgaro e macedone potrebbe aumentare la pressione lunga la rotta albanese e di lì sulla Puglia.

Sullo sfondo, nel ginepraio di conversazioni tra cancellerie che litigano sull’opportunità di blindare i confini d’Europa, si staglia ciò che si scommette sarà il grande assente del Consiglio: una discussione franca sull’unica via per evitare il collasso, ossia l’apertura di canali d’accesso protetto per garantire l’ingresso in Europa ai titolari di protezione umanitaria in fuga dai paesi in guerra.

Enza Roberta Petrillo è ricercatrice post-doc presso l’Università “Sapienza” di Roma. Esperta di politica e geopolitica est-europea, si occupa dell’analisi dei flussi migratori con particolare attenzione al ruolo svolto da
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3332#sthash.RZV44yk0.dpuf

venerdì 19 febbraio 2016

Gran Bretagna: la Fratellanza da Sua Maestà

Gran Bretagna
L’ispettore Cameron indaga sulla Fratellanza
Marco Di Donato
13/02/2016
 più piccolopiù grande
Visite in 12 paesi del Nord Africa e del Vicino Oriente per compilare 11 pagine dove sono riassunti i “principali risultati” del report dove i Fratelli Musulmani sono essenzialmente descritti come una compagine sociale e politica che non disdegna la violenza quando necessaria e che ha intrattenuto storiche relazioni con un’organizzazione terroristica del calibro di Hamas.

Non solo. La presenza della Fratellanza nel Regno Unito può essere letta come indice della progressiva estremizzazione della comunità musulmana locale.

I Fratelli Musulmani ed il (controverso) report britannico
Questi i risultati principali del rapporto presentato il 17 dicembre alla House of Commons, dai due autori: Sir John Jenkins (già ambasciatore per conto di Sua Maestà in Arabia saudita) e Charles Farr.

L’indagine condotta in meno di un anno pare giungere a conclusioni che dipingono i Fratelli Musulmani come un blocco di pensiero unico (pur evidenziando, laddove impossibile non farlo, alcuni distinguo) che nel corso degli anni ha assunto posizioni ambigue (per esempio riguardo l’11 Settembre) e che dal 2014 ha deliberatamente incitato alla violenza in Egitto.

Peraltro, afferma il rapporto, sembra che l’esperienza di governo (per quanto Mohammed Mursi sia rimasto in carica in Egitto solo un anno) non abbia apportato alcun cambiamento significativo nel modo di pensare e di agire di quello che è certamente uno dei movimenti islamisti più radicati, a diverso titolo, in Nord Africa e nel Vicino Oriente.

Per tutti questi motivi, gli “aspetti ideologici e la tattica della Fratellanza Musulmana, in questo paese così come all'estero, sono contrari ai nostri valori e sono contrari ai nostri interessi nazionali e nonché alla nostra sicurezza nazionale”.

Dopo aver letto il rapporto, il premier britannico David Cameron ha ribadito che nessuna misura restrittiva sarà intrapresa nei confronti dei Fratelli Musulmani. Eppure, dallo scorso dicembre, in molti si chiedono quale sarà il seguito pratico a questo studio che pare fornire una precisa indicazione politica.

Alle origini della presenza della Fratellanza in Gran Bretagna
Fra i vari aspetti indagati nel documento consegnato a Cameron c’è quello della presenza dei Fratelli Musulmani nel Regno Unito. Da vari altri studi, sappiamo che le radici dei Fratelli Musulmani in Gran Bretagna risalgono al 1997 grazie alla fondazione della Muslim Association of Britain, Mab. Secondo un articolo dell’Hudson Institute, la cellula londinese ha fin dal suo principio agito utilizzando una retorica anti-occidentale ed anti-semita, mostrando una chiara dedizione alla causa palestinese nonché ospitando alle proprie conferenze personaggi del calibro di Anwar al-Awlaki e Yussuf al-Qaradawi.

Ciò che però l’articolo più segnatamente sottolinea è che nella Fratellanza esistano una serie di correnti e posizioni che variano dal salafismo di matrice jihadista violenta ed armata sino a posizioni diametralmente opposte che considerano, ad esempio, assolutamente necessario far coincidere la sharia con i valori europei.

Le forti relazioni con la Gran Bretagna, e Londra in particolare, oltre che dalla presenza di esponenti della leadership in esilio, sono testimoniate anche dal grande numero di attivisti presenti nel paese.

Di più. I Fratelli Musulmani sono a pieno titolo inseriti nel dibattito interno alle comunità musulmane britanniche che da tempo si dividono fra varie correnti: dal salafismo, al qutbismo, al “sorourismo”, così come i deobandi.

L’acceso dibattimento interno al salafismo britannico, di cui la Fratellanza Musulmana fa certamente parte, è ben rappresentato in un articolo a firma di Sadek Hamid e recentemente pubblicato per la Isim Review della Leiden University.

Ad ulteriore dimostrazione di come lo storico legame tra Fratellanza e Regno Unito sia molto forte anche oggi, basti pensare come la sede fisica del sito ufficiale della Fratellanza (Ikhwanweb) sia proprio di stanza nella capitale britannica.

Rapporto parziale?
Dal 2013 organizzazione terroristica per Egitto, Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti, a seguito del report britannico, la Fratellanza ha subito un durissimo colpo anche a livello delle relazioni con gli stati europei e ha dunque reagito di conseguenza provando a difendere con veemenza la propria posizione.

Ma c’è qualcosa in più. Se la reazione della Fratellanza era tanto dovuta quanto scontata, è interessante notare come anche alcuni studiosi ed intellettuali arabi abbiano criticato a vario titolo i contenuti del report curati proprio da diplomatici di paesi, Arabia Saudita, con una posizione chiara sulla Fratellanza.

Primo fra tutti Basheer Nafi che dalle colonne di Middle East Eye ha posto e si è posto alcune domande, denunciando la parzialità delle conclusioni e della metodologia presenti nel report di Jenkins e Farr.

Ad esempio, si chiede Nafi, come mai è stato estensivamente citato Sayyed Qutb e non si è mai fatto riferimento ai lavori, decisamente più moderati e dialoganti, della guida suprema Hasan al-Hudaybi? Allo stesso modo, ribadisce Nafi, l’esperienza violenta e militante di Hamas viene ampiamente analizzata eppure lo stesso report non è in grado di trovare legami fra i Fratelli Musulmani ed altri gruppi armati nella regione.

Telegrafica, ma altrettanto netta, la presa di posizione dell’analista Maha Azzam che ricorda come considerare i Fratelli Musulmani esclusivamente legati a logiche vicine all’estremismo politico, peggio armato, sia un errore.

Medesime considerazioni, motivate in un lungo report a firma di Muhammad Bushra, giungono dall’associazione londinese Cage, la quale ricorda in un lungo documento come “i Fratelli Musulmani non siano un'organizzazione che agisce nell’ombra con motivazioni oscure o con un impegno discutibile a favore della democrazia. Piuttosto sono il più vecchio e saldo gruppo che si è opposto negli anni ai governi autocratici in Medio Oriente”.

Marco Di Donato è Dottore di Ricerca in Scienze Politiche e ricercatore presso l'Unimed (Unione delle Università del Mediterraneo).
  - See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3326#sthash.u46xWJYv.dpuf

Gran Bretagna: tante altre Brixit

Gran Bretagna-Ue
Brexit, rischio effetto domino
Eleonora Poli
16/02/2016
 più piccolopiù grande
Alla vigilia dell’atteso vertice europeo dei prossimi giorni, il dilemma della Brexit continua ad accendere dibattiti nei Paesi europei e non solo.

In un’arena globale sempre più interconnessa, il referendum sulla membership indetto da Cameron spaventa non solo quanti temono i rischi di un indebolimento della stabilità Ue, ma anche coloro che sono preoccupati di ripercussioni internazionali di più ampio raggio.

Gli ultimi risultati presentati da What Uk Thinks sull’attitudine dei cittadini britannici al referendum, vedono il 51% a favore dell’Ue contro un pericoloso 49% che è contrario. Di fatto, una possibile Brexit non rimane quindi esclusa dai giochi.

Nonostante, nella sua lettera ai governi europei, Donald Tusk abbia in effetti adottato un approccio conciliatorio alle richieste di Cameron, soprattutto per quanto riguarda la questione dei benefit agli immigrati europei e della governance economica, bisognerà vedere che cosa i leader dei 28 Paesi saranno in grado di negoziare al vertice e soprattutto come reagiranno gli elettori britannici.

In effetti, il voto al referendum sembra dipenderà principalmente da come l’Ue verrà percepita in relazione agli andamenti economici e sociali del Regno Unito. In altre parole, nel caso in cui i vantaggi economici e politici della membership sembrino superare gli svantaggi, gli elettori britannici dovrebbero optare per rimanere nell’Ue.

Brexit, prospettiva britannica
Nonostante gli andamenti economici molto positivi rispetto alle controparti europee, la crescita britannica non è più così elevata (2,3% nel 2015 contro il 2,9% del 2014). Inoltre, i tagli ai benefit sociali perpetuati dal governo di Cameron al fine di ridurre il deficit pubblico sembrano aver contribuito ad allargare la forbice di disparità sociale.

Secondo l’ultimo rapporto della Joseph Rowntree Foundation, nonostante la disoccupazione si sia ridotta di circa il 30%, nello stesso periodo la percentuale di famiglie con reddito minimo è passata dal 21% nel 2008/09 a quasi il 28% nel 2013/14.

Questi dati potrebbero senza dubbio legittimare i partiti populisti come l’Ukip che spingono verso l’uscita da un’Ue ormai in declino, affinché la Gran Bretagna riacquisti piena autonomia nelle politiche economiche nazionali e rilanci la propria economia.

