Europa

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Metodo di Ricerca ed analisi adottato

Medoto di ricerca ed analisi adottato
Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

venerdì 27 maggio 2016

Immigrazione: verso nuove soluzioni

Immigrazione
Riformare Dublino per risvegliare l’Ue
Vincenzo Guizzi
16/05/2016
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Non si può negare che l’immigrazione abbia assunto un carattere strutturale nell’ambito del processo di integrazione europea. Essa tuttavia costituisce anche una "cartina di tornasole" per verificare il rispetto delle norme comunitarie (a partire dagli stessi Trattati), anzi della stessa identità dell’Unione, da parte di non pochi Paesi membri.

Non si tratta tanto del non rispetto dell’Accordo di Schengen - peraltro ormai “comunitarizzato” -, ma piuttosto di alcune norme che si possono, a giusto titolo, definire di natura costituzionale. Tra le più importanti quelle contenute negli articoli 2 e 3 del Trattato sull’Unione europea (Tue), 20 e 21, 77-80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione (Tfue), nonché gli articoli 1-6, 20-25, 35 e 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione.

Valori dell’Ue traditi
Le misure assunte da alcuni Paesi membri e il trattamento riservato ai migranti tradiscono i valori fondanti dell’Unione (solidarietà, dignità umana, libertà, uguaglianza), ma vanificano anche alcuni risultati importanti del processo di unificazione: la cittadinanza europea e la conseguente libertà di circolazione della persone (non più soltanto quella dei lavoratori, già sancita nei Trattati originari).

Il vero nodo resta sempre quello di un’efficace controllo delle frontiere esterne dell’Unione, che si sarebbe dovuto affrontare sin dall’avvio dello “Spazio Schengen” e che ora diventa urgente, improrogabile, sciogliere.

Al di là delle considerazioni strettamente giuridiche o ispirate a criteri umanitari, non si considera che la chiusura delle frontiere interne mette in percolo il funzionamento di tutto il mercato interno con conseguenti ingenti costi all’economia dell’Unione. Questa affermazione è confortata dalla recente dichiarazione del Ministro Pier Carlo Padoan: la crisi di Schengen è più pericolosa di quella dell’Euro.

Migration Compact 
Il governo italiano e la stessa Commissione europea hanno di recente presentato interessanti proposte per far fronte, su nuove basi, alle crescenti immigrazioni dall’Est e dall’altra sponda del Mediterraneo, anche attraverso le modifiche ad alcuni strumenti normativi esistenti.

Il Migration Compact del nostro Governo punta su: un più efficace controllo delle frontiere esterne, con una Guardia costiera europea; una stretta collaborazione con i Paesi terzi per l’identificazione e per il rilascio dei documenti di viaggio; un supporto, anche finanziario, a questi Paesi nella gestione dei flussi finanziari; un nuovo sistema di asilo; la lotta ai traffici di esseri umani.

Per i profili finanziari si prevedono: un nuovo Strumento finanziario per l’azione esterna nel campo dell’emigrazione; migration bonds europei; un nuovo fondo per investimenti nei Paesi terzi. Quest’ultimo è particolarmente significativo, perché tende a risolvere all’origine il problema dell’emigrazione, avviando un processo di sviluppo economico nei paesi di origine.

Viene in mente il dibattito già negli anni ’60 sul contenimento dell’emigrazione all’interno della Comunità attraverso una politica di sviluppo regionale, anche al fine di rendere effettivamente “libera” (e non condizionata dal sottosviluppo di alcune regioni) la circolazione dei lavoratori comunitari.

Revisione del regolamento di Dublino 3
Accogliendo in parte la posizione italiana, le proposte della Commissione puntano ad una revisione del regolamento 604/13 sulla determinazione dello Stato membro competente per le domande di asilo (cd. “Dublino 3”), al fine di stabilire una più equa ripartizione dei pesi e delle responsabilità tra i vari Paesi membri; ad una maggiore armonizzazione delle procedure di asilo; alla modifica del mandato dell’Agenzia per l’asilo; al rafforzamento del sistema Eurodac; ad un sistema “strutturato” di reinsediamento.

In merito alla modifica del regolamento n. 604/13 va segnalato il lavoro svolto da alcuni studiosi di diritto europeo, coordinati dall’avv. Paolo Gonnelli, che hanno preparato una proposta di nuova disciplina della “protezione internazionale”, interamente sostitutiva del reg. n.604/2013.

Per esigenza di brevità se ne ricordano schematicamente i punti salienti.Si pone, innanzitutto l’accento sul rispetto della libertà di circolazione e stabilimento, all'interno dell'Unione europea, delle persone cui sia stata accordata la “protezione internazionale” (in modo da attenuare il timore che il riconoscimento di tale protezione da parte di uno Stato coincida con la permanenza definitiva dei beneficiari nel medesimo Stato).

Si richiede un’equa ripartizione fra tutti gli Stati dell’Unione dei costi inerenti alle procedure di esame delle domande di protezione internazionale (in modo che lo svolgimento di tali compiti non si accompagni a maggiori oneri per gli Stati che vi provvedono) e un conseguente meccanismo di “incentivi” a favore degli Stati che provvedono alla accoglienza temporanea dei richiedenti protezione e all'esame delle relative domande.

Si attribuisce la competenza ad esaminare le domande di protezione agli Stati richiedenti (eliminando del tutto il riferimento al paese di primo ingresso). Si prevede la possibilità di richiedere la protezione internazionale anche fuori del territorio dell’Unione europea (presso appositi centri da istituire in collaborazione con altri Enti internazionale in prossimità dei campi profughi o in aree relativamente sicure ad essi adiacenti; presso alcuni siti internazionali, quali Missioni Ue o rappresentanze diplomatiche previamente identificate; presso i valichi di frontiera terrestri, marittimi ed aeroportuali).

La proposta prevede l’identificazione dei richiedenti protezione nei luoghi in cui essa viene richiesta, l’esame della domanda di protezione e il trasporto degli stessi dal luogo di presentazione della richiesta al Paese accogliente mediante “canali umanitari” (con mezzi di trasporto terrestri, aerei o navali).

Questa proposta può apparire provocatoria - e in larga misura vuole esserlo - nei confronti di alcuni Paesi comunitari, che si oppongono con ogni mezzo ai flussi migratori, ma è venuto il momento di lanciare pietre nello stagno dell’attuale politica europea. C’è da chiedersi dove è finita l’Unione che i suoi padri costituenti avevano disegnato e, soprattutto dove è finita la nostra umanità.

Vincenzo Guizzi è uno studioso di diritto e politica dell’Unione europea e Organo di vigilanza dello IAI.
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UCRAINA: alla ricerca di una stabilità politica

Ucraina
Kiev nelle mani dell'uomo del presidente
Giovanna De Maio
17/05/2016
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A circa due anni da euromaidan l’Ucraina stenta a trovare una stabilità politica. Dopo mesi di stallo in seguito alla crisi di governo del febbraio di quest’anno, l’insediamento del nuovo governo presieduto da Volodymyr Groysman assomiglia molto a una manovra tutto fumo e niente arrosto.

Da un colpo di scena a un altro
Lo scorso febbraio il parlamento ucraino, la Verhovna Rada, è stato il teatro di un episodio piuttosto particolare. Una prima mozione - approvata la mattina del 16 febbraio - con una maggioranza di 247 voti (compresi i 120 del Blocco Poroshenko) - aveva giudicato insufficiente il lavoro del governo dell’allora primo ministro Arseniy Yatsenyuk.

Tuttavia, solo qualche ora più tardi, sulla mozione di sfiducia al governo si sono espressi favorevolmente soltanto 194 deputati, numero non sufficiente per raggiungere il quorum necessario a far cadere l’esecutivo.

L’episodio rientra in una prassi piuttosto consolidata in Ucraina dove generalmente, in assenza di sostegno popolare, il presidente tende a far ricadere le colpe sul primo ministro, incoraggiandone le dimissioni.

La caduta del governo di Yatsenyuk e le eventuali elezioni anticipate non avrebbero di certo giovato alla credibilità internazionale dell’Ucraina - di per sé già compromessa - e nemmeno allo stesso presidente ucraino Petro Poroshenko.

La caduta di Yatseniuk
Dopo mesi di stallo e sommerso dalle critiche, Yatsenyuk ha rassegnato le dimissioni il 10 aprile, giustificando la sua decisione dichiarando che "La crisi di governo è stata innescata artificialmente, il desiderio di sostituire una persona ha accecato i politici e paralizzato la loro volontà di apportare cambiamenti reali nel paese".

Quando ha assunto la carica di primo ministro dopo euromaidan, Yatsenyuk si era definito un kamikaze in riferimento alle difficoltà di intraprendere riforme strutturali che avrebbero comportato ingenti costi politici. Così è stato ed è innegabile che Yatsenyuk abbia fatto quanto di meglio fosse in suo potere per traghettare l’Ucraina fuori dalla crisi.

Effettivamente, bisogna darne atto, Kiev è riuscita a contenere la guerriglia nel Donbass e a varare una serie di riforme, anche impopolari, come quelle del settore energetico (che hanno comportato un aumento del prezzo del gas) che erano necessarie per instradare il paese verso un’economia di mercato.

Tuttavia le frizioni con Poroshenko e le difficoltà di gestire un parlamento troppo frammentato e poco collaborativo non hanno giovato a Yatsenyuk e così l’Ucraina si trova dov’è oggi.

Groysman, il nuovo primo ministro vicino a Poroshenko
Tra le dimissioni di Yatsenyuk e l’insediamento di Groysman sono passati quattro giorni durante i quali si è fatto fatica ad accordarsi con Poroshenko circa l’assegnazione dei ministeri. A prima vista sembra che il nuovo esecutivo sia più politico rispetto al precedente, che era composto principalmente da tecnocrati.

