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Metodo di Ricerca ed analisi adottato

Medoto di ricerca ed analisi adottato
Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

giovedì 30 aprile 2015

Grecia: gli orizzonti oltre Bruxelles. Alla ricerca di nuovi creditori

Tsipras e Putin
Intese su Turkish Stream, rischi per Unione energetica
Antonio Scarazzini
23/04/2015
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Le sirene dei capitali russi sono sempre più forti per la Grecia: nel corso delle ultime settimane, il premier ellenico, Alexis Tsipras, ha infatti incontrato prima Vladimir Putin e poi l’amministratore delegato di Gazprom, Alexei Miller.

Sul tavolo degli incontri, la partecipazione di Atene a Turkish Stream, la prima vera minaccia che la Russia può portare all’unione energetica.

Turkish Stream: Vertice a Budapest 
Il mese di aprile si era aperto con un summit a Budapest fra i ministri degli esteri di Grecia, Serbia, Ungheria e Turchia. Un dialogo ristretto, guidato dall’ellenico Nikos Kotzias, diretto a trovare un accordo preliminare tra gli Stati europei che dovrebbero essere attraversati da Turkish Stream, il gasdotto che ha sostituito South Stream nelle strategie di Gazprom per portare il gas russo in Europa.

Dal Vertice ungherese Kotzias è uscito con un’intesa politica sulla “validità e affidabilità commerciale” del progetto, sufficiente a dotare Tsipras della credibilità giusta per incontrare Vladimir Putin.

Sulla carta, infatti, il ruolo della Grecia in Turkish Stream sarà tutt’altro che secondario: i 2200 km complessivi di tracciato previsti si dirameranno in due direttrici, una diretta verso la Turchia e l’altra in Europa, passando appunto per la Grecia e i Balcani.

Il flusso complessivo a regime è previsto in 63 miliardi di metri cubi, di cui oltre 47 destinati al territorio europeo e oltre 15 alla Turchia, secondo le intese strette ad Istanbul lo scorso 1̊ dicembre dai presidenti russo e turco Putin ed Erdoğan subito dopo la rinuncia a SouthStream.

Nell’accordo tra Gazprom e la compagnia nazionale turca Botas, la fine dei lavori del nuovo gasdotto è stata fissata per dicembre 2016, con il successivo avvio dei primi flussi verso la Turchia. I primi invii verso l’hub greco sono invece previsti per il 2019.

La missione di Tsipras
Atene guarda con speranza all’anticipo dei diritti di transito che, secondo stime del Wall Street Journal rafforzate con la visita ad Atene di Miller, potrebbero ammontare a 3 miliardi di euro.

Possibile, inoltre, ma non prima del 2019, uno sconto del 10% sulle tariffe di vendita del gas. Un sollievo non indifferente per un Paese in cui il gas naturale è salito al 14% dei consumi energetici nazionali dal 6% nel 2000 (dati IEA, 2014).

Quota che viene coperta per il 60% da importazioni di gas dalla stessa Russia, che proprio grazie agli idrocarburi (russo anche il 33% del petrolio utilizzato in Grecia nel 2012) copre il 14% dell’import ellenico (dati Wto, 2014).

Le compensazioni economiche allettano una Grecia perennemente in cerca di sollievo dai creditori internazionali, permettendo a Vladimir Putin di costruire un’importante sfera di influenza in Europa, non soltanto legata al sostegno della sua politica per l’energia.

L’adesione di Atene al Turkish Stream potrebbe infatti convincere Mosca a rimuovere l’embargo verso i prodotti agroalimentari greci, rafforzando la possibilità che al Consiglio europeo di giugno Tsipras si opponga radicalmente al rinnovo delle sanzioni comminate al Cremlino per le vicende ucraine.

I rischi per l’Unione energetica
A correre i rischi più seri è comunque il progetto di Unione energetica da poco avallato dal Consiglio europeo. Malgrado la rinuncia a South Stream, Putin è ancora alla ricerca di nuove vie verso l’Europa per il gas russo, prima che arrivino altri concorrenti, come loshale gas americano, se i prezzi del petrolio dovessero mai risalire.

Rispetto al predecessore, Turkish Stream gode inoltre di un ben più marcato supporto da parte della Turchia, nuovo crocevia di transito di idrocarburi verso l’Ue.

A gennaio e febbraio, infatti, due incontri tra il ceo di Gazprom, Alexey Miller e il ministro turco per l’energia, TanerYildiz, hanno condotto alla redazione di avanzati studi di fattibilità e permesso di concordare i primi lavori di esplorazione per il tratto offshore nel Mar Nero.

Nelle strategie di Mosca, il coinvolgimento di Atene raddoppia di valore se si considera la centralità della Grecia nel quadro del Trans-Adriatic Pipeline, l’opzione scelta dall’Ue per il “corridoio Sud” il cui destino potrebbe essere ora reso più incerto dalle sirene russe.

Recentemente, il ministro greco per l’energia Panagiotis Lafazanis ne ha peraltro chiesto una rinegoziazione delle condizioni, con particolare riferimento al pagamento delle tariffe di transito a partire dal 2019.

Non casuale, infine, che l’Ungheria abbia ospitato il Vertice ministeriale: solo a marzo Budapest aveva infatti scatenato la levata di scudi dell’Ue contro l’accordo da 12,5 miliardi di euro firmato con Mosca per la costruzione di due centrali nucleari nella città di Paks.

Tutto in mano alla Grecia ? 
Vladimir Putin continua così a pescare nel mazzo dei “meno devoti” dell’Ue per fiaccare lo sviluppo dell’Unione energetica.

A Bruxelles possono sperare ipotizzando il dissolvimento di South Stream di fronte all’innalzamento dei costi ed alla diminuzione del suo valore politico.

I bassi prezzi del petrolio e, dunque, del gas naturale, limitano inoltre di molto i margini di redditività di un progetto da costruire ex novo, qual è il Turkish Stream. Ma la sensazione di incertezza che si prova attendendo una decisione strategica da parte della Grecia è ormai ben nota nella capitale europea.

Antonio Scarazzini, Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi in Relazioni euro-atlantiche, è direttore di “Europae” e membro del direttivo di “OSARE Europa”.

lunedì 27 aprile 2015

Organizzato dall'ISAG alla Sala Lauree della Sapienza

Presentazione del Volume

Il Conflitto Russo Ucraino 
Geopolitica del nuovo Dis(ordine)

 di Eugenio Di Rienzo


Si è svolta presso l'Aula Magna della facoltà di Scienze Politiche della Sapienza la presentazione del libro di E. DI Rienzo: “Il Conflitto Russo Ucraino”. Per l'occasione diversi studiosi sono intervenuti a commentare l'opera, offrendo i loro personali spunti di riflessione. A discapito dei consueti saluti istituzionali (posti dal Professor Lanchester e del Professor Sellari della facoltà di scienze politiche) i lavori intavolati per questa Presentazione/Seminario si sono rivelati ben lontani dalla solita parata commerciale in occasione dell'uscita di un nuovo volume. Il Professor Valle (della cattedra di storia dell'Europa orientale) ci ha illustrato, come quella ucraina fosse una tragedia ormai da tempo annunciata. Il quadro storico da lui delineato ha evidenziato come l'argomento ha radici profondissime e una natura multisfacciettata. I contributi del dott. Citati e del dott. Marconi (nomi riconosciuti nel campo della geopolitica) sono stati schietti e sinceri e hanno messo in luce dubbi e aporie che spesso sfuggono al consueto dibattito mediatico.
Copertina del volume
Per ultimo ha preso la parola il professor Di Rienzo in persona che ci ha regalato un intervento al “vetriolo”. La sua analisi ha messo alla berlina l'inadeguatezza dei media e della classe politica italiani che sembrano non comprendere quale sia lo spessore e l'importanza degli avvenimenti del Dombas e della Crimea. Conclusi gli interventi dei relatori anche alcuni astanti tra il pubblico hanno dato il loro punto di vista sull'argomento.
 Il primo a farsi aventi è stato il dott. Coltrinari che ha sottolineato come il dato tecnico-militare, quando si parla di conflitti, è soventemente taciuto dal dibattito accademico. Al contrario questo potrebbe portare vantaggi notevoli, perché rivelatore di intenzioni politiche spesso non dichiarate. Si è vissuto un momento di tensione quando si sono fatti avanti rappresentati diplomatici sia dell'ambasciata ucraina che di quella russa. Questi hanno difeso rispettivamente le posizioni dei propri governi, lamentando entrambi la situazione odierna e scaricando sulla propria controparte responsabilità e colpe.

Gli ultimi interventi da parte di esimi rappresentanti del mondo accademico e politico italiano hanno dimostrato come anche l'opinione pubblica del nostro paese sia spaccata in due su una questione che sembra non avere torti e ragioni.
 (Federico Salvati)

martedì 21 aprile 2015

Finlandia: verso nuove scelte. Il calo dei Finlandesi

Finlandia, elezioni
La prospettiva del governo duetto
Gianfranco Nitti
18/04/2015
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Alla vigilia delle elezioni politiche in Finlandia, domenica 19 aprile, i sondaggi danno un elettorato con gli indecisi in crescita.

Le elezioni per il rinnovo dell’Eduskunta, il Parlamento unicamerale finlandese composto da 200 membri, si svolgono ogni 4 anni, con il sistema proporzionale.

Secondo un rilevamento di Taloustutkimus per conto della Yle, la radio televisione finlandese, le scelte in extremis degli indecisi potrebbero essere determinanti per l’esito elettorale.

Allo stato, il partito di centro, Kesk, ora all’opposizione, registra un 24,9% dei consensi, seguito dai socialdemocratici, Sdp, e dai conservatori, Kok, col 16 % circa ciascuno. Il partito populista dei Finlandesi segue a ruota col 14,6%, davanti ai Verdi, 8,9%. Quindi la Sinistra di VL con l’8,5%, il partito svedese, Rkp, con il 4,5% ed i democristiani del KD col 3,9%.

Un altro sondaggio mostra la tendenza degli elettori a favorire un governo-duetto, ovvero formato da centristi e socialdemocratici.

Il governo uscente, che guida il Paese dal 2011, è costituito da una coalizione di 4 partiti, conservatori, socialdemocratici, svedesi e democristiani; fino al 2014 ne facevano parte anche i Verdi e l’Alleanza di Sinistra, poi uscitine per dissensi politici.

Un elettorato indeciso
I circa 4 milioni e mezzo di finlandesi che eleggeranno il nuovo Parlamento designeranno probabilmente come vincitore il partito centrista, rimasto all’opposizione nella attuale legislatura, guidato da Juha Sipilä, che potrebbe quindi formare una coalizione a due con i socialdemocratici, i quali, nel sondaggio, sono in un testa a testa coi conservatori per il secondo posto.

