Europa

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Metodo di Ricerca ed analisi adottato

Medoto di ricerca ed analisi adottato
Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

venerdì 17 luglio 2015

Europa: il nodo grego

’Ue e la Grecia
Salvare l’Europa restringendola?
Riccardo Perissich
11/07/2015
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La questione principale che si pone all’Europa dopo il referendum di Atene non è se la Grecia rimarrà o meno nell’euro: quale che sia la conclusione della partita in corso, la Grecia resterà infatti a lungo un problema che, volente o nolente, l’Europa si dovrà accollare.

Un grave errore di analisi compiuto per comprensibili ragioni demagogiche dal governo greco, ma che ha sedotto molta gente anche altrove, è di credere che il problema greco sia un paradigma per giudicare l’intero sistema dell’euro. In realtà la Grecia è sempre stata un caso del tutto anomalo: dirlo è politicamente scorretto, ma se lo si fosse trattato dall’inizio come tale forse avremmo evitato molti guai.

La domanda che assilla invece tutte le cancellerie è cosa bisogna fare dell’eurozona (e anche dell’Ue) per consolidare un sistema che palesemente funziona male e che è rigettato o mal compreso (in termini politici è la stessa cosa) dall’opinione pubblica.

Sul tavolo c’è il cosiddetto rapporto “dei 5 Presidenti” che costituirà, arricchito da altre idee fra cui un documento del governo italiano, la base per le discussioni dei prossimi mesi.

Il testo contiene molte proposte utili e si muove nella linea tradizionale del gradualismo e del pragmatismo delle istituzioni: fare proposte ambiziose, ma non troppo da essere giudicate irrealiste e velleitarie. In Italia e altrove è considerato del tutto insufficiente, addirittura “irritante”.

All’Europa non servono nuove proposte tecniche, si dice, ma la volontà di correggere finalmente il vizio d’origine del trattato di Maastricht: la mancanza di unità politica. Giusto; talmente giusto da essere semplicistico. C’è da chiedersi se chi lo dice abbia riflettuto fino in fondo alle conseguenze.

I malintesi dell’Unione politica
Quando in Italia si parla di unione politica, si pensa in genere a istituzioni di tipo federale che abbiano una sufficiente legittimità democratica da essere considerate “cosa loro” dai cittadini; istituzioni che dovrebbero anche avere una capacità finanziaria propria per poter giocare il ruolo stabilizzatore che in America appartiene al governo federale.

Tutto ciò è giusto e convincente, ma a cosa assomiglierebbero queste istituzioni? Ci sono molte riflessioni dell’accademia e dei think tanks, ma nulla che faccia supporre che i principali governi abbiano maturato idee concrete.

Non deve sorprendere. Per prima cosa l’Europa unita non potrà assomigliare agli Stati Uniti, nel senso che l’assoluta separazione dei poteri alla base della Costituzione americana è estranea alla nostra cultura politica fondata su governi parlamentari.

Inoltre, poiché è inconcepibile che si riparta da zero, si dovrà necessariamente costruire sull’esistente. Quale ruolo assegnare alle istituzioni che abbiamo: Commissione, Consiglio europeo, Consiglio, Parlamento europeo, Parlamenti nazionali?

Su tutto aleggia una divaricazione nel pensiero politico europeo, che possiamo identificare in Francia e Germania: da un alto la preferenza per un esecutivo forte anche se legittimato dalla volontà popolare, dall’altro la diffidenza verso l’esperienza del II e del III Reich che spinge verso un esecutivo con poteri discrezionali molto limitati, espressione di un Parlamento fortissimo.

Non sarà facile trovare un equilibrio, anche perché le difficoltà che incontra il Parlamento europeo dimostrano quanto sia arduo avere un dibattito democratico a livello dell’Unione. Il pericolo è che si finisca con un aumento massiccio dei poteri dei Parlamenti (europeo e nazionali), ma privi di un esecutivo degno di questo nome.

C’è infine l’ostacolo di sempre: la riluttanza della Francia e di altri ad accettare vere cessioni di sovranità. Quanto sopra basterebbe a illustrare la difficoltà del percorso. Tuttavia, le istituzioni non sono tutto. L’Europa ha anche (o crede di avere) una Costituzione economica. Per capirci, un po’ di storia.

La Costituzione economia europea
Quando, alla fine degli Anni ’60 si cominciò a rompere la stabilità monetaria che aveva sostenuto le economie occidentali durante i “30 gloriosi”, in Europa assistemmo a un duro confronto fra due filosofie i cui poli erano rappresentati (ancora una volta!) dai francesi, definiti “monetaristi” e dai tedeschi, definiti “economisti”.

Gli addetti ai lavori ancora sopravvissuti ricorderanno i duri scontri fra Giscard D’Estaing, allora ministro delle Finanze, e il suo collega tedesco Schiller. Lo scontro prendeva le mosse dalle misure da prendere per far fronte a un’incipiente instabilità monetaria, ma fu particolarmente aspro perché rifletteva due opposte visioni di politica economica. I francesi, privilegiavano strumenti per assicurare la stabilità monetaria; i tedeschi, sostenevano che nulla aveva senso senza convergenza delle politiche economiche.

Dietro il confronto c’era il problema dell’accettazione dei principi fondamentali dell’economia sociale di mercato, vero fondamento costituzionale e filosofico della Germania nata dalle macerie della guerra: rigore dei conti pubblici, gestione della moneta indipendente dalla politica, mercato aperto ma regolato, scarso intervento statale.

La disputa continuò con alterne vicende per tutti gli Anni ’70, sembrò sopirsi con l’accordo fra Giscard e Schmidt per la creazione dello Sme, ma riesplose con il primo governo Mitterrand. Gli altri paesi membri non assistevano inerti, ma si riconoscevano più o meno nell’una o nell’altra posizione. Il secondo governo Mitterrand segnò una svolta che permise più tardi di condurre al trattato di Maastricht.

I tedeschi avevano ceduto il controllo della moneta, ma ottenevano su tutto il resto vittoria completa. Con buona pace dei neo keynesiani così popolari in Italia, l’economia sociale di mercato nella sua versione tedesca (termine poi addirittura consacrato nel trattato di Lisbona) diventava la costituzione materiale dell’Unione.

Compromessi ed eccezioni
Partita chiusa? Le condizioni per poter accedere all’euro furono in alcuni casi “massaggiate” per motivi politici: marginalmente per l’Italia, in modo massiccio e addirittura fraudolento per la Grecia. Poi venne l’incidente del 2003 quando Francia e Germania, con la complicità della presidenza italiana, sforarono i parametri: episodio grave a causa dell’importanza dei due colpevoli.

In realtà la Germania peccava per finanziare le riforme che l’avrebbero ricondotta sulla retta via. La Francia, per poter continuare a spendere senza riforme. L’Italia fu complice per ottenere lo stesso salvacondotto della Francia.

Il vulnus fu grave e mai dimenticato; comunque, il fatto che il debole apparato istituzionale creato da Maastricht si rivelasse incapace di assicurare la convergenza delle politiche non sembrava preoccupare più di tanto.

La crisi ha fatto esplodere tutto: i meccanismi di funzionamento del sistema, ma soprattutto l’illusione di un consenso europeo sui principi della politica economica comune.

Il conseguente crollo della fiducia reciproca non poteva che condurre a una gestione sempre più intergovernativa accentrata nel Consiglio europeo. Alla retorica di una solidarietà rispettosa della sovranità nazionale, si è contrapposta una retorica della responsabilità e del rispetto delle regole.

In realtà il sistema è stato via via profondamente modificato ed è diventato allo stesso tempo più stringente, più flessibile e più solidale. L’accento sul rispetto dei saldi contabili è ora accompagnato, ed è una grande novità, da un’attenzione prioritaria alle riforme strutturali. Quanto sì è fatto negli ultimi anni ha prodotto indubbi risultati in paesi come la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda, ma anche l’Italia.

