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Metodo di Ricerca ed analisi adottato

Medoto di ricerca ed analisi adottato
Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

martedì 20 giugno 2017

Regionalismi sempre più accentuati

Spagna
Catalogna: nuovo referendum per l’indipendenza
Elisabetta Holsztejn Tarczewski
14/06/2017
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In uno scenario di ricercata solennità, il presidente della Generalitat catalana Carles Puigdemont ha annunciato che convocherà per il prossimo 1° ottobre un “referendum di autodeterminazione” con la domanda: “Vuoi che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di Repubblica?”.

“Il referendum è illegale e non si svolgerà”, ha subito risposto il governo centrale di Madrid, assicurando che saranno adottate tutte le misure necessarie per impedirlo. Ne è seguito uno scambio di accuse reciproco sulla mancanza di volontà di dialogo, sullo sfondo di una preoccupante incertezza su quello che effettivamente accadrà nei prossimi mesi.

Come si è arrivati a questo punto
Se è vero che la Catalogna - 15% della popolazione e quasi un quinto del Pil nazionale spagnolo - storicamente ha sempre avuto una propria specificità e una propria identità linguistico-culturale, il punto di flesso a partire dal quale si è innescato un rafforzamento del sentimento indipendentista (prima fisiologicamente stimabile attorno al 15-20%) si colloca nel 2010, quando una sentenza del Tribunale Costituzionale, su ricorso del Partito popolare, mutilò di ampie parti lo Statuto di autonomia catalano approvato nel 2006 con referendum regionale.

Con l’arrivo al potere dei Popolari nel 2011, la situazione si è sempre più esacerbata. Da una parte, la posizione di totale chiusura del governo guidato da Mariano Rajoy verso le esigenze di maggior autonomia ha alimentato una sensazione di crescente vittimismo nella società catalana, esasperato dall’acuirsi di una crisi economica nella quale Barcellona si sarebbe vista costretta a eccessivi trasferimenti di solidarietà verso le altre Comunità autonome.

Dall’altra, l’esecutivo catalano ha avuto gioco facile ad individuare nel governo centrale la causa di tutti i mali (“Madrid ci deruba”) e ha avviato un’azione di propaganda nazionalistica via via più capillare, servendosi ampiamente dei mezzi di comunicazione e del sistema educativo locale. La chiave economico-sociale, accanto a quella politico-culturale, rimane dunque fondamentale per una corretta lettura della questione catalana.

Il sostegno all’indipendenza raggiunse il suo massimo - sfiorando il 50% - nel 2013, quando l’allora presidente della Generalitat Artur Mas annunciò per la fine del 2014 un referendum che poi, di fronte all’opposizione di Madrid, fu costretto a trasformare in una “consultazione partecipativa volontaria”: il 9 novembre 2014 votò solamente un terzo dei catalani, che tuttavia per l’80,76% si espresse a favore dell’indipendenza.

Nelle successive elezioni regionali del settembre 2015, i partiti pro-indipendenza ottennero il 47,8% dei voti (pari però a 72 seggi su 135). L’appoggio all’autodeterminazione, dunque, non ha mai scavalcato la fatidica soglia del 50%, ma ciò non ha impedito alla Generalitat di avviare quello che a Barcellona chiamano “processo di disconnessione dallo Stato spagnolo”, ovvero la graduale costituzione di autonome strutture amministrative, a cominciare da una propria Agenzia tributaria e da una rete estera (sono già una decina le “ambasciate” catalane), nel sinora frustrato tentativo di raccogliere appoggi internazionali.

A Madrid manca una strategia politica 
Da una parte, dunque, la Generalitat- ormai fusa in un unicum con le forze indipendentiste - continua a “vendere” il sogno demagogico di una secessione indolore come rimedio a tutti i problemi economici e sociali, anche per distogliere l’attenzione dagli scandali di corruzione che stanno travolgendo il partito di Puigdemont.

Dall’altra, l’esecutivo centrale non ha saputo e non ha voluto, forse per calcolo elettorale, avanzare alcuna soluzione politica, trincerandosi piuttosto dietro una batteria di ricorsi giudiziari - amministrativi e costituzionali - contro ogni iniziativa delle autorità catalane, fino ad arrivare alla recente condanna all’interdizione dai pubblici uffici per l’ex presidente Mas. Un atteggiamento in buona parte controproducente, che ha creato “martiri”, contribuendo a fomentare l’indipendentismo.

Solo il secondo governo Rajoy - entrato in carica nel novembre 2016 - ha tentato di avviare un canale di dialogo con la Generalitat su temi quali investimenti infrastrutturali, finanziamento regionale, educazione. Troppo tardi e con troppo poca convinzione. La strategia di Madrid rimane fondamentalmente attendista, affiancata da un puntuale contrasto per le vie legali, nella speranza che il progetto indipendentista imploda per le sue stesse contraddizioni e rivalità interne, aiutato in ciò dalla ripresa dell’economia nazionale.

Sul tema catalano, Rajoy può del resto contare sull’appoggio non solo dell’alleato Ciudadanos, ma anche dei socialisti, principale partito di opposizione. Entrambe le forze rinfacciano tuttavia a Rajoy la sua inerzia e l’incapacità di offrire soluzioni politiche, con particolare riferimento ad una possibile riforma costituzionale che i socialisti vorrebbero in senso federale.

Rischio di escalation e possibili vie d’uscita
L’annuncio del referendum da parte di Barcellona è dunque solo l’ultimo di una serie di gesti provocatori del governo catalano, in un continuo gioco al rialzo che lascia intravedere il rischio (se non il deliberato disegno) di uno scontro istituzionale senza precedenti con Madrid, con possibili mobilitazioni di piazza, i cui potenziali sviluppi nessuno si azzarda a delineare.

Non è chiaro fino a che punto il governo Rajoy sarà pronto a spingersi, nel caso in cui la Generalitat chiami effettivamente i catalani alle urne ed approvi la già predisposta “legge di disconnessione”, né se attiverà il sinora mai utilizzato articolo 155 della Costituzione spagnola, che permette al governo di surrogarsi nei poteri di una Comunità autonoma per garantire l’“adempimento forzoso” della legge.

Per il momento, Madrid ha saggiamente optato per la moderazione, confermando che impugnerà l’eventuale convocazione del referendum, ma invitando al dialogo dentro i limiti della legalità. Secondo il governo centrale, lo scenario più probabile (o comunque più auspicabile) è quello che, di fronte all’impossibilità di svolgere il referendum, si convochino infine elezioni regionali anticipate.

Ciò smorzerebbe forse temporaneamente le tensioni, ma non risolverebbe in ogni caso il problema di fondo, destinato a ripresentarsi con le sue fasi di picco cicliche. Un problema che rappresenta, insieme al superamento del bipartitismo, uno dei sintomi più evidenti di “esaurimento” dell’architettura democratica uscita dalla transizione post-franchista e del suo modello territoriale. Un modello ormai superato, poco chiaro nella ripartizione delle competenze e non sufficiente per rispondere alle domande di “specialità” da parte di alcune realtà regionali.

Appare dunque necessaria una strategia proattiva, che punti a recuperare quel 20-30% di catalani convertitisi negli ultimi anni all’indipendentismo, molti dei quali tra gli elettori più giovani. Occorre approfittare della “fatigue” che la società catalana sta avvertendo rispetto ad un processo indipendentista ormai annunciato da anni, ma che sembra intrappolato in un copione che si ripete senza apparente via d’uscita.

Occorre, appunto, offrire questa via d’uscita, elaborando un nuovo progetto di convivenza del Paese, che ascolti le rivendicazioni economiche catalane e consenta forme più profonde di autogoverno, pur nel rispetto del principio di solidarietà intra-regionale, e mettendo, ove necessario, mano alla Costituzione in linea con le specificità e la pluralità della realtà spagnola.

Elisabetta HolsztejnTarczewski è diplomatica. Le opinioni sono espresse a titolo personale e non sono riconducibili al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

lunedì 19 giugno 2017

Gran Bretagna: periodi di tempi cupi

Elezioni politiche
GB: Londra più debole, hard o soft Brexit 
Alessandro Marrone, Ester Sabatino
11/06/2017
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La sconfitta politica del premier britannico Theresa May che aveva puntato su una "hard Brexit" cambia il contesto dei negoziati sull'uscita della Gran Bretagna dall'Ue. Londra è infatti ora più debole nella trattativa con Bruxelles; e potrebbe riaffacciarsi l’opzione di una “soft Brexit”.

La May rimane capo del governo, così come sono confermati alcuni dei principali ministri del suo precedente esecutivo: Philip Hammond al tesoro, Boris Johnson agli esteri, Michael Fallon alla difesa, David Davis al ministero dedicato proprio alla Brexit.

Se il nuovo governo conservatore è un segno di continuità, non lo è la sua maggioranza parlamentare. Infatti, la netta perdita di seggi da parte dei Tory fa sì che non abbiano più i 326 deputati necessari a controllare la Camera dei comuni, e debbano quindi formare un governo con l’appoggio del Democratic Unionist Party - il partito nord irlandese fedele alla corona britannica a favorevole alla Brexit. Così, l’esecutivo conterà su un’esile maggioranza di due soli seggi.

Se la Brexit diventa soft
La nuova situazione politica oltre Manica ha un impatto sui negoziati per la Brexit, anche se è difficile capirne l’entità. Di certo, il mandato elettorale chiesto dalla May per un braccio di ferro volto alla “hard Brexit” non è arrivato. Anzi, partiti che al referendum del 2016 si erano schierati per rimanere nell’Unione, quali i Liberal-Democratici ei Laburisti, hanno aumentato voti e seggi.

Ciò rimette in discussione lo scenario di una “hard Brexit” e allontanal’ipotesi di un’uscita di Londra dall’Unione anche senza un accordo tra le parti, che la May esplicitamente contemplava quando in campagna elettorale affermava “no deal is better than a bad deal”.

Sarebbe però sbagliato pensare che il risultato del referendum del giugno 2016 sia stato rimesso in discussione dal voto politico. I conservatori restano fermamente schierati per la Brexit, pur con diverse visioni su quanto essa debba essere “hard”. Una parte significativa dei deputati laburisti ha vinto in collegi che vedono una maggioranza di elettori a favore dell’uscita dall’Ue e il loro leader Jeremy Corbyn si era comunque impegnato a rispettare l’esito del referendum ed a raggiungere un accordo con l’Unione per una “soft Brexit”.

