giovedì 30 aprile 2015
lunedì 27 aprile 2015
Organizzato dall'ISAG alla Sala Lauree della Sapienza
Presentazione del Volume
Il Conflitto Russo Ucraino
Geopolitica del nuovo Dis(ordine)
di Eugenio Di Rienzo
Si è svolta presso l'Aula Magna della facoltà di Scienze
Politiche della Sapienza la presentazione del libro di E. DI Rienzo: “Il
Conflitto Russo Ucraino”. Per l'occasione diversi studiosi sono intervenuti a
commentare l'opera, offrendo i loro personali spunti di riflessione. A
discapito dei consueti saluti istituzionali (posti dal Professor Lanchester e
del Professor Sellari della facoltà di scienze politiche) i lavori intavolati
per questa Presentazione/Seminario si sono rivelati ben lontani dalla solita
parata commerciale in occasione dell'uscita di un nuovo volume. Il Professor
Valle (della cattedra di storia dell'Europa orientale) ci ha illustrato, come
quella ucraina fosse una tragedia ormai da tempo annunciata. Il quadro storico
da lui delineato ha evidenziato come l'argomento ha radici profondissime e una
natura multisfacciettata. I contributi del dott. Citati e del dott. Marconi
(nomi riconosciuti nel campo della geopolitica) sono stati schietti e sinceri e
hanno messo in luce dubbi e aporie che spesso sfuggono al consueto dibattito
mediatico.
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| Copertina del volume |
Per ultimo ha preso la parola il professor Di Rienzo in
persona che ci ha regalato un intervento al “vetriolo”. La sua analisi ha messo
alla berlina l'inadeguatezza dei media e della classe politica italiani che
sembrano non comprendere quale sia lo spessore e l'importanza degli avvenimenti
del Dombas e della Crimea. Conclusi gli interventi dei relatori anche alcuni
astanti tra il pubblico hanno dato il loro punto di vista sull'argomento.
Il
primo a farsi aventi è stato il dott. Coltrinari che ha sottolineato come il
dato tecnico-militare, quando si parla di conflitti, è soventemente taciuto dal dibattito
accademico. Al contrario questo potrebbe portare vantaggi notevoli, perché
rivelatore di intenzioni politiche spesso non dichiarate. Si è vissuto un
momento di tensione quando si sono fatti avanti rappresentati diplomatici sia
dell'ambasciata ucraina che di quella russa. Questi hanno difeso
rispettivamente le posizioni dei propri governi, lamentando entrambi la
situazione odierna e scaricando sulla propria controparte responsabilità e
colpe.
Gli ultimi interventi da parte di esimi rappresentanti
del mondo accademico e politico italiano hanno dimostrato come anche l'opinione
pubblica del nostro paese sia spaccata in due su una questione che sembra non
avere torti e ragioni.
(Federico Salvati)
martedì 21 aprile 2015
Finlandia: verso nuove scelte. Il calo dei Finlandesi
Russia: la spina cecena
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Le similitudini con gli omicidi di Umar Israilov, Movladi Baisarov, Ruslan e Sulim Jamadaev, tutti rivali del Presidente della Cecenia e tutti, come Nemtsov, crivellati di colpi mentre si trovavano in strada, hanno spinto gli inquirenti russi ad imboccare la strada che porta a Grozny, come del resto gli investigatori del Skrf, il Comitato Investigativo di Russia (una sorta di Fbi), ma il forte sospetto è che questi ultimi siano stati spinti in tale direzione dai loro colleghi, eredi del vecchio Kgb. L’inedito scenario troverebbe conferma nel fatto stesso che gli inquirenti russi hanno imboccato con decisione la pista cecena, dando subito l’impressione di cercare qualcosa che sapevano di trovare: politicamente, ciò potrebbe essere interpretato come un segnale verso Kadyrov, come a dirgli che sono finiti i tempi dell’impunità assoluta di cui lui e le sue milizie, i famigerati kadyrovtsy, hanno beneficiato per anni. Lubjanka insofferente Nel Risiko dei conflitti caucasici, i kadyrovtsy e gli uomini delle forze di sicurezza e dei servizi russi combattono sullo stesso fronte, contro le milizie jihadiste e qaediste. Ma non è più un mistero che quel fronte comune antiterrorismo sia percorso, già da tempo, da molti dissensi. Già