Risultati concreti e retoriche populiste
Tuttavia la guerra le opinioni pubbliche percepiscono solo un insieme farraginoso di procedure prive di coerenza politica. La retorica dell’egoismo dei creditori contro l’irresponsabilità delle cicale ha ovunque alimentato un populismo che si nutre spesso anche, e soprattutto, di altri temi come l’immigrazione incontrollata e il disprezzo delle classi dirigenti. Una delle letture più fallaci del dramma greco è che si tratti di un confronto fra una democrazia e una tecnocrazia.

Al netto degli errori commessi dall’eurogruppo durante i negoziati, le istituzioni hanno agito con un mandato politico fortissimo, altrettanto democratico di quello del governo greco; mandato politico non solo da parte della Germania e dei paesi a lei affini, ma anche di chi avendo ottemperato alle regole pagando un prezzo politico elevato, comincia a vedere la luce in fondo al tunnel.

Ricostituire un triangolo funzionante fra le tre parole chiave di responsabilità, solidarietà e fiducia sarà possibile solo se si ricreerà un consenso credibile e senza riserve intorno ai principi. Una delle più pericolose illusioni dei federalisti ostili al corso attuale è credere che in una federazione la maggioranza degli europei si esprimerebbe per una politica radicalmente diversa.

I principi consacrati nei trattati attuali non sono frutto di un’imposizione tedesca, ma rappresentano la convinzione della maggioranza dei paesi membri anche dell’attuale Parlamento europeo.

Trasparenza e legittimazione democratica
Tuttavia questo rinnovato consenso non resisterebbe ai fatti e non sarebbe compreso dall’opinione pubblica se non fosse accompagnato da una maggiore trasparenza e legittimazione democratica delle istituzioni.

Il ritorno della fiducia e la creazione di istituzioni più forti non annullerebbe la responsabilità dei singoli Paesi, ma scaricherebbe la Germania del suo imbarazzante fardello di “egemone riluttante” che sta ovunque inquinando il dibattito e renderebbe possibili ipotesi oggi irrealistiche come gli eurobonds o una capacità fiscale dell’eurozona.

I due problemi costituzionali dell’Europa quindi s’incontrano. Su questa strada ci sono tre scogli da affrontare: il consenso sulla politica economica, la definizione di un nuovo assetto istituzionale e l’accettazione di nuove importanti cessioni di sovranità.

Non bisogna del resto dimenticare che c’è necessariamente una terza gamba di ogni Unione politica. La debolezza dell’Europa nel contesto mondiale (politica estera, difesa, gestione dell’immigrazione) è percepita sempre più dai cittadini come un’inaccettabile carenza dell’Unione. Tutto ciò, sapendo che il risultato dovrà necessariamente essere ratificato da numerosi referendum, compreso (se si prende sul serio la posizione espressa da Bvg) in Germania.

Com’è agevole vedere, si tratta di un compito immane. L’errore più grave sarebbe di convocare al buio una nuova conferenza intergovernativa senza che sia sul tavolo un’ipotesi coerente. L’esempio da seguire è quello della proposta di Robert Schumann, formulata dopo essersi assicurato il consenso tedesco e con la certezza dell’accordo del Benelux.

Oggi l’iniziativa dovrebbe necessariamente essere tedesca, il consenso francese resterebbe indispensabile, ma sarebbe necessario anche il concorso di altri paesi del nord, del centro e del sud dell’Europa; senza massa critica, nulla avrebbe senso.

A costo di perdere per strada pezzi
C’è in tutto questo un prezzo che dovremmo essere pronti a pagare: perdere per strada alcuni pezzi dell’Ue e forse anche dell’eurozona. In un’Europa che affrontasse seriamente la sintesi fra responsabilità, solidarietà e sovranità si porrebbe con più acutezza un problema di compatibilità politica oltre che economica: è difficile che il primo Mitterrand, Orban o Tsipras (per non parlare di Lepen, Grillo o Salvini) possano trovarvi posto.

Il problema di come organizzare la transizione non sarebbe giuridico; i trattati offrono molti strumenti idonei. Il problema sarebbe però politico poiché ciò che si creerebbe al centro del sistema sarebbe tanto forte da rendere obsoleti tutti i principi di differenziazione e di velocità multiple finora sperimentati.

L’Italia sarebbe particolarmente esposta. Sempre accompagnati da diffusa diffidenza, entrammo nella Ceca e nella Cee per la buona volontà di De Gasperi e dei suoi eredi, nell’euro per l’ostinata determinazione di Ciampi e in Schengen per il paziente lavoro di Giorgio Napolitano.

Malgrado le mai risolte debolezze politiche e strutturali, abbiamo comunque operato all’interno del sistema contribuendo spesso in modo determinante al suo progresso.

Tuttavia la mancanza di fiducia ci investe ancora in pieno. Il compito degli europeisti italiani è reso oggi più arduo perché in passato i governi operavano con il consenso distratto ma largamente maggioritario dell’opinione pubblica e delle forze politiche. Oggi non è più così, anche se è ragionevole pensare che il diffuso euroscetticismo sia un fenomeno effimero che non reggerebbe di fronte a un progetto convincente.

Può darsi che la realtà o la carenza di leadershipci conduca alla conclusione che nell’attuale situazione economica e con la persistente fragilità di molti governi, un balzo in avanti non sia possibile. Allora dovremo continuare a cercare di evitare Grexit e Brexit e a navigare nel quadro attuale, cercando gradualmente di migliorarlo come abbiamo fatto finora e affrontando pragmaticamente le crisi future. Dovremo però farlo senza mugugni e assumendo anche il gravoso compito di educare un’opinione pubblica sempre più disorientata.

Riccardo Perissich, già direttore generale alla Commissione europea, è autore del volume “L'Unione europea: una storia non ufficiale”, Longanesi editore.
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mercoledì 15 luglio 2015

Europa: il punto sulla ricerca

Ue e ricerca
Horizon 2020 e Pmi: ancora molto da fare
Felice Simonelli, Osvaldo Piperno, Silvia Ciccarelli
30/06/2015
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In Europa operano circa 22 milioni di Pmi (il 99% del totale imprese attive) che generano 3.500 miliardi di euro di valore aggiunto (il 60% del totale) e impiegano quasi 90 milioni di addetti (il 67% del totale).

Questi numeri stridono con i risultati complessivi del Settimo Programma Quadro di ricerca e innovazione Ue: le Pmi rappresentano solo il 24% dei soggetti partecipanti e il 22% di quelli vincenti e raccolgono meno del 18% del budget complessivo.

Obiettivi specifici e canali preferenziali
La necessità di stimolare un maggior coinvolgimento delle Pmi è stata riconosciuta anche dall’Ue che ha introdotto uno specifico obiettivo “innovazione nelle Pmi” nel programma H2020.

La Commissione intende assegnare alle Pmi almeno il 20% dei finanziamenti inclusi nei pilastri “leadership industriale” e “sfide per la società”, ovvero circa 8,65 miliardi (poco più del 10% del budget complessivo H2020).

Parte di questa somma sarà erogata tramite un canale preferenziale di finanziamento, il cosiddetto Sme Instrument che dovrebbe garantire fondi alle Pmi per quasi 3 miliardi tra il 2014 e il 2020.

In aggiunta, le Pmi ad alta intensità di ricerca possono partecipare all’Eurostars Joint Programme. Un’altra opportunità è offerta infine dai finanziamenti sotto forma di capitale di credito o di rischio disponibili nell’alveo delle “call access to risk finance” (che non sono riservate solo alle Pmi).