Proprio la “soft Brexit” è una opzione resa possibile dall’attuale quadro politico britannico, ma non è detto che May la porterà al tavolo negoziale con Bruxelles. La premier potrebbe infatti insistere su una "hard Brexit", riguardo in primo luogo alla giurisdizione del diritto comunitario e alla libera circolazione delle persone, accompagnata però da un favorevole accordo di libero scambio con l'Ue.

Bruxelles (con Berlino) ha già fatto capire che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, ossia prendere solo gli elementi convenienti per Londra del mercato unico e lasciare gli altri; e sembra pronta a tenere il punto nei prossimi negoziati.

In un braccio di ferro del genere, la Gran Bretagna si trova indebolita a causa della fragilità politica e parlamentare del suo governo. L’Unione invece nel frattempo si è rafforzata con la vittoria di Emmanuel Macron alle presidenziali francesi e si rafforzerà ulteriormente nel caso, probabile, di una vittoria del partito del presidente alle prossime elezioni parlamentari d’oltralpe.

Brexit e cooperazione europea nella difesa
Nel quadro generale della Brexit, il settore della difesa è tra i meno controversi, ma non per questo tra i meno importanti e complessi. Infatti, in meno di due anni si dovrà giungere a definire i futuri rapporti con l’Ue ed in particolare con l’Agenzia europea di Difesa (European Defence Agency - Eda), le modalità per un eventuale contributo di Londra alle missioni nell’ambito della Politica di Sicurezza e di Difesa comune (Psdc) e soprattutto l’accesso britannico al mercato europeo della difesa.

Nel caso dell’Eda, una volta fuori dall’Ue, per Londra esistono potenzialmente due strade per cooperare oltre Manica. Una è la sottoscrizione di accordi simili a quelli in essere tra Eda eNorvegia, Serbia, Svizzera e Ucraina. L’altra, considerando la grande importanza militare e industriale di Londra, è la definizione di un accordo ad hoc, che però potrebbe richiedere tempi maggiormente dilatati.

Per quanto riguarda la partecipazioni alle missioni Psdc, uno studio della Camera dei Lord faceva riferimento alla possibilità per Londra di avere un seggio formale nel Comitato Politico e di Sicurezza dell’Ue - ipotesi discussa anche in altre capitali europee. In tal modo la Gran Bretagna potrebbe partecipare alla definizione e pianificazione delle missioni cui partecipa, mantenendo pertanto un ruolo attivo a livello sia politico che militare.

Visto però l’indebolimento del governo May, non è certo che Londra avrà la forza necessaria per giungere ad un accordo di questo tipo. Piuttosto, l’Ue potrebbe insistere per utilizzare l’esistente quadro normativo europeo, che prevede la possibilità per Stati terzi di partecipare militarmente alle missioni europee senza essere parte del processo politico che decide e pianifica l’intervento.

Ciò che è certo al momento è che il Regno Unito, quale membro dell’Alleanza Atlantica, continuerà a partecipare alle operazioni e attività della Nato. Pertanto, anche nel caso del mancato raggiungimento di un accordo tra Londra e Bruxelles sulle missioni Psdc, la cooperazione militare tra Regno Unito e stati Ue membri Nato continuerà nel quadro transatlantico.

In materia di industria e mercato della difesa, la situazione è estremamente complessa perché dipendente dai termini dell’accesso britannico al mercato Ue, ovvero il principale nodo dei negoziati tra Londra e Bruxelles. Qui si ritorna alla scelta, da parte di un indebolito governo May, di insistere o meno su una “hard Brexit” scelta come bandiera dopo nove mesi di incertezza - tanti ce ne sono voluti tra il referendum e l’attivazione dell’articolo 50 da parte di Londra - e in un certo senso sconfessata dalle ultime elezioni. A urne chiuse, la nebbia non si dirada sulla Manica.

Alessandro Marrone, Responsabile di RicercaProgrammaSicurezza e Difesa (Twitter @Alessandro__Ma) Ester Sabatino, Junior Fellow ProgrammaSicurezza e Difesa (Twitter @Ester_Sab1).

domenica 18 giugno 2017

Dalla padella alla brace

Elezioni politiche
GB: la hybris della May, l’avanzata di Corbyn
Lorenzo Colantoni
09/06/2017
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Jeremy Corbyn ha quasi fatto un miracolo; il leader del partito laburista britannico è riuscito a cambiare il risultato di un’elezione anticipata indetta a sorpresa dal primo ministro conservatore Theresa May lo scorso 18 aprile.

Nei primi sondaggi, c’era un distacco di oltre venti punti tra il suo partito e quello conservatore. I risultati finali, danno ai laburisti solo una cinquantina di seggi in meno rispetto ai tories e i numeri per potere fare addirittura un governo con l’eventuale supporto del partito nazionale scozzese, l’Snp, in netto calo, e dei liberal-democratici. La May sperava di riuscire quasi a spazzare via i laburisti da Westminster e, invece, Corbyn e i suoi ne escono rafforzati.

Se il quadro è positivo per Corbyn, la situazione rimane complessa per il Regno Unito in generale. Il risultato che emerge è un hung parliament, cioè una composizione del Parlamento in cui nessun partito ha la maggioranza e bisogna quindi ricorrere ad una coalizione di governo, oppure ad alleanze ad hoc su questioni centrali come il budget. E sussiste la possibilità di ulteriori elezioni, nel caso in cui né la May né Corbyn fossero in grado di formare un governo con la fiducia dalla Camera dei Comuni.

L’incertezza più grande riguarda i negoziati per la Brexit, che dovrebbero iniziare il 19 giugno. Il risultato paradossale di queste elezioni è così quello di lasciare il Regno Unito senza una chiara guida nelle trattative per l’uscita dall’Unione, nonostante il voto fosse stato indetto alla ricerca appunto d’una strong and stable leadership perché la May voleva avere una mano forte nella Brexit.

I risultati sorprendenti
Per una volta, il risultato finale ha rispettato gli exit poll, con i conservatori in maggioranza, ma in calo rispetto ai risultati delle elezioni nel 2015. Il partito di Corbyn ha guadagnato una trentina di seggi, i tories ne hanno persi una dozzina. Un risultato che conferma anche l’andamento dei sondaggi nei giorni immediatamente precedenti il voto.

L’arretramento dei conservatori era iniziato a metà maggio, quando i laburisti avevano iniziato a eroderne il vantaggio di oltre venti punti; guadagnando posizioni anche in Scozia sull’Snp, i laburisti erano riusciti ad arrivare a un distacco del 5/7%: a conti fatti, è stato appena del 2%.

I sondaggi sono stati confermati anche dagli altri partiti; l’Snp perde un numero abbastanza significativo di seggi (18, arrivando a 34), i liberal-democratici ne guadagnano invece una manciata, per a 12. Il primo, quindi, non replica il successo del 2015, ottenuto sull’onda del referendum per l’indipendenza, mentre i secondi non riescono a fare risorgere il partito, come sperato da molti (Economist incluso).

Interessante è vedere la mappa del voto, che da un lato ricalca quella della Brexit, dall’altra presenta alcune novità. Se infatti la campagna per una hard Brexit conferma le riserve delle grandi città britanniche, Londra principalmente, rispetto alla linea dei conservatori (sono le aree urbane che avevano largamente votato per il Remain), alcune zone dove Leave aveva ottenuto un netto favore tornano, invece, sotto il controllo dei laburisti: tra queste, il Galles, il Nord Inghilterra e le ex aree industriali intorno a Liverpool e Leeds.

L’elezione, infine, lascia alcuni caduti sul campo; perdono infatti il proprio seggio personaggi storici della politica britannica come Nick Clegg, l’ex leader dei liberal-democratici, Angus Robertson, una delle figure più rilevanti dell’Snp a Westminster, e Alex Salmond, l’ex primo ministro scozzese, che aveva guidato il partito nel referendum per l’indipendenza del 2014.

La campagna elettorale
Difficile dire quali siano stati gli elementi decisivi per giungere a questo risultato perché i fattori in campo sono molteplici. C’è stata però una grande evoluzione dei discorsi elettorali nel corso delle ultime settimane, e non solo sul tema della sicurezza.

Al momento della decisione della May di tenere le elezioni anticipate, il tema centrale era infatti la Brexit: questo era il campo di battaglia scelto del primo ministro, che contava di riuscire ad ottenere una forte leadership politica anche sul fronte interno, proponendosi come il leader adeguato a condurre il Paese nel processo di uscita dall’Ue.

L’idea era quella di portare ai Tories i voti del Leave del referendum del giugno 2016, e in generale quei quattro milioni di voti dati allo Ukip nelle elezioni del 2015 che, con l’uscita di scena del leader Nigel Farage, erano disponibili - infatti, lo Ukip è praticamente sparito.

Nel corso delle settimane, però, il tema dell’Ue si è fatto man mano da parte, per lasciare posto ad un discorso più ampio su argomenti chiave come tassazione, sistema sanitario nazionale, sicurezza. Non a caso, lo slogan strong and stable usato dai conservatori all’inizio della campagna è scomparso nelle ultime battute e non è mai stato usato durante il dibattito televisivo tra la May e Corbyn del 29 maggio.

Corbyn è così riuscito a capitalizzare voti su una maggiore solidità nelle argomentazioni e su una debolezza sui temi chiave da parte della May: sono costati cari alla May, che proponeva una stretta contro il terrorismo, i tagli alle forze di polizia di cui lei è stata responsabile da ministro dell’Interno.

Un fragile futuro
Le opzioni per il Regno Unito sono diverse, quelle funzionali sono poche. Il primo ministro britannico potrebbe rassegnare le dimissioni: convocare queste elezioni è stato un azzardo che molti non hanno gradito, anche all’interno dei Tories, soprattutto per la ricerca di legittimazione politica personale che molti hanno percepito come una delle ragioni chiave (considerando che i conservatori avevano già una maggioranza netta in Parlamento).