Groysman è il più giovane primo ministro nella storia dell’Ucraina, è membro del Blocco Poroshenko ed è noto per la sue efficienza e il suo apporto riformatore per la città di Vinnytsya della quale è stato sindaco prima di diventare speaker della Rada.

In tale veste tuttavia non sempre è stato al riparo da ambiguità, come quando ha votato contro le riforme promosse dal ministero delle finanze sebbene fossero necessarie per adempiere agli obblighi imposti dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi).

In molti a Kiev hanno espresso preoccupazione circa la vicinanza di Groysman a Poroshenko, tuttavia quest’aspetto non è da considerarsi del tutto negativo. Precedentemente, nella storia ucraina, il vicendevole scarico di colpe tra primo ministro e presidente si è spesso tradotto in una stasi.

Stavolta, la vicinanza tra i due potrebbe rivelarsi positiva perché legando il destino dell’uno ai successi dell’altro i favorirebbe la collaborazione tra i due sul processo delle riforme. Ciononostante secondo l’ex ambasciatore Usa in Ucraina, Steven Pifer, non bisogna nutrire grandi speranze per questo nuovo governo che molto probabilmente non sarà in grado di raggiungere i risultati (seppur contenuti) di quello precedente.

L’Ucraina non è too big to fail
Il cammino è ancora lungo e la pazienza dell’Occidente non è infinita. Il Fmi terrà gli occhi ben aperti sull’esecutivo prima di procedere con il versamento della tranche di fondi prevista per ottobre e sospesa per la lentezza delle riforme.

Accanto alle misure anti-corruzione, ciò su cui la comunità internazionale insiste è la l'implementazione degli accordi di Minsk. In particolare, il governo ucraino deve lavorare a una legge che consenta lo svolgimento delle elezioni nel Donbass e al varo di riforme costituzionali volte a concedere una maggiore autonomia alla regione, indispensabili per la stabilizzazione del Paese.

Giovanna De Maio è dottoranda di ricerca presso l'Università degli Studi di Napoli L'Orientale; è stata stagista per la comunicazione presso lo IAI.
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Austria: ultima possibilità per rimettersi in carreggiata

Europa
Austria, salvataggio in corner 
Francesco Bascone
24/05/2016
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Evitata, per un soffio, la conferma dei pronostici della vigilia. Quanti già vedevano l'Austria come il primo Paese di vecchia democrazia rappresentato da un estremista di destra sono stati costretti a ricredersi. A spuntarla è stata alla fine il verde van Der Bellen. Indipendentemente dai tre punti decimali che hanno deciso tale esito, domenica però entrambi i candidati potevano sentirsi soddisfatti.

Superiore alle aspettative è stata la rimonta dell'ex-leader dei Verdi: doveva conquistare un altro 30% dell'elettorato, mentre a Norbert Hofer, del partito delle libertà, Fpoe, ne bastava la metà. Se Van Der Bellen è riuscito nell’impresa è anche grazie anche alle indicazioni di voto contro Hofer date, dopo un iniziale riserbo, sia dalla candidata arrivata terza al primo turno, che da alcuni notabili democristiani e dal neo-cancelliere socialista, Christian Kern.

Ma non tutti i loro elettori hanno ottemperato: cinque su otto tra quanti appartengono al primo gruppo, metà del secondo, tre quarti del terzo. Quanti voti sarà costato allo stimato professore di economia il fatto di essere un ateo, ex-massone e fumatore incallito?

Austria divisa
Hofer può vantarsi di aver aggiunto al 35% di sostenitori acquisiti al primo turno un 15% di benevolmente neutrali. Avendo sfondato l'ostracismo dei partiti tradizionali, può affermare che è lui a rappresentare il popolo scontento dei partiti. E allora il parlamento non è più rappresentativo, servono elezioni anticipate; il suo sodale Heinz Christian Strache, già sicuro della maggioranza relativa, cavalcherà questa onda del 50%, sarà Cancelliere.

Van der Bellen, e quindi il fronte anti-Fpoe, ha una solida maggioranza fra i giovani (56%), le donne, le persone istruite (70%); nelle quattro maggiori città supera il 60%. Hofer guida nel resto del paese, con pochissime eccezioni; e fra gli operai, già feudo dei socialisti, raggiunge il 70%.

Ma lasciamo ai quotidiani l'analisi sociologica di questa elezione. Quello che qui interessa sono le ripercussioni all'estero, le prospettive a breve e medio termine per il governo Kern appena insediato, l'evoluzione del sistema politico austriaco.

L' Europa vedrà dissolversi per ora l'incubo di un rafforzamento del fronte euro-scettico e anti-immigrazione polacco-ungherese. Ma i movimenti populisti di destra, dalla Lega al Front National, si sentiranno incoraggiati dal 50% sfiorato da Hofer. Dopo le elezioni parlamentari del 2018, probabilmente anticipate al 2017, se non al prossimo autunno, potremmo assistere alla vera svolta a destra dell'Austria, con l'irresistibile ascesa di Strache alla Cancelleria.

Un sospiro di sollievo per Kern
Sollevato, a seguito dell'insuccesso di Hofer, sarà soprattutto Kern, che potrà avviare il suo tentativo di rendere più efficiente l'apparato politico-amministrativo e l'economia del paese, senza dover temere il fuoco amico dalla presidenza. Van der Bellen, come il predecessore Fischer, aderisce alla visione restrittiva dei poteri del Presidente, oltre a condividere sostanzialmente gli obiettivi del nuovo capo del governo.

Ben più tempestosa sarebbe stata la navigazione in caso di vittoria di Hofer, il quale non aveva fatto mistero dell'intenzione di utilizzare il potere di licenziare il Cancelliere o l'intero governo e imporre elezioni anticipate, previsto dalla Costituzione pre-bellica, ma caduto in desuetudine.

Si era detto pronto a farlo qualora il governo violasse le leggi, aumentasse le imposte, non si opponesse all'ingresso della Turchia nell'Unione europea, o prendesse comunque decisioni “dannose per il Paese”. Il pericolo di uno scivolamento verso l'autoritarismo era dunque reale.

Ma più preoccupante è la già accennata prospettiva di una vittoria elettorale di Strache. Il presidente van der Bellen si troverà di fronte ad un dilemma difficilissimo: al momento non concepisce di poter conferire l'incarico al leader dell'estrema destra, ma sa che non potrebbe rifiutarsi. Può solo sperare in una evoluzione dell'Fpoe in senso moderato, o in un suo riflusso.

Ultima possibilità per rimettersi in carreggiata
La mancata vittoria di Hofer ridà fiato ai partiti tradizionali, li incoraggia a utilizzare al meglio i prossimi mesi, a superare i loro dissensi paralizzanti, affrontare le necessarie riforme; e quindi riconquistare il loro elettorato e sgonfiare la bolla populista. Sono questi i propositi espressi da Kern al momento della sua investitura, senza risparmiare critiche severe a chi ha governato sinora. Ha avvertito che questa è l'ultima opportunità per rimettersi in carreggiata, e che c'è pochissimo tempo: qualche mese.

Chi non crede nella capacità della classe politica di operare questa svolta parla già di “fine della Seconda Repubblica”: non tanto per l'involuzione autoritaria a cui puntava Hofer, comunque soggetta a limiti, ma per lo sganciamento dell'elettorato dall'ancoraggio alle Volksparteien, i partiti storici, portatori ciascuno di una cultura politica. E di conseguenza per la via spianata a campagne elettorali all'americana, basate su slogan, facce fotogeniche e duelli televisivi. Il tutto nell'assenza di veri programmi.

L'elezione di van der Bellen non cancella questa prospettiva, ma forse la allontana nel tempo.

Francesco Bascone è Ambasciatore d’Italia.
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Biulorussia: ridurre la dipendenza da Mosca

Bielorussia
Lukashenko a Roma per Bergoglio
Daniele Fattibene
20/05/2016
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Una prima internazionale. Così si può definire la visita del Presidente bielorusso Lukashenko a Roma. Quella del 20 maggio infatti, è la prima visita del leader in un Paese dell’Unione europea, Ue, dopo la decisione da parte del Consiglio dell’Ue di non prolungare le misure restrittive nei confronti di 170 persone e tre industrie bielorusse (Beltech Export, Beltech Holding e la Spetspribor service).

La revoca è stata favorita sia dal rilascio di tutti i prigionieri politici sia dal fatto che le ultime elezioni presidenziali si siano tenute in assenza di violenze come quelle registrate nel 2010. La visita di Lukashenko non mira però soltanto a lanciare un messaggio di apertura verso i partner europei, ma soprattutto a costruire un potenziale asse Est-Ovest tra Minsk e il Vaticano.

Ridurre la dipendenza da Mosca
Negli ultimi due anni Lukashenko ha lavorato per rafforzare la sua leadership interna, presentandosi come garante della pace e della stabilità in Europa orientale, ospitando tanto gli accordi di Minsk, quanto i gruppi di lavoro del “Gruppo di contatto trilaterale” per il Donbass.

Il rafforzamento della posizione interna è passato anche da una serie di iniziative volte a ridurre la dipendenza da Mosca sia sul piano politico che economico. Lukashenko si è opposto non solo al piano per ospitare una base aerea russa a Bobrujsk, ma ha anche tentato di diversificare il sistema economico del suo Paese troppo legato a quello russo.

Il crollo del prezzo del greggio ha danneggiato le raffinerie nazionali (l’Italia tra l’altro è risultata il maggiore importatore di prodotti petroliferi dalla Bielorussia tra il 2013 e il 2014) mentre il mix di sanzioni Ue e contro-sanzioni russe ha prodotto ingenti perdite. Per questo motivo il Paese sta puntando a diventare un importante hub europeo degli investimenti cinesi (si parla di circa 16 miliardi di dollari in infrastrutture) lungo la nuova “Via della seta”.