Risultati ancora insoddisfacenti
Ciononostante, i risultati delle prime sub-call H2020 non hanno condotto a miglioramenti rispetto al precedente Programma Quadro: solo il 21% dei partecipanti e il 17% dei soggetti vincenti rientrano nella categoria Pmi cui è diretto meno del 14% del totale finanziamenti richiesti.

La nota positiva è che quasi 19% delle risorse erogate nell’ambito dei pilastri “leadership industriale” e “sfide per la società” sono andate alle Pmi, poco sotto il target iniziale. Nonostante gli sforzi compiuti, H2020 non è ancora un programma per Pmi.

Interrogativi e nodi da sciogliere
Restano una serie di dubbi e di nodi da sciogliere:

- È importante stimolare un maggior coinvolgimento delle Pmi in attività di ricerca e innovazione? È sufficiente riflettere sull’obiettivo, incluso nella strategia Europa 2020, di portare gli investimenti in ricerca e sviluppo al 3% del Pil europeo: in Europa il settore privato investe in tali attività poco più dell’1% del Pil, negli Usa quasi il 2%, in Giappone il 2 e mezzo. Mentre gli investimenti delle grandi imprese reggono il confronto internazionale, le Pmi europee rappresentano il tallone d’Achille.

- È adeguato il target di 8,65 miliardi (10% del budget totale) da destinare alle Pmi? Il programma H2020 ha segnato un punto di svolta, puntando soprattutto sull’innovazione piuttosto che su ricerca e sviluppo. Con l’avvicinamento al mercato è ragionevole attendersi maggiore interesse da parte delle Pmi, anche in assenza di obiettivi o strumenti dedicati. Il target della Commissione, peraltro solo sfiorato nelle prime sub-call, ha tutta l’aria di essere un bersaglio a portata di mano.

- Come si spiegano i risultati deludenti delle prime sub-call? Vale la pena riflettere su alcune delle criticità già emerse. Le Pmi: i) sono meno informate sulle opportunità offerte dai programmi europei; ii) hanno risorse umane e finanziarie, e spesso anche competenze (si pensi alle barriere linguistiche), inadeguate per preparare proposte convincenti; iii) incontrano ostacoli nella ricerca di partner e nella gestione di consorzi internazionali; iv) hanno difficoltà di accesso al credito per integrare, laddove richiesto, i fondi comunitari.

- La strategia adottata dalle Istituzioni europee può migliorare le performance delle Pmi? Lo Sme Instrument ha il pregio di dedicare risorse alle Pmi. Lo strumento consente la partecipazione anche a singole imprese e questa è stata la forma di partecipazione finora preponderante, in particolare per la fase uno. Sarebbe opportuno incentivare la partecipazione in forma consorziata per: i) addestrare alla partecipazione alle altre call H2020; ii) garantire la spinta innovativa che discende da collaborazioni internazionali. Lo Sme Instrument inoltre: i) offre una copertura pari al 70% delle risorse necessarie per un progetto, mal conciliandosi perciò con i problemi di accesso al credito delle Pmi; ii) non consente la contemporanea presentazione o implementazione di un secondo progetto nell’ambito dello stesso strumento, riducendo ulteriormente gli incentivi a creare consorzi.

Bisogna certamente coinvolgere più Pmi e dirigere loro maggiori risorse. Non basta però rincorrere le statistiche. Serve migliorare la qualità della partecipazione e consentire alle Pmi di superare e non aggirare i tipici limiti che le contraddistinguono.

Felice Simonelli è Assegnista di ricerca presso l’Agenzia Spaziale Italiana, Unità Linee Strategiche e Relazioni Paesi Europei & Ricercatore presso il Centre for European Policy Studies (Ceps).
Osvaldo Piperno è Primo Tecnologo, responsabile Piccole e Medie Imprese e Trasferimento Tecnologico presso l’Agenzia Spaziale Italiana, Unità Linee Strategiche e Relazioni Paesi Europei.
Silvia Ciccarelli è Assegnista di ricerca presso l’Agenzia Spaziale Italiana, Unità Linee Strategiche e Relazioni Paesi Europei
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Europa: la sicurezza in una nuova prospettiva

Rapporto Mogherini
Verso una strategia europea per la sicurezza 
Jean-Pierre Darnis
30/06/2015
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Nel recente Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo dei 28, è stato adottato il rapporto presentato dall’Alto Rappresentante Federica Mogherini «The EU in a changing global environment: a more connected, contested and complex world».

Questo rapporto risponde a una richiesta del Consiglio formulata nel dicembre 2013 quando l’Alto Rappresentante venne incaricato di provvedere entro il 2015 a fornire un’analisi delle mutazioni dello scenario globale.

Si tratta quindi di un mandato rivolto al precedente Alto Rappresentante, Catherine Ashton, che è stato colto al balzo da Federica Mogherini: il documento fornisce indicazioni molto interessanti sugli obiettivi ma anche sul metodo della sua azione.

Colpisce particolarmente il realismo del testo. Se uno ripensa alla cosiddetta «strategia Solana» del 2003, i toni sono nettamente più allarmisti, per non dire neri. L’Europa viene descritta come stretta nella morsa della crisi economica e dell’arco di crisi alle sue porte. Nel «mondo più connesso» dipinto in questo rapporto, si insiste sulle opportunità ma anche sulle fragilità legate alla globalizzazione.

Si tratta di una presa di coscienza forte, che in qualche modo rompe con l’idealismo di una visione di globalizzazione felice in auge nel decennio precedente. Seguendo questo filone, una serie di rischi strategici vengono elencati.

Possiamo sottolineare come questo filone realistico si ritrovi in un altro recente documento strategico, il libro bianco italiano per la sicurezza internazionale e la difesa. Queste convergenze illustrano l’emergere di un consenso europeo sulla necessità di analizzare lo scenario internazionale e l’opportunità della stesura di un documento strategico europeo.

Il quadrante geopolitico dell’Unione europea
Un altro fattore importante sta nel prendere in considerazione un vero e proprio quadrante geopolitico come base del ragionamento sui rischi e sulle opportunità future: il vicinato europeo (che include una vasta area che va dall’Europa dell’Est ai Balcani fino alla Turchia), il Medio Oriente e Nord Africa (Mena), l’Africa sub-sahariana, il Partenariato atlantico e l’Asia.

Questa visione copre più o meno l’intero pianeta e rinforza la percezione di un’Unione europea che deve necessariamente concepire una sua proiezione su scala globale.

È senz’altro un segno di maturità da parte dell’Unione di essere in grado di pensare l’intero mondo non solo in termini di scambi commerciali, tradizionale leva di azione europea, ma anche di sicurezza e sviluppo. Ciò rappresenta un interessante tentativo di elaborare una geopolitica post nazionale, ma anche post-federale.

L’Europa solo non pensa il mondo usando gli strumenti della potenza - caratteristica della proiezione nazionale, imperiale o coloniale per dirla con varie sfumature storica - ma mette anche un freno al sogno kantiano di una federazione mondiale della avrebbe costituito il nocciolo duro, mostrando anche estrema prudenza sul tema di futuri allargamenti dell’Ue, esplicitamente evocati soltanto per quanto riguarda i Balcani.

Anche se il meccanismo dell’allargamento viene considerato uno strumento importante, pare che i suoi campi di applicazione saranno assai ridotti nel prossimo futuro.

Proiettare stabilità e sicurezza
La visione è quella di una capacità di proiezione della stabilità e della sicurezza usando una panoplia di strumenti che vanno dallo sviluppo alla forza militare passando per le politiche migratorie o economiche.

Questo punto rappresenta uno degli aspetti fondamentali del testo: la promozione di una proiezione strategica dell’Europa con l’uso e il coordinamento dell’insieme dei tasselli a disposizione.