La corsa al nuovo leader del partito sarebbe aperta, con il ministro degli Esteri e noto Brexiter Boris Johnson in cima alla lista, insieme all’Home Secretary Amber Rudd e al ministro per la Brexit David Davis.

Chiunque sia il leader conservatore, il futuro del Regno Unito è probabilmente quello di un governo di coalizione, in cui iTories non avranno vita facile: i Liberal-democratici hanno già escluso una collaborazione con i conservatori, impossibile anche quella con altri partiti, l’Snp in primis.

È quindi da ipotizzare una difficile coabitazione con i laburisti. Esiste però la possibilità che venga presentato un governo di coalizione di minoranza proprio da Corbyn, visto che i numeri lo consentono e considerando il supporto che ha già ricevuto da Snp e Lib-dem. Quella che la May ha chiamato la “Coalition of Chaos” diventerebbe così realtà.

Esiste infine la possibilità di nuove elezioni, nel caso in cui non si riesca a formare un governo; un’opzione forse interessante nell’ottica di avere un governo stabile per affrontare i negoziati sulla Brexit (quello che cercava la May e che queste elezioni invece le hanno negato), ma che ridurrebbe ulteriormente il già poco tempo a disposizione (ormai meno di due anni) per concordare l’uscita con l’Ue.

Lorenzo Colantoni è Junior Fellow presso lo IAI (Twitter@colanlo).

Prospettive di rilancio in Europa

Ue: proposte concrete per identità europea
Antonio Bultrini
06/06/2017
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L’auspicio generale è che l’elezione alla presidenza francese di Emmanuel Macron e l’esito delle elezioni tedesche in settembre permettano di rilanciare il processo di integrazione europea.

Il dibattito oscilla essenzialmente tra due orientamenti: da un lato l’idea di un nucleo di Stati membri dell’Unione europea che darebbe il via a un’integrazione stretta o proto-federale, anche in termini di maggiore democraticità della struttura istituzionale (l’Europa a più velocità o a cerchi concentrici); dall’altro un approccio minimalista, fondato sull’Europa dei piccoli passi dedicata alla risoluzione di problemi concreti.

La questione dell’identità europea è comunque ineludibile: il rafforzamento del sentimento di appartenenza a una comunità sovranazionale e di adesione al suo progetto resta cruciale e non può essere ottenuto con le sole riforme istituzionali. Del resto, la Storia ha mostrato in più casi (compreso quello italiano) che si tratta di questioni distinte: dopo che il processo di unificazione dell’Italia fu completato, occorse - per richiamare la nota affermazione di d’Azeglio - “fare gli italiani”, sfida non meno impegnativa.

Fornire la base di sostegno popolare
Le riforme e l’opera pedagogica sulla concreta utilità dell’Europa sono indispensabili ma poggiano sulla sabbia, poiché siamo alle prese con una profonda disaffezione nei confronti sia dell’idea di integrazione che delle istituzioni che la incarnano, aggravata dai dissensi tra i Paesi membri.

Vari fattori vi hanno contribuito (la lunga crisi economica, ma non solo). In ogni caso, le spinte anti-europee sono probabilmente facilitate da una debolezza di fondo, ovvero il fatto che non si è ancora formata un’autentica identità comune. E a sessant’anni di distanza dall’adozione dei Trattati di Roma è giocoforza constatare che, per quanto siano state e restino importantissime, né le riforme istituzionali, né la progressiva armonizzazione giuridica, né l’integrazione economico-finanziaria sono state di per sé in grado di forgiarla.

Peraltro, un serio processo di costruzione dell’identità europea è indispensabile anche per fornire la base di sostegno popolare senza la quale le pur imprescindibili riforme istituzionali non avrebbero successo nel lungo termine (o forse non sarebbero neppure possibili).

In effetti, gli europei che conoscono l’Europa e che si sentono “a casa” anche fuori dal loro Paese rappresentano tuttora una minoranza, per quanto certamente più consistente rispetto al passato. L’attaccamento della maggior parte degli europei va ancora soprattutto alle patrie nazionali.

La diversità come elemento identitario
Naturalmente non c’è nulla di più difficile che cercare di favorire la nascita di un’identità collettiva. Inoltre, un tentativo del genere deve tener conto delle caratteristiche specifiche del contesto cui si riferisce e non può seguire criteri univoci.

Nel caso europeo, in particolare, non si può mettere in discussione una caratteristica fondamentale, essa stessa forte elemento identitario, ovvero la diversità. Due vie percorse in passato sono quindi parimenti inadeguate: un’identità astratta, imposta dall’alto o costruita a tavolino, o peggio il tentativo di imporre l’egemonia di un particolare modello nazionale (e per carità di patria - europea - tralascio i vari possibili esempi).

Attualmente il tentativo di promuovere un’identità europea assomiglia molto alla prima via (si pensi ad esempio al generico richiamo alle “comuni radici culturali”), pur senza il carattere dell’imposizione. Occorre dunque individuare delle modalità capaci di coinvolgere le platee nazionali e di innescare autentici sentimenti di comunanza.

Tre proposte concrete
Provo a formulare tre proposte concrete (lasciando volutamente da parte la questione della lingua):

1) Com’è noto, la festa dell’Europa si celebra il 9 maggio, data che ricorda la Dichiarazione Schuman. Questa, così com’è, finisce con l’essere una delle tante ricorrenze secondarie sul calendario. Il 9 maggio può anche restare la festa dell’Europa, ma, primo e come minimo, deve diventare un giorno festivo; secondo, la ricorrenza può anche ispirarsi simbolicamente alla Dichiarazione Schuman, ma dovrebbe essere finalizzata soprattutto a promuovere una memoria collettiva imperniata su quei periodi storici cruciali che - nel bene e nel male - hanno forgiato la moderna coscienza europea, la quale contraddistingue (e identifica nel mondo) l’Europa e la sua visione.
Fra questi, l’illuminismo e i diritti umani, le rivoluzioni liberali, l’abolizione della schiavitù, la nascita dell’ambientalismo e ovviamente le due guerre mondiali e la loro catarsi, ovvero la pace. Si tratta di passaggi storici capaci di “parlare” a tutti gli europei: così all’illuminismo contribuirono filosofi di lingua francese ma anche Beccaria; a difesa degli ideali progressisti di metà ottocento migliaia di volontari europei andarono a battersi in Paesi diversi dal loro; alla nascita dell’ambientalismo contribuirono in modo significativo gli scandinavi ma anche il tedesco von Humboldt, che ne fu l’antesignano, oltreché grande umanista (durissimo contro la schiavitù e il razzismo).

2) Un altro ingrediente fondamentale è la conoscenza reciproca. Naturalmente i giovani sono il primo obiettivo, ma l’Erasmus ne coinvolge tuttora solo una porzione ridotta. Un Erasmus per le scuole (proposto da Macron) sarebbe una buona idea, ma avrebbe comunque una portata limitata. In realtà, sarebbe particolarmente utile se gli europei condividessero esperienze significative non solo sul piano personale. In passato alcuni Paesi avevano utilizzato la leva obbligatoria proprio a questo scopo. Per l’Europa di oggi questa via non è ovviamente percorribile. Resta dunque la possibilità di un servizio civile europeo, adeguatamente incentivato.

3) Gli stereotipi negativi, di cui si nutrono i discorsi di superiorità e di dileggio nei confronti di altre nazionalità europee, nuocciono considerevolmente allo sviluppo di sentimenti di comunanza. Conoscersi e condividere esperienze significative aiuterebbe naturalmente a superarli. Essi, tuttavia, non nascono solo dall’ignoranza, emergono anche nel linguaggio pubblico e dei media e vanno comunque contrastati.

È sorprendente che nei trattati non sia ancora inscritto un principio di rispetto per tutte le nazionalità che compongono il mosaico dell’Unione europea (principio di rispetto che figura invece - due volte - nella Costituzione svizzera). Questa lacuna potrebbe essere facilmente colmata. Inoltre sin da ora potrebbero essere avviati programmi specificamente dedicati alla lotta contro gli stereotipi negativi generalizzanti ai danni delle nazionalità europee, analogamente a quanto si fa già con riferimento al discorso d’odio e al razzismo in generale o ancora al linguaggio sessista.

Un’avanguardia unita da una Festa comune
Forse l’avanguardia di Paesi membri di cui tanto si parla potrebbe formarsi, indipendentemente dal cantiere istituzionale, proprio intorno a queste misure, a cominciare specialmente dalla prima.

Per tale “plotone di testa” il 9 maggio diventerebbe festivo e potrebbe peraltro assorbire, là dove esistono, le feste nazionali che attualmente celebrano la fine della prima o della seconda guerra mondiale (il 25 aprile in Italia, l’8 maggio in Francia e così via): questo non solo per evitare ricadute negative in termini di produttività, ma anche per cominciare a ricordare insieme (anziché separatamente) che la costruzione europea e i valori fondamentali che ne sono il collante sono il frutto, pagato a carissimo prezzo, dell’immane tragedia di due guerre che furono mondiali ma innanzitutto europee e fratricide. Senza quel patrimonio di memoria e di valori gli europei, semplicemente, non sarebbero quello che sono oggi.

Antonio Bultrini è professore di Diritto Internazionale e Diritti Umani, Università di Firenze.

mercoledì 31 maggio 2017

Euroscettici del Nord

Populismi d’Europa
Finlandia: euroscettici di governo a un bivio
Gianfranco Nitti
08/06/2017
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L’esito delle recenti elezioni amministrative di aprile in Finlandia ha contribuito a evidenziare il calo progressivo di consensi per il Partito dei Finlandesi (Ps, già Partito dei Veri Finlandesi), forza nella coalizione di governo di centrodestra a Helsinki che tra pochi giorni celebra il congresso.

Il Ps è in qualche modo riconducibile alla galassia euroscettica e ‘populista’ che si è evoluta in Europa nell’ultimo decennio: è bene, tuttavia, puntualizzare che le differenze e le sfumature tra i movimenti ed i partiti europei detti ‘populisti’ sono tali e tante che non è lecito assimilarli in uno schema unico.

Alle elezioni politiche del 2015, il Partito dei Finlandesi aveva riscosso un indubbio successo, collocandosi, col 17,7%, al secondo posto nello scenario partitico del Paese, dopo aver raggiunto il 19% nel 2011. Nell’ultima tornata, tuttavia, ha raccolto appena l’8,8% dei consensi, dimezzando il risultato e perdendo anche il 3,5 % rispetto al bottino delle comparabili amministrative del 2012.