In quest’ottica la revoca delle sanzioni dovrebbe inoltre consentire alla Bielorussia di avere accesso agli aiuti europei, migliorare il livello di attrattiva verso gli investitori stranieri e infine ottenere il programma di assistenza da tre miliardi del Fondo Monetario Internazionale, Fmi. È evidente che il tentativo di usare i successi in politica estera serva però a mascherare i problemi interni (il Pil è crollato del 3.9 per cento nel 2015 e il reddito mensile si è quasi dimezzato dal 2013) per evitare il dissenso interno.

Ponte tra Chiese
In realtà molti analisti bielorussi ritengono che il vero obiettivo della visita di Lukashenko a Roma non si troverebbe al Quirinale o a Palazzo Chigi, bensì in Vaticano.

Dopo la visita a Minsk del Segretario di Stato del Vaticano Pietro Parolin nel 2015, le autorità religiose e politiche bielorusse hanno invitato Papa Francesco a recarsi in Bielorussia. Se ciò avvenisse, la visita di Lukashenko si inserirebbe perfettamente nel disegno politico di rafforzamento interno tramite i successi sul piano internazionale.

Sulla scorta dell’incontro storico tra Papa Francesco e il Patriarca della Chiesa Ortodossa russa Kirill, avvenuto a Cuba lo scorso febbraio, il Vaticano potrebbe addirittura diventare un mediatore nei rapporti tra Bruxelles e Minsk.

Del resto già in passato la Santa Sede ha permesso di superare gli attriti tra Minsk e Bruxelles come dimostrato dalla concessione fatta nel 2013 a Anatoly Rubinov - Presidente della Camera Alta del Parlamento bielorusso e all’epoca soggetto alle restrizioni europee - a cui fu concesso il permesso di rappresentare la delegazione bielorussa alla cerimonia di insediamento del nuovo Pontefice.

Rischi di una politica troppo accomodante
La revoca delle sanzioni è un chiaro segnale di cambiamento di strategia da parte dell’Ue. Essa deriva probabilmente dall’insoddisfazione verso gli scarsi risultati prodotti e dall’aver sfavorito la posizione dell’Ue nel Paese a favore invece del Cremlino.

Una posizione troppo accomodante rischia però di non produrre alcun risultato concreto sul piano dei diritti umani e della democrazia bielorussa. Non bisogna dimenticare infatti che il rilascio dei prigionieri politici è avvenuto solo dopo la scadenza utile per registrarsi come candidati alle elezioni parlamentari del prossimo settembre. Inoltre, il report dell’Ufficio per le Istituzioni democratiche e i diritti umani (Odihr) dell’Osce contiene ampie critiche nei confronti del modo in cui si è svolto il voto presidenziale del 2015.

C’è quindi il rischio concreto che l’Ue perda una leva fondamentale e che il regime continui semplicemente con una moderata politica di repressione, lanciando contemporaneamente messaggi di cooperazione per esempio attuando alcune delle raccomandazioni dell’Odihr per modificare la legge elettorale.

L’atteggiamento apparentemente anti-Cremlino di Lukashenko non è inoltre frutto di un desiderio genuino di integrarsi con le strutture europee, quanto piuttosto di un preciso calcolo politico che non garantisce l’indipendenza del Paese dall’ingerenza di Mosca.

Il pragmatismo non dovrebbe portare a un abbassamento del livello di aspettative nei confronti della Bielorussia. L’Ue potrebbe al contrario sfruttare questa finestra di opportunità per aumentare la sua visibilità nel Paese, per esempio attraverso un rafforzamento dei programmi di scambio culturali, ma anche un alleggerimento delle procedure per l’ottenimento del visto da parte dei cittadini bielorussi.

In un’Europa minacciata da sempre nuovi muri, l’apertura delle frontiere potrebbe essere lo strumento più efficace per far sì che l’avvicinamento di Minsk sia duraturo e non solo dettato dal mero calcolo politico del momento.

Daniele Fattibene lavora nel programma Sicurezza e Difesa dello IAI (@danifatti).
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lunedì 16 maggio 2016

Ucraina: Criticità ed opportunità in gioco

Crisi ucraina
Ritorno a Minsk, con poche speranze
Alessandro Pandolfi
10/05/2016
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Il fragile cessate il fuoco tra le forze di Kiev e quelle separatiste del Donbass, sostenute militarmente dalla Russia, è oggetto di attenzione da parte di tutte le grandi potenze interessate al conflitto.

Il pericoloso focolaio di violenze che ha causato l’amputazione della sovranità ucraina e un grave stato di tensione a livello internazionale è stato raffreddato tramite le negoziazioni nel “formato Normandia” e gli accordi di Minsk-2. I 13 punti del processo di pace concordati in Bielorussia sostituiscono i precedenti accordi del settembre 2014, collassati sotto il peso delle continue violazioni e della minaccia di una escalation su larga scala.

Incontro del gruppo di contatto sull’Ucraina
E proprio mentre l’intesa sembrava sul punto di collassare, la Pasqua ortodossa e le festività di maggio hanno interrotto per alcuni giorni le ostilità. Il gruppo di contatto formato da Russia, Ucraina e Osce ha ottenuto una tregua: tra il 1° e il 9 maggio le armi hanno taciuto, alleviando le sofferenze della popolazione civile.

Sia l’Osce che i principali ministri degli esteri europei hanno più volte invitato le parti a prendersi le proprie responsabilità e a fare passi concreti verso il rispetto degli accordi presi che, viziati da interessi contrastanti e ambiguità nell’intesa, si trovano in un vero e proprio limbo.

L’11 maggio si terrà l’incontro nel formato Normandia (Francia, Germania, Russia e Ucraina), anticamera di un nuovo meeting del gruppo di contatto trilaterale di Minsk (Osce, Russia e Ucraina) sull’implementazione dei punti concordati.

L’impasse delle elezioni nelle province orientali
Sul tavolo restano una serie di questioni irrisolte che hanno evidenziato come la precedente intesa non sia andata molto al di là di un congelamento del fronte.

La prima è il tema dell'autonomia delle regioni orientali, di cui si discute da mesi. Con il termine “autonomia”, il Cremlino e i membri delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk intendono sostanzialmente un’ampia federalizzazione che deleghi poteri cruciali, anche in materia di politica estera, con evidenti ricadute concrete.

Kiev immagina invece un decentramento che soddisfi le parti in causa senza sacrificare ulteriormente la propria sovranità.

Il punto è strettamente legato alle elezioni da tenere nelle aree orientali, come da accordi di Minsk. Le autoproclamate repubbliche non vogliono sottostare alla disciplina elettorale ucraina, come voluto da Kiev e previsto dall’intesa.

Il disaccordo discende dal grado del tutto insoddisfacente di “specificità” previsto dalla riforma costituzionale in attesa del voto definitivo della Rada, oltre che dal deplorato scarso coinvolgimento dei rappresentanti di Donetsk e Lugansk.

Questa mancata partecipazione discende dalla volontà di Kiev di trattare solo con i rappresentanti eletti dalle popolazioni orientali e non con elementi legittimati in modo extra-legale o dall’estero.

Le autorità ucraine non intendono tuttavia tenere alcuna elezione locale fino al recupero dei controlli alla frontiera con la Federazione, altro punto concordato tra le parti. Il presidente Petro Poroshenko ha recentemente suggerito di autorizzare una missione armata dell’Osce per vigilare sulle future elezioni, eventualità attualmente al vaglio dell'istituzione internazionale e delle varie cancellerie.

Berlino e Parigi hanno chiesto ripetutamente a Kiev di approvare la legge elettorale prevista dagli accordi. La norma che ne definisce i contenuti, assieme alla riforma costituzionale e alla conseguente legislazione sullo status speciale, costituisce il centro della discordia e delle difficoltà legislative ucraine.

Per tutto febbraio e marzo i ministri degli Esteri francese e tedesco hanno esercitato pressioni per una velocizzazione delle riforme ucraine, anche a costo di compromessi.

Mosca ha sempre insistito sulla necessità di una “federalizzazione” di tutte le regioni e di uno “status speciale” per i territori di Donetsk e Lugansk al fine di conseguire una soluzione del conflitto nella parte orientale dell’Ucraina. La Federazione russa e i suoi referenti sono insoddisfatti del grado di coinvolgimento dei secessionisti nel processo di revisione.

Criticità e opportunità in gioco
La soluzione dello stallo è legata a doppio filo alla volontà del Cremlino, ma anche al deterioramento delle condizioni politiche ed economiche di Kiev, tanto da far parlare qualche commentatore, poco prima del varo del nuovo governo, di un possibile collasso del sistema ucraino, con tutto quanto ne conseguirebbe.

I prossimi incontri segneranno anche il vero e proprio debutto del governo Groysman, votato dalla Rada il 14 aprile dopo le dimissioni di Arseniy Yatsenyuk e del suo governo ormai di minoranza. Pur mantenendo invariato l’orientamento politico, il nuovo esecutivo ha posto tra le priorità il decentramento e le riforme.

Una nota di speranza arriva dalla corte costituzionale che a metà marzo ha sbloccato la possibilità di velocizzare gli emendamenti costituzionali, rendendo potenzialmente più rapido il processo di riforma. Questo richiede tuttavia un’alta maggioranza nella seconda lettura.

Tuttavia l’impressione è che la soluzione delle questioni procedurali non condurrà alla fine del conflitto. Lo dimostra il livello eccezionalmente alto di combattimenti verificatosi tra febbraio e marzo e la distanza che ancora divide le parti.

La querelle sulle elezioni è infatti una mera conseguenza dell’insoddisfazione orientale per la riforma costituzionale, che non attribuirebbe il potere di condizionare le scelte internazionali dell'Ucraina, identificato come vero obiettivo e “linea rossa” di Mosca.

Al momento pare improbabile una ripresa delle ostilità su ampia scala o il tandem elezioni-annessione, con quest’ultima per nulla scontata. Più probabile un ennesimo “conflitto congelato”, che potrebbe risultare la soluzione migliore per la Federazione, garantendo una presenza nell’area ad un costo politico ed economico relativamente basso.