Fra questi strumenti, il testo esprime chiaramente una volontà di accrescere le capacità di difesa, sottolineando l’importanza della Politica di sicurezza e difesa comune (Psdc) evocando la possibilità non colta fino ad oggi di creare delle cooperazioni strutturate permanenti ai sensi del Trattato di Lisbona.

Anche in questo caso l’approccio pragmatico spinge verso una crescita delle capacità di difesa in ambito europeo usando meccanismi già esistenti che poggiano su gruppi di stati membri.

La visione “joint” della proiezione esterna rappresenta una prospettiva di evoluzione notevole del potere all’interno della Commissione, con DG che erano abituati a lavorare in parallelo e che sono chiamati non soltanto a cooperare, ma a contribuire a obiettivi comuni e definiti. Il testo auspica quindi una vera e propria trasformazione nelle istituzioni comunitarie con una potenziale crescita del ruolo dell’Alto Rappresentante.

Tuttavia non è tanto sullo sfondo (la visione strategica), bensì sulla forma(un’evoluzione o riforma del potere amministrativo e politico all’interno della Commissione), che questo testo potrebbe suscitare opposizioni.

Come già detto, ci troviamo di fronte a un opportuno esercizio di proiezione europea realista. Esso dimostra quindi un livello di coscienza seria, ma anche di maturità da parte dei responsabili politici che hanno promosso questo testo.

La descrizione del mondo “connesso, contestato e complesso” offre una diagnosi rigorosa delle forze e delle debolezze europee, e permette di meglio proiettare l’azione tramite una futura strategia. Il necessario realismo non deve però far perdere di vista il tema dei valori, che viene evocato nelle conclusioni.

L’Europa deve avere una strategia difensiva o di protezione in un contesto di crisi. Ma l’Europa ha sempre rappresentato ben altro, un insieme di valori democratici e di progresso delle istituzioni, sempre in movimento.

Dobbiamo augurarci che la futura strategia europea espliciti i valori di democrazia dinamica che sono al centro della costruzione europea e che ne definiscono la ragion d’essere, anche e soprattutto nella proiezione mondiale.

Le crisi e le minacce hanno fatto tramontare il “mondo migliore” che accompagnava “l’Europa sicura” della strategia Solana del 2003. Ma non dobbiamo perdere il progetto di migliorare il mondo, un’affermazione certo idealista ma che rimanda al senso stesso della nostra comunità politica.

Jean-Pierre Darnis è professore associato all'università di Nizza e responsabile di ricerca dell’Area sicurezza e difesa dello IAI (Twitter: @jpdarnis).
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Russia: l'arma strategica del "Turkish Stream"

Energia dalla Russia
L’Europa tra Tap e Turkish Stream
Alessandro Ronga
02/07/2015
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Sebbene il progetto sia ancora in fase embrionale, in ambienti economici e politici competenti si dà già per scontato che la nuova “arma energetica” della Russia sarà il gasdotto Turkish Stream, che - ormai accantonato il South Stream - avrà il compito di trasportare il gas russo fino in Turchia, da dove raggiungerà l’Europa attraverso la Grecia.

Atene poche settimane or sono ha siglato un memorandum d’intesa con Mosca, finalizzato alla realizzazione di un prolungamento del gasdotto sul proprio territorio: un impegno da due miliardi di dollari che può rivelarsi strategico, soprattutto politicamente, in un momento in cui il governo greco è impegnato in un negoziato con quella stessa Unione europea (Ue) che ha appena prolungato le sanzioni economiche contro il Cremlino.

L’Anatolia hub energetico
La formalizzazione dell’accordo per la realizzazione del Turkish Stream tra Mosca e Ankara è attesa a giorni. Ed è difficile pensare che, come accaduto con il suo abortito predecessore, l’infrastruttura nemmeno stavolta venga portata a compimento: troppo alto è l’interesse russo di trovare al più presto un sostituto del South Stream, impantanatosi in cavilli burocratici locali e norme anti-trust comunitarie, troppo appetitoso per la Turchia il ruolo di hub energetico tra Mediterraneo ed Europa.

Nella regione turca dell’Anatolia sta già per essere realizzato il Tanap, il Gasdotto Trans-Anatolico, che al confine tra Turchia e Grecia si unirà con il Tap, Gasdotto Trans-Adriatico, a completamento del Southern Gas Corridor, la colossale infrastruttura di 3500 chilometri che dal 2020 trasporterà il gas estratto nel Mar Caspio, al largo delle coste dell’Azerbaijan, fino in Puglia, da dove Snam Rete Gas (che potrebbe anche entrare nel progetto come azionista) avrà il compito di distribuirlo nel Vecchio Continente.

Ridurre la dipendenza dalla Russia
Il Tap rappresenterà qualcosa di più di un semplice gasdotto: segnerà un vero e proprio cambiamento epocale, poiché andrà a sfidare il monopolio russo per ciò che riguarda le forniture di gas all’Europa ed eleverà ulteriormente l’Azerbaijan al ruolo di potenza energetica, con tutti i benefici politico-economici che questo status comporta.

Se dunque il Turkish Stream costituirà una sorta di variante del South Stream, il Tap è destinato ad assumere il ruolo che avrebbe dovuto avere Nabucco, il gasdotto che l’Ue programmava di costruire per sganciarsi dall’eccessiva dipendenza dalle fonti energetiche russe, il cui progetto è stato accantonato per l’enormità dei costi.

A conferma dell’endorsement comunitario per il progetto azero, basta considerare un fattore non da poco. Nonostante appartenga per il 20% alla Socar, la compagnia energetica di Stato dell’Azerbaijan da cui l’Europa comprerà anche il gas, dal 2013 il Tap è esente dal rispetto delle rigidissime norme Ue contenute nel Terzo Pacchetto Energia, che proibiscono ad una compagnia energetica di essere contemporaneamente proprietario e gestore dell’infrastruttura attraverso cui la risorsa energetica verrà distribuita: un muro giuridico contro il quale invece è andato a schiantarsi il South Stream, bloccato dall’Ue per via del doppio ruolo di gestore-proprietario della russa Gazprom.

L’arma della norme anti-trust
Sebbene in questi mesi di crisi tra Ue e Russia si sia parlato spesso di diversificare le fonti di approvvigionamento con gas proveniente anche dall’Iran e dal Turkmenistan, ad oggi l’ “oro blu” dell’Azerbaijan resta l’unica alternativa concreta a quello russo: l’Europa ha già siglato accordi di fornitura di gas azero per 25 anni ed anche se le relazioni con Mosca dovessero tornare al sereno gli obblighi contrattuali imporrebbero comunque agli acquirenti europei di ricevere specifici quantitativi di gas.

Tuttavia, lo sbarco in Europa del gas azero non significherà affatto l’esclusione di Mosca dall’ ‘Albo Fornitori’ comunitario. Attraverso il Tap, infatti, l’Azerbaijan potrà inizialmente soddisfare il fabbisogno energetico dell’Europa per soli 10 miliardi di metri cubi di gas, un quantitativo notevole per la piccola repubblica ex sovietica, ma di molto inferiore a quello che la Russia è in grado di fornire: basti pensare che nel 2014 la quantità di gas russo giunto in Europa è stata di circa 155 miliardi di metri cubi.

Le scelte in bilico della Socar
Di questo gap con Gazprom la Socar è consapevole, tanto che l’obiettivo della compagnia azera per i prossimi anni sarà quello di incrementare la produzione per venire sempre più incontro alla domanda dei consumatori europei.

Ciò richiederà necessariamente altri investimenti per ampliare la capacità distributive del Tap in Europa, a meno che la Socar, considerate la vicinanza geografica e politica tra Turchia ed Azerbaijan, non decida di servirsi anch’essa del Turkish Stream, che a regime avrà una capacità annua di 63 miliardi di metri cubi di gas.