Gli altri due partiti dell’attuale coalizione di governo di centrodestra, il Partito di Centro e quello di Coalizione Nazionale, con rispettivamente il 17,5 ed il 20,7 %, lo hanno relegato al terzo posto nell’alleanza; ma, fuori dalla coalizione, il Ps è sceso addirittura in quinta posizione, preceduto dai socialdemocratici e dai verdi.

Soini, il leader esce di scena
Portato il Ps nel governo formatosi due anni fa, il suo ventennale leader Timo Soini è divenuto ministro degli Esteri, ma ha perso per strada il supporto di tanti elettori che lo avevano originariamente sostenuto, anche per i compromessi cui si era dovuto adeguare rispetto all’originaria posizione sui salvataggi dei migranti e sull'immigrazione; compromessi che si sono rivelati profondamente impopolari nella sua base elettorale che si è per questo parzialmente indirizzata verso altri partiti.

Approssimandosi il congresso del partito - il 10 ed 11 giugno a Jyväskylä -, Soini ha dichiarato di voler lasciare le redini ad altri: i papabili per la guida del partito sembrano essere il capo del gruppo parlamentare Sampo Terho ed il parlamentare europeo Jussi Halla-aho, con la sua dura linea anti-immigrazione ed anti-islamica. Soini ha filosoficamente motivato questa brusca inversione di marcia del suo partito col fatto che prima o poi cominciano le discese, dopo tante scalate…

L’aspirante leader Halla-aho, in una recente intervista, ha sintetizzato la sua ricetta per risollevare le sorti del partito, rendendolo più ligio ad una politica tipo ‘prima la Finlandia’, sulla linea trumpiana di ‘America First!’, ma anche incoraggiando il dibattito critico interno - unico modo, secondo lui, di far evolvere il Ps. Taluni commentatori politici osservano come per i partiti cosiddetti populisti sia difficile reggere di fronte alle difficoltà di governo: questo non tanto per le connesse responsabilità, ma perché si finisce per perdere il carattere di dirompenza, diventando, agli occhi dei sostenitori, parte dell’élite.

Dilemma piazza o palazzo
Il Ps deve ora affrontare una ripida salita per recuperare elettori. Può scegliere un leader moderato che segua le orme di Soini, rimanendo al potere e registrando la crescente disillusione di molti dei suoi sostenitori, oppure indirizzarsi verso opzioni più estreme ma essere emarginati.

Il Partito dei Finlandesi deve ancora mantenere importanti promesse come l'eliminazione delle tasse sulle automobili e ha dovuto accettare il sostegno di un terzo pacchetto di salvataggio per la Grecia. È stato anche indebolito da eventi fuori dal suo controllo, andando al potere nel bel mezzo di una crisi economica e durante il più grande afflusso di richiedenti asilo nella storia finlandese.

Un irrigidimento nelle sue posizioni iniziali anti-Unione europea ed anti-migratorie potrebbe relegare il Ps in una sterile opposizione mentre un rilassamento delle stesse, come avviene ora, potrebbe far proseguire l’emorragia di consensi. Si tratta di un bivio che può considerarsi classico, cui prima o poi si trovano davanti i partiti europei simili al Ps. Il cambiamento di leadership previsto per metà mese potrebbe accentuare quindi l’inclinazione euroscettica del partito, destabilizzando il governo stesso.

Il Ps ha basato le proprie politiche su una miscela di nazionalismo, anti-immigrazione, discriminazione, antiglobalismo e simili, e però ha praticato l'opposto quando ha raggiunto una posizione governativa. Non si può essere sicuri di quale politica stia sostenendo oggi perché i suoi rappresentanti sembrano incoraggiare malcontento e ribellione nei propri ranghi, forse per dimostrare di rappresentare ancora molti elettori.

Si tratta della classica situazione sintetizzata acutamente da tanti proverbi tipo ‘tra il dire e il fare’, o ‘hai voluto la bici?...’. La difficoltà resta sempre quella di trasformarsi da ‘populisti’ in ‘popolari’.

Gianfranco Nitti è giornalista, corrispondente di mass media finlandesi dall’Italia.

martedì 30 maggio 2017

Spagna: virata a sinistra

Partito socialista
Spagna: il ritorno a sinistra di Sánchez
Elisabetta Holsztejn Tarczewski
25/05/2017
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Pedro Sánchez si è ripreso il Partito socialista operaio spagnolo (Psoe). Oltre il 50% dei circa 190.000 militanti socialisti l’ha rieletto segretario generale nelle primarie di domenica scorsa, quasi otto mesi dopo che il Comitato Federale ne aveva forzato le dimissioni.

Sánchez ha vinto contro ogni pronostico, contro i desiderata dei poteri economici e dei principali media (incluso El País, storico quotidiano affine al socialismo), ma soprattutto avendo contro l’intero apparato del partito, che appoggiava la candidata andalusa Susana Díaz, fermatasi ad un 40% dei voti (concentrati peraltro nella sua regione), a fronte del 10% ottenuto dal basco Patxi Lopez, fautore di una poco probabile “terza via”.

La rivincita dell’uomo solo contro tutti
Un uomo ferito nel suo orgoglio personale è stato portato alla vittoria da militanti feriti nel loro orgoglio socialista, che mai compresero la decisione di permettere, con l’astensione, l’investitura del conservatore Mariano Rajoy a capo del governo.

Una decisione cui Sánchez si oppose fermamente, fino a dimettersi da segretario generale del partito e da parlamentare, trasformando il “No a Rajoy” in un cavallo di battaglia dalla forte presa sulla base socialista. E senza che Susana Díaz sia riuscita a contrapporre una spiegazione valida a quella decisione, considerata dal partito un gesto necessario e di responsabilità, ma incomprensibile, dolorosa e traumatica per i militanti.

Proprio sul “peccato originale” dell’astensione, Pedro Sánchez ha costruito la sua rivincita, aiutato anche dalla recente ed ennesima ondata di scandali per corruzione che ha coinvolto, nelle scorse settimane, quel Partito popolare (Pp) che il Psoe ha contribuito a confermare al governo.

Quale futuro per il Psoe?
Il Psoe esce dalle primarie profondamente fratturato e con la paura di imboccare quel sentiero di marginalizzazione già percorso dai socialisti altrove in Europa, come in Francia o Grecia, dovendosi al contempo difendere da un’alternativa di sinistra ingombrante come è Podemos.

A prima vista risulta difficile credere che Sánchez possa essere la persona giusta per risuscitare un Psoe che è già terzo partito di Spagna nei sondaggi, quando proprio sotto la sua guida i socialisti hanno conseguito i peggiori risultati della loro storia, ottenendo prima 90 e poi 85 seggi su 350 in Parlamento alle elezioni generali del 2015 e 2016. L’appoggio di 74.000 militanti non è molto, se confrontato con la perdita di quasi 6 milioni di elettori a partire dal 2011 (di cui 1 milione e mezzo nell’era Sánchez).

Al contempo, appare evidente che Sánchez potrà avere qualche chance solo se saprà recuperare l’unità del partito, integrando risorse dal campo dei due candidati sconfitti ed evitando di cadere nella tentazione di epurazioni, in vista del Congresso del 17-18 giugno - che designerà la nuova direzione esecutiva nazionale - e dei congressi regionali che si svolgeranno nel corso dell’estate.

È auspicabile, pertanto, che Sánchez sappia gestire il proprio trionfo con generosità e senza fretta, e in tal senso sembra andare la sua offerta di “liste di unità” (che la Díaz ha però respinto) in vista dei mini-congressi in cui ciascuna federazione regionale eleggerà i propri delegati al Congresso nazionale.

Fronte anti-Pp, opposizione senza sconti
Dal punto di vista delle politiche non ci si attende, in ogni caso, una radicalizzazione sostanziale della linea del partito. Pur avendo Sánchez incentrato la campagna sulla necessità di un riposizionamento a sinistra, ciò si tradurrebbe soprattutto in una nuova strategia di alleanze con le altre forze di sinistra, secondo il modello portoghese e in funzione anti-Pp. Ciò potrebbe anche comportare un avvicinamento ad alcuni partiti regionali nazionalisti - ad esempio in Catalogna o nella Comunità Valenciana - cui Sánchez ha strizzato l’occhio riferendosi a una Spagna “nazione di nazioni”.

Nel medio periodo è inoltre probabile che, in linea con le promesse fatte, Sánchez cerchi di disegnare un nuovo modello interno di funzionamento del partito, che dia più protagonismo alla base, anche mediante periodiche consultazioni della militanza da cui trarre una legittimazione diretta, riducendo così il peso delle istanze intermedie e delle strutture regionali.

Il primo terreno su cui si misurerà la nuova linea che Sánchez intende dare al partito sarà, in ogni caso, quello parlamentare. A fronte delle accuse di “collaborazionismo” con il Partito popolare lanciate alla direzione provvisoria socialista e alla stessa Susana Diaz nel corso della campagna, ci si attende ora un’opposizione dura e senza sconti.

Rapporti con Podemos e rischio instabilità 
Resta da vedere fino a che punto essa sarà coordinata con Podemos, che è entrato a gamba tese nelle primarie socialiste presentando in Parlamento, appena due giorni prima della consultazione interna al Psoe, una mozione di sfiducia a Rajoy e proponendo il proprio leader Pablo Iglesias come capo del governo alternativo (la Costituzione spagnola ammette solo mozioni costruttive).

Non solo, Podemos ha già chiesto a Sánchez di passare dalle parole ai fatti e si è offerto di ritirare la propria mozione se il leader socialista ne presenterà una sua. Dalla squadra di Sánchez escludono che questo sia il momento propizio, con un Psoe ancora in costruzione.

Torna però così a Madrid lo spettro dell’instabilità, proprio ora che Rajoy poteva presentarsi a Bruxelles con i conti pressoché in ordine e con un’economia in crescita. Il Pp contava infatti più o meno apertamente sulla vittoria di Susana Díaz, vista come un’interlocutrice più istituzionale e responsabile, con cui far avanzare una legislatura in cui il governo è minoranza in Parlamento, attraverso accordi puntuali.