Si è ancora distanti da una piena soluzione politica. Nonostante sia possibile immaginare un’imminente accelerazione del processo di riforma, gli incontri di Minsk saranno difficilmente un punto di svolta definitivo, a meno di inattese concessioni tra le parti.

L’entrata in vigore del cessate il fuoco ha ridotto la magnitudine del conflitto ma la mancanza di volontà e di capacità concrete rende difficoltosa una duratura soluzione del rebus ucraino.

Alessandro Pandolfi è laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Milano.
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lunedì 9 maggio 2016

Russia Attacco terroristico a Stavropol





RUSSIA
 
La mattina dell’11 Aprile, tre terroristi hanno tentato di far esplodere le proprie cinture esplosive nei pressi della stazione di polizia di Novoselske, centro nella regione di Stavropol (Russia Meridionale). Tuttavia, soltanto uno di loro è riuscito nel proprio intento, mentre gli altri due sono stati uccisi dalla polizia. In ogni caso, l’attentato non ha fatto vittime né tra i poliziotti né tra i civili. Nelle ore successive all’attacco, le Forze di polizia ed i Servizi di Sicurezza hanno avviato una massiccia operazione anti-terrorismo (piano Krepost) consistente nell’evacuazione di asili nido, scuole ed ospedali. Nel recente passato (dicembre 2013), la regione di Stavropol era stata già colpita da un altro attentato, quando un autobomba aveva colpito un ufficio della polizia stradale nella cittadina di Pyatigorsk, uccidendo tre persone.
Anche se, al momento, non è stata effettuata alcuna rivendicazione, i gruppi jihadisti maggiormente indiziati sono l’Imarat Kavkaz (IK, Emirato del Caucaso) e il Wilayah al-Qawqaz (WQ), gruppo affiliato allo Stato Islamico (IS o Daesh). Mentre il primo gruppo, attivo sotto altri nomi e sigle sin dalla Seconda Guerra Cecena (1998-2002), rappresenta la più antica formazione jihadista presente nella Federazione Russa, il secondo è nato nel giugno del 2015 attorno al nucleo dei foreign fighters ceceni e daghestani ritornati in patria dopo l’esperienza nella guerra civile siriana e l’arruolamento in Daesh.
Nel caso l’attentato fosse rivendicato da IK, questo manifesterebbe la volontà del gruppo di sottolineare la perduranza della propria azione nonché la sua centralità nel panorama insurrezionale e terroristico russo. Infatti, grazie all’efficacia della strategia anti-terrorismo del Cremlino, negli ultimi anni IK ha sensibilmente ridimensionato l’incisività delle proprie azioni.
Viceversa, nel caso in cui l’azione di Novoselske  fosse rivendicata dal Wilayat-al Qawqaz, il gruppo rimarcherebbe la propria continua ascesa e la propria crescita di importanza all’interno della galassia jihadista del Caucaso russo. 

Londra: verso nuovi orizzonti.

Regno Unito
Khan, un musulmano per scongiurare la Brexit
Gabriele Rosana
07/05/2016
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L’ultimo appuntamento elettorale su scala pressoché nazionale, quasi una prova generale prima del referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea (Ue), ha consegnato a Londra il suo primo sindaco musulmano.

Figlio di un ex autista pachistano, il 45enne Sadiq Khan, avvocato specializzato in diritti umani e già sottosegretario con Gordon Brown e ministro ombra della Giustizia, ha sconfitto con più di dieci punti percentuali il candidato del partito conservatore Zac Goldsmith, rampollo di una famiglia di miliardari ebrei dall’identikit piuttosto simile a quello del sindaco uscente.

Vita privata turbolenta, attenzione ai temi ecologisti, studi a Eton e favore per l’uscita del Regno Unito dall’Ue, Goldsmith sarebbe stato il perfetto successore del vulcanico Boris Johnson che dopo due mandati a Londra ha optato per un seggio ai Comuni, da cui costruire l’alternativa interna alla premiership del collega di partito David Cameron.

Khan è un musulmano praticante, il primo eletto al vertice di una capitale europea, in una città cosmopolita in cui i fedeli all’Islam sono circa un milione e in cui il laburista ha invitato i suoi volontari a far campagna “in strada, porta per porta, dalle sinagoghe alle moschee, dalle chiese ai gurdwara”.

Sinora, il più noto rappresentante della categoria era Ahmed Aboutaleb, primo cittadino di Rotterdam, di origine marocchina. Da oggi, Sadiq sarà il politico musulmano più potente d’Europa.

The New Old Labour
La vittoria di Sadiq Khan ha dato una scossa alla sinistra di Sua Maestà. Il nuovo vecchio Labour - come altri fronti progressisti d’Europa - è percorso da una faglia interna di difficile composizione, fra l’ala massimalista rappresentata da Jeremy Corbyn e i vecchi fedeli blairiani: una tensione in cui Khan si mantiene equidistante, pur rassicurando da una parte i finanzieri della City (strenuamente contrari alla Brexit e su cui il messaggio di opposto orientamento del Tory eterodosso Goldsmith avrà fatto poca presa) e dall’altra mettendo fra le priorità della sua agenda case e trasporti.

Il caso Londra è, tuttavia, un’isola felice e un test circoscritto per il nuovo-vecchio corso laburista, perché la stessa affermazione di Khan non è stata replicata dai compagni di partito altrove nel Regno (in ballo c’era anche il rinnovo dei Parlamenti di Scozia, Galles e Irlanda del Nord e dei consigli di 124 comuni).

Elezioni in Scozia e Galles
Se in Inghilterra il Labour tiene botta - perde consiglieri, ma salva i comuni chiave - in Scozia subisce un’ulteriore battuta d’arresto, finendo relegato al terzo posto, sorpassato dai Conservatori del premier Cameron che mai al di là del Vallo di Adriano avevano goduto di buona fama (saranno forse echi del David pro-Ue?).

Un tempo granaio di preferenze per la sinistra che qui - e nelle miniere - registrava numeri record, il nord del Paese ha visto un progressivo e inesorabile travaso di voti verso i nazionalisti (ma europeisti ferventi) dello Scottish National Party, Snp, la formazione guidata da Nicola Sturgeon.

L’Snp ha perso terreno e seggi (da 63 a 69) e anche la maggioranza assoluta dell’assemblea monocamerale di Edimburgo (i separatisti dovranno cercare partner di coalizione: una mossa che renderebbe più difficile la richiesta di un nuovo referendum sull’indipendenza), mentre i Tories raddoppiano la loro pattuglia.

I laburisti hanno mantenuto il vantaggio relativo in Galles, pur perdendo qualcosa e vedendo la crescita - anche qui - dei nazionalisti del Plaid Cymru e l’inaspettata ascesa (da 0 a 7 seggi) degli euro-populisti dell’Ukip che consolidano il ruolo di terza forza nel paese e registrano il più alto numero di voti di sempre persino nella difficile arena londinese.

Evitata una pesante sconfitta che era nell’aria, la sorte non arride comunque ai progressisti, che il 23 giugno sono schierati per dire sì alla permanenza nell’Ue.

Sinistra antisemita
Non c’è solo la perdita di posizioni nelle urne dell’ultimo voto pre-Brexit a rimestare i malumori in casa laburista, ma - e forse ancora più - il turbolento clima della vigilia con le sferzanti accuse di antisemitismo all’indirizzo di esponenti chiave di quel partito che si accingeva a portare il primo islamico a governare sul Tamigi.

Sinora alleato di Corbyn nel rinsaldare la svolta a sinistra dei laburisti, l’ex primo cittadino di Londra Ken Livingstone è stato nei giorni scorsi sospeso dal partito dopo alcune controverse dichiarazioni su Hitler, definito “un sostenitore del sionismo, prima di diventar matto e uccidere sei milioni di ebrei”.

Con il suo commento, Ken ‘il rosso’ aveva tentato di prendere le difese della collega di partito e parlamentare Naz Shah, anch’ella sospesa dal Labour dopo la riemersione dal passato di post Facebook in cui suggeriva il trasferimento di Israele negli Stati Uniti come soluzione al conflitto mediorientale, seppur con mosse tardive che avevano posto anche Corbyn nell’occhio del ciclone, catalizzando le critiche del premier Cameron e l’invito dell’ambasciatore israeliano a Londra a visitare lo stato ebraico.

Maldestri scivoloni, nelle ore in cui gli strateghi della campagna elettorale di Goldsmith suggerivano di instillare nell’elettorato il dubbio che in passato Khan avesse avuto contatti con frange estremiste.

A meno di 50 giorni dal prossimo appuntamento elettorale, la campagna elettorale britannica è a tutto campo. Per ora, né Cameron né Corbyn hanno perso davvero.

Gabriele Rosana è giornalista pubblicista, assistente alla comunicazione dello IAI (Twitter: @GabRosana).
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lunedì 2 maggio 2016

Spagna: nuove elezioni

Spagna
Fumata nera, Madrid torna alle urne
Marco Calamai
01/05/2016
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La notizia non ha certo sorpreso gli spagnoli: fin dall’inizio è stato chiaro che i quattro protagonisti (Partito popolare, Partito socialista, Podemos e Ciudadanos) del nuovo quadro politico espresso dalle elezioni del 20 dicembre 2015, non avrebbero trovato l’accordo per un nuovo governo.

Da qui la decisione di nuove elezioni, il prossimo 26 giugno. Come si spiega questa situazione, senza precedenti nella storia della democrazia antifranchista, fino a ieri caratterizzata da uno stabile bipartitismo?

Ciudadanos e Podemos alla ribalta
Dal voto dello scorso dicembre sono emersi due potenziali blocchi, entrambi privi della maggioranza di seggi necessaria per governare. Il primo è quello di destra, rappresentato dal Pp (Partito popolare) e da Ciudadanos, la nuova formazione di orientamento liberale che contesta i tanti scandali che hanno segnato il governo conservatore di Mariano Rajoy.