Un’ipotesi tutt’altro che remota, stando alle recenti dichiarazioni del numero due del colosso energetico azero Elshad Nasirov, secondo il quale, invece di investire sull’ampliamento del Gasdotto Trans-Adriatico, potrebbe essere economicamente più conveniente per Socar adoperare il Turkish Stream, e in particolare la sua appendice greco-russa per allargare la propria offerta commerciale.

Alessandro Ronga è giornalista e collaboratore del settimanale "Il Punto".
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Europa: prospettive a lungo raggio

Investimenti strategici
Ue, Parlamento dice sì a fondo Efsi
Antonio Scarazzini
01/07/2015
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Semaforo verde dalla plenaria del Parlamento europeo per il Fondo europeo per gli investimenti strategici (Efsi), lo strumento di attuazione del piano Juncker* da 315 miliardi per il rilancio degli investimenti e della crescita nell'Unione europea (Ue), pronto ad entrare in funzione nei primi giorni di luglio.

Con 464 voti a favore, la sessione plenaria ha infatti approvato in prima lettura l'accordo di compromesso raggiunto lo scorso 28 maggio dal “trilogo”, ossia dalla riunione dei delegati di Parlamento, Commissione europea e Consiglio dell’Ue.

Negoziati particolarmente serrati a sentire il vice-presidente della Commissione Katainen, che ha tenuto a ringraziare per la collaborazione e per la “prima alba ammirata dalle stanze del Parlamento”.

Investimenti strategici, ecco il nuovo accordo
La proposta iniziale della Commissione prevedeva l'istituzione di un fondo cogestito insieme alla Banca europea per gli investimenti, con una dotazione di 21 miliardi di euro, di cui 16 in forma di garanzia a favore della Bei stessa e 5 stanziati dalle risorse proprie dell'istituto con sede a Lussemburgo.

La componente a carico dell'Ue avrebbe dovuto ulteriormente essere assicurata da una sorta di controgaranzia di 8 miliardi, attinti dai margini non allocati del bilancio comunitario (2 miliardi) e da risorse stornate dai budget dei programmi di finanziamento di ricerca e infrastrutture, Horizon 2020 (2,7 miliardi) e Connecting Europe Facility (3,3 miliardi).

Proprio su questo aspetto il Parlamento è andato alla carica con l'intenzione di non detrarre neanche un centesimo dalle politiche d'innovazione già approvate. Con esiti favorevoli: viene aumentata di un miliardo la contribuzione da risorse non utilizzate del bilancio e i programmi Horizon e Cef vengono parallelamente “risarciti” di 500 milioni ciascuno, con la prospettiva di un'ulteriore riduzione dei tagli nei prossimi mesi, e vedranno inseriti i propri obiettivi strategici all'interno di quelli del Fondo.

In tema di governance e controllo del fondo, lo Steering Board verrà composto unicamente da membri di Commissione e Bei, chiudendo gli spazi di influenza inizialmente previsti per contributori terzi, che potranno limitarsi ad aumentare le risorse del fondo come già hanno fatto Germania, Francia, Italia e Polonia (8 miliardi ciascuno), Spagna (1,5 miliardi), Slovacchia (400 milioni) e Lussemburgo (40 milioni). Al Parlamento spetterà infine l'approvazione delle nomine del direttore e del suo vice, a seguito delle audizioni in aula.

Katainen: puntare sulla finanza di rischio
Se il Consiglio approverà quindi il regolamento di istituzione del fondo così come emendato dal Parlamento, l'Efsi entrerà quindi in azione già nei prossimi giorni e i primi investimenti potranno essere operativi dal mese di settembre, come ha affermato lo stesso Katainen.

“240 miliardi andranno agli investimenti, 75 direttamente alle piccole-medie imprese, vero nucleo forte dell'economia europea” afferma il relatore portoghese del Ppe José Manuel Fernandes. Gli fa da eco il co-relatore Udo Bullmann, socialdemocratico tedesco, che sottolinea l'importante ruolo di controllo ottenuto dal Parlamento e ricorda come gli investimenti rimarranno fuori dal Patto di Stabilità.

Ma è ancora Katainen a indicare i passi per la piena funzionalità del fondo: “in Europa non manca liquidità, anzi; - afferma il finlandese - ma mancano una finanza di rischio, che la sappia catalizzare dal settore privato, e l'intermediario tra la Bei e le piccole medie imprese”.

Oltre a consolidare il ruolo della Bei come garante degli investimenti privati, diventa così valida ipotesi l'istituzione di banche di sviluppo o di intermediari finanziari quali veicoli speciali che permettano di raccogliere capitali pubblici da fondi pensione e assicurativi, in modo da allettare la liquidità inutilizzata con un adeguato sistema di condivisione del rischio. Fondamentale poi l'orientamento verso una strumentazione finanziaria in ambito equity, cioè nel capitale di rischio, e venture capital, in particolare a favore di Pmi e startup.

Nessuna nuova emissione di debito - come aveva suggerito, tra gli altri, l'ex ministro Moavero - ma uno sforzo per recuperare con la grande liquidità “made in Bce” i 430 miliardi di investimenti mancati dal 2007, per il 75% dispersi in soli cinque Paesi: Spagna (31%), Italia (22%), Grecia (9%), Regno Unito (8%) e Francia (6%).

Ora c'è da spingere forte su quella leva moltiplicatrice che dovrebbe portare da 21 a 315 i miliardi di potenziali investimenti, che da Bruxelles assicurano possano aggiungere tra i 300 e i 400 miliardi al Pil dei 28 e creare oltre 1,3 milioni di posti di lavoro, come peraltro confermato da un recente studio dell'Ilo.

*Il tema sarà affrontato in un convegno a Torino venerdì 3 luglio. Articolo pubblicato per gentile concessione di Europae.

Antonio Scarazzini, Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi in Relazioni euro-atlantiche, è direttore di “Europae” e membro del direttivo di “OSARE Europa”.
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Europa: un nuovo processo di convergenza economica

Rapporto dei Presidenti
Documento ingannevole fuorviante irritante
Fabrizio Saccomanni
30/06/2015
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Il rapporto dei presidenti Juncker, Tusk, Dijsselbloem, Draghi e Schultz su come "completare l'Unione economica e monetaria dell'Europa" è a prima vista un testo scritto con sapiente scelta dei temi e delle parole, che emette molti "suoni" giusti e individua tutte le sfide essenziali che l’Ue deve fronteggiare.

Si riconosce che occorre "un nuovo processo di convergenza economica" per estirpare le radici degli squilibri che hanno causato la crisi economica e finanziaria. Si afferma l'esigenza di progredire su quattro fronti: un'autentica Unione Economica, una piena Unione Bancaria e Finanziaria, una Unione di Bilancio e una Unione Politica.

Si ammette che "occorrerà passare da un sistema basato su norme e orientamenti per l'elaborazione delle politiche economiche nazionali a un sistema di condivisione ulteriore della sovranità nell'ambito di istituzioni comuni, la maggior parte delle quali già esistono e possono progressivamente svolgere questo compito".

Ma a ben vedere è anche un testo ingannevole, perché dà per scontato che la Ue disponga di tempi lunghi per riformarsi, e fuorviante, perché in realtà continua a subordinare la dimensione comune e sovrannazionale delle politiche e degli strumenti alle priorità e alle responsabilità degli stati nazionali.

Infine è per certi versi un testo irritante per chi ha vissuto la lunga vicenda della unificazione monetaria perché riporta il processo indietro nel tempo al 1989, ai giorni del rapporto del Comitato Delors, se non al 1970, ai giorni del Rapporto Werner.