Rajoy ha comunque al momento escluso di voler sciogliere le Camere, nonostante il rischio che si riproduca una situazione di stallo che pregiudichi la governabilità.

Del resto, per non farsi cogliere impreparato, il leader del Pp stava già da tempo negoziando l’approvazione della legge di bilancio con una maggioranza alternativa, composta dai liberali di Ciudadanos, dal Partito nazionalista basco e dall’unico indispensabile (ma ancora non “a bordo”) deputato di Nuevas Canarias. A conferma che per un Psoe tanto dimagrito, anche un’opposizione dura potrebbe dare pochi frutti.

Elisabetta Holsztejn Tarczewski è diplomatica. Le opinioni sono espresse a titolo personale e non sono riconducibili al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
 

giovedì 25 maggio 2017

Perchè non la Russia?

Presidenza italiana 
G7: a Taormina ancora senza Putin
Ugo Tramballi
11/05/2017
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Stringendo fra le sue mani quelle di George W. Bush e Vladimir Putin, Silvio Berlusconi, allora presidente del Consiglio, annunciò al mondo la fine della Guerra fredda. Era il 2002, al vertice Nato-Russia di Pratica di Mare.

In realtà, la Guerra fredda era finita da oltre un decennio. Non Berlusconi, entusiasta di natura, né gli altri partner di quel vertice potevano immaginare che entro un altro decennio sarebbero tutti tornati a qualcosa di simile a una seconda Guerra fredda.

Guerra fredda, capitolo due
Sul “what went wrong” gli analisti, e con una certa fretta anche alcuni storici, hanno già scritto pagine e pagine. In genere, il giudizio è di parte: fu colpa degli americani, è colpa dei russi; difficile trovare posizioni intermedie, spesso nemmeno fra le diplomazie coinvolte. La differenza è anche sull’uso dei tempi: furono le amministrazioni Clinton e Bush junior a umiliare la Russia in declino, rifiutando di riconoscerne la vocazione imperiale (seguì poi la relegazione a “potenza regionale” di Barack Obama); è il comportamento revanscista e vetero-imperialista di Putin a rendere oggi l’Europa e il mondo più instabili.

La verità, se ne esiste una, è probabilmente nel convergere delle due tesi: entrambe riflettono il reale andamento della storia e delle cronache. Un Paese i cui interessi incominciano al confine ucraino e finiscono nelle isole Curili difficilmente può essere considerato una potenza regionale: è giusto trattarlo con rispetto perché se non ha più mezzi economici da superpotenza, ne possiede ancora gli arsenali nucleari.

Allo stesso tempo, l’annessione armata della Crimea e le violazioni russe degli accordi legati al nucleare (l’ultima riguarda il trattato Inf sulle forze nucleari a medio raggio in Europa) hanno spazzato ciò che restava della sicurezza collettiva continentale. Per i comportamenti di Putin non c’è più un ordine internazionale: un Congresso di Vienna, una Yalta, una Helsinki cui riferirsi per risolvere i problemi prima che diventino crisi.

Le sensibilità dei Grandi verso Mosca
Fino a che una delle due parti o miracolosamente entrambe non decidono di tornare a un punto zero (la parola “reset” porta male), fino a che russi e americani non rinunciano ad accusarsi fra chi ha cominciato per primo e chi ne ha approfittato dopo, Vladimir Putin non sarà a Taormina e il G7 continuerà a essere solo G7. Era diventato G8 nel 1998, quando l’impero benevolente di Clinton sembrava non conoscere tramonti; è tornato G7 nel 2014, quando, rivendicando diritti sull’Ucraina, Putin ha svelato definitivamente la sua ambizione di ripristinare una versione leggermente più moderna della sfera d’influenza sovietica sull’Europa orientale.

Esiste un certo paradosso nell’assenza causa-sanzioni della Russia all’incontro di Taormina. Osserviamo i Paesi del G7. Francesi, tedeschi e italiani fanno a gara nel dichiarare con più convinzione la loro amicizia per Mosca e nel mostrare rassegnata ostilità per sanzioni economiche che sembrano quasi subire di dover imporre.

Con la presidenza Trump, mai gli Stati Uniti sono stati così poco ostili alla Russia: fra Fbi, Cia e Campidoglio, la storia è ancora tutta da raccontare. Il Canada di Justin Trudeau è sostanzialmente agnostico sulla materia, se non sono minacciati i suoi interessi nell’Artico. Il Giappone ha ben altre preoccupazioni. Solo la Gran Bretagna è convinta della minaccia russa, come il George Smiley di Le Carré lo era dell’esistenza di una talpa di Karla dentro l’MI6.

Quattro dichiaratamente o potenzialmente amichevoli; uno non ostile, quasi amichevole; uno disinteressato; uno solo contro. Eppure, nonostante un’assemblea mai così favorevole, a gennaio il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha fatto ufficialmente sapere che la Russia avrebbe lasciato “in modo permanente” il G8.

A meno che a Taormina non venga formalizzata la sua uscita, infatti, la partecipazione russa alla struttura del gruppo allargato a otto Paesi era solo congelata. Una porta sbattuta in faccia a tutti, dunque: anche al ministro degli Esteri italiano Angelino Alfano, che aveva esortato una riapertura a Mosca.

Nessuno spazio per un ritorno al G8
Il comportamento russo è forse duro, ma coerente. Al momento non esistono gli spazi per un ritorno nella grande casa del G8, che non è un’istituzione, ma una mega-lobby globale con valori comuni: democrazia e libero mercato. Si possono fare molti distinguo, ma è difficile sostenere che la Russia pratichi con la stessa trasparenza l’una e l’altro.

Quello che a Washington viene considerato il “new normal” delle relazioni internazionali vede una Russia che hackera, disinforma e mesta nei sistemi occidentali, cercando di orientarne le elezioni. Una posizione dichiaratamente ostile alle democrazie rappresentative e di sostegno ai populismi ovunque si formino e abbiano forza per contendere il potere.

In questa forma adulterata di Guerra fredda, probabilmente i russi fanno il loro mestiere. Ma è un mestiere non meno pericoloso per l’Occidente di quanto non lo fosse l’immensa forza militare sovietica di un tempo.

Quegli arsenali la Russia oggi non se li può più permettere. Non è un Paese che rischia il tracollo economico, ma vive una forma di eterna stagnazione. Il Pil americano è superiore ai 18mila miliardi di dollari, quello russo è di circa 1,3. Le Forze Armate americane contano un milione e 400mila donne e uomini, le russe 750mila.

Putin non può più permettersi le stesse spese militari dei tempi in cui il barile di petrolio superava i cento dollari. I 65 miliardi recentemente stanziati da Mosca, dollaro più dollaro meno, equivalgono al solo aumento della spesa per la difesa americana previsto da Donald Trump per il 2018.

Come dice Dmitri Trenin del Carnegie Moscow Center, Vladimir Putin è “an autocrat with the consent of the governed”. Sa come stimolare il patriottismo innato dei russi. E se l’hard power necessario per conquistare spazio geopolitico non è più applicabile dispiegando divisioni corazzate e caccia di ultima tecnologia, la Russia usa i mezzi meno costosi, ma forse più efficaci, del web. È per questo che non parteciperà al vertice di Taormina. Ed è per questo che subito dopo l’Occidente dovrà ingaggiarla in un dialogo essenziale per il futuro suo e nostro.

Ugo Tramballi è editorialista del Sole 24 Ore.

venerdì 19 maggio 2017

Austria: elezioni anticipate

Ipotesi elezioni anticipate
Austria: la grande coalizione in crisi
Francesco Bascone
14/05/2017
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Le dimissioni ‘ab irato’ del vice-cancelliere austriaco Reinhold Mitterlehner, il 10 maggio, avvicinano la prospettiva d’elezioni anticipate.

Sarebbe una nuova occasione per infliggere un’ulteriore battuta d'arresto ai movimenti populistici, dopo le elezioni in Olanda e in Francia (e, prima ancora, dopo le presidenziali austriache dell'anno scorso). Una speranza, questa, imperniata sulla figura del giovanissimo Sebastian Kurz, attualmente ministro degli Esteri.

La decisione del vice-cancelliere e leader democristiano d’affrettare i tempi del suo ritiro si spiega con il concorso di tre fattori. La goccia che fa traboccare il vaso è stato il titolo di pessimo gusto scelto per una trasmissione della tv di Stato da uno stimato anchorman: “Lo aspettano i becchini” (con l'aggravante che al cimitero Mitterlehner è davvero dovuto andare pochi mesi fa per seppellire la figlia). La causa principale del suo disagio, riflessa in quell’infelice battuta, è però l'inarrestabile deteriorarsi del clima nella “grande coalizione” e al tempo stesso nel suo partito, l'OeVP.

I disagi del vice-cancelliere
Nei continui dissidi fra alleati di governo sui vari progetti di riforme, Mitterlehner si era sentito progressivamente stritolato fra l'intransigenza del cancelliere, il socialista Christian Kern, in parte dettata da interessi elettorali e comunque destinata ad offuscare l'immagine del junior partner, e l'analoga intransigenza dei suoi compagni di partito.

Fra questi in primo luogo il falco Wolfgang Sobotka, ministro dell’Interno, che attaccava regolarmente Kern e affossava gli sforzi di Mitterlehner per raggiungere compromessi. Sembrerebbe che i due leader meditassero di estromettere lo scomodo ministro, ma che i potenti dirigenti regionali del partito popolare si siano opposti.

Un motivo sussidiario di frustrazione, cui il dimissionario vice-cancelliere ha accennato, è stato l’imbarazzante fatto di occupare la seconda sedia nel governo e la prima nel partito in attesa che l'erede presunto decida che è arrivato il momento di prendersela.

Le ambizioni di Kurz, l’enfant prodige
L'erede - come già appariva chiaro sei mesi or sono, nel commentare gli esiti delle presidenziali - è Kurz, l'enfant prodige della politica austriaca, il deus ex machina che secondo i più dovrebbe portare l'OeVP dal terzo posto nei sondaggi alla maggioranza relativa nelle elezioni del 2018.