Certamente il mondo del business e dell’altra finanza non è di questo parere. Non solamente la Brexit porterebbe il Regno Unito fuori dal mercato unico, ma provocherebbe ingenti perdite di capitale umano, rendendo il Paese meno accessibile ai migranti europei.

Infatti, secondo il Centre for Research and Analysis of Migration della University College London, circa il 62% dei cittadini dell’Europa occidentale che si sposta nel Regno Unito dispone di un livello di educazione e preparazione altissimo.

Brexit e panorama europeo
Sul fronte europeo invece, sembra che tutti i paesi vogliano evitare il male maggiore, rappresentato da un’uscita della Gran Bretagna dall’Ue. Infatti, non solo il 53,2% delle importazioni britanniche provengono dall'Unione, ma il contributo netto del paese verso l'Ue è stimato a 13,5 miliardi di euro.

Una Brexit quindi colpirebbe certamente sia il bilancio interno europeo che i suoi trend commerciali. Diminuirebbe inoltre la capacità di difesa europea, rendendo l'Ue più dipendente dagli Stati Uniti. È quindi probabile che i leader europei cercheranno di trovare un compromesso. Tuttavia, un accordo che conceda alla Gran Bretagna troppe libertà potrebbe comunque essere svantaggioso.

Molti dei partiti euroscettici o eurocritici degli Stati membri, già notevolmente contrariarti dalla crisi migratoria, potrebbero infatti cavalcare l’onda della Brexit per chiedere un referendum simile a quello britannico e ottenere maggiore indipendenza da Bruxelles.

D’altro canto, la Brexit rappresenta anche una nuova opportunità per i movimenti indipendentisti. Nel caso in cui l’esito del referendum spingesse la Gran Bretagna a uscire dall’Ue, il Partito Nazionalista Scozzese potrebbe chiedere una nuova consultazione per l’indipendenza dal Regno Unito al fine di rimanere nell’Ue. Richiesta che Bruxelles potrebbe difficilmente non sostenere.

Questo darebbe nuovo impeto ai movimenti indipendentisti catalani in Spagna, Paese che stenta ancora a trovare una stabilità di governo proprio per questo motivo.

Brexit nella scacchiera globale
A livello internazionale, la Brexit potrebbe avere risvolti importanti per numerosi paesi. Gli Stati Uniti perderebbero un prezioso alleato all’interno dell’Ue. La Germania rimarrebbe l’unica forza trainante dell’Ue, causando malcontenti interni e delegittimando maggiormente il progetto di integrazione in un momento in cui gli Stati Uniti hanno più che mai bisogno di un alleato forte a Occidente.

In maniera simile, la Cina vede il Regno Unito come un membro strategico, in grado di esercitare un ruolo costruttivo nello sviluppo di relazioni economiche e politiche solide con l’Ue.

La Russia invece ne uscirebbe probabilmente favorita. In effetti, se la Gran Bretagna uscisse dall’Unione, Paesi europei come Germania e Italia potrebbero più agilmente ridurre o eliminare le sanzioni europee contro la Russia, visti gli ingenti interessi economici che legano i paesi dell’Europa continentale a Mosca.

Su un altro versante invece, anche la Turchia potrebbe giovarne visto che la Brexit costringerebbe la Gran Bretagna a negoziare un accordo economico con l’Ue per avere accesso al mercato unico e mantenere qualche forma di influenza sul processo decisionale di Bruxelles in relazione alle politiche commerciali. Questo porterebbe alla creazione di forme di partnership alternative che potrebbero essere usate anche nel caso turco, facilitandone l’iter di adesione.

Eleonora Poli è ricercatrice dello IAI.
  - See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3331#sthash.JemGtoEY.dpuf

Gran Bretagna: Cameron: al bivio della Brexit

Brexit
Cameron-Tusk, bozza di un accordo anti-brexit
David Ellwood
08/02/2016
 più piccolopiù grande
Sarà davvero un momento come quello del settembre 1939 quando il Parlamento britannico ha dovuto decidere la risposta della nazione all’invasione nazista della Polonia?

Il parallelo è stato evocato dal Daily Mail in un clamoroso editoriale pubblicato dopo la presentazione al pubblico del pacchetto di accordi - meglio bozze di accordi - sullo status del Regno Unito dentro l’Unione europea, Ue, negoziato tra il Primo Ministro David Cameron e il Consiglio europeo, rappresentato dal suo Presidente Donald Tusk.

‘Siamo a una crocevia della storia della democrazia in queste isole britanniche’, ha tuonato il Mail, in seguito a un dibattito parlamentare che ha visto il Primo ministro attaccato da molti dei suoi propri deputati, mentre i partiti dell’opposizione -laburisti e nazionalisti scozzesi - si concentravano esclusivamente sulle implicazioni per loro del referendum promesso da Cameron sul suo accordo con l’Ue.

Punti per evitare la Brexit
Non c’è dubbio che una distanza notevole separa le promesse offerte dal Partito conservatore nel suo programma elettorale del 2015, sulla riforma dell’Ue, e quello che Cameron ha effettivamente - e provvisoriamente - ottenuto da Tusk.

Prima si parlava di un controllo molto più severo, se non blocco, dell’immigrazione dai paesi dell’Unione; dell’esclusione totale degli immigrati dai benefits del welfare per diversi anni; della neutralizzazione delle decisioni della Corte europea dei diritti umani e il ripristino della supremazia delle leggi nazionali su quelli dell’Ue; della separazione completa dal punto di visto giuridico e politico dei paesi dell’Eurozona dagli altri; dell’esclusione dalla Gran Bretagna da qualunque progetto che tenderebbe a costruire una ‘unione sempre più stretta’; del rafforzamento del mercato unico e l’abolizione di tutti quegli elementi protezionistici che danneggerebbero la ‘competitività’ dell’Unione, e così via.

Nella lettera che Tusk ha inviato a Cameron per formalizzare il loro accordo, il Presidente del Consiglio europeo si impegna a: 1. rispettare la differenza tra i membri della Eurozona e gli altri; 2. promuovere la competitività tramite la de-regulation; 3. rafforzare il principio e la pratica della sussidiarietà; 4. ‘chiarire’ le regole e le leggi esistenti sui problemi della libertà di movimento dei cittadini dentro l’area dell’Ue, soprattutto per quanto riguardo gli abusi veri o presunti da parte degli immigrati dei sistemi di welfare dei paesi che li ricevono; 5. esplorare la possibilità che ‘elementi’ dell’accordo possono essere incorporati nei Trattati di base dell’Ue al momento della loro prossima revisione.

Labour IN for Britain 
All’interno del partito di Cameron si sta alzando un’ondata sempre più rumorosa di quanti contestano l’accordo per la sua forma provvisoria, per l’ambito ristretto dei contenuti e per il non aver ricostruito i fondamenti dei rapporti con l’Ue su basi ancora più distaccate di quelle già esistenti.

Il tasto su cui più insistono i contestatori è quello della sovranità: mai più il parlamento britannico dovrebbe sottostare alle direttive, i regolamenti o qualunque altra forma di legislazione proveniente da qualsiasi istanza dell’Unione.

In un contesto del genere le opposizioni ufficiali si trovano del tutto emarginate. Il Partito laburista ha cercato debolmente di fare leva sulle divisioni tra i Tories, mentre sui contenuti, Corbyn ha fatto accenno soltanto alla questione dei ‘diritti dei lavoratori’, senza approfondire ulteriormente.

Il responsabile per il partito sulle questioni europei, Alan Johnson, ha messo in piedi un piccolo movimento di opinione, Labour IN for Britain¸(sic; di cui il suo sito personale non parla, né quello ufficiale del Partito).

La sua presenza sul Web si limita a un messaggio vocale di Johnson medesimo, insieme a una serie di affermazioni scritte, sui benefici economici per la nazione della permanenza nell’Ue. Dei grandi problemi esistenziali che l’Unione ha davanti, nessuno accenno, ma almeno compare la parola ‘inter-dipendenza’, un caso del tutto eccezionale nel confronto britannico.

Diversi nazionalismi
Quello che è certo è che mentre la classe politica e una parte di quella del business parlano soprattutto di sovranità, alle masse che leggono la stampa di Rupert Murdoch e gli altri giornali anti-Europa, è la questione dell’immigrazione che preoccupa. Intanto i nazionalisti scozzesi minacciano di chiedere un altro referendum sulla questione dell’indipendenza, se la maggioranza degli inglesi chiede di uscire dall’Ue.

Come gallesi ed irlandesi del nord e del sud, essi hanno sempre manifestato un atteggiamento verso il progetto europeo nel suo insieme ben diverso da quelli in Inghilterra che fanno la voce più grossa. Simpatia comunque non vuole dire comprensione.

Quello che più colpisce di questo dibattito è la povertà del linguaggio e dei ragionamenti, la sostanziale indifferenza al grande mondo fuori le isole, il rifiuto generale di contemplare le realtà dell’interdipendenza, persino quando queste stanno distruggendo l’industria del petrolio nel Mare del nord, e le acciaierie del Galles e del Nord Est, e minacciano la stabilità delle istituzioni finanziarie di Londra.

Non saranno né Cameron né Corbyn a spiegare tutto questo ai loro confusi elettori.

David W.Ellwood, Johns Hopkins University, SAIS Europe, Bologna.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3321#sthash.bvde45K1.dpuf

mercoledì 10 febbraio 2016

Italia ed Aiuti di Stato

Aiuti di Stato
Verdetto Ue sul futuro dell’Ilva
Marco Gestri
05/02/2016
 più piccolopiù grande
L’ennesimo Decreto “salva-Ilva” (ne sono stati contati 9), convertito in legge. Il 27 viene così definita la procedura per il ritorno sul mercato dell’Ilva, in amministrazione straordinaria dal 2013.