L’altro blocco è quello di sinistra, dominato dal Psoe (lo storico partito socialista) e da Podemos, il nuovo partito radicale, ma non antisistema, che in meno di due anni si è imposto nello scenario progressista tradizionalmente occupato in modo stabile dai socialisti.

Alle urne si è registrato uno smottamento corposo del voto che ha colpito sia i popolari sia i socialisti: milioni di elettori hanno abbandonato i due partiti maggiori (Pp e Psoe) e hanno votato le nuove formazioni (Podemos e Ciudadanos) nate dalla crisi economica e dalla questione morale.

Il Pp è sceso dai quasi 11 milioni di voti del 2011 (44,6%) ai poco più di 7 milioni del 2015 (28,7%), un risultato non compensato dall’indubbio successo di Ciudadanos (3,5 milioni di voti).

A sinistra, il partito socialista ha preso 1,5 milioni di elettori in meno rispetto al 2011, il risultato peggiore dell’epoca democratica. Podemos ha invece portato a casa più di 5 milioni di voti.

Destra e sinistra arenati
I tentativi di formare un governo hanno messo in evidenza le profonde divisioni interne ai due blocchi. Rajoy è contestato non solo dalla sinistra, ma anche da Ciudadanos, potenziale alleato che paventa la delusione dei propri elettori nei riguardi di una eventuale alleanza con l’attuale capo del governo, per il momento deciso in modo ostinato a non mollare la guida del partito.

La sinistra è lacerata dall’intransigenza di Podemos (tentato fin dall’inizio dalla ipotesi di nuove elezioni nella speranza di un “sorpasso” dei socialisti) e dalle divisioni interne dello stesso Psoe (diversi notabili storici e locali contrari ad allearsi con Podemos e semmai orientati ad un accordo Pp-Psoe-Ciudadanos).

Le prospettive sono ora più che mai incerte. I sondaggi elettorali, per il momento, ritengono assai probabile una sostanziale riconferma dei risultati del 20 dicembre scorso. La campagna si prospetta incandescente.

È in gioco il destino politico di Rajoy (che spera nel piccolo recupero che gli danno i sondaggi) e quello di Sanchez che rischia di perdere voti sia a destra (Ciudadanos) sia a sinistra (Podemos). Prospettive non facili anche per i due partiti del fronte innovatore. Ciudadanos teme il “voto utile” che potrebbe favorire il Pp, Podemos teme a sua volta che una parte dei suoi votanti si astenga in risposta alla intransigenza del partito durante le trattative.

Populismo antisistema, (per ora) no grazie
A ben guardare la destra è, per il momento, meno divisa della sinistra. Ciudadanos non è gradito a Rajoy, ma piace a molti militanti del Pp, coscienti dell’urgenza di un profondo rinnovamento di un partito logorato da troppi scandali. Una convergenza tra le due forze, escludendo l’attuale primo ministro, è una ipotesi probabile.

A sinistra, invece, la prospettiva di un ulteriore cedimento elettorale dei socialisti rende improbabile, in questa fase, un avvicinamento a Podemos. La crisi del Psoe potrebbe aggravarsi drammaticamente nei prossimi mesi. Come altri partiti socialisti il Psoe appare incapace di offrire risposte convincenti ai milioni di cittadini che hanno pagato in prima persona le misure di austerità di marca europea. Si spiega così il suo declino e la sua profonda incertezza strategica.

La democrazia spagnola appare oggi, senza dubbio, meno solida di qualche ano fa. Si deve riconoscere, tuttavia, che Podemos e Ciudadanos non sembrano per il momento tentati dalle campane del populismo antisistema. La crisi dei partiti tradizionali non ha prodotto in Spagna la deriva xenofoba di altri paesi occidentali. Già, ma fino a quando?

Marco Calamai è giornalista e scrittore.
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mercoledì 27 aprile 2016

Gran Bretagna: un declino inarrestabile

Europa
Brexit, la débâcle di Cameron e i Panama Papers
Eleonora Poli
16/04/2016
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Alla vigilia delle elezioni del maggio 2015, il primo ministro David Cameron mise il futuro del Regno Unito, e forse anche la sua stessa integrità territoriale, nelle mani di un referendum popolare sull’opportunità per la Gran Bretagna di rimanere membro dell’Unione europea (Ue).

Mentre l’annuncio di questo referendum fu una delle ragioni che permise a Cameron di vincere le elezioni, a 11 settimane dal voto del prossimo 23 giugno, potrebbe essere proprio la questione europea a costare al premier la legittimità politica per governare il Paese.

Popolarità a picco per il premier
Di fatto, con il 58% dei cittadini - contro il 34% - che sostiene di non essere soddisfatto dell’operato di Cameron, l’indice di gradimento del primo ministro è ai minimi storici e, per la prima volta, addirittura inferiore a quello del leader laburista Jeremy Corbyn.

David Cameron è stato sicuramente indebolito politicamente dal suo coinvolgimento, seppur parziale, nello scandalo dei Panama Papers. Tuttavia, secondo i sondaggi di YouGov, che ha analizzato il livello di gradimento popolare verso Cameron prima e dopo la scandalo dei Panama Papers, la ragione di tale delegittimazione sembra imputabile più alla posizione assunta dal primo ministro britannico sul tema della membership nell’Unione europea, che alle recenti accuse di evasione fiscale.

Lo scorso anno, David Cameron aveva sostenuto che avrebbe spinto i partner europei ad accettare termini negoziali sulla membership britannica favorevoli a Londra. In particolare, oltre alle questioni della governance economica europea, della necessità di maggior competitività e del progetto di integrazione rifiutato dai britannici, il Regno Unito chiedeva di limitare l’accesso ai benefit da parte dei cittadini europei così come l’invio di aiuti statali ai loro figli, se non residenti in Gran Bretagna.

Tuttavia, i successi di Cameron al tavolo negoziale di Bruxelles del 19 febbraio scorso non sembrano aver soddisfatto gli elettori, soprattutto i conservatori, perché avranno un impatto lieve su quelli che sono sentiti come i problemi maggiori, come la migrazione o l’accesso al mercato del lavoro britannico.

Benzina olandese sul fuoco di Londra
A parte i tentativi di poco successo di rinegoziare i termini della partecipazione di Londra all’Ue, altri fattori esterni non aiutano di certo i cittadini britannici a propendere a rimanere nell’Ue.

Da un lato il recente no del referendum olandese ha dato maggiore legittimità alla campagna sulla Brexit, che vede le istituzioni di Bruxelles come profondamente anti-democratiche; dall’altro, nonostante l’accordo Ue-Turchia, il problema dei rifugiati rimane ancora al centro del dibattito referendario.

Inoltre, gli attacchi terroristici a Bruxelles hanno aumentato il senso di vulnerabilità dei britannici e alimentato una sindrome di chiusura verso l’Europa. Infatti, parte del problema è certamente percepito come essere legato a Schengen e alla possibilità di libero movimento da un paese all’altro senza forme di controllo stringenti.

Mentre la campagna per la Brexit capeggiata da Vote Leave impazza, i sostenitori della membership - sotto la guida del gruppo Uk to stay -sembrano essere meno aggressivi. Inoltre, l’iniziativa del governo di inviare volantini informativi ai cittadini sulle conseguenze della Brexit è stato fortemente criticato dai partiti euroscettici come l’Ukip di Nigel Farage come spreco di denaro pubblico.

La campagna per lo “Stay”
D’altro canto, i tentativi del mondo politico di manifestare apertamente il proprio favore per l’opzione di rimanere nell’Ue sono limitati. Il partito conservatore è diviso tra sostenitori della membership e coloro invece che optano per un Regno Unito indipendente, come Boris Johnson, il sindaco di Londra.

I laburisti, invece, nonostante si siano dichiarati a favore dell’Ue, sembra metteranno più energia nella campagna per lo “Stay” solo dopo le elezioni amministrative di maggio. Inoltre, la credibilità del leader progressista Corbyn come una voce pro-Ue lascia molto a desiderare.

Ad oggi, la situazione non appare molto chiara ed è difficile fare previsioni sia in un senso che nell’altro. I sondaggi mostrano che la partita è ancora tutta da giocare. Il 42% dei cittadini sembra a favore di rimanere, il 41% è contrario mentre il 17% è ancora indeciso.

Senza dubbio, in un'epoca di estremi, in cui le voci moderate vengono spesso rapidamente soffocate da facili populismi, la possibilità che la Gran Bretagna non rimanga nell’Unione europea non è certamente più una chimera.

Eleonora Poli è ricercatrice dello IAI.
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Francia: il problema del lavoro

Europa
Francia, un jobs act fra necessità e proteste
Céline Torrisi
15/04/2016
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Il disegno di legge del ministro Myriam El Kohmri costituisce il primo passo di un ampio progetto di riforma del codice del lavoro che il primo ministro Manuel Valls intende portare a termine entro il 2018.

La riforma - al centro di vive proteste sociali, fra cui “Nuit Debout”, la mobilitazione notturna nelle piazze di Parigi e nel resto del paese - si propone di semplificare, chiarire e rendere più flessibili le norme che disciplinano il mercato del lavoro in Francia.

Spesso queste norme sono percepite come un ostacolo alle esigenze di adeguamento imposte dal passaggio al digitale, o dalle nuove consapevolezze ecologiche oppure dalla mutazione dei percorsi professionali (sempre meno lineari), e alla fine queste vecchie norme rischiano di essere considerate come un limite alla crescita dell’economia e dell’occupazione del Paese.

Mercato flessibile e diritti
Il testo accoglie i 61 “principi essenziali” per la riforma espressi nei lavori della commissione guidata dall’ex ministro della giustizia Robert Badinter, ed è fortemente ispirato dalle riforme adottate in altri paesi europei; in particolare, segue il modello tedesco e la recente riforma italiana (il cosiddetto “jobs act”).