I temi economici e i rapporti col vicino russo sono i punti nodali su cui verte l’imminente tornata elettorale. I risultati che presenta la coalizione uscente non sono valutati in modo omogeneo.

L’economia è in recessione per il terzo anno consecutivo. Le sanzioni Ue imposte alla Russia per la crisi ucraina stanno avendo un impatto negativo anche sui rapporti economici bilaterali tra la Finlandia ed il suo grande vicino: il commercio con la Russia rappresenta infatti un decimo delle esportazioni totali finlandesi e un 4% del suo prodotto interno lordo.

Ulteriori frizioni con la Russia sono state sviluppate dalle recenti dichiarazioni dei paesi nordici di voler rafforzare la cooperazione militare che la Russia ritiene, e non a torto, in funzione antirussa.

Il tasso di disoccupazione in Finlandia è salito al 10% come è salito anche il debito pubblico e gli elettori avrebbero quindi la tendenza a punire il governo uscente del premier Alexander Stubb, Kok, per non aver saputo affrontare al meglio questa contingenza.

Negli ultimi anni, il Paese ha sofferto una serie di circostanze non positive: la de-finlandizzazione del colosso Nokia, che aveva fatto da volano allo sviluppo tecnologico finlandese e che era stato leader di mercato nel mondo fino al 2011; il forte declino di domanda dei prodotti dell’industria della carta, di cui la Finlandia è leader in Europa, causato dal calo di pubblicazioni per lo sviluppo del settore web, il citato incremento del debito pubblico, salito dal 48,5% del PIL del 2011 al 59% attuale, al limite della soglia del 60% fissata dal patto Ue di crescita e stabilità.

A ciò, si deve aggiungere l’incremento medio delle tasse del 3-4% circa nell’ultimo quadriennio, che si è tentato di fronteggiare con crescenti tagli di bilancio.

A fronte di questi sviluppi negativi, il governo Stubb ha risposto riducendo la tasse societaria dal 24,5 al 20% per incoraggiare gl investimenti diretti esteri; o con l’innalzamento della soglia pensionistica da 63 a 65 anni visto che, dopo il Giappone, la Finlandia è il Paese ove l’età media sta innalzandosi sempre più rapidamente.

Secondo il leader del Sdp, attuale ministro delle Finanze, Antti Rinne, l’economia non potrà crescere se non aumentano i consumi interni.

Il calo dei consensi quindi verso i centristi sarebbe dovuto più allo scontento verso la situazione attuale che non ad un’alternativa meditata. Il programma del leader del Kesk privilegia tagli di bilancio più che aumenti di tasse, riduzione del debito pubblico entro il 2017, creazione di almeno 20.000 posti di lavoro entro i prossimi dieci anni (la Finlandia ha 5 milioni e mezzo di abitanti), riduzione di spesa pubblica e dei benefici di disoccupazione, riduzione del numero dei ministeri, attualmente 13.

Il calo dei veri finlandesi
Il partito nazionalpopulista dei Finlandesi, che negli ultimi anni era sorto come vera sorpresa del panorama politico finnico, sorta di partito ‘grillino’, ottenendo nel 20\11 il 19,1% dei voti, vede ridursi la propria attrattività sull’elettorato, per l’edulcorarsi delle proprie posizioni nazionaliste ed anti-Ue ed anti Euro. Iil suo leader, Timo Soini, dichiara di esser pronto ad entrare in una colazione coi centristi.

I finlandesi all’estero hanno già votato in un turno elettorale anticipato dall’8 all’11 aprile in 233 seggi dislocati in 89 Pesi. In Italia, a cura dell’ambasciata di Finlandia, a Roma, Milano, Firenze, Catania e Torino.

Gianfranco Nitti è giornalista, corrispondente di mass media finlandesi dall’Italia.

Russia: la spina cecena

Pista cecena per l’assassinio di Nemtsov
Lotte di potere sul Caucaso
Alessandro Ronga
13/04/2015
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Forti della somiglianza tra la dinamica dell’agguato con quella di altre uccisioni generalmente ritenute responsabilità del presidente ceceno Ramzan Kadyrov, le indagini sul caso Nemtsov stanno orientandosi in tale direzione, ma in effetti sembrano soprattutto delineare un forte contrasto tra i servizi segreti russi del Fsb e il boss caucasico, verso il quale l’intelligence di Mosca, o almeno una buona parte di essa, ha un conto aperto.

Le similitudini con gli omicidi di Umar Israilov, Movladi Baisarov, Ruslan e Sulim Jamadaev, tutti rivali del Presidente della Cecenia e tutti, come Nemtsov, crivellati di colpi mentre si trovavano in strada, hanno spinto gli inquirenti russi ad imboccare la strada che porta a Grozny, come del resto gli investigatori del Skrf, il Comitato Investigativo di Russia (una sorta di Fbi), ma il forte sospetto è che questi ultimi siano stati spinti in tale direzione dai loro colleghi, eredi del vecchio Kgb.

L’inedito scenario troverebbe conferma nel fatto stesso che gli inquirenti russi hanno imboccato con decisione la pista cecena, dando subito l’impressione di cercare qualcosa che sapevano di trovare: politicamente, ciò potrebbe essere interpretato come un segnale verso Kadyrov, come a dirgli che sono finiti i tempi dell’impunità assoluta di cui lui e le sue milizie, i famigerati kadyrovtsy, hanno beneficiato per anni.

Lubjanka insofferente
Nel Risiko dei conflitti caucasici, i kadyrovtsy e gli uomini delle forze di sicurezza e dei servizi russi combattono sullo stesso fronte, contro le milizie jihadiste e qaediste. Ma non è più un mistero che quel fronte comune antiterrorismo sia percorso, già da tempo, da molti dissensi.

Già nel 2013, infatti, alcuni ufficiali del Fsb iniziarono uno sciopero della fame contro la mancata incriminazione di tre poliziotti ceceni, accusati di aver rapito e torturato un cittadino russo: in nome della stabilizzazione della Cecenia e del conseguente rafforzamento dell’assolutismo di Kadyrov voluto dal Cremlino, alla Lubjanka (la storica sede dei servizi russi) hanno dovuto ingoiare parecchi rospi.

Per un lungo periodo, i kadyrovtsy hanno potuto fare quel che volevano, nella più sicura impunità: ecco perchè il Fsb adesso ha interesse a ridimensionare Kadyrov, cominciando a colpire la base della sua “Piramide di Potere”, ovvero i suoi uomini.

La vicenda di Boris Nemtsov, l’esponente liberale russo ucciso al centro di Mosca la sera del 27 febbraio scorso, sembra così essere sfruttata come una pedina nel corso di una guerra che parte da lontano.

Pochi giorni prima dell’omicidio dell’esponente liberale, si era già verificato un episodio anomalo: in Dagestan, altro tassello pericolante del complesso mosaico caucasico, un tribunale aveva condannato rispettivamente a 9 e 12 anni di reclusione due ceceni accusati di aver progettato l’assassinio di Saigidpasha Umakhanov, sindaco di Khasavyurt, terza città della repubblica autonoma. Non poco, in una regione dove gli omicidi politici di matrice cecena fino a ieri restavano di solito impuniti.

Cambio della guardia in vista?
Se i servizi segreti stanno riconquistando peso nella vicenda cecena e se Kadyrov è diventato improvvisamente ingombrante per il Cremlino, possiamo dunque ricollegare ciò ad una precisa strategia volta ad una sua prossima defenestrazione? È presto per dirlo e comunque, al momento, non si intravede all’orizzonte alcun cambio della guardia a Grozny.

La ragione è semplice: Kadyrov è ancora l’uomo che può garantire l’ordine in Cecenia. Mosca questo lo sa bene, e sa pure che un cambio “controllato” di regime sarebbe una manovra ad alto rischio: quello ceceno è storicamente un contesto formato da clan, che cercherebbero in tutti i modi di colmare il vuoto di potere lasciato dal leader caucasico.

In breve, la Cecenia tornerebbe indietro di vent’anni, stravolta da violenze, vendette e ritorsioni tra le varie bande, ognuna con a capo il suo signore della guerra.

A meno che non sia lo stesso Kadyrov a diventare così incontrollabile da far prevalere a Mosca la linea della deposizione, sostenuta forse dalla Lubjanka ma apparentemente non ancora dal Cremlino.

Ciò che inquieta il Fsb è proprio la tanto sbandierata fedeltà di Kadyrov alla Russia, in realtà costata a Mosca fior di quattrini per avergli “appaltato il lavoro sporco” dellanormalizzazione di un territorio conteso tra bande di jihadisti, mafiosi e trafficanti vari: uno che si è venduto per soldi e potere - è il timore degli agenti russi - può farlo di nuovo e al miglior offerente, specie se vede che il terreno sotto i suoi piedi comincia a franare.

E l’entrata in gioco di un “miglior offerente”, consapevole del ruolo strategico della Cecenia sugli equilibri energetici del Caucaso, potrebbe non essere solo un’ipotesi. Pochi giorni dopo la strage alla redazione di Charlie Hebdo, Kadyrov ha organizzato un’oceanica manifestazione pro-Islam e contro le vignette pubblicate dalla rivista satirica francese: tale improvvisa vocazione religiosa del leader ceceno autorizza a pensare che qualcuno possa aver già bussato alle porte di Grozny.

Alessandro Ronga è giornalista e collaboratore del settimanale "Il Punto".

lunedì 13 aprile 2015

Moldova: filorussi in crescita

Elezioni in Gagauzia
La vittoria ‘conciliante’ della filorussa Vlah 
Mirko Mussetti
11/04/2015
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In Gagauzia, Unità territoriale autonoma (Uta) della Repubblica Moldova, le elezioni per la scelta del nuovo başcan(governatore) hanno visto prevalere la favorita candidata filorussa indipendente Irina Vlah, fortemente sostenuta dal Partito Socialista (Psrm) e dal carisma dell'influente politico indipendentista Igor Dodon. Il voto s’è svolto domenica 22 marzo.

La Gagauzia, regione autonoma della Repubblica Moldova, è abitata in prevalenza dall'etnia gagauza (popolazione cristiano-ortodossa che parla una lingua imparentata con il turco): ha da sempre espresso simpatie filorusse e spinge per un'intensificazione dei legami con Mosca.

Irina Vlah, che comprende bene tali sentimenti e disponeva di un budget per la campagna elettorale più che doppio rispetto al principale competitore, ha saputo attirare su di sé la maggioranza assoluta delle preferenze, accaparrandosi al primo turno il 51,11% dei voti ed evitando così il ballottaggio.