nel 2013, infatti, alcuni ufficiali del Fsb iniziarono uno sciopero della fame contro la mancata incriminazione di tre poliziotti ceceni, accusati di aver rapito e torturato un cittadino russo: in nome della stabilizzazione della Cecenia e del conseguente rafforzamento dell’assolutismo di Kadyrov voluto dal Cremlino, alla Lubjanka (la storica sede dei servizi russi) hanno dovuto ingoiare parecchi rospi. Per un lungo periodo, i kadyrovtsy hanno potuto fare quel che volevano, nella più sicura impunità: ecco perchè il Fsb adesso ha interesse a ridimensionare Kadyrov, cominciando a colpire la base della sua “Piramide di Potere”, ovvero i suoi uomini. La vicenda di Boris Nemtsov, l’esponente liberale russo ucciso al centro di Mosca la sera del 27 febbraio scorso, sembra così essere sfruttata come una pedina nel corso di una guerra che parte da lontano. Pochi giorni prima dell’omicidio dell’esponente liberale, si era già verificato un episodio anomalo: in Dagestan, altro tassello pericolante del complesso mosaico caucasico, un tribunale aveva condannato rispettivamente a 9 e 12 anni di reclusione due ceceni accusati di aver progettato l’assassinio di Saigidpasha Umakhanov, sindaco di Khasavyurt, terza città della repubblica autonoma. Non poco, in una regione dove gli omicidi politici di matrice cecena fino a ieri restavano di solito impuniti. Cambio della guardia in vista? Se i servizi segreti stanno riconquistando peso nella vicenda cecena e se Kadyrov è diventato improvvisamente ingombrante per il Cremlino, possiamo dunque ricollegare ciò ad una precisa strategia volta ad una sua prossima defenestrazione? È presto per dirlo e comunque, al momento, non si intravede all’orizzonte alcun cambio della guardia a Grozny. La ragione è semplice: Kadyrov è ancora l’uomo che può garantire l’ordine in Cecenia. Mosca questo lo sa bene, e sa pure che un cambio “controllato” di regime sarebbe una manovra ad alto rischio: quello ceceno è storicamente un contesto formato da clan, che cercherebbero in tutti i modi di colmare il vuoto di potere lasciato dal leader caucasico. In breve, la Cecenia tornerebbe indietro di vent’anni, stravolta da violenze, vendette e ritorsioni tra le varie bande, ognuna con a capo il suo signore della guerra. A meno che non sia lo stesso Kadyrov a diventare così incontrollabile da far prevalere a Mosca la linea della deposizione, sostenuta forse dalla Lubjanka ma apparentemente non ancora dal Cremlino. Ciò che inquieta il Fsb è proprio la tanto sbandierata fedeltà di Kadyrov alla Russia, in realtà costata a Mosca fior di quattrini per avergli “appaltato il lavoro sporco” dellanormalizzazione di un territorio conteso tra bande di jihadisti, mafiosi e trafficanti vari: uno che si è venduto per soldi e potere - è il timore degli agenti russi - può farlo di nuovo e al miglior offerente, specie se vede che il terreno sotto i suoi piedi comincia a franare. E l’entrata in gioco di un “miglior offerente”, consapevole del ruolo strategico della Cecenia sugli equilibri energetici del Caucaso, potrebbe non essere solo un’ipotesi. Pochi giorni dopo la strage alla redazione di Charlie Hebdo, Kadyrov ha organizzato un’oceanica manifestazione pro-Islam e contro le vignette pubblicate dalla rivista satirica francese: tale improvvisa vocazione religiosa del leader ceceno autorizza a pensare che qualcuno possa aver già bussato alle porte di Grozny. Alessandro Ronga è giornalista e collaboratore del settimanale "Il Punto". | ||||||||
lunedì 13 aprile 2015
Moldova: filorussi in crescita