Kurz, che ha adottato posizioni dure sul controllo dell'immigrazione, va a gonfie vele nei sondaggi e non ha rivali nel partito, ma preferiva continuare a costruire la propria immagine di statista, avvalendosi a tal fine del ruolo di capo della diplomazia (e, fra l'altro, presidente dell'Osceper tutto il 2017). Non assecondava, perciò, i falchi, intenti ad accelerare il crollo della coalizione.

Ora però che è stato costretto ad anticipare la successione alla guida del partito, punta a nuove elezioni a metà settembre o inizio ottobre. Una attesa più lunga potrebbe sgonfiare in parte l'ondata di popolarità, come in Germania è successo a Schultz. Kern ha deciso di non puntare i piedi e di concordare una data.

Nell'accettare, domenica 14, l'investitura, il trentenne Kurz ha promesso un radicale rinnovamento del partito; e ha chiesto e ottenuto dai maggiorenti - un fatto senza precedenti - una sorta di pieni poteri, soprattutto nelle nomine e nelle candidature, anche a livello regionale. Il suo nome figurerà nel simbolo della lista elettoraledella "nuova OeVP".

Si è invece ben guardato dall'assumere la carica di Vice-Cancelliere: sia perché la sua ambizione non è quella di fare il numero due oggi mail capo del governo domani, sia perché non vuole subire lo stesso logorio che Kern ha inflitto a Mitterlehner.

La prospettiva euro-austriaca
È quasi inevitabile vedere in lui il Macron austriaco. Senza dubbio un parallelismo c'è, non solo nella giovane età e nel bell'aspetto, ma anche nel dinamismo, nella volontà di cambiamento e persino in una certa indeterminatezza nei programmi, al fine di allargare il bacino elettorale.

Ma mentre il nuovo presidente francese - grazie alla débacle dei socialisti - può occupare tutto o quasi lo spazio di centro-sinistra, Kurz può al massimo ambire a rosicchiare voti al centro ed a destra per portare il partito conservatore alla maggioranza relativa e quindi alla guida di una (comunque problematica) coalizione.

Le sue prese di posizione nette contro il politically correct in materia di immigrazione gli hanno già fruttato l'accusa di inseguire la destra di Heinz-Christian Strache sul suo terreno. Ma senza un consolidamento della chiusura della rotta balcanica, sforzi per restringere quella libica e correzioni ai generosi sussidi elargiti ai migranti, non si può realisticamente sperare di togliere vento dalle vele dell'FPOe.

L'importante, in una prospettiva non solo austriaca, ma europea, è che l’eventuale successo elettorale del partito di centro-destra sotto la guida di Kurz, così come è stata la vittoria di Macron, costituirebbe una battuta d'arresto per il partito xenofobo di Strache e per la deriva verso l'euroscetticismo.

Francesco Bascone è Ambasciatore d’Italia.

sabato 13 maggio 2017

Francia: dal consenso elettorale al consenso parlamentare


Macron presidente
Francia: una vittoria europea
Luigi Gianniti
09/05/2017
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Emmanuel Macron ha vinto nettamente il ballottaggio. Saprà En Marche, questo movimento nuovo, legato nel nome stesso - la stessa sigla: EM - al suo fondatore, tradursi in una forza parlamentare?, e di quale dimensione? Certo, dalla portata del suo successo passerà l'ampiezza della capacità di manovra del nuovo presidente.

Non bisogna tuttavia procedere con il metro del recente passato, cioè della prassi degli ultimi 15 anni seguita alla riforma costituzionale che nel 2000 ha introdotto il quinquennato. Dopo la riforma, i candidati all'Eliseo - scelti attraverso le primarie dai grandi partiti - si sono confrontati alle presidenziali e i deputati sono poi stati eletti sull'onda del risultato di queste, assicurando pertanto al presidente della Repubblica una combinazione di poteri per cinque anni che non ha eguali nel panorama delle democrazie occidentali (negli Usa, infatti, ci sono le elezioni di medio termine; e nei regimi parlamentari il primo ministro può essere sempre sostituito).

Dalle elezioni per l'Assemblea nazionale potrebbe uscire una maggioranza così coesa da imporre al nuovo presidente un governo: qualcosa di diverso dalle coabitazioni conosciute prima della riforma del quinquennato, poiché si tratterebbe di una coabitazione non temporanea ma strutturale.

Un panorama politico frammentato
Le vicende di questi mesi mostrano tuttavia quanto il panorama politico francese sia frammentato. Se il Front National riuscisse - riproponendo anche parzialmente il radicamento conquistato nel primo turno delle presidenziali - a portare in Parlamento un consistente gruppo di deputati, difficilmente la destra gollista potrà avere da sola la forza di imporre al presidente un governo frutto di una maggioranza coesa.

E così anche un successo relativo, che garantisse cioè la costruzione di un gruppo parlamentare sotto la bandiera di EM sufficientemente consistente seppur non maggioritario, ne farebbe inevitabilmente il centro di gravità attorno al quale costruire una coalizione. Non avremmo più un presidenzialismo assoluto e l'esercizio del potere, grazie a un accresciuto ruolo del Parlamento, potrebbe essere più equilibrato, meno dipendente dall'influenza della personalità del presidente,il quale dovrà comunque sforzarsi di costruire consenso.

L’Europa al centro della campagna
Di fronte a queste possibili prospettive, non dobbiamo dimenticare - e nella sua prima uscita pubblica sulla spianata del Louvre Macron lo ha mostrato plasticamente -, che il presidente della V Repubblica si vede accordato dall'elezione a suffragio universale un particolare carisma, che ha uno dei suoi terreni di elezione (espressamente garantiti dalle norme costituzionali ) nelle matières de souvraineté: la difesa, gli affari esteri, ma anche (da De Gaulle in giù) gli affari europei.

Mettendo al centro della sua campagna la politica europea, Macron ha chiamato i cittadini francesi a dargli un mandato chiaro: "l'Europa è l'opportunità che abbiamo per integrare la nostra piena sovranità", ha infatti affermato senza mezzi termini. I francesi ieri hanno eletto chi siederà per la Francia nel Consiglio europeo. Gli hanno dato un mandato di rilancio, di rifondazione del progetto europeo.

Un mandato che il nuovo presidente ha declinato con una chiarezza sconosciuta nella storia delle competizioni politiche francesi, e più in generale di quelle europee (simmetricamente opposto, nel merito, a quello che il premier britannico sta chiedendo ai suoi cittadini, ma di eguale forza). Un mandato che potrà sviluppare quale che sia l'esito delle legislative, a meno di non voler concedere una chance all'ipotesi di un Parlamento che veda maggioritarie le forze estremiste - di destra e di sinistra - antieuropee.

L’Unione, un progetto da rilanciare
Il progetto europeo, indebolito secondo Macron da mancanza di responsabilità e assenza di visione, va rilanciato con una chiara ambizione politica. Ed è compito della Francia "prendere l'iniziativa e collaborare con la Germania, l'Italia ed altri Paesi per rimettere in piedi la nostra Europa".

Il presidente più giovane che la Francia abbia mai avuto, appartenente a una generazione non a caso destinata nei prossimi anni a fare della Francia il Paese più popoloso d'Europa, ha ricordato che l'Unione europea "si costruirà attorno al senso del futuro". Da ciò l'impegno per una politica di investimenti, da finanziare con un bilancio dell'Eurozona affidato a un ministro delle Finanze che sia responsabile davanti al Parlamento dell'Eurozona. Un impegno razionale e strettamente collegato alla necessità di introdurre riforme a livello nazionale che riducano le spese correnti.

A ben vedere, Macron riprende così il filo di quel percorso riformatore cui lui stesso aveva contribuito quale principale collaboratore sulle questioni europee del presidente Hollande, appena eletto nel 2012. Nell'estate di quell'anno (quando il progetto di Unione bancaria fu per la prima volta definito e concordato dai governi) era maturata una svolta nella costruzione della risposta alla crisi. Una risposta il cui organico respiro, fissato nel cosiddetto "Rapporto dei 4 presidenti” del giugno del 2012, si è tuttavia perso strada facendo.

Da un rapporto dei presidenti all’altro
Quel Rapporto infatti, oltre a prevedere l'Unione bancaria, fissava quale prospettiva la realizzazione di una Unione di bilancio, quindi di "un organismo di bilancio a livello della zona euro, quale un ufficio del tesoro" e addirittura, nel medio termine, "la emissione di debito comune come elemento di tale unione di bilancio".

Tutto ciò in un contesto fondato da un lato sulla responsabilità che deriva dalla "titolarità nazionale delle riforme", condizione essenziale per promuovere la crescita, e dall'altro su un rafforzamento della legittimità democratica dei processi decisionali, attraverso uno stretto coinvolgimento del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali.

Questa visione organica, che era andata maturando anche grazie al sistematico lavoro che svolgevano insieme i collaboratori del presidente francese, della cancelliera tedesca e del premier italiano (lo stesso Macron, Nikolaus Meyer-Landrut - oggi ambasciatore tedesco in Francia - e Enzo Moavero Milanesi), è andata perdendosi.

Il successivo “Rapporto dei 5 presidenti” del 2015 sembra infatti aver smarrito questa complessiva visione politica in favore di una governance economica dell'Unione tutta essenzialmente fondata sul rigoroso rispetto di un complesso sistema di regole. Mentre il bilancio dell'eurozona diventa una più incerta "funzione comune di stabilizzazione macroeconomica" e il ministro del Tesoro una futuribile "tesoreria della zona euro".

Riprendere la giusta ambizione
Più che una "rivoluzione" il presidente Macron propone allora oggi in primo luogo alla Germania, ma anche espressamente all'Italia, di riprendere con la giusta ambizione quell'organico disegno che lui stesso aveva contribuito ad abbozzare nel 2012, giovane consigliere del presidente Hollande; e di farlo a partire da una ritrovata coesione politica, da una strategia di riforme e modernizzazione del proprio Paese e di riduzione delle spese correnti in cambio dell'impegno, innanzitutto tedesco, a procedere verso una vera riprogrammazione di bilancio, che riconcili solidarietà e responsabilità.