A quindici anni dall'inizio dell'Unione Monetaria, si propone ancora una articolazione per fasi, si richiede ancora un decennio di sforzi di convergenza, si prefigura ancora il miraggio che l'obiettivo finale dell'Unione politica sarà il "coronamento" di quegli sforzi o non sarà.

I tempi lunghi del processo sono la naturale conseguenza del timore dei "rapporteurs", uomini tutti di grande esperienza, equilibrio e saggezza, di formulare proposte "politicamente" scorrette e irrealistiche ai leader politici che dovrebbero farle proprie e farle approvare dai Parlamenti e dalle opinioni pubbliche nazionali.

Quindi si configura una fase 1 (dal 1 luglio 2015 al 30 giugno 2017) che tiene conto della scarsa propensione dei maggiori Paesi europei a negoziare un nuovo trattato e in particolare del calendario elettorale della Germania e della Francia.

La fase 1, entro il 30 giugno 2017
Si propone in buona sostanza di portare a termine, con gli strumenti esistenti, il lavoro rimasto incompiuto durante la gestione della crisi, con qualche innovazione istituzionale.

Si propongono: la creazione di un sistema di autorità nazionali per promuovere la competitività della zona euro; il rafforzamento della procedura per gli squilibri macroeconomici, finora priva di strumenti correttivi e di sanzioni; una maggiore attenzione all'occupazione e alla performance sociale, essenzialmente attraverso riforme strutturali del mercato del lavoro; un più stretto coordinamento delle politiche economiche nell'ambito di un semestre europeo rinnovato.

Il semestre sarebbe articolato in due fasi: una fase europea, in cui verrebbero elaborate raccomandazioni di politica economica per la zona euro, e una fase nazionale che produrrebbe le raccomandazioni specifiche per ciascun paese, come avviene ora.

Il processo verrebbe accompagnato da un controllo rafforzato da parte del Parlamento europeo e di un nuovo Comitato consultivo europeo per le finanze pubbliche, composto dagli uffici parlamentari di bilancio già costituiti in ciascun paese ai sensi delle vigenti regole fiscali europee.

In questo ambito si propone di rivedere le regole fiscali del six-pack e del two-pack, al fine di "migliorarne chiarezza, trasparenza, conformità e legittimità".

Infine, nella prima fase si dovrà completare la creazione dell'Unione Bancaria, rafforzando le risorse del Fondo Unico per la Risoluzione delle crisi bancarie e formalizzando un accordo su un sistema comune di garanzia dei depositi bancari; si varerà l'Unione dei Mercati dei Capitali.

Vasto programma, che tuttavia non intacca la struttura meramente intergovernativa della politica economica europea e non contribuisce a dotare la zona euro degli strumenti per condurre una politica fiscale anticiclica.

Le prospettive di rilancio dell’attività economica, degli investimenti, dell'occupazione restano dipendenti dalle politiche di risanamento fiscale e dall'attuazione di riforme strutturali mirate al rafforzamento della competitività e della produttività. Una combinazione che ha finora avuto effetti modesti sulla congiuntura europea.

Medio termine, solo obiettivi di massima
Per il medio termine, il Rapporto si limita ad individuare solo alcuni obiettivi principali da realizzare nella seconda fase e nella fase finale, senza precisarne la scansione temporale, e comunque al più tardi entro il 2025. Ed è in questo esercizio che il Rapporto è deludente per carenza di ambizione e per qualche incoerenza rivelatrice.

Per realizzare l'Unione economica, il Rapporto propone una "formalizzazione e maggiore capacità di vincolo del processo di convergenza". Verrebbero fissati standard vincolanti di alto livello nella normativa dell'Unione: essi riguarderebbero principalmente i mercati del lavoro, la competitività, il contesto imprenditoriale, la pubblica amministrazione, nonché taluni aspetti della politica tributaria.

In questo ambito, la procedura per gli squilibri macroeconomici potrebbe essere utilizzata anche "per promuovere riforme e controllare i progressi compiuti in ciascun Stato membro della zona euro verso il conseguimento degli standard comuni".

Per attuare l'Unione di bilancio, il rapporto propone la creazione di una funzione di stabilizzazione macroeconomica per la zona euro. Sembra finalmente un passo nella direzione giusta, per dare alla zona euro una capacità discrezionale di politica economica, ma non è così e una lettura attenta del rapporto lo conferma.

In realtà, la funzione verrebbe sviluppata "a più lungo termine ... a coronamento di un processo di convergenza e di ulteriore condivisione del processo decisionale sui bilanci nazionali". La convergenza sarebbe cioè la condizione per l'accesso dei paesi al meccanismo di stabilizzazione.

Inoltre, la funzione non avrebbe la finalità di stabilizzare il ciclo economico della zona euro, bensì quella di "migliorare la resilienza complessiva della Uem contribuendo così a prevenire le crisi".

Si dovrebbero individuare degli ammortizzatori per i grandi shocks macroeconomici, ma il loro impianto per la zona euro richiederà studi più approfonditi che saranno condotti da un nuovo comitato di esperti che assisterà la Commissione per formulare le proposte per le fasi successive del processo.

Nell'immediato, il Rapporto ammette che la funzione di stabilizzazione potrebbe muovere dal Fondo europeo per gli investimenti strategici (Feis), di recente costituito per dare attuazione al Piano Juncker per investimenti nelle principali infrastrutture europee (energia, economia digitale, trasporti). Ma si tratta appena di un accenno senza maggiori dettagli.

Unione politica: due iniziative di tenore diverso
Infine, in quello che dovrebbe essere il capitolo dedicato all'Unione politica, il rapporto propone due iniziative di tenore assai diverso. La prima sriguarderebbe l'integrazione del Meccanismo europeo di Stabilità (Mes - il cosiddetto Fondo salva-Stati) nel diritto dell’Ue.

Si riconosce che la struttura intergovernativa del Meccanismo comporta processi decisionali complessi e tempi lunghi e si propone la piena integrazione della governance del Mes nei Trattati dell’Ue.

La seconda iniziativa è invece di portata assai più ampia in quanto prevede la costituzione di una Tesoreria unica per la zona euro. Ma anche qui la proposta è di natura evolutiva:"Via via che la zona euro evolve verso una Uem autentica, sarà sempre più acuta la necessità di adottare alcune decisioni collettivamente, assicurando nel contempo il controllo democratico e la legittimità del processo.

Una futura Tesoreria della zona euro potrebbe essere la sede adatta per questo processo decisionale collettivo. Comunque questa Tesoreria unica non sarebbe un Ministero delle Finanze della zona euro perché "gli Stati membri continuerebbero a decidere autonomamente su fiscalità e assegnazione della spesa pubblica in funzione delle preferenze e scelte politiche nazionali".

In linea con questa più intensa comunanza, il rapporto ritiene opportuno unificare sempre di più la rappresentanza esterna della Uem nelle sedi internazionali.

Il rapporto un’occasione perduta
In conclusione, il Rapporto rappresenta un'occasione perduta. Si poteva dare un segnale più forte circa gli obiettivi verso cui tendere, specie in un'ottica decennale, con una più forte connotazione federale, per correggere la "zoppia" tra una politica monetaria gestita da un organo federale e politiche economiche gestite a livello nazionale in base a regole comuni.

Invece, si continua a prefigurare una "Europa delle patrie", in cui nuove "funzioni" vengono messe in comune per essere gestite da consessi intergovernativi senza che si facciano passi significativi verso l'Unione Politica.

Si poteva fare riferimento allo strumento della "cooperazione rafforzata" già previsto dai Trattati. Nei contenuti, il quadro che si prefigura accentua l'enfasi sulle politiche di consolidamento fiscale, sulle riforme strutturali e sulla competitività, temi su cui si verrebbe ad avere un sovraffollamento di competenze e di procedure, tra vecchi e nuovi comitati e autorità, con rischi di aggravare la complessità della governance e di minare la sua credibilità.