Incombe però lo spettro della Commissione Ue che il 20 gennaio ha deciso d’avviare un procedimento d’indagine formale sulle misure adottate a sostegno dell’Ilva di Taranto (per un importo intorno ai 2 miliardi). Il caso era stato sollevato da denunce presentate dall’associazione delle imprese siderurgiche tedesche e da Eurofer che riunisce le imprese europee del settore.

Qualcuno aveva commentato che l’azione evidenzia un intento della Germania di far chiudere l’Ilva. Accuse velatamente riprese da Matteo Renzi, scagliatosi contro “la lobby degli acciaieri di qualche Paese europeo”. Si profila un nuovo scontro Germania-Italia, che potrebbe diventare Ue-Italia. Quali la portata del provvedimento della Commissione e le prospettive di soluzione?

Commissione e aiuti di stato 
Con la Decisione del 20 gennaio,la Commissione ha ritenuto che sussistano dubbi riguardo alla compatibilità delle misure italiane con le norme Ue sugli aiuti di Stato e non sia possibile “archiviare” il caso. Ciò non comporta che le misure siano illegittime. Questo dovrà essere appurato dalla Commissione con un procedimento formale, nel quale sia l’Italia che gli altri soggetti interessati (denuncianti e concorrenti) potranno formulare osservazioni.

Il procedimento si concluderà con un’ulteriore decisione che potrà alternativamente dichiarare che: a) le misure non costituiscono aiuti di Stato; b) pur essendo tali sono compatibili col mercato comune; c) possono risultare compatibili solo nel rispetto di determinate condizioni, fissate dalla Commissione; d) si tratta di aiuti di Stato illegali.

In quest’ultimo caso, scatterebbe l’obbligo di sopprimere le misure e assicurare la restituzione degli aiuti erogati. La Commissione dovrà dunque accertare se le azioni contestate costituiscano un “aiuto di Stato” secondo l’art. 107 del Trattato sul funzionamento dell’Ue, Tfue.

Sotto la lente della Commissione si trovano in primo luogo le disposizioni legislative che hanno stabilito garanzie statali su prestiti contratti dall’organo commissariale dell’Ilva. La Commissione nutre altresì dubbi sulle norme che attribuiscono ai prestiti concessi all’Ilva priorità in caso di fallimento.

Per quanto riguarda le garanzie statali, il Decreto del 5 gennaio 2015 aveva disposto una garanzia pubblica per prestiti pari a 400 milioni. La legge di stabilità 2016 aveva previsto ulteriori garanzie statali per prestiti fino a 800 milioni. Queste ultime sono state “trasformate” dalla legge di conversione del Decreto del dicembre 2015 in finanziamenti statali che dovranno essere restituiti cogli interessi.

La medesima legge ha inoltre disposto un finanziamento di 300 milioni all’amministrazione straordinaria di Ilva “per fare fronte alle indilazionabili esigenze finanziarie del Gruppo” che dovrà essere restituito con gli interessi da coloro che si aggiudicheranno l’impresa.

Secondo la giurisprudenza europea, costituisce aiuto di Stato qualsiasi misura che, attraverso un intervento pubblico, determini a favore di un’impresa determinata un vantaggio economicamente apprezzabile. In tale nozione, possono rientrare non solo finanziamenti, ma anche garanzie statali nei riguardi di prestiti contratti da un’impresa, a meno che vengano prestate secondo le normali condizioni di mercato.

La Commissione dovrà quindi determinare se le norme che prevedono finanziamenti o garanzie a favore dell’Ilva conferiscano a tale impresa un vantaggio indebito, precluso ai concorrenti.

Aiuti a finalità ambientali 
L’Italia potrà far leva sul fatto che i finanziamenti erogati dalla legge di conversione dell’ultimo Decreto devono esser restituiti con gli interessi. Ma dovrà determinarsi che si tratta di finanziamenti erogati in condizioni di mercato, che avrebbe cioè potuto fornire anche un soggetto privato, pena una loro qualificazione come aiuti di Stato.

Questi sono in principio vietati dal Tfue in quanto pregiudicano una competizione ad armi pari tra le imprese. Il divieto non è assoluto, incontrando esenzioni sia automatiche (caso di calamità naturali) che subordinate a una valutazione discrezionale della Commissione.

Alcune categorie di aiuti sono poi dichiarati a priori, a certe condizioni, compatibili con il mercato comune (“esenzioni per categoria”). Tra queste gli aiuti a finalità ambientale. Nel settore siderurgico non sono invece ammessi aiuti volti a soccorrere imprese in difficoltà (Decisione Ceca n. 2496/96).

Qualora le misure a favore dell’Ilva fossero qualificate aiuti di Stato, l’Italia dovrebbe dimostrare che abbiano finalità esclusivamente ambientali. Le norme sopra ricordate prevedono che gli interventi statali hanno il fine esclusivo dell'attuazione del piano di tutela ambientale e sanitaria dell'impresa nonché di ripristino e di bonifica ambientale.

L’Italia cerca di convincere l’Ue 
Nessuno nega che la situazione ambientale dell’Ilva di Taranto sia critica. Essa è stata ripetutamente oggetto dell’attenzione delle istituzioni Ue. Tuttavia, secondo la Commissione, l’Italia non ha provveduto a far sì che l’azienda operi in conformità della normativa ambientale europea.

Dunque, anche se alcune delle misure previste dai Decreti salva-Ilva costituissero aiuti di Stato, l’Italia avrebbe buon gioco nel giustificarle con la finalità ambientale? Un elemento a favore dell’Italia è che la Decisione della Commissione del 20 gennaio, riconoscendo le necessità di bonifica ambientale, non sospende le misure varate.

Permangono tuttavia alcuni ostacoli per una soluzione positiva nei riguardi di tutte le azioni di sostegno. In una situazione intricata come questa non è facile distinguere le misure eminentemente ambientali da quelle volte al salvataggio dell’impresa. In aggiunta, secondo un principio consolidato, non sono ammessi aiuti “ambientali” per consentire a un’impresa (mediante ammodernamento degli impianti) d’allinearsi a norme comunque obbligatorie.

Quanto alle misure di risanamento dell’area, gli interventi di sostegno devono essere conformi al principio “chi inquina paga”. Al riguardo, la legge di conversione approvata il 27 gennaio richiama puntualmente l'obbligo dell'attivazione delle azioni di rivalsa e di risarcimento nei confronti dei soggetti che hanno cagionato i danni ambientali e sanitari. Basterà a convincere la Commissione?

Non lo sappiamo. Certo che se la rigidità delle norme Ue dovesse portare alla chiusura del più grande impianto siderurgico d’Europa, nel Mezzogiorno d’Italia e nel contesto dell’odierna congiuntura economica, sarebbe difficile qualificare come “populiste” le prevedibili reazioni.

Marco Gestri è Professore di diritto internazionale nell’Università di Modena e Reggio Emilia e nella Johns Hopkins University, SAIS Europe.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3316#sthash.3AIfFb5P.dpuf

venerdì 5 febbraio 2016

Bruxelles e Roma: dopo le turbolenze

Contenzioso Italia-Ue
Dopo i pugni sul tavolo, quo vadis Renzi
Riccardo Perissich
04/02/2016
 più piccolopiù grande
È normale che un leader abbia due priorità: governare il paese e vincere le prossime elezioni. La trappola sta in una celebre battuta di Juncker (proprio lui!) di alcuni anni fa: “Sappiamo perfettamente che cosa dovremmo fare, ma non sappiamo come essere rieletti dopo averlo fatto”. La verità e che con rare eccezioni i leader danno la priorità al secondo obiettivo, quello di essere rieletti. Non si può quindi rimproverare a Matteo Renzi di impostare la sua “campagna d’Europa” sul recupero del consenso interno.

Sposando l’europeismo spinelliano spruzzato di socialismo e l’attacco frontale all’Ue che esiste, Renzi spera evidentemente di coniugare la fedeltà alla “vera” Europa con il diffuso euroscetticismo presente anche nel nostro paese, recuperando così consensi che il fronte populista rischia di erodere. Difficile dargli torto a priori.

Dopo aver fatto (per finta?) pace con Angela Merkel, adesso apre il secondo fronte che forse ritiene più facile, quello con la Commissione. Può darsi che tutto ciò gli procuri i desiderati vantaggi elettorali. Proiettata nel medio periodo, la tattica comporta tuttavia un errore e un grave rischio.

Caratteristiche dell’europeismo italiano
L’europeismo italiano ha sempre avuto tre caratteristiche. In primo luogo, abbiamo un’immagine mitologica dell’Europa molto diversa da quella reale. Come per ogni mito, c’è il rischio che cada a pezzi a ogni difficoltà.

A fronte di questo c’è però stata una pratica di governo finalizzata spesso con successo a difendere quello che si è ritenuto essere, a torto o a ragione, l’interesse nazionale. Essa ha avuto tra l’altro momenti gloriosi: con de Gasperi, poi con Gaetano Martino ed Emilio Colombo, con Craxi e Andreotti e infine con Ciampi, Giorgio Napolitano e Mario Monti cui va il merito di aver provocato, nel 2012, la vera svolta della politica europea, quella che ha permesso a Mario Draghi di agire per salvare l’euro.

Infine soffriamo di una sistematica incapacità di adattare le strutture del Paese alle decisioni prese. In sostanza, agli italiani non è mai stata raccontata bene la vera storia dell’Italia in Europa. La narrativa del “vincolo esterno” che Monti ha tentato senza successo di correggere, ha aggravato le cose.