Macron ha dato al suo futuro governo un orizzonte di due anni che coincide con il tempo che resta per la fine della legislatura europea (del Parlamento europeo, della Commissione e del mandato del presidente Tusk). Nel frattempo propone di lanciare, dopo le elezioni tedesche, un dibattito europeo sul contenuto dell'azione dell'Unione e sul suo futuro, al termine del quale Macron prefigura una rifondazione vera del processo di integrazione di un'Europa differenziata e a più velocità.

Si tratta di una sfida lanciata innanzitutto al nostro Paese, oltre che alla Germania,che potrà in fondo contribuire a impostare nel modo giusto la prossima competizione elettorale.

Luigi Gianniti, consigliere parlamentare, insegna diritto parlamentare presso la Facoltà di scienze politiche di Roma 3, già capo di gabinetto del ministro per gli affari europei

mercoledì 10 maggio 2017

Francia: verso una politica seria



Macron presidente
Francia: vincere con la bandiera dell’Unione
Jean-Pierre Darnis
08/05/2017
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La netta vittoria nelle presidenziali francesi di Emmanuel Macron apre una serie di scenari nuovi, per la Francia, ma anche per l’intera Europa. Prima di tutto il risultato ricaccia nell’angolo il Front National, che ancora una volta non è stato capace di aggregare voti al di là del suo bacino elettorale.

Le istanze di rivolta anti-sistema portate avanti dagli estremi dello schieramento politico francese rimangono all’ordine del giorno, ma la maggioranza dei votanti ha nettamente affermato la sua preferenza per un rinnovo del sistema, con il compromesso rappresentato da Emmanuel Macron: un candidato giovane, con una brillante carriera all’interno dell’establishment, che ha però avuto la prontezza di fare un passo di lato presentandosi fuori dai partiti tradizionali. La vittoria di Macron attualizza quel ‘soffitto di cristallo’ contro cui l’estrema destra sbatte in Francia da decenni.

La novità della collocazione politica
Ma la grande novità sta nella collocazione politica di Emmanuel Macron: non si tratta di un candidato della destra o della sinistra classica eretto a “campione anti estremisti”, come fu il caso di Jacques Chirac nel 2002. Macron vince con una logica centrista e con una piattaforma che permette la convergenza ideologica di una larga fetta dell’elettorato: un riformismo social-liberale con una forte attenzione alla dialettica con l’Europa.

La scenografia del suo trionfo, con lui che sale sul palco di fronte alla Piramide del Louvre e in sottofondo l’Inno alla Gioia di Beethoven, rinforza il simbolismo europeo intorno all’elezione di Macron. Ed è altrettanto importante e positivo constatare quanto i sostenitori di Macron accolgano con piacere questo riferimento europeo, un dato di fatto confermato dalla presenza costante di bandiere europee nella campagna del neo-presidente.

Fine del tiro al bersaglio sull’Europa
Rompendo la dialettica fra destra e sinistra, Emmanuel Macron ha anche rotto quel gioco di tiro al bersaglio sull’Europa che i partiti classici si sentivano in dovere di praticare nella loro ricerca di allargare il consenso agli estremi. Un segnale particolarmente incoraggiante, perché non crea quella discrepanza - constatata spesso di recente - prodotta invece da chi, con toni bellicosi, annunciava di volere rovesciare il tavolo a Bruxelles per poi praticare una politica europea tutto sommato classica, aumentando ulteriormente la diffidenza dell’elettorato verso l’Unione e le sue istituzioni.

Macron spezza questa catena per proporre una piattaforma politica che si articola su un metodo concreto e pragmatico, quello del riformismo interno ed europeo. Al di là delle azioni della sua futura presidenza, vanno salutate l’onestà e la trasparenza di questo approccio. È una svolta che potrebbe segnare non soltanto la politica francese, ma anche quella dell’intero continente: si può vincere anche lasciando da parte il famigerato “euro-bashing” e impugnando la bandiera dell’Unione.

Fuori dalla crisi con dinamiche positive
Se poi mettiamo insieme l’intera sequenza politica dell’anno scorso, con - dopo la Brexit - le elezioni austriache, olandesi e infine francesi, dobbiamo sottolineare che si sta uscendo da una crisi dell’Europa con delle dinamiche positive e interessanti. La Brexit fa ormai parte della storia, non soltanto perché è un evento passato ma anche perché ha mostrato il pericolo di un voto sbagliato, ovvero quello di caricare l’Europa di una serie di critiche fuori tema.

Ed è paradossale constatare che una certa rinascita francese ed europea si svolga anche nel contesto del dopo Brexit, come se tutto sommato il Regno Unito avesse risvegliato l’Unione con la sua uscita. Un giorno si potrà magari ringraziare gli inglesi che, sacrificandosi sull’altare del nazionalismo, hanno salvato l’Europa.

Emmanuel Macron ha appena iniziato il suo cammino. Deve trasformare la meta con un calcio franco nel contesto spigoloso delle elezioni politiche, ma potrà comunque beneficiare della vittoria alle presidenziali, che dovrebbe trainare la sua forza politica. Deve poi mettere in ordine una compagine governativa in grado di interpretare lo spartito che egli ha scritto durante questa campagna.

Ma le sue prime mosse da presidente eletto dimostrano la sua grande intelligenza e l’attenzione al rigore e alla trasparenza. Niente eccessi nel celebrare la vittoria - al contrario di Nicolas Sarkozy. Si presenta all’Eliseo con la moglie Brigitte, una coppia moderna ma anche stabile, una novità nella recente storia politica francese. Ha capito l’importanza della forma nei confronti del “paese che soffre” e si sta già muovendo per interpretare il ruolo del raffinato amatore di teatro.

Spesso in Francia si è peccato per eccesso di attese nei confronti di un presidente della Repubblica percepito come un Re taumaturgo. Emmanuel Macron ha subito indossato l’abito di monarca costituzionale della Quinta Repubblica, il che potrebbe anche riconciliare i francesi con la carica presidenziale, e, possibilmente, con la politica in generale. Auguri, Presidente!

Jean Pierre Darnis è Direttore Programma Sicurezza e Difesa IAI.

venerdì 5 maggio 2017

Francia. Lo scontro finale

Ballottaggio
Francia: Macron vs Le Pen, la sfida decisiva
Jean-Pierre Darnis
05/05/2017
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È stata una campagna lunga, a tratti logorante, quella che ha portato al faccia a faccia decisivo di domenica 7 maggio fra Marine Le Pen e Emmanuel Macron, al secondo turno delle presidenziali francesi.

Per quanto riguarda la Le Pen, la sua presenza è ormai percepita come normale, tanto il Front National si è affermato nelle urne negli ultimi scrutini. Il paradosso sta nell’altro sfidante, Emmanuel Macron: si presenta come il favorito mentre la sua candidatura appariva molto fragile fino a pochi mesi fa. È stata una congiunzione assai rara fra volontà politica e circostanze favorevoli quella che ha aperto la strada al candidato centrista, il quale ha beneficiato delle debolezze delle primarie sia di destra, quelle dei “républicains”, sia di sinistra, quelle del partito socialista.

Macron sulle orme di Giscard d‘Estaing
Macron realizza quindi quello che molti hanno tentato senza riuscirsi, una candidatura di centro che unisca la destra e la sinistra intorno a una piattaforma riformista, centrando l’obiettivo di Giscard d’Estaing che già voleva mettere d’accordo sul suo nome “due francesi su tre”.

Macron rappresenta un’espressione politica in piena evoluzione. Da un lato, è un compromesso anti-Le Pen: il candidato giovane che appare il migliore rifugio per il campo dei moderati impegnato a evitare un’ulteriore affermazione del candidato del Front National. Dall’altro, rappresenta una nuova cesura nella politica francese, che rimette in questione il classico bipolarismo destra/sinistra, per opporre i partigiani di un modello aperto, europeo e social-democratico, a quelli che promuovono un modello chiuso, nazionale, con forti interventi statalisti, di matrice di estrema destra ma anche di sinistra radicale.

Macron si impone quindi anche come il candidato della società aperta contro le chiusure proclamate dalla Le Pen. Ed è la miscela fra queste due dimensioni, quella di essere il campione anti-Le Pen ma anche di costituire una cesura politica al passo coi tempi, che rappresenta la forza della candidatura Macron.

Nuovi scenari per la Quinta Repubblica
Ma questo vantaggio apre scenari nuovi nel contesto della Quinta Repubblica francese. Nelle elezioni politiche, le legislative, il maggioritario a due turni appariva come una grande macchina di semplificazione che permetteva a un campo di vincere le elezioni in modo chiaro e di avere una maggioranza nell’Assemblea nazionale a sostegno di un governo.

Il perno della legge elettorale sta nella soglia del 12,5% degli iscritti che un candidato deve superare per presentarsi al secondo turno. Con tassi di partecipazione relativamente bassi, soltanto le formazioni che registravano risultati superiori al 20% dei votanti passavano al ballottaggio, nella stragrande maggioranza dei casi sinistra di governo (socialisti) contro destra di governo (républicains).

Oggi, però, la frammentazione osservata nell’ambito del primo turno delle presidenziali fa temere una relativa dispersione dei voti per le politiche. Con quattro formazioni che si aggirano intorno al 20%, possiamo pensare di avere una serie di scontri “triangolari” oppure “quadrangolari”, il che rende abbastanza improbabile che un solo partito possa raggiungere la maggioranza assoluta dei 289 seggi.

Un presidente e un ventaglio di coalizioni
Anche se il movimento di Macron, “En Marche”, potrebbe beneficiare di una vittoria del suo leader alle presidenziali, sembra difficile pensare che possa governare da solo. Il che lascia la porta aperta a eventuali coalizioni sia con i socialisti che con i “républicains”. La Francia dovrà quindi re-imparare a governare in coalizione, una prassi che risale al periodo politico precedente la Quinta Repubblica, ovvero a prima del 1958.

Così facendo, la Francia si avvicina anche alla politica tedesca o italiana, il che paradossalmente potrebbe essere portatore di un certo realismo europeo sinonimo di potenziali convergenze. Il movimento “En Marche” non ha esitato a dichiarare il suo europeismo, ovvero la costruzione di una proposta politica riformista all’interno delle istituzioni europee presentate come un valore positivo.