Il neo-başcan è una fuoriuscita del Partito Comunista, per il quale l'Uta è sempre stata una vera e propria roccaforte. Inoltre, il risultato è stato facilitato da una bassa affluenza alle urne (58,1% dei circa 106.000 elettori) che ha penalizzato soprattutto la debole e divisa opposizione filo-europeista.

I risultati
I risultati sono stati ufficialmente confermati dalla commissione elettorale di controllo gagauza. La Corte di Appello, nel termine di legge di dieci giorni, non ha trovato nulla da ridire sulla correttezza dell'esito delle urne, nonostante le presunte 25 infrazioni denunciate (tra cui la distribuzione di denaro e patate agli elettori) e la formale richiesta di ricalcolo dei voti da parte di due candidati, tra cui il “filo-europeista” Dudoglo.

I risultati ufficiali pertanto risultano essere: 1 - Irina Vlah: 51,11% delle preferenze;
2 - Nicolai Dudoglo: 19,06%;
3 - Valeri Ianioglo: 7,98%;
4 - Dmitri Croitor: 6,21%;
5 - Oleg Garizan: 5,01%

I restanti cinque candidati hanno ottenuto complessivamente il 10,63% dei voti.

La campagna elettorale
Il nuovo governatore ha condotto la campagna elettorale prospettando un vettore euroasiatico per il futuro sviluppo della regione - in difformità dalle linee politiche del governo centrale di Chisinau, impegnato non senza difficoltà nell'attuazione del processo di integrazione europea -, ma ha pure ricercato ed ottenuto l'esplicito supporto di importanti ed influenti artisti e politici russi, lasciando pertanto inascoltate le forti parole del presidente Nicolae Timofti che paventano un'ingerenza russa negli affari interni della Repubblica Moldova.

Significativi a tale proposito sono stati gli incontri della Vlah con entrambi i presidenti delle camere del Parlamento russo avvenuti nella fase più calda della campagna elettorale e la presenza di tre parlamentari della Duma alla conferenza "internazionale" organizzata dal Psrm nel capoluogo Comrat a soli dodici giorni dalle elezioni, denominata" Prospettive per lo sviluppo socio-economico dell'Uta-Gagauzia".

Va menzionato inoltre che si è assistito a un allentamento delle sanzioni economiche da parte di Mosca nei confronti di personalità gagauze, quasi a sottolineare la benevolenza russa e la differenziazione dei trattamenti nei confronti del resto della Moldova.

Approccio “conciliante”
Va sottolineato comunque che, superato lo scotto iniziale, i vari oppositori paiono cogliere le parole dell'ex governatore Mihail Formuzal che ha invitato i candidati perdenti ad "avere l'intelligenza di accettare l'esito elettorale".

A pochi giorni dalle elezioni, la stessa vincente Irina Vlah ha sorprendentemente mostrato un’apertura nei confronti del governo di Chisinau: non solo ha proposto un gruppo di lavoro congiunto tra il Parlamento della Repubblica Moldova e l'Adunata popolare di Gagauzia in grado d’armonizzare le normative dello statuto speciale dell'Uta con l'ordinamento nazionale nel rispetto dei principi costituzionali, ma ha pure espresso ad Adrian Candu (presidente del Parlamento moldavo) il desiderio che vengano effettuati corsi di lingua rumena finalizzati ad avvicinare i giovani gagauzi al dibattito politico nazionale e alla loro partecipazione attiva presso le istituzioni dello Stato.

Non è da escludere che una mossa così saggia e conciliante, sommata alla netta vittoria al primo turno, possa fare da traino all'opposizione filo-russa alle elezioni amministrative locali del 14 giugno, in vista delle quali i leader filo-russi si stanno riorganizzando, preparando la rivincita sui partiti europeisti (reduci da una "vittoria mutilata" alle elezioni parlamentari del 30 novembre).

In caso di successo delle opposizioni, il processo di europeizzazione in atto nella Repubblica Moldova (paese associato all'Ue) subirebbe un brusco rallentamento.

Inopportune simmetrie
L'appuntamento elettorale più importante del 2015 per la Moldova resta tuttavia quello delle elezioni del Soviet Supremo di Transnistria il 29 novembre (alle porte dell'inverno), in un contesto socio-economico desolante e in quadro etnico-demografico poco chiaro.

Queste elezioni potrebbero influenzare il futuro della presidenza” Shevchuk, che già non gode più di un apprezzamento totale da parte del Cremlino, e porre in discussione i “principi costituzionali” del regime vigente. L'attuale presidente potrebbe faticare non poco per rimanere in carica fino alle elezioni presidenziali previste per il 2016.

Inopportune forme di influenza attuate in modo simmetrico ed egualmente "soft" da parte non-russa (magari con denaro o patate) comporterebbe con ogni probabilità un pericoloso ed inutile collasso del sistema politico di Tiraspol che già è alle prese con insormontabili difficoltà di natura anche securitaria.

Onde evitare una pericolosa instabilità della regione, già aggravata dagli accadimenti ucraini, la parola d'ordine del governo di Chisinau e dei partner europei dovrebbe essere "conciliazione" su ogni livello: locale, nazionale ed internazionale.

Mirko Mussetti è un giovane analista di stampo neorealista. Aree di interesse primario: Est Europa ed Asia Centrale (@mirkomussetti).

giovedì 9 aprile 2015

Spagna e Francia: elezioni amministrative

Elezioni in Francia e in Spagna
Euroscetticismo: il boom e il flop
Eleonora Poli
01/04/2015
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Le recenti elezioni amministrative in Francia e Spagna sono state viste come un nuovo momento di scontro tra forze filoeuropee ed euroscettiche. E, stando ai risultati, i partiti anti-europei in quei due Paesi sono lontani dal prevalere.

L’effettiva portata dell’ondata euroscettica era già chiara dai risultati delle elezioni al Parlamento europeo, quando i partiti contrari o critici sul progetto di integrazione hanno raccolto 140 seggi su 751.

Ma se nell’Assemblea di Strasburgo gli euroscettici hanno ancora un ruolo marginale, la loro ondata ha invece preso il sopravvento in Grecia, dove, il 25 gennaio, Syriza, il partito di sinistra radicale di Alexis Tsipras, ha vinto le elezioni con il 36,34% dei voti.

Francia: Sarkozy torna e fa meglio della Le Pen
In Francia, le elezioni amministrative del 22 e 29 marzo hanno vistol'Unione per un Movimento popolare (Ump), il partito di centro-destra guidato dall’ex presidente Nicolas Sarkozy, superare il Front National (Fn) anche grazie a un ulteriore spostamento ‘a destra’ del programma elettorale, in particolare su alcune questioni rilevanti come l’immigrazione.

Malgrado i risultati incoraggianti ottenuti nel primo turno (25,19% dei voti), alla fine il Front National guidato da Marine le Pen non è stato in grado di conquistare la vittoria in nessun Dipartimento, ottenendo solo 62 consiglieri provinciali. Un numero certamente modesto, anche se rappresenta un risultato senza precedenti per il partito anti-immigrazione e anti-Unione.

Il Fn consolida il proprio ruolo politico e rafforza la propria legittimità in vista delle elezioni regionali di fine anno e delle presidenziali 2017. Esce sconfitto il Partito socialista guidato dal presidente François Hollande, che mantiene la maggioranza solo nel sud-ovest del Paese.

Spagna: i socialisti tengono, Podemos non sfonda
Se la svolta elettorale a destra viene attribuita in Francia alla pesante crisi economica, analoga tendenza non si manifesta in Spagna. Le elezioni del Parlamento andaluso hanno visto la vittoria del Partito Socialista Spagnolo (Psoe), che guida la regione da 33 anni e dal 2012 gestisce un governo di coalizione.

Diversamente dalla Francia, il partito di centro destra, Partido Popular (PP), che nel 2012 aveva ottenuto la maggioranza come singolo partito (40,6%), è uscito battuto, con soloil 26,7% dei voti. E anche in Andalusia la rivolta euroscettica non s’è materializzata.

Nonostante in un sondaggio pubblicato il 9 marzo El Pais indicasse il partito euro critico Podemos come possibile vincitore, i 6,5 milioni di votanti della regione hanno deciso il contrario. Podemos ha comunque ottenuto il 15% dei voti (15 seggi) imponendosi come terza forza e innescando la fine del bipolarismo spagnolo.

Così, se il risultato andaluso non sconvolge la scena politica nazionale, certamente provoca un duro scossone al sistema partitico tradizionale, in vista sia delle politiche di novembre che delle amministrative di maggio, quando si voterà in altre 13 comunità autonome.

Europa: svanito il consenso generalizzato
Se l’ondata euroscettica non s’è ancora abbattuta sui Parlamenti nazionali di Francia e Spagna (e forse non si abbatterà mai), non bisogna però sottovalutare i segnali di insofferenza da parte dei cittadini. I risultati elettorali francese e andaluso evidenziano una parziale perdita di consenso dei partiti tradizionali, legata soprattutto ad un diffuso malessere sociale, e la fine del consenso generalizzato verso il progetto d’integrazione europea.

Certamente il superamento della crisi aumenterà il favore verso l’Ue. Ma, con una crescita del Pil pari a 0 nel 2013 e a 1,4 nel 2014, la recessione dell’eurozona non è di sicuro ancora un ricordo.

In questo contesto, il sostegno ricevuto dai partiti euroscettici, seppur contenuto e spesso legato ad una logica populista, non deve essere sottovalutato. I risultati conseguiti non possono infatti essere liquidati come un mero flop, perché segnano comunque un rafforzamento istituzionale delle forze anti-europee nelle arene nazionali.

Eleonora Poli è ricercatrice dello IAI.

martedì 7 aprile 2015

Diario Ucraino: la fragilità della tregua di Minsk2

Diario Ucraino 
III Decade di febbraio 2015
22 febbraio 2015
All’indomani della firma degli accordi che vanno sotto il nome di Minsk2 la situazione nelle aree contese appare sempre più difficile e confusa. A dieci giorni dagli accordi, ancora la tregua non è stata realizzata. I ribelli filorussi, ad esempio. Continuano a bombardare la città di Debaltseve, dalla quale l’Esercito governativo è stato costretto a ritirarsi. In generale il cessate il fuco non viene rispettato, tanto che Kiev denuncia che il cessate il fuoco è stato violato circa trecento volte. Di fronte a questa situazione l’EU minaccia l’innalzamento di nuove sanzioni, d’accordo anche con gli Stati Uniti.