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La Gagauzia, regione autonoma della Repubblica Moldova, è abitata in prevalenza dall'etnia gagauza (popolazione cristiano-ortodossa che parla una lingua imparentata con il turco): ha da sempre espresso simpatie filorusse e spinge per un'intensificazione dei legami con Mosca. Irina Vlah, che comprende bene tali sentimenti e disponeva di un budget per la campagna elettorale più che doppio rispetto al principale competitore, ha saputo attirare su di sé la maggioranza assoluta delle preferenze, accaparrandosi al primo turno il 51,11% dei voti ed evitando così il ballottaggio. Il neo-başcan è una fuoriuscita del Partito Comunista, per il quale l'Uta è sempre stata una vera e propria roccaforte. Inoltre, il risultato è stato facilitato da una bassa affluenza alle urne (58,1% dei circa 106.000 elettori) che ha penalizzato soprattutto la debole e divisa opposizione filo-europeista. I risultati I risultati sono stati ufficialmente confermati dalla commissione elettorale di controllo gagauza. La Corte di Appello, nel termine di legge di dieci giorni, non ha trovato nulla da ridire sulla correttezza dell'esito delle urne, nonostante le presunte 25 infrazioni denunciate (tra cui la distribuzione di denaro e patate agli elettori) e la formale richiesta di ricalcolo dei voti da parte di due candidati, tra cui il “filo-europeista” Dudoglo. I risultati ufficiali pertanto risultano essere: 1 - Irina Vlah: 51,11% delle preferenze; 2 - Nicolai Dudoglo: 19,06%; 3 - Valeri Ianioglo: 7,98%; 4 - Dmitri Croitor: 6,21%; 5 - Oleg Garizan: 5,01% I restanti cinque candidati hanno ottenuto complessivamente il 10,63% dei voti. La campagna elettorale Il nuovo governatore ha condotto la campagna elettorale prospettando un vettore euroasiatico per il futuro sviluppo della regione - in difformità dalle linee politiche del governo centrale di Chisinau, impegnato non senza difficoltà nell'attuazione del processo di integrazione europea -, ma ha pure ricercato ed ottenuto l'esplicito supporto di importanti ed influenti artisti e politici russi, lasciando pertanto inascoltate le forti parole del presidente Nicolae Timofti che paventano un'ingerenza russa negli affari interni della Repubblica Moldova. Significativi a tale proposito sono stati gli incontri della Vlah con entrambi i presidenti delle camere del Parlamento russo avvenuti nella fase più calda della campagna elettorale e la presenza di tre parlamentari della Duma alla conferenza "internazionale" organizzata dal Psrm nel capoluogo Comrat a soli dodici giorni dalle elezioni, denominata" Prospettive per lo sviluppo socio-economico dell'Uta-Gagauzia". Va menzionato inoltre che si è assistito a un allentamento delle sanzioni economiche da parte di Mosca nei confronti di personalità gagauze, quasi a sottolineare la benevolenza russa e la differenziazione dei trattamenti nei confronti del resto della Moldova. Approccio “conciliante” Va sottolineato comunque che, superato lo scotto iniziale, i vari oppositori paiono cogliere le parole dell'ex governatore Mihail Formuzal che ha invitato i candidati perdenti ad "avere l'intelligenza di accettare l'esito elettorale". A pochi giorni dalle elezioni, la stessa vincente Irina Vlah ha sorprendentemente mostrato un’apertura nei confronti del governo di Chisinau: non solo ha proposto un gruppo di lavoro congiunto tra il Parlamento della Repubblica Moldova e l'Adunata popolare di Gagauzia in grado d’armonizzare le normative dello statuto speciale dell'Uta con l'ordinamento nazionale nel rispetto dei principi costituzionali, ma ha pure espresso ad Adrian Candu (presidente del Parlamento moldavo) il desiderio che vengano effettuati corsi di lingua rumena finalizzati ad avvicinare i giovani gagauzi al dibattito politico nazionale e alla loro partecipazione attiva presso le istituzioni dello Stato. Non è da escludere che una mossa così saggia e conciliante, sommata alla netta vittoria al primo turno, possa fare da traino all'opposizione filo-russa alle elezioni amministrative locali del 14 giugno, in vista delle quali i leader filo-russi si stanno riorganizzando, preparando la rivincita sui partiti europeisti (reduci da una "vittoria mutilata" alle elezioni parlamentari del 30 novembre). In caso di successo delle opposizioni, il processo di europeizzazione in atto nella Repubblica Moldova (paese associato all'Ue) subirebbe un brusco rallentamento. Inopportune simmetrie L'appuntamento elettorale più importante del 2015 per la Moldova resta tuttavia quello delle elezioni del Soviet Supremo di Transnistria