Non è detto che la retorica renziana permetta di colmare questo vuoto. Ben venga l’opera di verità, ma è un errore denigrare la politica europea di tutti i governi passati, bollandola come imbelle e rinunciataria. Così facendo si rischia di demolire in modo durevole l’immagine dell’Europa presso gli italiani che sarebbero legittimati a pensare di essere stati ingannati per sessant’anni.

Renzi batte i pugni sul tavolo 
Dopo l’errore c’è il rischio. Renzi ha deciso di mettere nel paniere del contenzioso pubblico le cose più disparate. È una tattica come un’altra che però non sembra molto convincente perché avvalora la tesi di un’Europa a noi ostile. Basta pensare ai due capitoli più importanti: l’economia (banche e politica di bilancio) e la crisi dei migranti/rifugiati.

Sul primo capitolo l’Italia ha le sue ragioni, ma il negoziato è complesso; andrebbe spiegato agli italiani perché troviamo così poche sponde non solo a Berlino e a Bruxelles, ma anche altrove. Sul problema dei rifugiati le ragioni per cui l’Europa si muove lentamente e male sono molteplici; nessuno è innocente, noi compresi.

A un paese frustrato e convinto di “non contare nulla” può far piacere vedere che il governo “batte i pugni sul tavolo”. D’altro canto sappiamo che nel frattempo i nostri valenti diplomatici e alcuni ministri negoziano in privato per raggiungere un compromesso soddisfacente. È legittimo chiedere se non sarebbe meglio abbassare i toni in pubblico e riservare i “pugni sul tavolo” ai negoziati privati.

David Cameron aveva proclamato la volontà di voler “riformare” l’Ue e di cambiare radicalmente il rapporto del paese con l’Europa. Dovrà ora presentare come un successo un risultato obiettivamente abbastanza modesto. Gli va comunque riconosciuto il merito di non aver mai alzato i toni.

Renzi, dopo aver dichiarato di voler “cambiare verso” all’Europa, guidare i socialisti europei, spezzare l’asse franco-tedesco ed essersi candidato alla guida dell’Ue, potrebbe scoprirsi prigioniero della sua stessa retorica. Potrebbe avere difficoltà a rimettere il genio nella bottiglia e spiegare gli inevitabili compromessi a un paese che continua a sognare un’Europa mitologica, ma nel frattempo è stato educato a detestare quella reale.

Usare ogni disaccordo con Juncker per bollarlo come “burocrate” è un altro errore che potevamo evitare, non solo per la tradizionale ragione che l’Italia ha interesse a una Commissione forte. Juncker avrà molti difetti, ma è tutto tranne che un burocrate e, come tutti i politici, deve tener conto di una constituency più vasta e complessa di quella di Renzi. Del resto far rispettare le regole è il primo compito di un’istituzione politica.

Le due carte di Renzi
Renzi ha in mano due carte forti: la consapevolezza che ogni alternativa di governo in Italia sarebbe peggiore per l’Europa e l’aver impresso una salutare accelerazione al processo di cambiamento del Paese. Tuttavia, se può presentarsi dicendo “abbiamo voltato pagina”, non può ancora dire “abbiamo riformato l’Italia”. Per leggere fondate critiche alla legge di stabilità e vedere il cammino che resta da fare nelle riforme, non c’è bisogno di andare a Bruxelles; basta la stampa italiana.

Né vale molto raccontarci che l’Europa ha bisogno di noi più di quanto avesse bisogno della Grecia e forse persino della Gran Bretagna. È vero, ma lo è altrettanto che noi abbiamo bisogno dell’Europa forse più della stessa Germania. Se dovesse intervenire la catastrofe, la domanda non è chi soffrirà (tutti). Bisogna invece chiedere chi soffrirà per primo è chi è più capace di parare il colpo.

C’è da sperare che i principali protagonisti, Merkel, Juncker, ma soprattutto Renzi, siano capaci di volteggiare sul trapezio e atterrare in piedi. Ci sono però rischi che superano l’abilità tattica dei giocatori. Gli dei accecano coloro di cui vogliono la rovina; si chiama hubris e proprio i greci meno di un anno fa ne hanno apprezzato in pieno il significato.

Riccardo Perissich, già direttore generale alla Commissione europea, è autore del volume “L'Unione europea: una storia non ufficiale”, Longanesi editore.
  I - See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3315#sthash.0ELsrobE.dpuf

martedì 2 febbraio 2016

Spagna: i conti con la frammentazione politica

Spagna
Madrid in uno stallo all’italiana
Riccardo Pennisi
26/01/2016
 più piccolopiù grande
Una situazione all'italiana, "in cui mancano gli italiani": così l'ex primo ministro Felipe Gonzalez descrive l'attuale stallo di una Spagna disabituata all'incertezza e alla frammentazione visto che dal 1979 è stata retta da saldi governi monocolori.

Le ultime elezioni hanno spaccato il vecchio bipartitismo in un sistema a quattro, in cui nessuno è abbastanza forte per imporsi sugli altri, come dimostrano le consultazioni con il re Felipe VI per cercare di formare un nuovo governo.

Il premier uscente Mariano Rajoy, del Partido Popular, Pp, ha vinto le elezioni a dicembre, ma è indebolito. Il suo 28,7% significa il 16% in meno rispetto a quattro anni fa. Anche se il Pp resta il primo partito del paese Rajoy ha, per ora, rifiutato l’incarico di formare il nuovo governo. Mercoledì il re aprirà quindi un secondo giro di consultazioni. Pur con qualche incertezza, l’esito che sembra delinearsi è quello di una svolta a sinistra.

Verso una coalizione di sinistra?
Per avere la maggioranza assoluta in parlamento, il Pp dovrebbe fare un accordo con i socialisti del Psoe. La grande coalizione, inedita in Spagna, è la soluzione preferita sia dal mondo economico e dalla grande stampa nazionale che dai centri di potere europei".

La ragione è semplice: i numeri dicono che l'unica alternativa alle larghe intese è un'alleanza di sinistra, simile a quella appena nata in Portogallo. I socialisti in tal caso dovrebbero accordarsi con i radicali di Podemos, con gli ex comunisti di Izquierda Unida, e anche con i nazionalisti baschi e i secessionisti catalani.

Se ciò accadesse, la Spagna sarebbe il terzo paese mediterraneo a spostarsi ben oltre i confini classici della sinistra moderata: eventualità che a Bruxelles e a Berlino, dove si stabiliscono le regole economiche di tutto il continente, è vista con il fumo negli occhi. I socialdemocratici tedeschi, che nel 2013 preferirono il patto con Angela Merkel piuttosto che il governo con Verdi e Sinistra, spingeranno perché a Madrid si adotti la stessa soluzione.

I socialisti custodiscono le chiavi della partita. Il Psoe è però spaccato: Il segretario-candidato Pedro Sanchez, subito dopo aver incassato il peggior risultato della storia del suo partito (22%), è stato attaccato da un agguerrito fronte interno che ne chiede la testa. A sostituirlo - con il consenso dei delegati delle regioni centro-meridionali, ultimo bastione elettorale socialista - andrebbe la potente presidentessa dell'Andalusia Susana Diaz.

E i nuovi partiti? Ciudadanos, formazione centralista (la questione territoriale è fondamentale sulla scacchiera spagnola) e liberale nata una decina d'anni fa in Catalogna in opposizione alla crescita dell'indipendentismo, ha pochi seggi per essere decisiva nelle consultazioni. Le urne hanno però offerto al suo leader trentaseienne Albert Rivera un discreto 13,9%.

Meglio Podemos: il partito-movimento di sinistra radicale guidato da Pablo Iglesias, l'ex professore di scienze politiche e indignado che con il suo inatteso 20,7% è arrivato a un passo dai socialisti.

Il nodo Catalogna 
Sanchez ha capito che proprio l'abbraccio con Podemos lo manterrebbe in sella e taglia i ponti con Rajoy: "se volete cacciarmi - sembra dire agli avversari interni - confessate allora la vostra vera intenzione, le larghe intese con il Pp". In molti nel Psoe le vorrebbero: i "vecchi" del partito, tra i quali potrebbe pesare il parere di Felipe Gonzalez, temono la rincorsa al radicalismo che secondo loro governare con Podemos comporterebbe.

E poi c’è il nodo del referendum sullo status amministrativo della Catalogna che Podemos potrebbe porre come condizione irrinunciabile ad un futuro governo di unità della sinistra. C’è chi teme che un accordo con i catalani, e anche i baschi, costerebbe varie concessioni ai poteri locali autonomisti: i loro elettori centro-meridionali, nel nome dell'uguaglianza di trattamento per tutte le regioni, non le tollererebbero.

Il nodo territoriale è centrale per capire la questione. Il Psoe ha perso il suo radicamento in Catalogna (dov'era molto forte) e nel Paese Basco: gli spagnoli che vivono nelle province più pluraliste per lingua e cultura, interessati a una revisione dei loro rapporti con il centro, seppur senza staccarsi, hanno votato Podemos.

Se il partito perdesse anche il sostegno della Spagna interna, centralista e egualitarista - Andalusia, Estremadura, Castiglia - sarebbe finito. D'altro canto, una grande coalizione con il Pp che non risolvesse i problemi del Paese (la disoccupazione tocca il 21%, l'emigrazione aumenta, la stagione dei tagli non è ancora conclusa) farebbe rischiare al Psoe la brutta fine del Pasok greco.

Le variabili delle consultazioni
Le consultazioni si svolgono dunque attorno a questo dilemma. Rajoy ha optato per la sua tipica tattica attendista, rinunciando a chiedere la fiducia in parlamento, dato che Sanchez appunto rifiuterebbe. La sopravvivenza politica di Sanchez dipende dalla formazione di una coalizione di sinistra, di cui lui stesso sarebbe il capo: come secondo classificato nel voto, ha diritto a condurre le trattative fino a presentare l'accordo al monarca.