23-24 febbraio 2015
Il portavoce del Ministero della difesa ucraino Anatoly Stlemakh ja dichiarato che l’Ucraina non intende ritirare le armi pesanti previsto da Minsk2 dalla linea del fronte perché i Ribelli filorussi stanno violando gli accordi di Minks 2. Secondo tali accordi dopo due giorni dalla firma dei medesimi le parti coinvolte dovevano ritirare le armi pesanti e sgombrarle da una fascia ampia da 40 a 140 chilometri avendo come mediana la linea di contatto. Tale ritiro doveva essere attuato entro due settimane , ovvero entro la fine di febbraio 2015.

 A Kiev si è svolta la marcia della dignità; celebrato il primo anniversario della uscita del Presidente Viktor Ianukovich e ricordate le 100 vittime degli scontri della rivolta di piazza Maidan.

25 febbraio 2015
Incontro a Parigi, “formato Normandia” ( Russia, Francia, Ucraina, Germania) a livello ministri degli Esteri al fine di valutare la applicazione degli accordi di Minsk2. Scaturisce da questo incontro che il Gruppo di Contatto (Ukraina, Mosca, Ribelli Separatisti, OCSE) devono al più presto e senza indugio creare gruppi di lavoro per trovare soluzioni alle applicazioni degli accordi di Minsk2.
Discusso anche sulla situazione a Debaltsseve, snodo ferroviario conquistato dai ribelli Separatisti dopo l firma di Minsk2 e della situazione a Mariupol.

Ripresa da più agenzie la dichiarazione di Putin volta ad abbassare i toni in cui dichiara che non crede in una guerra con l’Ucraina.
La Gran Bretagna invia consiglieri militari in Ucraina. Porosenko annuncia l’acquisto di armi da aziende Europee/statunitensi e del medio Oriente

28 Febbraio 2015.
 Sembra calare la tensione militare nelle aree contese dopo l’annuncio di Kiev del ritiro delle ermi pesanti iniziato due giorni dopo quello effettuato dai Ribelli Separatisti. Le prime armi ritirate sono quelle dal calibro di 100 mm. Petrosenko non si rileva ottimista in quanto la minaccia da est rimane e rimane grave.

29 Febbraio 2015

Segnali di distensione nella crisi ucraina e si pensa ad una soluzione politica. Mink2 si sta applicando e la Croce Rossa si è offerta per lo scambio di prigionieri, come parte superpartes nella crisi in atto.

martedì 31 marzo 2015

Grecia: un piano dietro l'altro per uscire dalla crisi

Ue/Grecia
Il Piano Merkel di Yanis Varoufakis
Oliviero Pesce
30/03/2015
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Il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis ha proposto un nuovo piano di investimenti europeo, che si aggiunge, tra i vari schemi avviati, promessi o inattuati, al cosiddetto Piano Juncker e al più concreto Quantitative Easing (QE).

Il piano avviato dalla Banca centrale europea (Bce) per l’acquisto di titoli di stato europei è l’unico finora di dimensioni adeguate - oltre 1000 miliardi di euro - ad affrontare il problema di “rilanciare la crescita”.

Il Piano Varoufakis rappresenta una forma alternativa di Quantitative Easing: la Banca europea degli investimenti chiederebbe ai governi di guidare un programma per la ripresa, finanziato al 100% mediante obbligazioni dalla stessa Bei acquistate dalla Bce sul mercato secondario.

Varoufakis lo chiamerebbe volentieri, se la Germania vi aderisse e ne permettesse il lancio, “Piano Merkel”. Proposta, vista la provenienza, amaramente canzonatoria e ironica.

I limiti del Piano Juncker e del QE
Il suggerimento di Varoufakis mette in luce i limiti evidenti del Piano Juncker e il fatto che col QE la liquidità immessa nel sistema dalla Bce non si tramuta di per sé in investimenti. Nonché, com’è evidente, che i debiti si rimborsano meglio in una cornice di crescita che non di diffusa anemia e stagnazione.

Mentre si grida al portento se, dopo avere perso negli ultimi sette anni numerosi punti percentuali di Pil, si torna a ritmi di crescita di qualche decimale di punti base all’anno.

Ma l’idea che possa essere la Banca europea per gli investimenti (Bei) a propugnare piani di investimenti dei propri Stati membri, e non questi ultimi – potendo - a effettuarli, trascura tutta una serie di vincoli e di fattori.

In primo luogo, la Bei non ha mai avuto problemi di provvista. Le sue obbligazioni, classificate AAA da tutte le agenzie di rating, godono di un mercato ampio e pronto ad assorbirle nella misura sinora normale, compresa tra 50 e 70/80 miliardi di euro per esercizio.

E mai la Bei, malgrado recenti e reiterati aumenti di capitale, ha accordato prestiti per più di 70/80 miliardi di euro l’anno, erogandone al massimo 60, per limiti tecnici e statutari.

Limiti che non vennero certo imposti negli Anni Cinquanta del Novecento per motivi di austerità, che allora nessuno propugnava, tanto meno la Germania; ma piuttosto per assicurarsi che la Banca operasse con i criteri prudenziali propri del credito.

I limiti e le caratteristiche della Bei
Il più importante limite prudenziale imposto alla Bei dal suo statuto (art.16, punto 5), è che il totale degli impegni derivanti dai prestiti e dalle garanzie accordati dalla Banca non può essere superiore al 250 % del capitale sottoscritto, delle riserve, degli accantonamenti non assegnati e dell'eccedenza del conto profitti e perdite, dedotte le quote di partecipazione, versate o sottoscritte, in altre entità.

Su tale base al 31 dicembre 2013 (capitale sottoscritto 243,3 miliardi, riserve e profitti 36,2 miliardi, per un totale di 279,5 miliardi, meno 5,7 miliardi di partecipazioni), il totale degli impegni non poteva superare 680 miliardi di euro, a fronte di prestiti in essere e da erogare per circa 500 miliardi; un margine operativo di 180 miliardi circa, pari a circa tre anni di attività ordinaria, al lordo dei rientri.

La Banca ha rischiato, in passato, di perdere il rating massimo, in presenza di una massa di crediti di buona qualità e performing, ma rimborsabili da debitori caratterizzati anche da rating assai inferiori.

Per ovviare al problema, e affrontare la crisi europea, sono stati effettuati aumenti del capitale sottoscritto della Banca di oltre il 40% nel 2009 (da 164,8 a 232, 4 miliardi di euro) e di altri 10 miliardi nel biennio scorso, quest’ultimo versato, a differenza dei precedenti, per intero.

Abbandonare criteri prudenziali - tenuto conto che il capitale della Banca è rappresentato in misura predominante da impegni degli stati membri (il capitale versato è pari al 9% di quello sottoscritto) - incluso il rapporto di 9-10 a uno tra prestiti e mezzi propri disponibili - non potrebbe che allontanare dal mercato la Bei, in particolare se fosse la Bce a dovere comprare titoli che il mercato assorbe senza difficoltà in tutto il mondo.

Le questioni vanno quindi affrontate dalla politica, e da una politica europea. Sta all’Unione risolvere i problemi europei, senza devolverli alle banche; e alla Grecia risolvere i propri.

Oliviero Pesce è stato funzionario della Word Bank, direttore centrale del Crediop e amministratore delegato di banche italiane all’estero.

venerdì 27 marzo 2015

EU: l'idea della Unione Energetica

Consiglio europeo
L’Unione energetica alla prova dei 28
Nicolò Sartori
23/03/2015
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La scorsa settimana il Consiglio europeo presieduto dal polacco Donald Tusk si è espresso sul contenuto della comunicazione sull’Unione energetica presentata il 25 febbraio dal vicepresidente della Commissione europea Maroš Šefčovič.

L’idea dell’Unione energetica - sulla quale l’Esecutivo guidato da Jean-Claude Juncker ha investito notevole capitale politico - è stata lanciata proprio dallo stesso Tusk lo scorso aprile, quand’era ancora premier polacco, alla luce dell’acuirsi del conflitto in Ucraina e dai possibili rischi per gli approvvigionamenti energetici ai paesi dell’Europa centrale.

Nelle loro conclusioni, i capi di Stato e governo dei 28 Stati Ue hanno sostanzialmente avallato quanto proposto dalla Commissione nella comunicazione, ribadendo l’impegno verso le cinque priorità d’azione per l’Unione energetica: sicurezza energetica, solidarietà e fiducia; piena integrazione del mercato europeo dell'energia; efficienza energetica per contenere la domanda; de-carbonizzazione dell'economia; ricerca, innovazione e competitività.

Pur sottolineando la necessità di rafforzare l’azione dell’Ue in materia, il Consiglio europeo non ha però mancato di ricordare la sovranità degli Stati membri e il loro diritto di definire autonomamente i mix energetici nazionali, un elemento che in qualche modo rischia di limitare la portata innovativa dell’Unione energetica stessa.

Il gas (e la Russia) elementi centrali
Il protrarsi della crisi ucraina e l’incerto destino degli approvvigionamenti di gas russo pesano, eccome, sulle scelte del Consiglio europeo. Non è un caso che il primo tema trattato nelle conclusioni sia la realizzazione di progetti infrastrutturali, in particolar modo le interconnessioni per il trasporto dell’elettricità e del gas nelle regioni periferiche del continente, quelle più vulnerabili in caso di interruzioni degli approvvigionamenti energetici.

In quest’ottica l’Unione energetica dovrà garantire la totale conformità alle normative Ue degli accordi per la fornitura di gas tra Stati membri e paesi terzi, rafforzando misure di coordinamento e trasparenza pur nel rispetto delle esigenze di confidenzialità e segretezza fondamentali per un settore complesso come quello energetico.

Tali misure, ha sottolineato lo stesso Tusk, potranno prevenire pratiche di abuso di posizione dominante contrarie al diritto europeo da parte di fornitori esterni (c’è chi legge qui Gazprom), rafforzando concretamente la sicurezza energetica dell’Ue.

Poco o nulla di fatto, invece, per gli acquisti collettivi di gas, uno dei principali cavalli di battaglia dell’ex premier polacco.L’idea di un acquirente europeo rimane per ora in naftalina, mentre si prospetta la creazione di meccanismi volontari che permettano agli Stati membri di aggregare la propria domanda al fine rafforzare il potere negoziale nei confronti dei fornitori pur rispettando le regole europee della concorrenza.

Mercato sì, ma con un occhio alla sicurezza
Tra gli obiettivi del Consiglio europeo non poteva mancare il rafforzamento dei meccanismi di mercato attraverso la completa implementazione e la rigorosa applicazione della legislazione europea in materia energetica. Nulla di nuovo sotto il sole, pertanto, e nessun forte riferimento alla competitività del sistema e alla riduzione del costo dell’energia in Europa.