il 29 novembre (alle porte dell'inverno), in un contesto socio-economico desolante e in quadro etnico-demografico poco chiaro. Queste elezioni potrebbero influenzare il futuro della presidenza” Shevchuk, che già non gode più di un apprezzamento totale da parte del Cremlino, e porre in discussione i “principi costituzionali” del regime vigente. L'attuale presidente potrebbe faticare non poco per rimanere in carica fino alle elezioni presidenziali previste per il 2016. Inopportune forme di influenza attuate in modo simmetrico ed egualmente "soft" da parte non-russa (magari con denaro o patate) comporterebbe con ogni probabilità un pericoloso ed inutile collasso del sistema politico di Tiraspol che già è alle prese con insormontabili difficoltà di natura anche securitaria. Onde evitare una pericolosa instabilità della regione, già aggravata dagli accadimenti ucraini, la parola d'ordine del governo di Chisinau e dei partner europei dovrebbe essere "conciliazione" su ogni livello: locale, nazionale ed internazionale. Mirko Mussetti è un giovane analista di stampo neorealista. Aree di interesse primario: Est Europa ed Asia Centrale (@mirkomussetti). | ||||||||
giovedì 9 aprile 2015
Spagna e Francia: elezioni amministrative
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L’effettiva portata dell’ondata euroscettica era già chiara dai risultati delle elezioni al Parlamento europeo, quando i partiti contrari o critici sul progetto di integrazione hanno raccolto 140 seggi su 751. Ma se nell’Assemblea di Strasburgo gli euroscettici hanno ancora un ruolo marginale, la loro ondata ha invece preso il sopravvento in Grecia, dove, il 25 gennaio, Syriza, il partito di sinistra radicale di Alexis Tsipras, ha vinto le elezioni con il 36,34% dei voti. Francia: Sarkozy torna e fa meglio della Le Pen In Francia, le elezioni amministrative del 22 e 29 marzo hanno vistol'Unione per un Movimento popolare (Ump), il partito di centro-destra guidato dall’ex presidente Nicolas Sarkozy, superare il Front National (Fn) anche grazie a un ulteriore spostamento ‘a destra’ del programma elettorale, in particolare su alcune questioni rilevanti come l’immigrazione. Malgrado i risultati incoraggianti ottenuti nel primo turno (25,19% dei voti), alla fine il Front National guidato da Marine le Pen non è stato in grado di conquistare la vittoria in nessun Dipartimento, ottenendo solo 62 consiglieri provinciali. Un numero certamente modesto, anche se rappresenta un risultato senza precedenti per il partito anti-immigrazione e anti-Unione. Il Fn consolida il proprio ruolo politico e rafforza la propria legittimità in vista delle elezioni regionali di fine anno e delle presidenziali 2017. Esce sconfitto il Partito socialista guidato dal presidente François Hollande, che mantiene la maggioranza solo nel sud-ovest del Paese. Spagna: i socialisti tengono, Podemos non sfonda Se la svolta elettorale a destra viene attribuita in Francia alla pesante crisi economica, analoga tendenza non si manifesta in Spagna. Le elezioni del Parlamento andaluso hanno visto la vittoria del Partito Socialista Spagnolo (Psoe), che guida la regione da 33 anni e dal 2012 gestisce un governo di coalizione. Diversamente dalla Francia, il partito di centro destra, Partido Popular (PP), che nel 2012 aveva ottenuto la maggioranza come singolo partito (40,6%), è uscito battuto, con soloil 26,7% dei voti. E anche in Andalusia la rivolta euroscettica non s’è materializzata. Nonostante in un sondaggio pubblicato il 9 marzo El Pais indicasse il partito euro critico Podemos come possibile vincitore, i 6,5 milioni di votanti della regione hanno deciso il contrario. Podemos ha comunque ottenuto il 15% dei voti (15 seggi) imponendosi come terza forza e innescando la fine del bipolarismo spagnolo. Così, se il risultato andaluso non sconvolge la scena politica nazionale, certamente provoca un duro scossone al sistema partitico tradizionale, in vista sia delle politiche di novembre che delle amministrative di maggio, quando si voterà in altre 13 comunità autonome. Europa: svanito il consenso generalizzato Se l’ondata euroscettica non s’è ancora abbattuta sui Parlamenti nazionali di Francia e Spagna (e forse non si abbatterà mai), non bisogna però sottovalutare i segnali di insofferenza da parte dei cittadini. I risultati elettorali francese e andaluso evidenziano una parziale perdita di consenso dei partiti tradizionali, legata soprattutto ad un diffuso malessere sociale, e la fine del consenso generalizzato verso il progetto d’integrazione europea. Certamente il superamento della crisi aumenterà il favore verso l’Ue. Ma, con una crescita del Pil pari a 0 nel 2013 e a 1,4 nel 2014, la recessione dell’eurozona non è di sicuro ancora un ricordo. In questo contesto, il sostegno ricevuto dai partiti euroscettici, seppur contenuto e spesso legato ad una logica populista, non deve essere sottovalutato. I risultati conseguiti non possono infatti essere liquidati come un mero flop, perché segnano comunque un rafforzamento istituzionale delle forze anti-europee nelle arene nazionali. Eleonora Poli è ricercatrice dello IAI. | ||||||||
martedì 7 aprile 2015
Diario Ucraino: la fragilità della tregua di Minsk2
Diario Ucraino
III Decade di febbraio 2015
22 febbraio 2015
All’indomani
della firma degli accordi che vanno sotto il nome di Minsk2 la situazione nelle
aree contese appare sempre più difficile e confusa. A dieci giorni dagli
accordi, ancora la tregua non è stata realizzata. I ribelli filorussi, ad
esempio. Continuano a bombardare la città di Debaltseve, dalla quale l’Esercito
governativo è stato costretto a ritirarsi. In generale il cessate il fuco non
viene rispettato, tanto che Kiev denuncia che il cessate il fuoco è stato
violato circa trecento volte. Di fronte a questa situazione l’EU minaccia
l’innalzamento di nuove sanzioni, d’accordo anche con gli Stati Uniti.
23-24
febbraio 2015
Il
portavoce del Ministero della difesa ucraino Anatoly Stlemakh ja dichiarato che
l’Ucraina non intende ritirare le armi pesanti previsto da Minsk2 dalla linea
del fronte perché i Ribelli filorussi stanno violando gli accordi di Minks 2.
Secondo tali accordi dopo due giorni dalla firma dei medesimi le parti
coinvolte dovevano ritirare le armi pesanti e sgombrarle da una fascia ampia da
40 a 140 chilometri avendo come mediana la linea di contatto. Tale ritiro
doveva essere attuato entro due settimane , ovvero entro la fine di febbraio
2015.
A Kiev si è svolta la marcia della dignità;
celebrato il primo anniversario della uscita del Presidente Viktor Ianukovich e
ricordate le 100 vittime degli scontri della rivolta di piazza Maidan.
25
febbraio 2015
Incontro
a Parigi, “formato Normandia” ( Russia, Francia, Ucraina, Germania) a livello
ministri degli Esteri al fine di valutare la applicazione degli accordi di
Minsk2. Scaturisce da questo incontro che il Gruppo di Contatto (Ukraina,
Mosca, Ribelli Separatisti, OCSE) devono al più presto e senza indugio creare
gruppi di lavoro per trovare soluzioni alle applicazioni degli accordi di Minsk2.
Discusso
anche sulla situazione a Debaltsseve, snodo ferroviario conquistato dai ribelli
Separatisti dopo l firma di Minsk2 e della situazione a Mariupol.
Ripresa
da più agenzie la dichiarazione di Putin volta ad abbassare i toni in cui
dichiara che non crede in una guerra con l’Ucraina.
La
Gran Bretagna invia consiglieri militari in Ucraina. Porosenko annuncia
l’acquisto di armi da aziende Europee/statunitensi e del medio Oriente
28
Febbraio 2015.
Sembra calare la tensione militare nelle aree
contese dopo l’annuncio di Kiev del ritiro delle ermi pesanti iniziato due
giorni dopo quello effettuato dai Ribelli Separatisti. Le prime armi ritirate
sono quelle dal calibro di 100 mm. Petrosenko non si rileva ottimista in quanto
la minaccia da est rimane e rimane grave.
29
Febbraio 2015
Segnali
di distensione nella crisi ucraina e si pensa ad una soluzione politica. Mink2
si sta applicando e la Croce Rossa si è offerta per lo scambio di prigionieri,
come parte superpartes nella crisi in atto.
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