A parte il grande dissidio interno, non sarà facile conciliare le vedute e gli interessi di tutti i partiti da coinvolgere. Ai separatisti catalani, che hanno appena conquistato la regione, farebbe gioco un governo centralista a Madrid, ma l'intesa con la sinistra, in fondo, potrebbe fruttare nuove devoluzioni di potere alla Catalogna. La trattativa sarebbe complicata dal parallelo negoziato con i baschi.

Podemos sa che, se il piano saltasse e si tornasse a votare, il partito socialista non reggerebbe, perdendo a suo vantaggio altre centinaia di migliaia di elettori. Per questo le condizioni che Iglesias fisserà per accordarsi con Sanchez saranno dure.

Se Sanchez fallisse, l'opzione di una grande coalizione tornerebbe probabilmente a imporsi, magari guidata da qualcuno che non sia Rajoy, per renderla più digeribile. Ma se la prova di forza e abilità a cui Sanchez è chiamato dovesse riuscire, una Spagna spostata a sinistra aprirebbe nuovi scenari in Europa.

Riccardo Pennisi è collaboratore di Limes, ISPI, Il Mattino e coordinatore delle tematiche europee presso Aspenia.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3304#sthash.NvhcB5TY.dpuf

Polonia: la deriva di un europeismo d'interesse

Populismi europei
Polonia sotto sorveglianza
Daniele Fattibene
21/01/2016
 più piccolopiù grande
Stato di diritto messo in discussione e violazione della libertà di stampa. Sono queste le conseguenze delle ultime riforme adottate dalla Polonia guidata dal partito populista, nazionalista ed euroscettico di Beata Szydło.

Ai vertici del partito conservatore Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwość- PiS), a nemmeno tre mesi dalle elezioni parlamentari, Szydłoha avviato un brusco cambiamento di rotta che rischia di minare fortemente la reputazione del Paese, con forti ripercussioni all’interno della stessa Unione europea, Ue.

Leggi controverse
All’indomani della vittoria elettorale,il PiS aveva attaccato la nomina di cinque giudici della Corte Costituzionale da parte del vecchio partito di governo Piattaforma Civica (Platforma Obywatelska - PO) fatta a ridosso del voto.

Il governo Szydło ha poi deciso di nominare altri cinque giudici e ha fatto votare dal Parlamento una modifica allo statuto della Corte, cambiando in modo sensibile le procedure di voto e di funzionamento, mettendo a rischio l’intero sistema di “pesi e contrappesi” tra potere esecutivo e giurisdizionale.

Questo ha scatenato una reazione di sdegno da parte dei cittadini che sotto la guida del “Comitato per la difesa della democrazia” lanciato da Mateusz Kijowski hanno marciato in massa per le strade di Varsavia e di molte altre città polacche.

Altre proteste sono poi esplose a inizio mese dopo l’approvazione della legge sulla governance del Servizio Pubblico che minaccia di mettere i media sotto il controllo diretto della politica. I manager della radio e televisione pubblica saranno infatti nominati dal Ministero del Tesoro e potranno essere licenziati in qualunque momento.

Diritti europei minacciati
La Commissione europea ha reagito con forza, prima attraverso una lettera inviata dal Vice Presidente Timmermans a dicembre e poi attivando il cosiddetto “dialogo strutturato” con Varsavia per analizzare la situazione nel Paese all’interno del nuovo “Quadro sullo Stato di diritto” adottato nel 2014.

Questa procedura potrebbe anche sfociare nell’attivazione del “meccanismo preventivo” previsto dall’articolo 7 del Trattato dell’Unione europea (Tue) e poi di un’eventuale “meccanismo sanzionatorio” con la potenziale sospensione di determinati diritti previsti dai Trattati, compreso quello di voto nel Consiglio. Misure mai prese fino ad ora, ma nate osservando l’atteggiamento dell’ungherese Victor Orban.

È probabile che questo sia stato agevolato dal fatto che il PiS è membro del gruppo parlamentare dei Conservatori e Riformisti europei, una forza marginale rispetto al gruppo del Partito popolare europeo, Ppe, al quale appartiene il Fidezs di Orban.

La piega presa dalla Polonia negli ultimi mesi ha suscitato già importanti frizioni con diversi partner europei. Diversi sono i motivi di scontro, dal rifiuto del governo di accettare quote obbligatorie di richiedenti asilo politico nel territorio nazionale, allo scetticismo verso la politica energetica dell’Unione, in particolare in merito alla de-carbonizzazione dell’economia.

Varsavia-Berlino, special relation deteriorata
La cosa più eclatante è il progressivo deteriorarsi della “special relation” con la Germania che aveva contraddistinto i governi Tusk-Kopacz. Anche se non sono arrivate critiche ufficiali da parte della cancelliera Angela Merkel, i provvedimenti delle ultime settimane sono stati stigmatizzati da diversi esponenti del suo partito, tanto che il Ministro degli Esteri polacco Witold Waszczykowski ha convocato l’ambasciatore tedesco a Varsavia per chiedere spiegazioni.

Le tensioni sono montate a seguito della copertina del giornale polacco Wprost che raffigurava la Merkel in uniforme nazista circondata da Juncker, Schulz, il Commissario Oettinger e GuyVerhofstadt.

La crisi polacca rischia di rovinare la credibilità che il Paese si era faticosamente riconquistato negli ultimi anni. Il partito di Kaczyński sembra voler costruire una “quarta repubblica polacca”, basata su valori tradizionali e conservatori. Se però non riuscirà a conciliare la sua identità nazionalista e conservatrice con le regole europee il Paese sarà l’unico grande sconfitto.

La crisi istituzionale polacca mette anche a rischio la stessa architettura giuridica e identitaria europea. La reazione decisa della Commissione stabilisce un precedente importante volto sia a garantire il rispetto dei Trattati, sia a rispondere alle accuse di “doppio standard” tra ciò che viene chiesto a potenziali paesi candidati e le difficoltà nel reagire a misure prese dagli stati membri.

È ora lecito attendersi che le Istituzioni Ue elaborino una strategia forte e chiara contro tutti coloro (Orban in primis) che minacciano i principi fondamentali dell’Unione. Se così non fosse, i venti populisti che spirano da Lisbona a Varsavia rischiano di diventare una difficile gatta da pelare.

Daniele Fattibene è Assistente alla Ricerca del Programma “Sicurezza e Difesa” dello IAI (Twitter: @danifatti).
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3299#sthash.YvPYcdvC.dpuf

Bruxelle e Roma a confronto

Scontro Italia-Ue
Il complesso di Calimero e la demonizzazione della Germania
Riccardo Perissich
20/01/2016
 più piccolopiù grande
L’attacco frontale di Matteo Renzi all’Unione europea, Ue, solleva almeno tre interrogativi. Innanzitutto i temi e i toni.

Tentare di politicizzare i contenziosi sugli aiuti di stato è sempre controproducente, trattandosi di materie su cui il giudizio finale non spetta ai governi ma alla Corte di Giustizia. Su diversi altri temi l’Italia ha le sue ragioni, ma si tratta di materie su cui la discussione è aperta e dove abbiamo già ottenuto in parte soddisfazione.

I toni ricordano l’eterno complesso di Calimero per cui ci riteniamo vittime di una deliberata discriminazione, salvo poi oscillare fra la dichiarazione che siamo i migliori del mondo, ma anche che siamo strutturalmente incapaci di soddisfare gli impegni liberamente sottoscritti.

Inoltre, l’attacco un po’ demagogico alla “tecnocrazia europea” arriva proprio nel momento in cui la Commissione, assieme al Parlamento, unico debole ostacolo alla deriva intergovernativa, tenta dopo anni di gestione opaca di riacquistare un ruolo politico.

Infine il più importante: aprire un conflitto aperto con la Germania. È probabile che la reazione irrituale di Jean Claude Juncker sia stata motivata anche dallo sgomento di assistere a uno scollamento fra i due soli governi che in un’Europa in serio pericolo di disfacimento mantengono una certa forza e quindi dovrebbero cedere meno di altri alla tentazione di rincorrere i populisti per acquistare consenso interno.

Demonizzare la Germania, deve pensare il presidente della Commissione, rischia di condurre Angela Merkel all’isolamento, ad arrendersi di fronte alle difficoltà, soccombere alle pressioni interne e gettare la spugna. È dunque sul rapporto con la Germania che dobbiamo concentrare l’attenzione.

Italia senza una politica tedesca
L’Italia non ha più una “politica tedesca” da molti anni. Abbiamo sempre preferito focalizzarci sul rapporto con Francia e Gran Bretagna, più di recente con la Spagna, anche se siamo stati raramente ricambiati. Certo, ci sono stati Ciampi, Monti e Napolitano; ma sono state iniziative personali, non seguite e forse nemmeno condivise dall’insieme della classe dirigente.

Se a un italiano o a un tedesco si chiede quale paese europeo sente più vicino, nessuno indicherebbe rispettivamente la Germania e l’Italia. Eppure abbiamo più cose in comune di quanto si pensi. Due unità nazionali tardive, esperienze democratiche a dir poco travagliate, le ferite di un nazionalismo distruttivo.

Nel dopoguerra, l’Europa è stata vista in primo luogo come un modo per ritrovare dignità nel consesso delle nazioni. Inoltre due costituzioni che limitano il potere dell’esecutivo a profitto della centralità del Parlamento, una preferenza per un’organizzazione statale (nel caso italiano ancora in divenire) di tipo federale. Negli affari internazionali una radicata riluttanza ad assumere responsabilità militari. Due economie ancora in gran parte basate sulla manifattura.