Il tema dei costi per cittadini e imprese viene trattato in modo tangenziale affrontando la spinosa questione del modello d’integrazione delle rinnovabili nel mercato elettrico europeo.

Le conclusioni sottolineano correttamente la necessità di elaborare un modello decisamente più flessibile ed efficiente di quello attuale - ponendo l’accento sul contributo delle cooperazioni regionali -, che da un lato rispetti le regole europee in materia di aiuti di stato ma che dall’altro non vada a incidere sulla libertà degli stati membri di definire in autonomia il loro mix energetico.

Significativa l’attenzione prestata al rafforzamento del frame work regolatorio per garantire agli Stati membri la sicurezza degli approvvigionamenti di gas ed elettricità. Reti energetiche più robuste, maggiore attenzione all’efficienza energetica e sviluppo delle risorse domestiche sono gli ingredienti principali della ricetta del Consiglio europeo per un mercato orientato in primo luogo alla sicurezza energetica.

Un’Europa energeticamente sostenibile
Non potevano infine mancare i riferimenti alla sostenibilità, per un’Unione che mira a consolidare il suo ruolo di guida globale sui temi delle politiche ambientali e che punta forte sulla sua diplomazia climatica in vista della COP21 di Parigi.

In questo contesto, sarà necessario utilizzare gli strumenti dell’Unione energetica per sviluppare una solida e coerente legislazione in materia di emissioni, efficienza e rinnovabili sulla base degli obiettivi fissati al 2030.

Significativo il riconoscimento da parte del Consiglio europeo della necessità di implementare un sistema di governance efficace e trasparente, un elemento cruciale per il futuro di ogni ambizione europea in materia di energia, ma che finora non è stato trattato a dovere né dalla Commissione né dagli Stati membri nei loro precedenti incontri.

Infine, viene sottolineata l’importanza della dimensione tecnologica dell’Unione energetica, un elemento di assoluta novità inserito tra le priorità d’azione nel documento redatto dalla Commissione Juncker.

Gli Stati membri invitano l’Ue a sviluppare una strategia per la tecnologia e l’innovazione nei settori dell’energia e del clima, un elemento di grande rilevanza non soltanto in ambito interno per ridurre e razionalizzare consumi ed emissioni, ma anche per consolidare leadership europea nel settore in vista dell’appuntamento di Parigi e delle strategie post-2020.

Nicolò Sartori è responsabile di ricerca del Programma Energia dello IAI (@_nsartori).

Ucraina: i rapporti difficili con la Transinistria e la Moldova\\\\\\\\\\\\\\\\\

Transnistria
Le spine della sicurezza e dell’economia
Mirko Mussetti
21/03/2015
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La presenza di “peacekeeper” russi in Transnistria, territorio moldavo filo-russo autoproclamatosi repubblica indipendente, non è vista di buon occhio dal governo della confinante Ucraina, che teme mosse militari da parte della Russia a danno della propria sicurezza nazionale.

Tale timore induce Kiev ad attuare misure di sicurezza sui confini transnistriani, come la costruzione di trincee (dall’estate scorsa) e il più recente dispiegamento della Guardia Nazionale e di volontari esperti (ed infiltrabili) già combattenti nel Donbass.

Tali azioni nascono dalla convinzione che la Transnistria possa costituire una minaccia militare per l’Ucraina.

Problemi di sicurezza della Transnistria
In realtà, non prendendo in considerazione i veterani riservisti della guerra del 1992, le truppe presenti nella regione non superano le 1.500/2.000 unità, sono tatticamente e logisticamente isolate, impossibilitate ad effettuare un normale e regolare ricambio degli effettivi e, soprattutto, vincolate al proprio primario obiettivo strategico (difesa di postazioni, obiettivi sensibili, armerie): ingenuo pensare che possano condurre operazioni militari sul territorio ucraino.

È molto più naturale, invece, che sia la Transnistria a sentirsi minacciata e privata di un supporto difensivo adeguato da parte della Russia, per l’isolamento logistico della regione. Anche per questo, i “peacekeeper” russi sono impegnati da mesi in massicce esercitazioni, l’ultima delle quali può considerarsi preparatoria a scenari tipici di una guerra ibrida (esercitazione di piccoli gruppi tattici).

I problemi della sicurezza s’inseriscono in un contesto economico già inizialmente non florido e che, a partire dall’agosto 2014, va sensibilmente peggiorando, come ammette la stessa premier Tatiana Turanskaya.

Ciò è dovuto principalmente alla vicina crisi ucraina e alle misure commerciali e di sicurezza adottate dal governo di Kiev nei confronti della regione: annullamento dei contratti (energia elettrica, cemento, acciaio), aumento dei controlli alla frontiera e una campagna mediatica che mette in cattiva luce l’economia locale, scoraggiando di conseguenza i partner ucraini dall’intrattenere rapporti commerciali.

A questo si aggiunge ovviamente il pesante deprezzamento del rublo russo che di fatto mette i produttori transnistriani nella condizione di non poter esportare con profitto né in Russia né in Ucraina.

Lo stesso ricchissimo oligarca russo Alisher Usmanov ha lasciato la Transnistria e i propri interessi legati alla metallurgia e al cemento, cedendo a gennaio le proprie quote direttamente alle autorità di Tiraspol e lasciando in seria difficoltà l’economia della città di Ribnita.

La crisi economica
Il governo sta cercando di difendere il rublo transnistriano impedendone il cambio valutario, vietando l’uscita della moneta dai confini nazionali e cercando di dotarsi di valuta forte (euro e dollari americani), abbandonando quindi la vecchia e ricorrente idea di adottare il rublo russo come moneta nazionale.

Il deprezzamento del rublo russo nei confronti del rublo transnistriano rende più costoso il sostegno all’economia locale da parte della Russia, che di recente ha rifiutato per la prima volta di concedere un modesto aiuto (pari a circa 100 milioni di dollari) al governo di Tiraspol, non garantendo più l’integrazione in rubli russi alle pensioni sociali.

La stessa Gazprom, pur non sollecitandone il pagamento, vanta crediti nei confronti di Tiraspol pari a circa 5 miliardi di dollari dovuti alle forniture di gas erogate nel corso degli anni.

La legge finanziaria 2015 prevede uscite quadruple delle entrate e in assenza di un aiuto economico da parte della Russia il governo di Tiraspol sarà costretto a operare drastici tagli alla spesa sociale, licenziamenti in massa, aumenti delle tasse e introduzione di nuovi balzelli.

Le già bassissime pensioni sono state dimezzate e l’erogazione degli stipendi ai dipendenti pubblici è attualmente garantita solo a Tiraspol, Dubasari e Ribnita.

La crisi ucraina comporta pesanti contraccolpi sul sistema economico e sociale dell’autoproclamato stato separatista e genera diffidenza, incrementando ulteriormente l’isolamento che da oltre 20 anni contraddistingue la regione.

La desolante situazione economica può, infine, innescare un pericoloso malcontento sociale potenzialmente aggravato da divisioni etnico-linguistiche su cui movimenti politici ultranazionalisti potrebbero irresponsabilmente giocare.

Lo sa bene il governo di Tiraspol che teme infiltrazioni esterne e che pertanto aumenta i controlli alle proprie frontiere sia orientali che occidentali e riorganizza l’organico dei propri servizi informativi e di sicurezza.

Come lo sa bene il governo di Kiev che teme un attivismo terroristico nella provincia di Odessa; e lo sa bene il governo di Chisinau, che non può chiudere le frontiere (significherebbe riconoscere indirettamente la sovranità di Tiraspol), ma è in costante apprensione per la propria popolazione residente nella regione.

Mirko Mussetti è un giovane analista di stampo neorealista. Aree di interesse primario: Est Europa ed Asia Centrale (@mirkomussetti).

venerdì 20 marzo 2015

Europa: analisi sul progetto di esercito europeo

Difesa europea
Il sasso lanciato da Juncker
Vincenzo Camporini
19/03/2015
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Calato il clamore mediatico suscitato, non certo in Italia, dalle dichiarazioni di Jean-Caude Juncker sull'opportunità di costituire un esercito dell'Unione europea, vale la pena di fare qualche considerazione a freddo.

Una prima osservazione riguarda la carica rivestita da Juncker: è il Presidente della Commissione che, in quanto organo comunitario, non ha competenza alcuna in tema di sicurezza e difesa, materie gelosamente riservate all'area intergovernativa; le sue dichiarazioni pertanto costituiscono di per se stesse un segnale molto forte, al limite della provocazione, il che implica che i tempi sembrano maturi per affrontare il tema senza preclusioni concettuali.

Organo in cerca di funzione
Interessante è anche una delle motivazioni addotte, e cioè che "un tale esercito ci aiuterebbe a concepire una politica estera e di sicurezza comune", con un palese rovesciamento logico secondo cui l'organo è destinato a creare la funzione, e non viceversa.

Ci sarebbe da rimanere perplessi, ma prima sarà il caso di considerare quanto sta accadendo nei singoli paesi europei: la crisi economica ha indotto quasi tutti, con pochissime eccezioni, a tagli pesanti nel settore della difesa, effettuati senza la minima coordinazione, con il risultato che tutti hanno tagliato le stesse capacità, miopemente percepite come non più indispensabili.

Così oggi, ad esempio, sono praticamente scomparsi dagli arsenali degli stati membri i mezzi corazzati, salvo poi accorgersi che qualcuno ad Est questa capacità l'ha ben conservata!

Ora apparirebbe saggio, se non logico, che i ministri della difesa dei paesi dell'Unione, per lo meno dei 'willing and able, in un quadro di Cooperazione Strutturata Permanente, come previsto dal trattato di Lisbona, si riuniscano intorno ad un tavolo per concordare in modo coordinato i tagli, così che nel loro insieme i paesi europei conservino tutte le capacità necessarie in misura adeguata.

Sarebbe un modo surrettizio di riprendere il concetto di specializzazione e presuppone un grado di mutua fiducia che, al presentarsi della necessità, nessuno possa o voglia tirarsi indietro: ecco che l'organo darebbe forzatamente vita alla funzione. Vista sotto questa prospettiva, l'affermazione di Juncker non appare poi così fuori dalla realtà.

Protezionismo e mercato unico
Vale la pena di riflettere anche su un'altra delle argomentazioni esposte nell'intervista, quella sull'ottimizzazione della spesa per l'ammodernamento dei mezzi e degli equipaggiamenti: oggi non solo si spende meno del dovuto, ma si spende male e in modo inefficiente, perché nella miope visione protezionistica delle proprie industrie per la difesa, i singoli paesi disperdono le proprie risorse in una miriade di programmi concorrenti, con buona pace del concetto di mercato unico.