Anche da questo punto di vista si tratta di una svolta epocale, poiché la critica all’Europa era diventata oggetto di competizione fra una destra e una sinistra impegnate a rincorrere i populismi. La logica politica centrista offre il vantaggio di chiarire questo equivoco e di ristabilire il dibattito intorno all’Europa in un contesto pragmatico molto più sano.

Il discorso francese è stato spesso percepito, a ragione, come molto nazionalista e piuttosto diffidente nei confronti dell’Europa. È paradossale constatare che oggi, nel contesto dell’opposizione all’estrema destra, l’Europa diventa il baricentro della politica francese, uno spostamento che potrebbe potenzialmente trascinare i principali partner europei, anche tenendo conto dei calendari elettorali in Germania e in Italia.

È dunque vero che il futuro dell’Europa è in gioco nella presidenziale francese, ma per essere più precisi è in gioco la possibilità di un’accelerazione europea. Se questo succederà, molto si dovrà allo spauracchio Le Pen, non ultimo dei paradossi.

Jean Pierre Darnis è Direttore Programma Sicurezza e Difesa IAI.

giovedì 4 maggio 2017

Brexit: i Costi

Dai 70 ai 100 milioni di Euro.

Secondo stime approssimative questo sarebbe il costo della uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea. Il pagamento dei debiti Britannici all'Europa sarà uno dei nodi cruciali delle prossime trattative tra Bruxelles e Londra, che non inizieranno prima delle elezioni generali dell'8 giugno in Gran Bretagna.

Intanto i governanti britannici continuano nella loro azione di passare per vittime della burocrazia di Bruxelles e quindi di presentarsi davanti alla opinione pubblica internazionale in buona luce. David Davis, il ministro britannico per la Brexit ha dichiarato che la Gran Bretagna pagherà per l'uscita quanto dovuto legalmente, non "semplicemente ciò che Bruxelles vuole". Ha aggiunto che Bruxelles ha avviato in modo "duro ed aspro" la trattativa. Per giunta il Primo Ministro Teresa May ha aggiunto che nei negoziati sarà "durissima", Tutti dimenticano che nel febbraio 2016, alla vigilia della Brexit
accordi che facevano della Gran Bretagna una nazione privilegiata rispetto a tutte le altre ove gli obblighi erano abbattuti per oltre il 5a% e di diritti mantenuti integrali.

Quanti in Italia pensano di uscire dell'Europa dovrebbero dire come risolvono il problema del pagamento dei debiti italiani all'Europa, che, come normale, si dovranno pagare di fronte ad una Italexit. Al momento tali debiti non sono stati quantificati, ma ognuno può ben immaginare quale sia il livello.

Cercare di riversare sull'Unione Europea un errore, come quello della uscita dall'Unione, rappresenta da parte dei Governanti Britannici azioni quanto mai difficili che non fanno altro che peggiorare la situazione.

massimo.coltrinari.
(Geografia2013@libero.it)

mercoledì 3 maggio 2017

UCRAINA: sull vie legali per esistere

Battaglia legale con la Russia
Ucraina: tentativo di non spegnere i riflettori
Cono Giardullo
30/04/2017
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Si è da poco concluso il primo capitolo della rinnovata battaglia legale tra Ucraina e Russia. Questa volta il palcoscenico è stato quello della Corte internazionale di Giustizia (Cig) dell’Aja. Lo scorso gennaio l’Ucraina aveva proposto ricorso dinanzi la Cig, sostenendo che la Russia avesse violato due convenzioni: la Convenzione internazionale per la repressione del finanziamento del terrorismo (Crft) e la Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (Cedr). Kiev aveva richiesto anche una serie di misure provvisionali, al fine di salvaguardare i diritti che lamentava lesi dall’azione russa.

L’Ucraina non aveva altre basi giuridiche su cui fondare la controversia, dato che l’esercizio della giurisdizione della Cig, nei procedimenti contenziosi, si basa sul consenso statale, ma la Russia non ha riconosciuto come obbligatoria la giurisdizione della Corte ai sensi dell’art. 36 del suo Statuto. Pertanto, l’unico modo per portare Mosca dinanzi ai giudici dell’Aja era quello di fondare le pretese in merito all’applicazione di una convenzione internazionale ratificata da entrambi i Paesi.

Nonostante la vera questione sia l’uso illecito della forza da parte della Russia nell’annettere la penisola di Crimea e il presunto supporto alle repubbliche separatiste nel Donbass, l’Ucraina è stata obbligata a invocare la violazione di due trattati fondamentalmente periferici, attaccando il finanziamento del terrorismo, leggasi delle repubbliche separatiste nell’Est del Paese, e le questioni di discriminazione razziale contro l’etnia tatara e quella ucraina.

Sulle orme della Georgia, con qualche accorgimento
Che l’Ucraina prenda in prestito politici georgiani, o si ispiri alle riforme che hanno valso a Tbilisi la concessione più rapida del regime visa-free per l’area Schengen, è noto. Ma il governo ucraino si è ispirato alla Georgia anche nel presentare il ricorso alla Cig. Una controversia simile era stata, infatti, presentata dalla Georgia. La base giuridica era ancora la Cedr e la denuncia riguardava le azioni russe in Abkhazia e in l’Ossezia del Sud tra il 1992 e il 2008.

La Cig, in quel caso, giudicò la clausola compromissoria della Convenzione, cioè il tentativo di definire dapprima la controversia mediante negoziati, come non soddisfatta. Al fine di rispettare la clausola, così come quella simile prevista dalla Crft, Kiev ha ben preparato il suo ricorso, dando prova di aver a più riprese tentato di negoziare in buona fede con Mosca.

Sin dal 2014, l’Ucraina ha portato avanti parallelamente molteplici battaglie diplomatiche, che le sono già valse il supporto di tre risoluzioni del Terzo Comitato dell’Assemblea generale e dell’Assemblea stessa delle Nazioni Unite, e la risoluzione dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, e ricorsi a varie istanze giurisdizionali.

Sono stati aperti già cinque ricorsi inter-statali dinanzi alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo riguardo all’azione russa in Crimea e nell’Est del Paese, il primo dei quali proposto dall’Ucraina il 13 marzo 2014, tre giorni prima del referendum di annessione della Crimea alla Russia. Ma le azioni russe hanno anche generato un volume di circa 4000 contenziosi individuali, apparentemente connessi agli eventi in Crimea o alle ostilità nel Donbass.

Un altro tentativo è la dichiarazione presentata nel settembre 2015 da Kiev alla Corte penale internazionale (Cpi), che riconosce la giurisdizione con rispetto agli atti commessi sul suo territorio a partire dal 20 febbraio 2014 anche se, come già discusso, l’apertura alla Cpi non porterà alla messa in stato di accusa di cittadini russi.

Infine, l’Ucraina ha tentato anche il ricorso a un tribunale arbitrale per reclamare i diritti esercitati, prima dell’annessione, sulle acque della Crimea.

Misure provvisorie: utili o show mediatico?
L’Ucraina aveva richiesto che la Corte utilizzasse la propria autorità per intimare alla Russia di cessare le sue attività sul territorio ucraino, inclusi gli atti di sponsorizzazione del terrorismo, come l’abbattimento del volo Malaysian Airlines MH17, il bombardamento dei civili in alcune località dell’Est del Paese, o ancora il maltrattamento dei rappresentanti dell’etnia tatara e la chiusura della loro assemblea elettiva, il Mejlis, in Crimea, o la soppressione della lingua e cultura ucraina.

Mentre lo scorso marzo si sono svolti quattro giorni di serrate audizioni, in cui le due delegazioni hanno formulato le proprie posizioni giuridiche, il 19 aprile la Corte si è espressa sulle misure provvisorie e su pochi altri punti. In primo luogo, la Cig ha ricordato alle Parti che il principale strumento per la risoluzione del conflitto rimane l’implementazione degli accordi di Minsk, firmati il 12 febbraio 2015. In second’ordine, la Corte ha stabilito che le prove presentate sono sufficienti, per il momento, a stabilire prima facie la sua competenza e che le clausole compromissorie sono state, allo stesso modo, soddisfatte.

Quanto alle misure provvisionali, la Cig le ha concesse solo con riguardo alla Cedr, concludendo che rispetto alla situazione in Crimea: 1) la Russia dovrà astenersi dal mantenere o imporre limitazioni alla comunità dei tatari di Crimea quanto alle proprie istituzioni rappresentative, incluso il Mejlis; 2) la Russia dovrà assicurare l’educazione alla lingua ucraina; 3) entrambe le Parti dovranno astenersi da ogni azione che possa aggravare o ampliare la controversia dinanzi la Cig.

Di sicuro, le misure ordinate dalla Cig rivestono un significato più simbolico, e dunque politico, che pratico. L’art. 94 dello Statuto delle Nazioni Unite recita che “ciascun Membro s’impegna a conformarsi alla decisione della Cig”. Qualora il soccombente non adempia agli obblighi, l’altra parte potrà ricorrere al Consiglio di Sicurezza (CdS) dove però la Russia può disporre del potere di veto, già usato nel 1986 dagli Usa, in seguito alla famosa sentenza della Cig, che li vedeva soccombere contro il Nicaragua per le operazioni militari sul territorio dello Stato centroamericano.

A seguito della pronuncia dei giudici dell’Aja, si sono scatenate diverse reazioni politiche. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che le associazioni dei tatari di Crimea non sono ristrette in alcun modo in Russia, eccetto nei casi in cui perorino cause estremistiche. Il capo del Mejlis, Rufat Chubarov, ha invece sottolineato che la decisione della Cig è il primo passo per condurre i leader politici russi davanti la giustizia per l’aggressione contro l’Ucraina e l’annessione della Crimea. Mentre il presidente ucraino Poroshenko si è detto soddisfatto dalla presa di posizione della Cig che ha riconosciuto la Russia come parte integrante del conflitto e degli accordi di Minsk, anziché come mero intermediario.

La decisione della Cig, per ora, e in attesa che si discuta e si decida la controversia nel merito, deve esser considerata solo come un altro pezzo del puzzle del supporto internazionale che l’Ucraina si sta costruendo. I riflettori della comunità internazionale ancora non si sono spenti sull’ultimo conflitto europeo. Per quanto ancora?

Cono Giardullo lavora in Ucraina con l’Osce (Twitter: @conogiardullo).