L’influenza di alcuni di questi fattori ha fatto sì che Italia e Germania siano sempre state i due grandi paesi più propensi a sposare una prospettiva federale dell’evoluzione della Ue.

Il nostro rapporto con la Germania è invece stato caratterizzato da un misto di ammirazione e antipatia da parte italiana e di diffidenza e irritante condiscendenza da parte tedesca. Nonostante i legami economici, l’immigrazione e il turismo, i due paesi non si conoscono.

Le responsabilità di questo stato di cose sono largamente condivise ed è inutile fare la lista dei meriti e dei demeriti, ma le assurdità che si leggono sulla stampa tedesca a proposito dell’Italia sono pari solo a quelle che si leggono sulla stampa italiana a proposito della Germania.

Italia-Germania, convergenze e divergenze risolvibili
Eppure, contrariamente alla vulgata diffusa, mai come ora i due paesi hanno avuto interessi convergenti sulle cose essenziali e divergenze che non è impossibile comporre. Sulla Libia e il Medio Oriente pensiamo fondamentalmente le stesse cose. Sul problema dei rifugiati, quello su cui probabilmente si gioca il futuro dell’Unione, abbiamo interessi e visione simili. Persino sull’economia le due visoni, per molti versi obiettivamente distanti, si sono molto avvicinate dall’inizio della crisi.

Ciò che più conta, la Germania, egemone riluttante, ha bisogno di sponde e alleati per trasformare l’egemonia in leadership. L’indebolimento della Francia, la marginalizzazione della Gran Bretagna, l’involuzione dell’est, accresce il bisogno di Italia agli occhi di Berlino.

Nel 2012 e per un breve periodo, Mario Monti alla testa di un paese che sembrava aver voltato pagina e intrapreso la strada delle riforme, è riuscito a influire in modo incisivo sulla politica tedesca e quindi su quella dell’Europa. Oggi le relazioni sono tornate a un minimo storico.

Incontro Renzi-Merkel
Nella politica europea attuale contano molto i rapporti personali. Tuttavia nulla predisponeva Giscard e Schmidt, o Kohl e Mitterrand al rapporto stretto e fruttuoso che si stabilì fra loro. Sfugge a troppi che quei felici periodi del rapporto franco-tedesco non sarebbero stati possibili senza un’estesa rete di contatti e una lunga pratica di dialogo a tutti i livelli.

Nulla o poco di tutto ciò esiste oggi fra Italia e Germania. Sembra a volte che il peso del dialogo costruttivo con la Germania sia fatto ricadere sulle spalle di Mario Draghi; ciò è irrituale e controproducente per noi e per l’istituzione che presiede.

Il 29 Matteo Renzi incontrerà la Cancelliera ed è prevedibile che entrambi avranno interesse a proclamare il ritorno del bel tempo. Possiamo tuttavia essere certi che alla prima intervista maldestra di un politico o di un banchiere il cielo tornerà ad essere tempestoso. Alcune divergenze sono oggettive e non facili da negoziare.

Gli stereotipi, le rigidità tedesche e le incertezze italiane sono fenomeni radicati. Lo sforzo di dialogo dovrà quindi essere lungo, paziente e diffuso, alla stregua di ciò che avviene da decenni fra Francia e Germania. Da solo non basterà a rimettere in moto l’Europa, ma è un dovere di entrambi i paesi.

Riccardo Perissich, già direttore generale alla Commissione europea, è autore del volume “L'Unione europea: una storia non ufficiale”, Longanesi editore.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3298#sthash.bCEIImbl.dpuf

giovedì 21 gennaio 2016

Gran Bretagna: nuovi orizzonti di grande potenza

Gran Bretagna
L’ombra di Brexit sulla grandeur inglese
Stefano Marcuzzi
15/01/2016
 più piccolopiù grande
Rilanciare il suo status di grande potenza. È questo il primo obbiettivo di Londra. La Strategic Defence and Security Review, Sdsr, annunciata il 3 novembre scorso dal governo Cameron segna infatti un’inversione di tendenza rispetto a quella del 2010 che tagliava drasticamente gli investimenti in sicurezza e difesa.

Questo avverrà attraverso un approccio che Sir Nicholas Houghton, Capo di stato maggiore, ha definito “olistico”. Dopo un taglio netto (8%) nel 2010, il budget della Difesa crescerà del 5% entro il 2021. L’esercito britannico sarà stabilizzato a 82mila unità e la riserva accresciuta a 30mila.

Verranno create due “Strike Brigades” di 5000 uomini ciascuna, appoggiate da nuovi elicotteri d’assalto Apache. Entro il 2020, l’investimento in equipaggiamenti aumenterà di £12 miliardi (per un totale di 178). Verranno modernizzati i veicoli corazzati Warrior e sviluppati i missili Stormshadow e Brimstone. L’obiettivo è di riuscire a schierare in un’operazione militare 50mila uomini, contro i 30mila schierabili al momento.

Royal Navy e Raf beneficeranno di un aumento di personale (700 unità). Nel 2020 verranno varate le due super-portaerei classe Queen Elizabeth, forti di 42 F-35, e cinque nuove navi da pattugliamento.

Londra manterrà la sua politica di deterrenza nucleare, affidata a quattro sottomarini classe Vanguard. Verranno costituiti tre nuovi squadroni aerei (Eurofighter Typhoons e F-35 Lightnings); nove P-8 da ricognizione marittima sostituiranno il progetto Nimrod; e verranno acquisiti 20 droni Protector. Ben 3,2 miliardi saranno investiti in sicurezza cibernetica, dedicando l’1,2% del budget della Difesa alla ricerca scientifica e tecnologica.

Lacune della Sdsr
Londra intende accrescere la propria resilienza e aumentare la flessibilità e la capacità delle sue forze armate di affrontare guerre asimmetriche in ogni parte del globo con un’autentica indipendenza d’azione. Tuttavia, la nuova Sdsr presenta significative lacune che fanno sorgere dubbi sulla sua reale efficacia.

Il suo programma è strutturato per una realizzazione in cinque anni, ma nel 2020 le minacce che identifica oggi potrebbero essersi evolute in modo imprevedibile.

I tagli previsti alle forze di polizia impatteranno negativamente sulle attività anti-terrorismo, così come la mancanza di significativi stanziamenti alla Border Police.

Inoltre, la flotta F-35per le super-portaerei non sarà interamente disponibile prima del 2025. Le forze anfibie verranno penalizzate: alcune navi, come la HMS Ocean, terminato il servizio, non saranno rimpiazzate. Questo minerà la capacità di condurre operazioni anfibie - e renderà complicato l’eventuale impiego delle Strike Brigades.

Le fregate Type 23 e le cacciatorpediniere Type 45 resteranno in servizio per 35 anni (erano designate per 15), moltiplicando i propri compiti fino al varo delle nuove corvette e fregate Type 26.

I ritardi del programma Successor prolungheranno il servizio dei Vaguard fino agli anni ’30. Gli squadroni Typhoon saranno portati da 5 a 7, ma la riduzione da 24 a 12 degli apparecchi per squadrone implica, di fatto, una riduzione dei mezzi. Nel 2019 il numero di Typhoon sarà calato da 156 a 108; entro lo stesso periodo, 76 Tornado finiranno fuori servizio: il che significa una perdita di quasi il 50% degli aerei da combattimento.

In definitiva, il massiccio investimento nella difesa non accrescerà significativamente le potenzialità operative inglesi nel breve-medio termine, ma solo nel medio-lungo.

Sottovalutata l’interdipendenza tra sicurezza interna e internazionale
Veniamo, infine, al nodo cruciale della Sdsr 2015. I pericoli che essa identifica (terrorismo, emergenze umanitarie e migratorie, l’aggressivo atteggiamento della Russia, minacce cibernetiche, instabilità energetica, cambiamenti climatici) sono globali, non squisitamente inglesi. La Sdsr sottolinea l’interdipendenza tra sicurezza interna e internazionale, ma si stenta a trovare una traduzione di questo principio nella strategia proposta dal documento.

Nel 2010, il ruolo di Londra nella Nato era considerato vitale come supporto agli alleati. Oggi, l’enfasi sembra piuttosto su ciò che la Nato può fare per la Gran Bretagna. Un'incognita ancora maggiore riguarda i rapporti di Londra con i partner europei, dal momento che la stessa appartenenza alla Ue viene oggi messa in discussione.

L’incognita “Brexit” affliggerà quattro aspetti su cui poggia la nuova strategia inglese.

Incognita Brexit 
Primo, il rilancio dello status di “grande potenza”. Se Londra uscisse dall’Ue, Parigi diverrebbe l’unico rappresentante permanente dell’Unione nel Consiglio di Sicurezza Onu, minando la pretesa inglese di restare il più influente attore europeo in quello e altri consessi internazionali.

Secondo, l’atlantismo: gli Stati Uniti hanno incoraggiato l’integrazione e l’allargamento europeo, un’azione unilaterale inglese che minasse, forse irreparabilmente, questo percorso, peggiorerebbe le relazioni anglo-americane.

Terzo, il ruolo-chiave che Londra spera di giocare nella geopolitica europea: una Gran Bretagna fuori dall’Ue difficilmente potrebbe realizzare questo obiettivo.

Infine, la stabilità interna dello stesso Regno Unito: “Brexit” rischia di provocare un altro referendum in Scozia e forse in Irlanda del Nord, a favore della permanenza nell’Ue, determinando scenari imprevedibili.

Benché Londra sia l’unica potenza europea che rispetti i parametri Nato, investendo in difesa il 2% del Pil, e quelli Onu, investendone lo 0,7 in progetti internazionali di sviluppo, l’ombra di Brexit rischia di compromettere seriamente la sua strategia di sicurezza e difesa.