Davvero l'Europa aveva bisogno di tre tipi di velivoli da caccia o di tredici veicoli blindati da trasporto truppe, con costi unitari saliti alle stelle e sacrificando il principio fondamentale dell'interoperabilita?

Certo l'Unione non ha fatto molto per stimolare in modo virtuoso il comparto dell'industria della difesa, salvo emanare faticosamente direttive rimaste sostanzialmente inapplicate: basta dichiarare che un programma risponde all'irrinunciabile interesse strategico del paese (come ha fatto la Francia per il futuro blindato!) per eludere i dettami del mercato unico.

Serve quindi un approccio diverso, propositivo e non normativo. Sarebbe così scandaloso se l'Unione in quanto tale, a somiglianza di quanto fatto per il programma Galileo, lanciasse lo sviluppo a fondi comuni del prossimo sistema d'arma complesso, assicurando ai paesi che decidessero di dotarsi di tale sistema benefici come l'esenzione dalla tassazione indiretta e lo scomputo dei fondi per l'acquisizione dal tetto del 3 % del deficit di bilancio?

Le cifre in gioco, riferite agli equilibri finanziari, sarebbero minuzie, ma il segnale politico sarebbe straordinariamente forte e potrebbe costituire l'elemento di discontinuità necessario.

Ecco perché le dichiarazioni di Juncker non sono campate in aria, ma al contrario possono costituire l'avvio di un dibattito che potrebbe portare lontano.

Vincenzo Camporini, già Capo di Stato Maggiore della Difesa, è vicepresidente dello IAI.

lunedì 16 marzo 2015

Italia: il rapporto con Mosca

Italia-Russia
Renzi a Mosca, per il rilancio del ruolo italiano
Andrea Carteny
09/03/2015
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Gli osservatori sono concordi nel considerare la visita del presidente del consiglio Matteo Renzi a Mosca del 5 marzo come un chiaro tentativo di rilanciare il ruolo internazionale dell’Italia.

Naturalmente lo stile e il protagonismo di Renzi caratterizza questa operazione “tattica” con valenze strategiche su diversi scenari, da quello ucraino, a quello mediorientale a quello mediterraneo.

L’Italia tra Ucraina e Russia
Il viaggio del capo del governo italiano si è articolato in una sequenza diplomaticamente ineccepibile: la tappa a Kiev e l’incontro con il presidente ucraino Petro Poroshenko, a cui ha assicurato il sostegno italiano ed europeo, l’arrivo a Mosca e la visita al luogo dell’assassinio dell’oppositore del regime putiniano Boris Nemtsov. Quindi l’incontro con capo del governo della Federazione Russa Dmitrij Medvedev e con il presidente Vladimir Putin

Il viaggio del leader italiano viene riportato dagli stessi organi di stampa russi come una visita per “rompere l’isolamento” di Mosca: tale visione è funzionale al regime di Putin, per dimostrare la validità delle posizioni russe sulla questione ucraina, ma anche al governo Renzi, che dimostra di giocare il ruolo di tradizionale mediatore che Roma svolge nelle tensioni Est-Ovest.

L’Italia di Romano Prodi, poi di Silvio Berlusconi, quindi a seguire di Monti e Letta hanno mantenuto un rapporto bilaterale privilegiato con la Russia di Putin, quale fattore di garanzia per la difesa dei cosiddetti interessi nazionali “permanenti” dell’Italia post-guerra fredda, non solo in ambito di sicurezza, ma anche energetico e commerciale.

Da quest’ultimo punto di vista il mercato russo infatti ha un valore di 10 miliardi di euro per le esportazioni italiane (è la cifra del 2013), ridottosi del 12% l’anno scorso non solo a causa delle controsanzioni russe (che hanno colpito consistentemente le vendite italiane di prodotti alimentari), ma anche della crisi finanziaria e della svalutazione del rublo, conseguenza delle sanzioni occidentali.

Non a caso di primo mattino Renzi incontrava a porte chiuse presso l’ambasciata italiana oltre cento imprese, a cui ricordava che - nonostante le sanzioni - l’Italia rimane il quarto partner commerciale e da questa visita a Mosca le imprese italiane riportano a casa accordi in ambito aeronautico-spaziale (jet, elicotteri, satelliti) e energetico-industriale.

In questo contesto la diplomazia italiana tende a valorizzare i fattori positivi dell’accordo di Minsk, del 12 febbraio scorso, sul conflitto in Ucraina orientale, dove gli scontri pesanti si sono fermati e lo scambio di priogionieri ha permesso di riavviare un sottile filo di dialogo tra le parti in campo.

Sapendo che uno dei nodi più difficili del negoziato riguarderà l’autonomia delle regioni filo-russe, il leader italiano ha citato una best practice italiana: quella dell’autonomia dell’Alto Adige.

D’altro lato il leader russo ha sottolineato il particolare feeling della Russia con l’Italia menzionando il fondo paritetico da 1 miliardo di dollari che Roma e Mosca hanno messo a disposizione (in realtà fin dal governo Letta) per investimenti comuni.

L’Italia vorrebbe più Russia nel Mediterraneo 
Roma, d’altronde, aveva un ottimo alibi per rilanciare in questo momento il ruolo di Mosca a livello internazionale, almeno a livello di Mediterraneo e Medioriente.

L’emergenza terrorismo, insieme con la crisi umanitaria delle migliaia di migranti in continuo tentativo di sbarco in Italia e con l’avanzata del cosiddetto Stato Islamico in Libia (territori “prossimi” e di interesse strategico per l’Italia), hanno convinto il governo italiano della necessità di trovare alleati in ambito Onu.

Qui Mosca continua ad essere protagonista di qualsivoglia azione internazionale: considerando la delicatezza dello scenario libico (dove francesi e inglesi hanno dimostrato, al tempo dell’attacco al regime di Gheddafi, di giocare una partita in competizione con l’Italia), la Russia di Putin può svolgere un ruolo diretto sia in supporto di potenze regionali implicate nella crisi (in primis l’Egitto del generale Al Sisi), sia di maggiore coinvolgimento per la stabilità del “grande medioriente” (contro lo Stato Islamico, in Siria e Iraq, e per la trattativa sul nucleare iraniano).

La partita che Roma deve giocare al Palazzo di vetro passa quindi per Mosca, oltre che per Washington, Parigi, Londra o Pechino: l’invito (accettato) di Renzi a Putin per l’Expo di Milano il 10 giugno è il segnale che la “partnership privilegiata” tra Russia e Italia può tornare a funzionare davvero, sia per il business sia per la sicurezza del Mediterraneo.

Andrea Carteny è docente di Storia dell'Eurasia presso la Sapienza Università di Roma.
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venerdì 13 marzo 2015

Ucraina: cerchiamo di abbassare i livilli di conflitto nell'interesse di tutti

I limiti del negoziato con Putin
Europa-Russia, la Merkel traccia il solco
Laura Mirachian
08/03/2015
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Il viaggio di Matteo Renzi a Mosca è stato reso possibile dall’iniziativa di Angela Merkel. C’è chi si domanda se il Presidente del Consiglio avrebbe dovuto essere più duro, o al contrario ancora più concentrato sulla prospettiva degli “affari”. Ma la realtà è che il tracciato della Merkel, stretto, difficile e privo di illusioni, non consentiva deviazioni.

Al termine dell’ultima tornata del Quartetto il 25 febbraio, Merkel è sbottata in una frase mirabile per incisività e sintesi: vogliamo la sicurezza in Europa con la Russia e non contro la Russia, ma per garantire la pace vanno rispettati i confini.

La road map di Minsk
A Minsk, Merkel ha preso non pochi rischi. Negoziando per la prima volta in un inedito ‘Quartetto’ direttamente con Mosca, ma senza Washington, e per conto di un’Europa visibilmente divisa tra quanti per ragioni storiche e geografiche paventano un’aggressione russa e quanti preferirebbero tornare rapidamente agli affari, accettando magari come male minore un altro ‘conflitto congelato’, ha portato a casa un risultato minimo, tutto da verificare nel concreto, ma pur sempre un risultato.

Minsk è l’avvio di un processo. A partire dal cessate-il-fuoco, ritiro degli armamenti pesanti dalla linea del fronte, monitoraggio Osce, scambio di prigionieri, statuisce che l’Ucraina riguadagnerà il controllo delle frontiere orientali con la Russia solo dopo aver organizzato elezioni e negoziato uno ‘statuto speciale’ nelle regioni Donesk e Luhansk, entro il 2015.

La sequenza è cruciale. Più di una pietra di inciampo è contenuta nella concatenazione dei passi da intraprendere. Anche ipotizzando che i primi passi vengano intrapresi, che il cessate-il-fuoco si faccia strada e che vengano ritirati anche armamenti che Mosca sostiene non siano mai confluiti, rimarrebbe la grande incognita della riforma costituzionale da negoziare tra Kiev e i ‘separatisti’.

E peraltro, questi passi sono soggetti alla tentazione dei ‘ribelli’ di perseguire una continuità dei territori orientali (con la Crimea) proprio in vista della riforma costituzionale e del controllo dei confini.

Di più. Perché Petro Porošenko ha in mente una decentralizzazione, e le controparti una federalizzazione che conferirebbe loro un diritto di veto sulle decisioni del centro.

Il meno che si possa dire è che la partita potrebbe avere tempi lunghi, e che occorreranno non pochi interventi del ‘Quartetto’ per venirne a capo. E molti dibattiti in Occidente sull’opportunità o meno di ulteriori sanzioni a Mosca, forniture di armamenti a Kiev, rafforzamento dell’apparato difensivo Nato. E difficili negoziati sull’energia, quella diretta a Kiev e quella che transita da Kiev verso l’Europa. Ma non c’è, allo stato, un piano B.

Il futuro di Putin è il passato della Russia
Cosa ha spinto Vladimir Putin a confrontare di nuovo l’Occidente (Georgia, 2008) in modo così clamoroso, pur sapendo che il prezzo da pagare rischiava di accelerare il declino economico del Paese?

Molti pensano che si tratti di una strategia diversiva per distrarre la gente dai problemi della vita quotidiana e rafforzare il proprio potere. Anche. Ma la risposta è più semplice, addirittura banale.

La forza di attrazione dell’Occidente, e in particolare dell’Europa, è ancora altissima presso coloro che guardano da Est. Interloquire con l’Europa significa accettarne regole e valori, che non sono negoziabili perché frutto di una faticosa conquista e di tragiche vicende del passato.