Per contro, sul tema della politica anticiclica della zona euro ben poco di nuovo viene proposto e si continua a chiamare "coordinamento delle politiche economiche" qualcosa che è in realtà solo un monitoraggio comune sul rispetto delle regole fiscali.

Il possibile uso anticiclico del Feis viene appena adombrato e nulla si dice del ruolo che potrebbe svolgere al riguardo una riforma del bilancio comunitario che preveda una utilizzazione di "risorse proprie" da individuare per fini anticongiunturali.

E infine continua l'ambiguità sulle vere finalità della procedura per gli squilibri macroeconomici che potrebbe essere utilizzata per monitorare progressi sull'attuazione delle riforme strutturali e la riduzione del debito pubblico, piuttosto che promuovere la correzione degli squilibri delle bilance dei pagamenti.

Comunque, nella primavera del 2017 la Commissione presenterà un libro bianco per valutare i progressi compiuti nella fase 1 e per elaborare proposte per completare la Uem nelle fasi successive. Fino ad allora, non molto di nuovo sul fronte europeo.

Fabrizio Saccomanni, economista, è Vicepresidente dello IAI. Ministro dell’Economia del governo Letta dal 28 aprile 2013 al 22 febbraio 2014. Già Direttore generale della Banca d’Italia.
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giovedì 2 luglio 2015

Spagna: il sempre difficile rapporto con le minoranze

Spagna e Catalogna
Un nuovo no dal Tribunale costituzionale
Anna Mastromarino
24/06/2015
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Mentre Artur Mas, presidente della Generalitat de Catalunya, punta a trasformare le elezioni regionali del prossimo settembre in un plebiscito popolare a sostegno del progetto indipendentista catalano, lo scorso 11 giugno, ancora una volta, il Tribunale costituzionale spagnolo è tornato a pronunciarsi sulle vicende che da mesi mantengono alta la tensione nelle relazioni fra Madrid e Barcellona.

E lo ha fatto dichiarando l’incostituzionalità delle «azioni della Generalitat di Catalogna relative alla preparazione del cosiddetto ‘processo di partecipazione pubblica’» culminato nella consultazione popolare del 9 novembre scorso.

La decisione merita attenzione, per almeno due ordini di ragioni. L’uno di stretto diritto; l’altro di natura politico-costituzionale.

La prima peculiarità è rappresentata dall’oggetto del ricorso. Lo scorso febbraio, con sentenza 31/2015, sciogliendo la riserva attorno alla sospensione della sua efficacia dichiarata pochi giorni prima del 9 novembre, il giudice delle leggi spagnolo si era definitivamente pronunciato circa l’illegittimità costituzionale della consultazione indipendentista indetta con decreto dal governo catalano.

In assenza di altri atti giuridici e formali su cui fondare un nuovo ricorso concernente le procedure di consultazione comunque espletate il 9 novembre (nessun atto giuridico formale aveva sino a quel momento potuto salvarsi dalle ripetute dichiarazioni di incostituzionalità della Corte), al governo Rajoy non è restato che passare “dalle parole ai fatti”, e non solo in senso metaforico.

Poteri del Governo catalano
Non essendoci atti giuridici emessi ufficialmente dalle istituzioni comunitarie, ad essere impugnati sono stati quell’insieme di azioni e comportamenti che, nonostante la sospensione, sono stati adottati dal Governo catalano al fine di organizzare e realizzare una consultazione popolare che, lungi dal potere pretendere di avere effetti giuridici, potesse rappresentare simbolicamente un momento di espressione della volontà popolare.

Ed in particolare: i contenuti del sito www.participa2014.cat, la creazione di un registro di votanti, le istruzioni assegnate ai volontari che hanno reso possibile la realizzazione della consultazione, la predisposizione di regole per il voto, la messa a disposizione di locali pubblici.

Nonostante l’organizzazione sia stata affidata interamente alla società civile, è risultato sin da subito chiaro che ognuna delle iniziative elencate poteva essere ricondotta al Governo catalano, dimostrando il coinvolgimento in prima persona delle istituzioni autonome nella vicenda.

La dichiarazione di incostituzionalità si fonda su un duplice profilo: sulla mancata competenza della Comunità catalana a indire una consultazione, di qualunque tipo, formale o informale, referendaria o meno, su materie che non sono ad essa attribuite dalla Costituzione o dallo Statuto, nonché sulla lesione degli articoli 1.2, 2 e 168 della Costituzione, violati ogni qual volta è avviato un processo di partecipazione popolare, anche privo di immediati effetti giuridici, che mira a sondare l’opinione di una parte soltanto della popolazione su temi che di fatto riguardano l’intero popolo spagnolo.

In particolare, il tenore delle domande poste il 9 novembre «Vuoi che la Catalogna diventi uno Stato? Vuoi che questo stato sia indipendente?», non avrebbe lasciato dubbi, a parere del Tribunale costituzionale, circa la natura sostanzialmente costituente della consultazione.

Esse infatti porrebbero «un problema che riguarda l'ordine costituito e lo stesso Fondamento costituzionale», incidendo su «questioni fondamentali già risolte nel processo costituente e che risultano sottratte alla decisione dei poteri costituiti». Le domande pertanto presupporrebbero «un riconoscimento indiretto al popolo della Catalogna di poteri» che risultano in contrasto con il dettato costituzionale.

La sentenza della Corte
La Corte richiama ampiamente la sua precedente giurisprudenza sul punto, ricostruendo a partire dalle sue pronunce gli eventi degli ultimi anni. Ne risulta una sentenza monolitica, inflessibile nel suo procedere: nessun voto dissenziente, nessuna riserva.

Non vede soluzioni alternative la Corte. Lo va ripetendo dalla sentenza 31/2010, quando pronunciandosi sullo statuto ricordava che è tempo per chi voglia riformare il tipo di Stato spagnolo di mettere mano al procedimento di revisione costituzionale; lo ha ribadito nella sentenza 42/2014, teorizzando l’ormai noto derecho a decidir del popolo catalano.

Ma riformare per cambiare cosa? E per cambiare come?

Rebus sic stantibus, alcune perplessità di natura politico-costituzionale appaiono lecite.

Ed in effetti: assodato che se uno Stato composto per potersi dire davvero pluralista e sostanzialmente orientato al modello federale non può mancare di coinvolgere le sue entità subnazionali al momento di ripensare il patto costituzionale, ed ammesso che la Spagna voglia proseguire ed implementare il proprio cammino verso il decentramento, quale sarà la tribuna dalla quale le istituzioni e le popolazioni delle comunità territoriali potranno far sentire democraticamente la loro voce, se è inibito loro avviare qualsivoglia processo di partecipazione popolare volto a sondare possibili e praticabili soluzioni per il futuro dell’ordinamento spagnolo?

Forse in Spagna, dopo un periodo di silenzio, è venuto il momento per la politica di riprendere la parola, di riavviare un dialogo fra le parti, sollevando la giurisprudenza costituzionale dalla pesante funzione di supplenza cui è stata obbligata negli ultimi anni.

Anna Mastromarino è ricercatrice di Diritto Pubblico Comparato, Università di Torino. Intervento pubblicato quale Commento del Centro Studi sul Federalismo, che ringraziamo per avercene consentito la ripubblicazione.
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martedì 16 giugno 2015

Fillandia: la coalizione tripartita al lavoro nel nuovo governo

Il ‘trio’ Finlandia
Un nuovo governo e nuovi progetti
Gianfranco Nitti
09/06/2015
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A poco più di un mese dalle elezioni politiche del 19 aprile, si è insediato in Finlandia il 74° governo dalla proclamazione della Repubblica, nel 1917: una coalizione tripartita, guidata dal leader centrista, Juha Sipilä, che comprende, oltre al partito di centro, il partito dei Finlandesi e i conservatori di Alexander Stubb, in calo alle urne.