Il governo Valls intende agire su tre fronti per rendere più flessibile il mercato del lavoro cercando, al contempo, di non far venire meno la tutela dei diritti dei lavoratori. In concreto, l’esecutivo ha annunciato la promozione di un sistema di formazione professionale dei lavoratori per aiutarli a sviluppare le proprie competenze e facilitarne la mobilità, il rafforzamento del dialogo sociale nelle imprese e, per ultimo, il favore per i contratti a durata indeterminata.

Tutto ciò implica una serie di modifiche in quasi tutti gli ambiti disciplinati dal diritto del lavoro: formazione professionale, ferie e giornate di riposo dei lavoratori, orario di lavoro, licenziamenti, contrattazione collettiva e medicina del lavoro.

La pagina web del governo dedicata alla riforma presenta come novità di maggior rilievo la creazione del Cpa (“compte personnel d’activité”), strumento di garanzia dei diritti sociali, destinato a tutti i lavoratori del settore privato e del settore pubblico.

Un altro aspetto di notevole importanza riguarda il rafforzamento della contrattazione collettiva con l’introduzione del referendum sindacale, la promozione degli accordi d’impresa e degli accordi di settore e la maggiorazione del 20% delle ore dei delegati sindacali.

Il terzo filone della riforma è costituito da misure di flessibilità del mercato del lavoro che riguardano principalmente il licenziamento per motivi economici, l’orario di lavoro e le indennità di licenziamento stabilite dai probiviri. Le regole relative al licenziamento per motivi economici sono state ridefinite e, alla luce delle ultime sentenze della Corte di Cassazione sono state precisate le ragioni suscettibili di giustificare un licenziamento per motivi economici (calo delle ordinazioni o dell’utile, perdite di esercizio, etc) e le conseguenze che comporteranno.

Orari di lavoro e flexicurity
Per quanto attiene alla questione degli orari di lavoro, la riforma mantiene le dieci ore come limite della durata giornaliera di lavoro ma introduce la possibilità di innalzare questa soglia, con accordo collettivo, fino a dodici ore in caso di un aumento di attività o per motivi legati all’organizzazione dell’impresa.

La disciplina dell’orario di lavoro è stata modificata anche per quanto riguarda la retribuzione del lavoro straordinario. Il nuovo regime riduce la maggiorazione a un 10% invece del 25% o 50% attualmente in vigore.

Infine,è prevista un’unificazione delle indennità di licenziamento stabilite dal collegio dei probiviri, ponendo un tetto massimo e definendo una tabella nazionale. Tale limitazione è stata introdotta con l’intento di ridare fiducia alle imprese, che potranno contare cosi su un punto di riferimento al momento di valutare il rischio finanziario legato ad una eventuale cessazione del rapporto di lavoro.

Se l’obiettivo della riforma è condiviso da tutte le parti sociali, le misure proposte per raggiungerlo sono oggetto di numerose critiche. Mentre il ministro del lavoro e il primo ministro sbandierano il principio della cosiddetta flexicurity, presentando la riforma del codice del lavoro come uno strumento che rafforza la concorrenza e la tutela dei diritti dei lavoratori, dall’altra parte i sindacati temono invece una maggiore flessibilità e precarietà del lavoro, mentre i datori rimproverano al governo le concessioni fatte ai rappresentanti dei lavoratori nelle ultime settimane.

Scontri sociali
Inoltre, la proposta di riforma del codice del lavoro ha suscitato immediate reazioni nella cittadinanza. La petizione “Loi travail: non, merci!” ha raccolto sin dai primi di marzo 1 milione di firme e varie proteste sono state organizzate in tutta la Francia, sia da parte dei datori di lavori sia da parte dei lavoratori. Una prima protesta si è tenuta in più di 200 città francesi il 9 marzo, giorno in cui il testo doveva essere presentato in Consiglio dei ministri.

Tuttavia, Manuel Valls aveva deciso di rimandare la presentazione del testo al 24 marzo perché potesse continuare il dialogo con le parti sociali. Il 22 marzo, sette organizzazioni patronali, tra cui il Medef e la Cgpme, hanno denunciato nuove modifiche introdotte nel disegno di legge. I sindacati e le organizzazioni studentesche, insoddisfatti dalle concessioni del governo, hanno organizzato una seconda giornata di protesta per chiedere l’abbandono totale della riforma.

Dalla fine di marzo, invece, una periodica mobilitazione notturna ha attraversato varie piazze francesi, fra cui place de la République a Parigi, dove - dopo alcune tensioni - i contestatori sono stati sfollati all’alba di lunedì scorso.

Test per Hollande
Indetta sotto lo slogan “Touche pas à mon Code”, questa seconda mobilizzazione, alla quale - secondo gli organizzatori - avrebbero partecipato più di un milione di persone, annuncia momenti difficili per l’ultima grande riforma sociale del mandato di François Hollande.

Consapevole che il rilancio dell’occupazione, promessa elettorale tra le più importanti del 2012, sarà decisivo nel giudizio che i francesi si faranno sul suo operato, il capo dello stato non può che augurarsi che durante l’iter parlamentare della riforma, iniziato il 4 aprile, si riesca a smorzare il clima di tensione.

Céline Torrisi è membro de l’École française de Rome ed esperto in diritto francese presso il Servizio studi della Corte costituzionale italiana.
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venerdì 22 aprile 2016

Russia. il problema delle sanzioni

Strategie e percorsi alla luce delle sanzioni contro la Russia: conferenza tematica al Centro Russo di Scienza e Cultura

Il 26 aprile 2016 alle 17:45 il Centro Russo di Scienza e Cultura a Roma invita tutti gli interessati alla conferenza tematica dedicata alle possibili soluzioni per il superamento della crisi dovuta all’introduzione delle sanzioni contro la Federazione Russa, attraverso uno sviluppo mirato dei rapporti commerciali ed imprenditoriali italo-russi.

In programma il dibattito sulle proposte valide e concrete per l’avviamento delle attività commerciali sul mercato russo da parte dell’imprenditoria italiana. Basandosi sugli esempi di successo, i relatori forniranno tutte le indicazioni necessarie sulle opportunità di collaborazione tra i due paesi attraverso la creazione delle joint venture e delle reti commerciali sul territorio russo. Particolare attenzione verrà dedicata al meccanismo delle sanzioni ed alle nuove strategie commerciali adatte a fronteggiare la recente crisi.

Durante l’incontro interverranno diversi esponenti del mondo della finanza e del commercio, tra cui un delegato della Coldiretti, l’ex-presidente della Commissione Assembleare Ambiente di Roma Capitale Andrea de Priamo, la presidente del movimento giovanile italo-russo RIM Irina Ossipova, la direttrice dell’associazione per la collaborazione commerciale italo-russa «Strateghia» Maria Asatrian Pompei, il rappresentante dell’associazione «Roma-Russia» Francesco Filini, il rettore dell’Università «Niccolò Cusano» Fabio Fortuna.




Конференция в РЦНК о преодолении последствий санкций в отношении России

26 апреля в 17:45 в Российском центре науки и культуры в Риме пройдет конференция «Преодоление последствий санкций посредством развития итало-российских торговых и промышленных связей».

На встрече будут представлены конкретные возможности для итальянских предпринимателей на российском рынке на примере успешно реализуемых проектов. В частности, будут представлены инструменты развития сотрудничества между Италией и Россией в условиях санкций и экономического кризиса: путем открытия совместных предприятий и организации продаж на территории России.

На конференции выступят:
- представитель Итальянской ассоциации сельскохозяйственных производителей («Кольдиретти»),
- бывший председатель Комиссии по вопросам охраны природы и сельского хозяйства мэрии Рима Андреа Де Приамо,
- президент ассоциации Российско-итальянская молодежь (РИМ) Ирина Осипова,
- президент ассоциации «Стратегия» по поддержке итало-российской кооперации в области бизнеса Мария Асатрян Помпеи,
- представитель ассоциации «Рим-Россия» Франческо Филини,
- ректор университета УНИКУЗАНО Фабио Фортуна.

lunedì 18 aprile 2016

Più Europa in Turchia o più Turchia in Europa?

Migranti
Accordo Ue-Turchia: rinuncia ai valori europei?
Marina Castellaneta
13/04/2016
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Tra necessità legate a ragioni elettorali nazionali, populismo e una malintesa esigenza di sicurezza e di tutela del benessere in casa propria, il Consiglio europeo del 18 marzo scorso si è chiuso con una dichiarazione/accordo con la Turchia che presenta molte zone d’ombra sulla strada che l’Unione europea (Ue) intende perseguire nel “risolvere” la crisi umanitaria in Siria e il dramma dei migranti.

Dubbi di legittimità
All’indomani dei primi round di trasferimenti avviati, in esecuzione dell’accordo, il 4 aprile dalla Grecia verso la Turchia, e che hanno portato - come scrive la Commissione europea - a una riduzione degli arrivi sulle coste greche dai 1.667 del 20 marzo ai 339 del 3 aprile, è opportuno soffermarsi sui dubbi, sotto il profilo della legittimità e dell’opportunità politica, che l’accordo suscita.

L’intesa è incentrata su tre pilastri: ritorno automatico in Turchia dei migranti che arrivano da quel paese in Grecia; reinsediamento dei profughi siriani in Europa (sulla base del principio un ritorno in Turchia, un reinsediamento in Europa) e concessioni alla Turchia per accelerare l’adesione all’Ue.

Vediamo perché, al di là della probabile ineffettività dell’accordo - che non farà altro che chiudere una rotta e aprirne un’altra - l’intesa segna una sconfitta nell’azione Ue relativa alla politica comune d’immigrazione che è “fondata sulla solidarietà tra Stati membri ed equa nei confronti dei cittadini dei paesi terzi”.