La Russia di Putin ha rinunciato all’idea scaturita dagli accordi di Helsinki di ‘wider Europe’, che comporterebbe una riedizione epocale, economica e politica, dello Stato, così come all’idea di partecipare alla governance mondiale nel ruolo di gregaria nel consolidamento di valori universali dominati dall’Occidente.

Ha ripiegato verso la logica di Yalta. In altri termini, dividiamoci le sfere di influenza, e separiamo i rispettivi destini. Nulla di più chiaro delle recenti parole del portavoce russo che ne ha esplicitamente evocato il modello, o di quelle dell’ex-Ministro degli Esteri, Igor Ivanov, che, nel rilanciare l’idea di un ‘nuovo ordine mondiale’, ha richiamato il meccanismo di consultazione Mosca-Washington invalso durante la Guerra Fredda. Ancora più esplicito Putin, al congresso sindacale di Soci: no a un mondo unipolare.

La sfida è dunque il ritorno della Russia allo status di grande potenza. In grado di dettare le regole del gioco come attore co-primario, partecipando a pari merito alla governance mondiale e alla “attualizzazione” del diritto internazionale.

Per anni, non a caso, Mosca ha perseguito all’Onu l’adozione di risoluzioni che sancissero i “valori tradizionali”, quale sostanziale attenuazione dei “valori universali” intesi come concepiti e governati dall’Occidente.

Putin semplicemente non vuole “questo” ordine internazionale. A tali condizioni, è disponibile a collaborare nei teatri di crisi del vicinato, contro il terrorismo, e nelle grandi cause della sicurezza internazionale.

Diversamente, sarà acerrimo concorrente entro e fuori del Continente europeo, a partire dal Mediterraneo, avvalendosi del seggio permanente in CdS e di un potenziale militare certo non indifferente.

Percorrere una strada realistica, priva di illusioni
L’assassinio di Boris Nemtsov - chiunque ne sia responsabile - è frutto di un fervore nazionalista incalzante, alimentato e coltivato nel Paese. La Russia è alle prese con i bassi prezzi dell’energia, le sanzioni, la debolezza del rublo, l’arretratezza di un sistema economico basato sulla monocultura energetica, ma non è al collasso.

Putin è all’acme del consenso popolare. Anche l’ultima vittima eccellente verrà gestita con abilità, ricorrendo a un formale rigore legalistico. Un “regime change”, che forse qualcuno oltre atlantico sta immaginando, non è nelle carte.

Ha ragione la Merkel, anche se avremmo preferito che a guidare i negoziati fossero le istituzioni europee. Cerchiamo una via di uscita per questa Russia frustrata e pericolosamente assertiva, senza rinunciare ai principi basilari della nostra cultura politica, ma ribadendo che il recupero del suo ruolo globale non può che partire dal rispetto delle regole, oggi e nel futuro, e non dal suo passato.

Evitiamo i rischi di uno stato permanente di conflitto. Dannoso per tutti noi, per la stessa Russia, per l’Ucraina, e per gli altri Paesi del vicinato, ivi incluso nei Balcani, Caucaso e Asia Centrale, che stanno tentando con difficoltà un bilanciamento nella loro proiezione esterna.

Sensibilizziamo gli Stati Uniti perché rimangano impegnati in Europa, armonizzando con noi le posizioni in un’ottica di realpolitik.

E soprattutto, restiamo solidali tra europei nel perseguimento del tracciato di Minsk, per quanto lungo e difficile, e pensiamo a sostenere l’Ucraina nel cammino delle riforme e della costruzione di uno stato di diritto. Un cammino, con tutta evidenza, altrettanto lungo e difficile.

Laura Mirachian, Ambasciatore, già Rappresentante Permanente presso l’Onu Ginevra.
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venerdì 6 marzo 2015

Russia:Leader dell'opposizione assassinato

Il 28 febbraio Boris Nemtsov, leader di spicco dell'opposizione ed ex vice primo ministro, è stato ucciso nel centro di Mosca. Nonostante una grande affluenza per una marcia commemorativa tenutasi due giorni dopo, l'uccisione è improbabile che abbia ripercussioni politiche immediate. Tuttavia, si getta in forte rilievo la violenza sempre più e l'intolleranza del discorso politico della Russia. L'omicidio alza la posta in gioco sia per l'opposizione e chi detiene il potere, e riduce la possibilità che il cambiamento politico potrebbe in futuro essere raggiunto attraverso negoziati pacifici.
L'uccisione sembrava avere le caratteristiche di un successo professionale, ma era anche straordinariamente sfacciato. Si è svolto nel centro della città, in vista delle torri del Cremlino, su uno dei principali ponti che portano a Piazza Rossa. L'area è strettamente controllato dai servizi di sicurezza e il signor Nemtsov sarebbe passato da molte telecamere di sicurezza mentre si dirigeva verso il ponte. Come membro di spicco dell'opposizione, a causa di condurre una "anti-crisi" manifestazione per protestare contro le politiche del governo su Ucraina il 1 ° marzo, può anche essere stato sotto sorveglianza da parte delle agenzie di intelligence.
I critici del Cremlino hanno accusato i funzionari, se non di complicità diretta, che per lo meno di produzione di un clima di odio in cui tale omicidio potrebbe avvenire. Da quando Vladimir Putin è stato rieletto per un terzo mandato come presidente nel 2012, il Cremlino ha usato la mano pesante in modo aggressivo su tutte le forme di dissenso. I media ritrae regolarmente l'opposizione come agenti di potenze straniere intenzionate a destabilizzare il paese, e questa retorica è anche entrato discorso ufficiale. Nel suo discorso il 18 marzo 2014 dopo l'annessione della Crimea, il Presidente Putin ha avvertito della minaccia interna rappresentata da una "quinta colonna" e "gruppo eterogeneo di" traditori nazionali ". Secondo Novaya Gazeta, un giornale indipendente, il canale televisivo controllato dallo Stato NTV tranquillamente cadere un documentario sul link dell'opposizione a servizi segreti stranieri che era a causa di aria il 1 ° marzo.
Il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, ha respinto i suggerimenti di qualsiasi coinvolgimento ufficiale nell'omicidio, descrivendo l'attacco come "pura provocazione".Piuttosto, i funzionari ei media hanno avanzato una serie di teorie plausibili, suggerendo che potrebbe essere opera di forze ucraine radicali o estremisti islamici.Pubblicamente, i ricercatori hanno finora evitato di linee di indagine che collegano l'omicidio di attività politiche del sig Nemtsov. Secondo conoscenti del signor Nemtsov, il politico è dovuto a pubblicare una relazione che illustra prove dettagliate del coinvolgimento della Russia nella guerra in Ucraina.
Dopo l'omicidio del signor Nemtsov, la manifestazione "anti-crisi", che avrebbe dovuto aver luogo, alla periferia della capitale è stata annullata a favore di una marcia commemorativa che attraversava il centro della città. Organizzatori rivendicati circa 50.000 hanno partecipato alla marcia (polizia ha dato una cifra di 15.000). Questo lo rende il più grande protesta pubblica a Mosca dal momento che la manifestazione Bolotnaya piazza nel maggio 2012, che si è conclusa in scontri con la polizia e una serie di prove di attivisti dell'opposizione. Nonostante le dimensioni del 1 ° marzo di protesta, la morte del signor Nemtsov è improbabile che avere ripercussioni politiche immediate oltre aggiungendo al clima di paura e intimidazione che è emerso dopo il ritorno di Putin alla presidenza.
Alzare la posta in gioco
Chiunque fosse dietro l'omicidio del signor Nemtsov, la sua morte evidenzia tendenze pericolose in politica e nella società russa. Durante il terzo mandato di Putin, il discorso politico della Russia è diventato sempre più aggressivo e intollerante. Per molti anni, il Cremlino ha coltivato una serie di attori non statali, nel tentativo di manipolare e la società della disciplina. Come il suo ansia per la minaccia di una rivoluzione in stile Maidan è cresciuta, i gruppi pro-regime hanno acquisito un carattere sempre più thuggish e paramilitare. Alcuni di loro hanno avuto un ruolo diretto nella "guerra ibrido" del Cremlino in Ucraina orientale. Non è difficile immaginare come il discorso ufficiale di "nemici interni" e il sostegno del Cremlino per i gruppi nazionalisti intransigenti potrebbero generare un ambiente in cui l'omicidio del signor Nemtsov potrebbe avvenire.
L'omicidio di un ex vice primo ministro ed ex insider del Cremlino una volta considerato un potenziale successore di Boris Yeltsin come presidente alza la posta in gioco sia per l'opposizione e quelli attualmente al potere. Come ha osservato l'accademico Samuel Greene in un articolo il 28 febbraio, l'omicidio rappresenta una ulteriore tappa nel spostamento del linguaggio con la violenza nella legittimazione del potere. L'uccisione aumenta il costo di opposizione politica, ma aumenta anche il prezzo potenziale di perdere il potere a coloro che attualmente detengono esso. Chi è al potere può essere ora più inclini a usare la violenza per rimanere lì, temendo che altrimenti potrebbero incontrare lo stesso destino Mr Nemtsov. Quelli si oppongono al regime, nel frattempo, saranno visibili meno prospettive di un cambiamento politico pacifico. Questo è un passo potenzialmente pericoloso cambiamento nella politica della Russia, che potrebbe ridurre le possibilità di raggiungere un cambiamento politico attraverso il compromesso e la negoziazione.