Stefano Marcuzzi, University of Oxford
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3289#sthash.b6totXJg.dpuf

Svizzera: nuovi rapporti fiscali con l'Italia

Svizzera
Roma e Berna, nuova intesa sulla fiscalità 
Cosimo Risi
11/01/2016
 più piccolopiù grande
Si procede per approssimazioni successive, fra Italia e Svizzera, nel negoziato fiscale della svolta. Lo scorso febbraio i Ministri delle Finanze concordarono la road map di un percorso comune che avrebbe dovuto portare alla sistemazione globale del contenzioso. Scambio d’informazioni in materia fiscale, convenzione contro la doppia imposizione, regime fiscale dei lavoratori frontalieri, status di Campione d’Italia.

Soluzione euro-compatibile
La premessa alla base della road map era l’accettazione svizzera degli standard Ocse sullo scambio d’informazioni, che faceva seguito alle vertenze di alcune banche con il fisco degli Stati Uniti.

Sullo sfondo si profilavano certe misure discriminatorie assunte a livello cantonale riguardo ai frontalieri: l’obbligo di presentare i certificati del casellario giudiziale e dei carichi pendenti (obbligo poi limitato al primo documento); il moltiplicatore delle tasse comunali.

Sullo sfondo ancora si situava la trattativa fra Berna e Bruxelles per una soluzione “euro-compatibile” alla legislazione da adottare nel 2017, a seguito del referendum contro l’immigrazione di massa.

La soluzione “euro-compatibile”, nel linguaggio ormai in uso, significa che bisogna conciliare le limitazioni da apportare alle immigrazioni anche dagli stati membri e la libera circolazione delle persone, una delle quattro libertà dell’acquis europeo di base.

Ai negoziatori delle due parti si è presentato un quadro talmente articolato che soltanto un supplemento d’istruttoria sarebbe stato in grado di chiarire. Il supplemento c’è stato ed è durato sino alla fine dello scorso anno.

Regime fiscale dei frontalieri e doppie imposizioni
Di nuovo chiusa al Ministero Economia e Finanze come nel 2014, e come allora in attesa della pausa natalizia, la delegazione italiana ha scambiato messaggi e documenti in teleconferenza con la delegazione svizzera, a sua volta chiusa in un palazzo federale. Lo scambio di messaggi ha portato all’intesa siglata il 22 dicembre, che sarà sottoposta alla firma dei Ministri quando saranno date certe condizioni. Solo allora il testo sarà reso pubblico, ora bisogna limitarsi ai comunicati stampa diramati da Berna e Roma.

L’intesa di dicembre riguarda il regime fiscale dei lavoratori frontalieri ed un protocollo che modifica le relative disposizioni della Convenzione contro le doppie imposizioni. Contempla per Campione d’Italia un percorso in due fasi: la prima dovrebbe concludersi per l’estate 2016 con una soluzione pragmatica al problema delle imposizioni indirette che la Svizzera applica al Comune italiano; la seconda dovrebbe portare ad una definizione dello status dell’exclave (un punto controverso da decenni).

Le agreed minutes sono accompagnate da due dichiarazioni unilaterali dell’Italia di cui la Svizzera prende nota. La prima introduce una clausola di salvaguardia, che subordina la firma e la ratifica “all’assenza di ogni forma di discriminazione ed all’individuazione di una soluzione euro-compatibile” al risultato del 9 febbraio 2014.
La seconda riguarda le infrastrutture di trasporto di particolare interesse per le zone frontaliere e per il grande asse nord-sud segnato dal sistema di base di Alptransit, fra cui la galleria ferroviaria del San Gottardo in procinto di essere inaugurata a giugno per divenire operativa a dicembre.

Comitato congiunto su Campione d’Italia
Le delegazioni si sono date appuntamento per metà gennaio per costituire il comitato congiunto su Campione e scambiare le prime valutazioni circa i tempi della firma. La complessità dello schema si spiega con la complessità delle trattative.

La road map aveva ottimisticamente fissato all’estate 2015 la fine delle trattative. Queste sono slittate all’inverno senza peraltro concludersi del tutto. Fra i fattori d’incertezza spicca l’andamento della trattativa con l’Unione europea per la soluzione “euro-compatibile”. È auspicio generale che la soluzione si trovi: che la Svizzera resti collegata al quadro europeo e la rete degli accordi bilaterali si confermi e si allarghi.

La determinazione mostrata nella lunga stagione 2015 accende la speranza per il 2016.

Cosimo Risi, Ambasciatore a Berna, è docente di Relazioni internazionali al Collegio europeo di Parma.
  - See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3285#sthash.w3kX5hKv.dpuf

lunedì 11 gennaio 2016

A LUGLIO 2015 DISOCCUPAZIONE STABILE NELL’AREA OCSE


Nell’area Ocse, che comprende 34 paesi, il tasso di disoccupazione è rimasto stabile al 6,8%. Dal picco di gennaio 2013, 8,1%, la riduzione del tasso di disoccupazione è scesa del 1,3%. LA disoccupazione giovanile (età tra 15-24 anni) è scesa dal 14,3 al 14%.Solo sei paesi registrano una dissocupazione a doppia cifra: Spagna 22,2, Portogallo, 12,1, Italia 12, Slovacchia 11,7, Francia 10,4 e Grecia di cui non si dispone del dato di luglio, ma sicuramente a doppia cifra ( a giugno era del 25%). LA Turchia non ha comunicati i dati, ma si presume che sia inotnro al 10%
Il tasso di disoccupazione lo si registra in Giappone (3,3%) in Corea del Su (3,7%) in Islanda ( 4,1%) Messico (4,4), ed in Germania ($,7)
L’Italia ha avuto il maggiore  calo di disoccupati (143.000) seguita dalla Spagna (57000) e dalla Corea del Sud (43000)
Nell'area OCSE il numero delle persone in cerca di lavoro sono 41,6 milioni, circa 7,3 milioni in meno rispetto a luglio 2008 vigilia della crisi economico-finanziaria scoppiata negli Stati Uniti

Massimo Coltrinari


giovedì 7 gennaio 2016

Russia: Mosca è tornata ad essere protagonista

Medio Oriente
Sempre più Russia in Siria
Mario Arpino
06/01/2016
 più piccolopiù grande
Se per Barack Obama Putin sta trascinando la Russia in un futuro pantano siriano, l’immagine che balza agli occhi degli esperti - evidenza condivisa in privato anche da funzionari governativi e della Nato - appare, almeno al momento, alquanto diversa.

Militarmente la missione è bene organizzata, dotata di mezzi e relativi sistemi di comando e controllo efficienti e opera secondo obiettivi tattici ben definiti. Anche la strategia è bene in linea con gli obiettivi a lungo termine appena annunciati da Vladimir Putin con il suo nuovo piano strategico nazionale: “…la priorità della Russia è confermare il suo status di potenza globale di primo piano”. Quindi, nessun arretramento. Il riferimento ad Ucraina e Siria è piuttosto chiaro.

Incremento strisciante
Tuttavia, siccome di fronte alla realtà operativa “nessun piano si è mai rivelato davvero valido”, è probabile che la Russia si sia ben resa conto di come, in Siria ma anche altrove, alla distanza solo un intervento concomitante aereo e di forze terrestri sia in grado di influenzare la situazione in favore del regime alauita. Quindi, proxi e Forze Speciali.

L’ “endgame non cambia”, dice Yuri Barmin, analista politico intervistato da The Moscow Times. “Mosca vuole che il regime di al-Assad sopravviva, e per questo - sebbene nelle sedi diplomatiche ostenti moderazione e continui a giocare su ogni tavolo - continuerà ad investire risorse consistenti per garantire la riuscita dello sforzo operativo”.

Ad esempio, inizialmente erano stati schierati solamente pochi aerei da combattimento (poi aumentati a 30) e 20 elicotteri multiruolo sull’aeroporto di Latakia, tenuto da forze del regime. In novembre,la Russia incrementava la campagna aerea con 25 bombardieri strategici, alcuni dei quali già a suo tempo impiegati in Afghanistan, come il quadrimotore turboelica Tu-95.

Offensiva militare e diplomatica
La decisione di introdurre in teatro i bombardieri strategici era stata nominalmente fatta passare come risposta all’abbattimento dell’aereo civile nel Sinai. Vladimir Frolov, altro esperto russo intervistato da The Moscow Times, è convinto che la Russia sia invece ben determinata a prevalere comunque, mettendo già nel conto un impegno assai lungo.

La macchina diplomatica lavora di conserva. Dopo gli attentati a Parigi, la Russia coopera con la Francia sopra tutto per facilitare un accordo operativo con la coalizione occidentale, che opera nel medesimo spazio aereo. Ed è merito della diplomazia russa se il 25 gennaio, alla ripresa dei colloqui di Ginevra, al tavolo sarà presente anche il governo siriano.

Parallelamente, dopo l’abbattimento da parte turca del Sukhoi-24 russo, il potenziamento prosegue con l’aggiunta di sistemi missilistici S-400, basati a Latakia, in grado di assicurare copertura antiaerea allo spazio aereo siriano, e la scorta ai bombardieri con caccia supersonici Su-30. Ciò vanifica l’obiettivo turco di creare nell’area nord della Siria una “no-fly zone”.

Tra i graduali potenziamenti, va anche ricordato che a inizio dicembre un sommergibile della classe Kilo, posizionato davanti alle coste siriane, ha lanciato diverse salve di missili cruise verso aree non precisate, mentre al largo dell’isola di Lemnos (Egeo) il cacciatorpediniere Smelivy sparava colpi di avvertimento in direzione di un peschereccio turco che attraversava la rotta. “Mosca sta ora tentando di rispondere ad Ankara anche sul terreno, con attacchi contro i gruppi di guerriglia supportati dai turchi”, sentenzia il già citato Yuri Barmin.