Prima di tutto, per l’arretramento e forse proprio per l’implosione dei valori fondanti dell’Ue. Poi perché la regola base dell’accordo è un baratto, fondato sul sistema di scambio tra esseri umani, molti dei quali puniti - coloro che dalla Turchia fuggono in Grecia, per inseguire il miraggio di una vita dignitosa - e pochi altri premiati.

Non solo. L’intesa mette in secondo piano, nella sostanza, gli obblighi di diritto internazionale - dalla Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiati del 1951 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo - imposti agli stati e alla stessa Ue.

L’imbarazzante abbraccio con Ankara
Al di là del contenuto, poi, è l’abbraccio con la Turchia a essere in sé imbarazzante, proprio in una fase in cui il presidente Erdoğan è sempre più incline a sopprimere libertà fondamentali sull’altare del proprio potere.

Malgrado ciò, però, l’Ue mette il destino di esseri umani nelle mani di Ankara e acconsente all’accelerazione nella roadmap che porterà all’eliminazione, entro giugno 2016, degli obblighi di visto per i cittadini turchi che intendono entrare nello spazio Schengen.

Un do ut des stigmatizzato anche dal Parlamento europeo che, tra l’altro, è stato tagliato fuori dall’intesa con ulteriori dubbi circa la sua conformità al Trattato sul funzionamento dell’Ue (in particolare all’articolo 218, sulla procedura di conclusione degli accordi internazionali).

Controllo delle frontiere e diritti umani
Per quanto riguarda il primo punto, ossia l’accantonamento dei valori europei che è un colpo di piccone alla già debole identità europea, è evidente che tra “ripresa del controllo” delle frontiere esterne e tutela degli individui in fuga da miseria e guerra, l’Ue sceglie senza esitazioni la prima. E questo, malgrado le parole scritte nel Trattato di Lisbona che ha rafforzato la tutela dei diritti umani.

Alle parole dovrebbero seguire i fatti, con la conseguenza che l’Ue dovrebbe essere in prima linea nel bloccare ritorni di massa e reinsediamenti di poche e selezionate vittime e favorire, piuttosto, corridori umanitari che possano condurre chi cerca scampo da guerra, povertà estrema e persecuzioni, in zone sicure.

Come detto, poi, è proprio l’upgrade di Ankara a destare allarme. In pratica, la Turchia di Erdoğan, che stringe il paese sempre di più in una morsa autoritaria, viene classificata come paese sicuro (malgrado mantenga ancora la riserva geografica all’applicazione della Convenzione di Ginevra), con la conseguenza che la domanda di asilo di un migrante che compie la traversata dalla Turchia alla Grecia dovrà essere dichiarata inammissibile, come si legge nelle conclusioni del 18 marzo, “sulla base del concetto di ‘paese di primo asilo’ o ‘paese terzo sicuro’, in conformità del diritto europeo e internazionale”.

Eppure poche righe dopo, al paragrafo 5, l’Ue “ribadisce che si attende che la Turchia rispetti gli standard più elevati in materia di democrazia, stato di diritto, rispetto delle libertà fondamentali, compresa la libertà di espressione”. Un auspicio che Ankara rafforzi i diritti umani, senza alcuna base fattuale sufficiente, considerando che tutto va nella direzione opposta.

L’allarme dell’Unhcr
Sul fronte degli impegni internazionali, l’intesa ha già suscitato allarme nell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, per la quale “i rifugiati hanno bisogno di protezione, non di respingimenti”.

Ed invero, dal 20 marzo 2016, in esecuzione dell’accordo, i migranti irregolari che hanno compiuto la traversata dalla Turchia alla Grecia fanno ritorno in Turchia, in un primo tempo, anche sulla base dell’accordo bilaterale di riammissione tra Grecia e Turchia, che sarà sostituito dal 1° giugno 2016 dall’accordo di riammissione Ue-Turchia.

Ora, considerando che era già operativo l’accordo bilaterale, è evidente la connotazione tutta politica dell’intesa, che suona proprio come un premio ad Erdoğan. E se non è preclusa la possibilità di presentare domanda di asilo nelle isole greche di sbarco, è probabile che, in applicazione della ‘direttiva procedure’, scatti il ritorno in Turchia in quanto paese sicuro.

Di qui, poi, il piano di reinsediamento di cittadini siriani presenti nei campi profughi in Turchia sul territorio Ue, fino ad un massimo di 72mila persone nel 2016. Un sistema connotato da automaticità che non convince in base agli obblighi di analisi individuale richiesta dalla Convenzione di Ginevra.

Il ‘baratto’ dei siriani
Sotto il profilo del baratto “un siriano che ritorna in Turchia contro un siriano reinsediato dalla Turchia nell’Ue”, le perplessità sono proprio di ordine etico. Di fatto, l’Ue procede a una classificazione aprioristica dei rifugiati, operando un sistema punitivo per i migranti costretti a rischiare la vita in mare per sfuggire alla guerra.

Che dire, poi, della limitazione contenuta nel piano di reinsediamento per i soli siriani, escludendo in modo discriminatorio gli altri rifugiati che fuggono da altre parti in cui rischiano persecuzioni?

Analoghe osservazioni per il rapporto “uscita migranti dall’Unione europea - nel caso di specie dalla Grecia - e incassi della Turchia”, la quale ultima in tempi rapidi otterrà, oltre ai 3 miliardi di euro già assegnatili, altri 3 “una volta che queste risorse saranno state utilizzate e a condizione che gli impegni siano soddisfatti” e, in ogni caso, entro il 2018. Con l’auspicio, poi, che questi soldi non servano a ultimare la costruzione del muro al confine sud-est con la Siria, che di fatto blocca le persone vittime della guerra nel proprio Paese.

Marina Castellaneta è Professore associato di diritto internazionale presso l’Università degli studi di Bari “Aldo Moro”.
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Terrorismo in Europa: finalmente si parla di strategia

Europa e Terrorismo
Dopo Bruxelles, quale strategia di contrasto?
Diego Bolchini
07/04/2016
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I tragici eventi dello scorso 22 marzo a Bruxelles hanno riportato ancora una volta alla ribalta lo stragismo terroristico affiliato o ispirato al brand Is (l’autoproclamatosi Islamic State). Tra simbolismi e psicologia, il terrorismo induce una cascata di disponibilità, accedendo ad immagini vivide ed influenzando percezioni di individui, società e governi.

Aeroporti e metropolitane sono già stati in passato luoghi di elezione scelti per attacchi terroristici. Si pensi agli attentati del luglio 2005 a Londra, e andando ancora più indietro nel tempo, agli attentati occorsi all’aeroporto di Fiumicino nel 1985.

Affrontare una simile minaccia comporta il ripensamento, ancora una volta, degli strumenti di monitoraggio e contrasto implementabili allo scopo. Alla luce della magnitudo e della frequenza degli eventi stragisti occorsi su suolo europeo negli ultimi due anni, due sembrano le direttrici prioritarie: potenziare la rete di raccolta dell’intelligence, tanto dal versante di ricerca umana quanto elettronica, e rafforzare ed affinare il comparto analitico e predittivo delle forze di polizia e degli organismi di sicurezza, in modo da intercettare i cosiddetti “segnali deboli” in un contesto sovraccarico di informazioni.

In un testo del dicembre 2007, il generale statunitense Russel D. Howard, direttore del Jebsen Center for Counter Terrorism Studies presso la Fletcher School e del Combating Terrorism Center dell’Accademia militare di West Point, già prefigurava l’esigenza operativa sempre più pressante contro le schegge europee di Is: occorre raccogliere intelligence “azionabile” e “preventiva” nelle denied areas, vale a dire in aree (culturali e geografiche) normalmente interdette alle intelligence occidentali.

Precedentemente, nel 2005, John Brown e Jeffrey Cooper, dalle pagine del Washington Post così meglio caratterizzavano ed estendevano il concetto:“The objective of intelligence must be to penetrate not only denied areas but denied minds in order to gain an understanding of intents and motivations of individuals and small groups in countries that are unfamiliar to us”.

Nella realtà europea odierna, gli esempi di denied areas sono purtroppo molteplici: si pensi, uno per tutti, al quartiere di Molenbeek, capace di offrire protezione e riparo a Salah Abdeslam per diversi mesi, quasi una Abbottabad pakistana nel cuore dell’Europa, apparentemente impenetrabile (quanto meno nel breve periodo) al contesto securitario occidentale.

Difronte ai nuovi fenomeni di violenza virulenta, puntiforme e molecolare che attraversa lo spazio di confronto e interlocuzione europeo/nordafricano/mediorientale, occorre ripensare con attenzione alle identità multiple dei singoli.

Se l’Is è capace di sfruttare e manipolare anche cittadini formalmente europei a scopi distruttivi sulle nostre strade e infrastrutture di trasporto così come in Siria ed in Iraq, allora l’occidente deve ripensare a questi stessi individui e alla capacità di attrazione esercitabile su di essi, rendendoli parte attiva di una rete preventiva e di conoscenza “dall’interno”.

Mappare la polisemia delle identità e delle propensioni ideologiche sarà la più grande sfida per le intelligence occidentali nei prossimi anni, in società sempre più ibride, composite e liquide. Una radiografia mirata delle identità dunque contro i lone wolves, i lupi solitari che colpiscono cittadini inermi, scardinando certezze.

Un cittadino etnicamente arabo ma di nazionalità belga guarderà nel prossimo futuro,come riferimento identitario, più alla sua carta di identità e al suo Stato di adozione o ad una affiliazione ideologica antagonista e nichilista? Questa è la sfida da vincere per gli stati di diritto in una società aperta.

Diego Bolchini è analista di relazioni identitarie, autore di contributi per diverse riviste specializzate nei settori afferenti geopolitica, sicurezza e difesa.
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martedì 12 aprile 2016

Russia: lo sguardo rivolto al passato

ssia-Siria
Putin e le paranoie da Guerra Fredda
Francesco Bascone
01/04/2016
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L'annuncio del ritiro russo dalla Siria ha colto di sorpresa un po' tutti. Ma specialmente coloro che sospettano che in ogni mossa di Mosca vi sia un animus nocendi, una volontà di mettere sotto scacco l'Occidente.