TRADUZIONE AUTOMATICA DALL'INGLESE.
 dA eCONOMIST inTELLIGENCE unIT 6.3.2015

Regno Unito:Elezioni 2015: Parlamento appeso, con i conservatori avanti


(traduzione automatica dall'inglese)
Fonte: The Economist INtelligence UNit. 27 febbraio 2015)

Il risultato di prossime elezioni generali del Regno Unito, prevista per il 7 maggio 2015, è una delle più imprevedibili della storia recente. A livello nazionale i sondaggi indicano un aumento in sostegno ai partiti più piccoli, con un conseguente ampio del solito dispersione dei voti. Ciò significa che è altamente improbabile che una delle due parti principali sarà ottenere una maggioranza parlamentare. La nostra previsione di base è che il governo del partito conservatore sarà nuovamente emergere con la maggioranza dei seggi, ma ben al di sotto della maggioranza assoluta. Questa proiezione-soggetto a rischi significativi data la febbrile politico fondale-disegna in evidenza dal livello elettorale sondaggi, che indicano grandi cambiamenti nel panorama elettorale dopo le ultime elezioni, nel 2010. Tra questi, un crollo nel supporto per il Liberal Democratici, perdite significative in Scozia per l'opposizione del partito laburista, e la vulnerabilità dei conservatori al crescente supporto per l'anti-establishment UK Independence Party (UKIP). La nostra previsione assume anche una modesta oscillazione pre-elettorale dal partito laburista. Il tipo di distribuzione dei seggi parlamentari che stiamo proiettando avrà gravi implicazioni per la formazione e la stabilità del prossimo governo del Regno Unito. Ci sarà a breve pubblicheremo la nostra visione su chi formerà il prossimo governo e quanto tempo è destinata a durare.
In sondaggi nazionali di opinione, il governo di centro-destra del partito conservatore e l'opposizione laburista di centro-sinistra hanno una quota storicamente basso combinato del voto, a poco più del 60%. Ciò riflette l'aumento della popolarità di partiti più piccoli come UKIP, che negli ultimi sondaggi ha aumentato la sua quota di voto dal 3,1% nelle elezioni del 2010 al 14-15%. I due partiti principali sono anche in linea di massima parità: vantaggio dei laburisti nei conservatori si è ridotto da circa 7-9 punti percentuali nei primi mesi del 2014 a 0-3 punti percentuali ora. A meno che non vi è una grande svolta verso uno dei due principali partiti prima delle elezioni, che non è quello che ci aspettiamo, nessuno dei due otterrà la maggioranza assoluta, con conseguente un parlamento appeso.
Tuttavia, i sondaggi a livello nazionale possono essere fuorvianti, in gran parte perché il sistema elettorale first-past-the-post del Regno Unito (FPTP) distorce il modo in cui le azioni voto parti si traducono in rappresentanza in parlamento: i partiti più piccoli tendono a ricevere una quota sproporzionatamente piccola quota di seggi in parlamento perché il loro supporto a livello nazionale è troppo sottilmente sparsi in tutto il paese per loro di venire prima in numerosi concorsi a livello elettorale. Per questo motivo, a livello di circoscrizione polling fornisce un indicatore molto più sfumata di quanto non facciano i sondaggi nazionali delle probabili implicazioni del cambiamento degli atteggiamenti degli elettori.
Grandi vincitori e vinti, ma senza maggioranza assoluta
Sondaggi-in particolare a livello di Circoscrizione quelle condotte da Lord Ashcroft, ex vice-presidente del partito conservatore ma ora un rispettato indipendente sondaggista-hanno catturato molto chiaramente alcuni dei più grandi tendenze di questo ciclo elettorale. Uno dei più significativi è il crollo del sostegno al partito di governo minore, i liberaldemocratici, che rischia di perdere la metà o più dei suoi seggi nel 2015 elezioni. Secondo sondaggi di opinione nazionale, il sostegno del partito è sceso dal 23,6% nelle ultime elezioni, nel 2010, ad appena il 6-7% nel mese di febbraio 2015. Questo corrisponde a grandi linee con i risultati di sondaggi condotti da Lord Ashcroft in 114 seggi marginali; i sondaggi indicano che i liberaldemocratici avrebbero perso 22 dei 38 seggi che detiene nei 114 collegi elettorali. Anche se il partito dovesse tenere a tutti i suoi seggi rimanenti, ciò equivarrebbe ad una perdita di quasi il 40% del totale di 56 seggi in parlamento.Factoring in perdite probabile aggiuntivi per il Partito nazionale scozzese (SNP) in post-referendum Scozia (dove i liberaldemocratici attualmente detengono dieci posti), sconfitta nel 50% dei seggi del partito è facile da prevedere. I sondaggi indicano che la maggior parte di questi posti saranno vinti dal partito conservatore.
Il crollo nazionale dei Liberal Democratici potrebbe essere abbinato, se non superato dal crollo del partito laburista che ci aspettiamo in Scozia. La regione è stata a lungo una roccaforte laburista, ma tutto lo slancio politico ora riposa con il SNP dopo il referendum per l'indipendenza che si è tenuto il 18 settembre 2014. Anche se l'indipendenza è stata respinta, il referendum zincato sentimento nazionalista scozzese, e la popolarità del SNP da allora ha continuato ad aumentare. Il partito laburista ora conduce da 10-20 punti percentuali in Scozia, secondo i sondaggi regionali. Secondo un'altra serie di sondaggi a livello di circoscrizione da Lord Ashcroft, lo swing dal Labour al SNP potrebbe avere un impatto drammatico sulla ripartizione dei seggi scozzesi, con la perdita del lavoro ben 35 dei suoi 41 seggi scozzesi al SNP se l'altalena sono stati replicati in modo uniforme in tutta la Scozia.Tuttavia, uno swing uniforme è improbabile, e le circoscrizioni oggetto di sondaggi scozzesi del Signore Ashcroft fosse sbilanciata verso altri distretti pro-indipendenza.Tuttavia, anche se Labour dovesse perdere 25 delle sue sedi scozzesi, che equivarrebbe a un terremoto politico in Scozia e avrebbe probabilmente fa l'SNP il partito di maggior successo in tutto il Regno Unito nel mese di maggio.
Lavoro sarà in grado di compensare le perdite con i guadagni radicali in Inghilterra e Galles. Queste vittorie arriveranno in gran parte a spese del partito conservatore, che è anche destinato ad essere vittima della ondata di sostegno per UKIP dopo le ultime elezioni. Secondo i sondaggi sia da ICM e YouGov, due dei principali istituti di sondaggio di opinione, il 17% di coloro che hanno votato per il partito conservatore nel 2010, ha detto che avrebbero ora votare per UKIP. Solo intorno al 6-7% di coloro che hanno votato per il lavoro nel 2010, ha detto che avrebbero fatto lo stesso.Questo porterà a un cambiamento significativo del numero di seggi detenuti dai due partiti principali dopo il maggio. Ci aspettiamo di lavoro per fare plusvalenze nette su la sua posizione oggi, ma ci aspettiamo che il partito conservatore di emergere dalle elezioni con almeno 20 posti in meno rispetto alla 302 che detiene ora, lasciando più lontano dal garantire i 326 seggi necessari per la maggioranza assoluta in parlamento.
Ciò non significa che si sta per essere più facile per il partito laburista a vincere la maggioranza assoluta. Le sue probabili perdite in Scozia saranno danneggiare gravemente le sue prospettive, anche se fa guadagni significativi dai conservatori altrove. Se Labour perde tra metà e tre quarti dei suoi seggi in Scozia, poi il partito avrebbe bisogno di un guadagno netto di 90-100 posti in Inghilterra e Galles per raggiungere il 326 necessario per la maggioranza (che attualmente detiene 256).Secondo la maggior parte le previsioni, questo è un ordine alto del Lavoro. I proventi netti di circa 40-50 seggi in Inghilterra e nel Galles sono fattibili ma, ipotizzando una perdita di circa il 60% dei suoi posti scozzesi, sarebbe ancora lasciare il partito circa 50 posti a breve di una maggioranza.
I conservatori di uscire in anticipo, appena
Sulle tendenze di cui sopra, né i conservatori né lavoro sono intese a garantire una maggioranza parlamentare, e le due parti potrebbe finire con numeri molto simili di sedili. Ma chi dei due riesce a bordo del concorso e garantire il maggior numero di seggi sarà ben posizionato per entrare governo. Non c'è nulla nella costituzione non scritta del Regno Unito secondo la quale la maggior parte ha il diritto di formare il prossimo governo, ma la cultura politica maggioritaria del paese significa che sarebbe stato difficile per gli altri partiti per formare un governo di coalizione con esclusione del partito "vincente". Un tale governo avrebbe lotta per la legittimità in un paese in cui il sistema politico è orientato verso fornire il partito più popolare una solida maggioranza (una caratteristica del sistema che ha abbattuto con la frammentazione delle intenzioni degli elettori).
A conti fatti, crediamo che il partito conservatore spingerà avanti del partito laburista nelle elezioni generali. In primo luogo, anche se la diapositiva in sostegno per i liberaldemocratici consegnerà posti in più per i conservatori, la minaccia posta al partito UKIP è poco probabile che in molti posti persi. In un recente sondaggio di quattro circoscrizioni marginali conservatori-UKIP, Lord Ashcroft ha scoperto che in ogni caso i conservatori avrebbero mantenere il sedile, nonostante le grandi oscillazioni (compresi tra il 13-25%) nei confronti UKIP. Diversamente l'ondata di sostegno per l'SNP, che si concentra in Scozia e quindi dà il partito nazionalista di una maggiore possibilità di posti da lavoro vincente, la dispersione geografica più ampia di UKIP voti significa che il partito si lotta per battere i conservatori in molte singole circoscrizioni . In ultima analisi, ciò significa che anche una quota 14-15% dei voti maggio potrebbe solo guadagnare UKIP altri due o tre posti, portando la propria rappresentazione totale in parlamento per cinque o sei. Il partito non sarà eccessivamente preoccupati per questo-UKIP è in fase di costruzione di sostegno (in particolare in alcune regioni del nord dell'Inghilterra), e aver raggiunto il secondo posto in molte circoscrizioni nel 2015, sarà in buona posizione per vincere questi seggi nelle elezioni successive .
Un secondo fattore che ci aspettiamo a bordo le elezioni per i conservatori è una più amorfo relativa alle percezioni delle parti e di modelli storici di elettori votanti comportamento come si avvicinano le elezioni. Ad esempio, l'esistenza di "timidi" elettori conservatori è ben-individui affermati che non vogliono ammettere di voto conservatore e così mascherare la loro preferenza se rispondere a un sondaggio sondaggio. Più in generale, gli storici punti di registrare su un altalena frequente il partito in carica negli ultimi mesi di campagna elettorale del Regno Unito. E 'possibile che un pregiudizio tale operatore storico sarà più forte del solito quest'anno, dato che il recupero dell'economia è un fenomeno relativamente recente.
Infine, a nostro avviso i conservatori potranno beneficiare in modo significativo da incertezza elettori del leader del partito laburista, Ed Miliband. Anche se la mancanza di popolarità di Miliband ha ancora deliberato un dividendo significativo per i conservatori, ci aspettiamo che diventi un problema più saliente, come si avvicina l'elezione e la prospettiva di Miliband guidare il paese diventa più concreto. Secondo un sondaggio di Ipsos / MORI nel mese di novembre 2014, grado di soddisfazione netto Miliband si attesta a -44%, il più basso registrato da un leader dell'opposizione nella corsa alle elezioni dal 1978. Detto questo, alcuni dei guadagni dei conservatori da il "fattore Miliband" sono suscettibili di essere compensati da problemi di immagine del partito. Una quota significativa dell'elettorato è profondamente ostile al partito per il suo approccio duro alla spesa pubblica, in particolare dato che molti dei personaggi di spicco dei conservatori sono indipendentemente estremamente ricchi.


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