Si profila un doppio fronte
“Mentre prima dell’incidente la Russia stava cercando di fare pressioni sulla Turchia per persuaderla a lasciare al-Assad al potere almeno temporaneamente, ora sta già facendo mostra di procedere senza tenere in alcun conto la posizione turca al riguardo”, aggiunge l’analista.

Ricordando la vecchia campagna in Afghanistan, combattere questo tipo di guerra senza dubbio implica la consapevolezza di dover impegnare le forze in Siria molto a lungo, considerando anche che i progressi territoriali di al-Assad sono lenti e discontinui. Ma ci sono. Ciò spiega, in parte, gli incrementi.

Nel contempo, circolano voci non confermate sulla presenza di carri armati russi T-90 ben oltre i limiti dell’area di Latakia, perimetro entro il quale erano stati collocati a difesa terrestre della base. Questo non significa che Mosca si stia già impegnando direttamente sul terreno, ma rende evidente che la campagna aerea “concomitate”con la battaglia terrestre di al-Assad e delle forze che lo sostengono continuerà ad espandersi anche nel prossimo futuro.

Lenta “afghanizzazione” del conflitto?
Ritornando a Frolov, la Russia non corre ancora il rischio di essere accusata di protezione “sproporzionata” delle sue installazioni e dei suoi mezzi, ma resta il fatto che l’ambiguità turca e la situazione di semi-stallo sul terreno - con il conseguente incremento del supporto militare - stanno a ben significare che i russi non prevedono, né ora, né per il futuro, alcuna strategia di uscita. Il biglietto sembra essere di sola andata.

Barack Obama invece ritiene che, con questo continuo potenziamento e allargamento, la Russia finirà per incagliarsi in uno scenario di tipo afghano. Nessuno lo può escludere. Ma, al momento, sembra che ad esserne convinto ci sia solo lui.

Ufficiale pilota in congedo dell’Aeronautica Militare, Mario Arpino collabora come pubblicista a diversi quotidiani e riviste su temi relativi a politica militare, relazioni internazionali e Medioriente. È membro del Comitato direttivo dello IAI.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3280#sthash.BnYjRL9g.dpuf

domenica 3 gennaio 2016

Gran Bretagna: i difficili rapporti con Bruxelles

Gran Bretagna
Brexit, gli strumenti giuridici per un accordo
Gian Luigi Tosato
27/12/2015
 più piccolopiù grande
Le richieste del governo britannico ai partner dell’Unione sollevano problemi di contenuto e di forma circa l’accordo da raggiungere. Evidentemente sono problemi collegati. Certi contenuti si possono attuare solo utilizzando determinati strumenti giuridici; per converso, questi ultimi condizionano i contenuti che in essi si possono versare.

Gli strumenti giuridici utilizzabili
La via maestra sarebbe una revisione dei Trattati, necessaria anche per la modifica o aggiunta di Protocolli (che hanno lo stesso valore giuridico dei Trattati). Né potrebbe bastare una procedura di revisione semplificata che non copre le modifiche in discussione.

I tempi di una revisione ordinaria non sono però in linea con quelli del referendum britannico. Ci si dovrebbe quindi limitare a una dichiarazione solenne, con l’impegno di attuare dopo il referendum il piano di riforme prestabilito. Non si tratterebbe peraltro di un atto giuridicamente vincolante, altrimenti da assimilare a una revisione dei Trattati (con le relative conseguenze).

Si prospetta a questo punto un corto circuito. Il premier David Cameron vorrebbe portare al referendum un accordo fermo e vincolante. Gli impegni degli altri Stati membri sono però necessariamente in funzione di un esito positivo del referendum.

Si prospetta quindi l’esigenza di un doppio condizionamento: le riforme dell’Unione subordinate a un sì referendario, e quest’ultimo condizionato a sua volta all’attuazione del piano di riforme concordato. Anche una soluzione del genere richiederebbe un preventivo interpello dei parlamenti nazionali, ma in forma più rapida e agevole rispetto alla procedura di revisione.

Altro problema è quello relativo al modo di attuare successivamente il piano in precedenza concordato. Non si deve pensare in ogni caso a una revisione dei Trattati: potrebbero bastare accordi inter-istituzionali o anche solo dichiarazioni interpretative dei Trattati o dei Protocolli.

La governance economica e il mercato unico
Il governo britannico invoca principi giuridicamente vincolanti per dare atto che: nell’Unione esiste più di una moneta; gli Stati non euro non devono subire discriminazioni, né essere vincolati da decisioni degli Stati euro; gli sviluppi dell’Eurozona non devono pregiudicare l’integrità del mercato unico; le questioni di interesse generale devono essere decise da tutti gli Stati membri.

Questi principi non sono estranei all’ordine giuridico attuale dell’Unione. L’euro è la moneta dell’unione monetaria: in principio tutti ne dovrebbero far parte, ma Regno Unito e Danimarca godono di un’esenzione permanente; e, anche senza esenzioni, un Paese (la Svezia) se ne tiene deliberatamente fuori.

L’Unione comprende dunque in fatto e in diritto più di una moneta. Quanto ai rapporti fra Stati euro e non euro, va da sé che i primi non possono adottare misure obbligatorie o onerose per i secondi, che deve essere rispettata l’integrità del mercato unico, che decisioni rilevanti non solo per l’Eurozona necessitino il concorso di tutti gli Stati membri.

Si tratta di principi generali, desumibili dai Trattati, puntualmente richiamati negli atti degli Stati euro e tutelabili in via giurisdizionale. Le richieste britanniche in materia possono essere dunque soddisfatte con una dichiarazione puramente confermativa della situazione esistente, senza particolari formalità a livello nazionale.

La conclusione appena delineata vale a fortiori per le richieste in materia di mercato unico. Non sono certo in contrasto con i Trattati politiche che promuovano crescita, produttività, occupazione; che mirino a frenare normative non necessarie, a ridurre oneri e vincoli per le imprese, a incentivare la competitività dell’Unione nel suo insieme, a perseguire strategie commerciali di apertura verso i mercati esteri.

I Trattati non si oppongono, anzi favoriscono politiche del genere. Queste possono essere dunque ribadite, senza particolari requisiti formali; ma resta necessario il bilanciamento nell’Unione fra libertà economiche e diritti sociali.

Tutela della sovranità nazionale
Qui le questioni sollevate sono tre: l’esonero formale e definitivo del Regno Unito dall’impegno per “un’unione sempre più stretta”; l’attribuzione ai parlamenti nazionali del diritto di bloccare legislazioni europee non gradite; un’applicazione del principio di sussidiarietà che limiti l’intervento europeo ai soli casi di effettiva necessità.

L’obiettivo di “un’unione sempre più stretta” forma oggetto nei Trattati di una norma programmatica, di per sé non costitutiva di obblighi specifici. Non c’è dubbio tuttavia che, specie se combinata con il generale dovere di leale collaborazione, essa crei l’obbligo per gli Stati membri di adoperarsi in vista di quell’obiettivo.

Il Regno Unito non pare essersi conformato fin qui a tale obbligo, senza peraltro incorrere in contestazioni formali. Per l’esenzione esplicita ora richiesta serve tuttavia un apposito Protocollo o un’integrazione di quello sull’euro. Non basta infatti una dichiarazione per quanto solenne e collettiva.

In principio, un’integrazione di Protocolli esistenti appare necessaria anche per l’attribuzione della c.d. “red card” ai parlamenti nazionali. Potrebbe peraltro soccorrere anche un accordo inter-istituzionale a tre (Commissione, Parlamento Europeo, Consiglio), con l’impegno di non dare seguito a proposte legislative contestate da una maggioranza qualificata di parlamenti nazionali. Gli accordi inter-istituzionali - come è noto - sono previsti e autorizzati dai Trattati e possono assumere efficacia vincolante.

Una semplice dichiarazione interpretativa deve ritenersi per contro sufficiente sul punto della sussidiarietà. In effetti già dai Trattati si desume che, fin dove possibile, il legislatore nazionale prevale nell’esercizio di competenze concorrenti. È vero che nella prassi si propende piuttosto per la legislazione europea, ma si tratta di ricondurre la sussidiarietà a un’interpretazione più rispettosa della sua funzione originaria.

Limiti alla circolazione intra-comunitaria delle persone
Il governo britannico invoca limiti in materia per frenare sia abusi del diritto di libera circolazione sia flussi nel Paese di dimensione abnorme e non prevista. Propone, fra l’altro, che i benefici del welfare per chi entra nel Regno Unito siano subordinati a previe contribuzioni per almeno quattro anni.

La questione è assai delicata. Si dovrebbe introdurre, con apposito Protocollo, un regime speciale per il Regno Unito. Per giustificarlo, il governo britannico sembra appellarsi alla nota clausola rebus sic stantibus (i flussi imprevedibili di cui si è detto). Ma la libera circolazione intracomunitaria delle persone costituisce un elemento essenziale dell’Unione e del mercato unico.

Appare dunque giuridicamente problematica una disciplina derogatoria; dovrebbe trattarsi comunque di una disciplina temporanea, a livello di norme primarie o secondarie che non discrimini fra cittadini europei a seconda della loro nazionalità.

I rilievi fin qui svolti - preme sottolinearlo - attengono unicamente agli strumenti giuridici utilizzabili a fronte delle richieste britanniche. Non entrano minimamente nel merito di tali richieste, sulla opportunità o meno di accoglierle e, quindi, sul contenuto di un eventuale accordo.

Gian Luigi Tosato è Professore Emerito di Diritto dell’Unione Europea, Università “Sapienza” di Roma.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3273#sthash.jUQZn1Jd.dpuf