Esperti che nella migliore delle ipotesi avevano visto nell'intervento in Siria un tentativo di rovesciare gli equilibri geopolitici mediorientali e di estendere la propria sfera di influenza.

Ma non sono mancati quelli che hanno accusato Mosca di bombardare gli ospedali e massacrare i civili al fine di ingrossare le file dei profughi, e in tal modo mettere in crisi l'Europa: si è infatti parlato di "weaponization" degli sfollati. A tanto può arrivare la mentalità paranoide dei nostalgici della guerra fredda.

Il rischio di un nuovo Afghanistan
Qual è allora la ratio del passo indietro fatto da Putin? Se accettiamo che la Russia di oggi sia una potenza "normale", un rational actor, può essere logico supporre che, una volta messi sulla difensiva gli avversari del regime di Damasco, e convinti i loro sostenitori che la pace va negoziata senza la pre-condizione dell'uscita di scena di Bashar al-Assad, Mosca abbia deciso di incoraggiare il dittatore siriano a tentare seriamente la via negoziale, togliendogli l'illusione di una soluzione puramente militare.

Una seconda spiegazione (una non esclude l'altra) è che Putin abbia voluto evitare di scivolare nelle sabbie mobili della lotta anti-guerriglia, di ripetere cioè l'errore fatto dagli statunitensi dopo la cacciata dei talebani da Kabul.

Come nel caso degli Usa in Afghanistan, in questo "ritiro" c'è forse più continuità che discontinuità: escluso che i russi abbandonino la base navale di Tartus, se terranno una buona parte dei loro aerei in quella di Latakia e - a protezione di entrambe - le batterie di missili anti-aerei S-300 e S-400, la presenza militare russa in Siria non cambierà di molto.

Le unità terrestri da ritirare sono poca cosa. Il cambiamento potrebbe essere essenzialmente nell'impiego della forza aerea: da offensivo a difensivo. Ma come vediamo oggi in Afghanistan, dopo il presunto "ritiro" il ruolo delle forze straniere residue a protezione di quelle governative può ancora comportare un'alta frequenza di missioni dell'aviazione.

Guerra civile e trattative
In queste condizioni la guerra civile è destinata a durare a lungo, senza vincitori né vinti. Una prospettiva che dovrebbe incentivare le parti a trattare.

Ma le probabilità che il negoziato sul power-sharing fra le parti dell'accordo di tregua fallisca sono alte, vista la sete di vendetta e la frammentazione delle forze ribelli, e i fondati timori del gruppo dirigente e delle minoranze religiose per la propria sopravvivenza. Ma anche qualora avesse successo, rimarrebbe il conflitto con l’autoproclamatosi stato islamico e con la filiale siriana di al-Qaida, Jabhat al-Nusra.

Uno stallo militare in tale conflitto può portare ad una divisione territoriale, sia pure solo di fatto ma duratura: da un lato la regione occidentale, fertile, comprendente le maggiori città, sotto il regime attuale allargato a parti dell'opposizione; dall'altro la regione semi-desertica a oriente - con Raqqa, Deir es-Zor, Palmira - unita a Mosul e la sua provincia sotto l'Isis fino a quando la coalizione internazionale non riuscirà a tagliare tutte le teste dell'Idra.

Un'ipotesi, questa della rinuncia ad abbattere lo stato islamico e della conseguente divisione territoriale, non ottimale neanche per la Russia, ma compatibile con il suo interesse primario: proteggere le proprie basi nella regione nord-occidentale della Siria e assicurare la sopravvivenza del regime "laico" di Damasco.

Francesco Bascone è Ambasciatore d’Italia.
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Sono finiti "i giorni felici" sulla Vistola

Europa
Polonia, come evitare di diventare un pariah
Daniele Fattibene
04/04/2016
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La crisi istituzionale in Polonia sembra aver raggiunto ormai un punto di non ritorno. Da quando si è insediato, il nuovo governo guidato da Beata Szydło del Partito Diritto e Libertà (Prawo i Sprawiedliwość - PiS) ha lanciato un attacco senza precedenti contro media e potere giudiziario, mettendo in serio pericolo il sistema democratico del Paese.

Questa situazione ha creato un grave clima di scontro non soltanto a livello nazionale, ma anche internazionale, con diverse istituzioni che hanno condannato la condotta del governo.

Varsavia è stata già messa sotto osservazione da parte dell’Unione europea (Ue), che da gennaio ha avviato un “dialogo strutturato” con il governo per analizzare la situazione nel paese all’interno del nuovo “Quadro sullo Stato di diritto” adottato nel 2014.

E, forse anche per rintuzzare diffidenze e ostilità, il presidente Andrzej Duda ha appena rilasciato, a margine del Vertice di Washington contro la proliferazione nucleare, una serie d’interviste nelle quali sostiene che “Europa e Usa hanno una visione sbagliata della Polonia”.

Governo contro Corte costituzionale
La crisi si è acuita un paio di settimane fa, quando la Corte Costituzionale ha dichiarato parzialmente incostituzionale la legge varata dal governo lo scorso 22 dicembre e volta a emendare la legge sulla Corte costituzionale approvata nel giugno precedente. Il governo ha fortemente criticato questa decisione, e il ministro degli Esteri Witold Waszczykowski ha addirittura accusato il presidente della Corte di agire come un “ayatollah iraniano”.

Inoltre, il primo ministro Szydło ha dichiarato che il governo non pubblicherà il verdetto della Corte sulla Gazzetta Ufficiale, passo necessario per rendere il documento legalmente vincolante. Un fatto questo senza precedenti nella storia recente della Polonia, che ha scatenato forti proteste da parte dell’opposizione e della popolazione civile e che mette in serio pericolo l’intero sistema di “pesi e contrappesi” all’interno del paese.

La Commissione di Venezia condanna Varsavia 
La condotta del governo è stata oggetto di critica non soltanto da parte delle istituzioni nazionali, ma anche da parte del Consiglio d’Europa. La “Commissione europea per la democrazia attraverso il diritto” (meglio conosciuta come “Commissione di Venezia”), che si occupa di fornire consulenza legale a quei paesi membri che vogliono mettere le proprie legislazioni in linea con gli standard europei, ha condannato il governo di Varsavia.

L’11 marzo la Commissione ha pubblicato, su richiesta di Waszczykowski, un’opinione sugli emendamenti votati dal governo. I membri della Commissione hanno dichiarato che i cambiamenti proposti mettono in pericolo non solo l’efficace funzionamento della Corte costituzionale, ma l’intero stato di diritto nel Paese.

La Commissione ha poi condannato la decisione del governo di non pubblicare il giudizio espresso dalla Corte costituzionale e ha invocato un accordo politico con l’opposizione per superare la situazione di impasse attuale.

Il giudizio della “Commissione di Venezia” è molto importante in quanto potrebbe condizionare fortemente le scelte future che saranno prese in seno all’Ue. Il rischio per la Polonia è che venga attivato prima il “meccanismo preventivo” previsto dall’articolo 7 del Trattato dell’Unione europea (Tue) e che poi si arrivi a un’eventuale “meccanismo sanzionatorio” con la potenziale sospensione di determinati diritti previsti dai Trattati, compreso quello di voto nel Consiglio. Misure mai prese fino ad ora, ma nate osservando l’atteggiamento dell’ungherese Victor Orban.

Intanto la decisione della Commissione di Venezia ha creato forti malumori all’interno del governo e pesanti critiche sono state rivolte a Waszczykowski, reo di aver chiesto il parere del Consiglio d’Europa. Sebbene alcuni organi di informazione abbiano ipotizzato le dimissioni del ministro, questo scenario appare ora improbabile perché indebolirebbe la posizione del Paese che si sta preparando a ospitare il prossimo summit Nato.

Nel frattempo all’interno dello stesso PiS stanno emergendo voci dissidenti che propongono un compromesso politico con l’opposizione. Tra queste spicca quella del parlamentare Kazimierz Ujazdowski, il quale pare abbia sottoposto una proposta al leader del partito Jaroslaw Kaczyński.

La “quarta Repubblica” di Kaczyński
La “quarta Repubblica” di Kaczyński sta spingendo la Polonia verso una pericolosa deriva autoritaria. Il tentativo del governo di rafforzare il controllo sui vari centri nevralgici del paese rischia non solo di aggravare il livello di scontro nel paese. Il pericolo maggiore è infatti quello che queste reiterate azioni possano isolare la Polonia a livello europeo e internazionale, incrinandone la credibilità di fronte ai partner euro-atlantici.

Dopo essersi faticosamente guadagnata un ruolo significativo nei tavoli decisionali europei (ad esempio attraverso un ruolo attivo svolto per promuovere l’Eastern Partnership e anche tramite l’elezione di Donald Tusk alla presidenza del Consiglio europeo) la Polonia rischia di diventare un pariah in Europa, spalleggiata solo dall’Ungheria di Orban.

Il governo deve pertanto trovare un accordo politico interno sul tema della riforma della Corte costituzionale, avviando un dialogo ampio con tutte le componenti della società per arrivare a un testo di riforma il più possibile condiviso.

Questo sarebbe un messaggio molto importante sul piano sia interno che esterno e dimostrerebbe che è possibile conciliare il desiderio di riformare la struttura del paese senza violare i principi europei di democrazia, diritti umani e stato di diritto.

In questa difficile partita l’Ue deve giocare un ruolo costruttivo, dialogando con Varsavia per fare in modo che il governo cambi verso alle sue politiche. In un momento di per sé già molto delicato, l’Ue non può permettersi il rischio di veder sorgere “democrazie illiberali” all’interno dei suoi confini.

Daniele Fattibene è Assistente alla Ricerca del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI Twitter @danifatti.
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