Stubb guidava il governo di coalizione precedente, di centro-sinistra, mentre l’attuale è di centro-destra, senza piccoli partiti come i cristiano-democratici e gli svedesi prima presenti.

Nel complesso, la coalizione, insediatasi il 29 maggio, dispone di 120 dei 200 seggi del parlamento unicamerale finlandese. Il nuovo gabinetto ha 14 membri, tre in meno rispetto a quello del precedente governo: sei sono del partito di centro, quattro dei Finlandesi, altri quattro dei conservatori.

Ministro degli affari esteri è il leader dei Finlandesi Timo Soini, spesso definito euroscettico e populista. L’ex premier Stubb ha avuto il dicastero delle finanze, mentre l’ex commissario europeo Olli Rehn, guida gli affari economici. Cinque dei 14 ministeri sono affidati a donne.

Le ricette del trio
Le linee programmatiche del nuovo governo sono fondamentalmente tracciate sui binari di grandi tagli di spesa per equilibrare le finanze pubbliche e su investimenti in infrastrutture e altre misure per promuovere la crescita economica e l'occupazione.

Il programma, contenuto in un documento di circa 40 pagine, “Finlandia, terra di soluzioni”, è stato illustrato in Parlamento il 2 giugno dal premier ed è stato approvato con 114 voti favorevoli e 72 contrari.

Per quanto riguarda la politica estera e di sicurezza, la Finlandia intende mantenere buone relazioni con la Russia, nonostante il raffreddamento dei rapporti di Mosca con l’Ue. Inoltre, il Paese mantiene l’ipotesi di chiedere l'adesione alla Nato.

Sul piano economico e sociale, il governo ha l’obiettivo di elevare il tasso di occupazione al 72% della forza lavoro. Ma, poiché il Pil della Finlandia è ora più o meno al livello di otto anni fa, mentre la spesa pubblica ha continuato a crescere, l'indebitamento non è più sostenibile e va quindi ridotto tagliando, fra l’altro, la spesa.

La coalizione traccia in cinque punti i suoi obiettivi fino al 2025, al di là del limite temporale della legislatura appena iniziata: il risultato vuol essere una Finlandia innovativa, sicura e solidale, secondo la formula del premier Sipilä.

I cinque punti sono: - migliorare l'occupazione e la competitività; - riformare la competenza e l'istruzione; - promuovere il benessere e la salute; - incoraggiare bio-economia e compatibilità ecologica; - riformare le modalità di lavoro attraverso digitalizzazione, sperimentazione e deregolamentazione.

Progetti e risparmi
Sipilä ha citato 26 progetti chiave, che intende realizzare nel periodo del suo governo. Tra di essi, riforma dei servizi per l'impiego per promuovere una migliore occupazione; aumento della costruzione di alloggi; promozione della creazione di nuovi ambienti di apprendimento e introduzione di materiali digitali negli istituti scolastici; ampliamento del progetto delle ‘scuole in movimento’ in tutto il paese per garantire un'ora di attività fisica ogni giorno.

Ed ancora: attuazione della riforma dell'istruzione secondaria superiore professionale e sviluppo di un sistema di garanzia per i giovani; miglioramento dell'assistenza domiciliare per gli anziani e delle cure informali; adozione di un programma per affrontare la riforma dei servizi per l'infanzia e la famiglia; promozione di fonti d’energia pulite, rinnovabili e senza emissioni di anidride carbonica, abbandonando l’utilizzo del carbone nella produzione energetica e dimezzando, già negli anni 2020, l'uso di petrolio importato per le esigenze del paese. Ma l’elenco dei progetti è molto più esteso.

C’è, inoltre, la riforma delle Amministrazioni locali basata su aree autonome più ampie di una municipalità. Per salvaguardare la democrazia, queste aree saranno gestite da consigli eletti. Sono pure state definite le cornici per finanziare la riforma: il governo prevede di ridurre i costi del governo locale di un miliardo di euro.

Sipilä ha sottolineato che la premessa fondamentale del suo governo è che il Paese debba cessare di vivere al di sopra delle proprie possibilità entro il 2021, trovando modo di ridurre il debito pubblico di almeno 10 miliardi di euro, in parte mediante risparmi sulle spese, in parte mediante interventi strutturali.

Nella legislatura appena iniziata, i risparmi dovrebbero attestarsi sui quattro miliardi, ove possibile in aree che non influenzano direttamente i trasferimenti di reddito e i servizi di cui i cittadini hanno bisogno. Gli assegni familiari non saranno toccati, le pensioni garantite avranno un piccolo aumento, le attività di assistenza informale saranno sostenute con un investimento di 75 milioni.

Stato sociale e contratto sociale
Il premier ha assicurato che i risparmi non comprometteranno lo stato sociale finlandese. Ma senza tagli, lo stato sociale sarebbe in pericolo nel giro di pochi anni. Sipilä ha criticato l’attuale gravosa pressione fiscale che mette in pericolo la competitività, ammettendo tuttavia che non è possibile ora attenuarla.

Se una tassazione più elevata non porterà al recupero della Finlandia, non può riuscirci da solo neanche il taglio dei costi. Per questo, si propone un investimento di 1,6 miliardi in crescita per ridurre l'arretrato sulle manutenzioni e per attuare gli obiettivi strategici.

Questi investimenti saranno finanziati principalmente attraverso redditi da capitale e si utilizzeranno pure gli strumenti dello Strategic Investment Fund dell’Ue e della Banca Europea per gli Investimenti, il cosiddetto Piano Juncker.

Il governo propone un ‘contratto sociale’ per ridurre i costi per unità di lavoro di almeno il 5%: proposta che sarà definita a fine luglio e cui le parti sociali dovranno dare risposta a inizio autunno. Per sostenere il contratto sociale e finanziarne gli accordi, il Governo è pronto a ridurre le imposte sul reddito. Queste soluzioni rafforzeranno l'equilibrio delle finanze pubbliche di un importo pari a mezzo punto del Pil.

In sostanza, il nuovo governo finlandese ha un programma ambizioso difficile da attuare nel breve termine (e infatti si espande oltre il quadriennio della legislatura). Presto i cittadini finlandesi potranno valutarne consistenza e fattibilità; e si vedrà se e quanto il populismo di Soini riuscirà a coabitare col rigorismo di Rehn.

Gianfranco Nitti è giornalista, corrispondente di mass media finlandesi dall’Italia.
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lunedì 15 giugno 2015

Europa: gli errori si pagano e l'arroganza pure

Spagna e Polonia
Ue, nuovo allarme consenso
Stefano Pioppi, Eleonora Poli
01/06/2015
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Il risultato di Podemos in Spagna, le elezioni presidenziali polacche con la vittoria di Andrzej Duda, candidato di Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwosc), il trionfo di David Cameron in Gran Bretagna e la continua lotta politica di Syryza in Grecia costituiscono senza dubbio una sorta di grosso scheletro nell’armadio che mina la legittimità di Bruxelles.

Tuttavia, se l’insoddisfazione nei confronti dell’Unione e il desiderio di cambiamento caratterizzano tutti e quattro i Paesi in questione, la progettualità politica espressa dai rispettivi partiti non è allineata.

Cameron chiede meno Europa politica e più mercato comune e, forte dell’onda euroscettica, è in viaggio verso le capitali europee per ottenere il consenso degli Stati membri a una revisione dei trattati.

Tsipras, invece, vorrebbe un’Europa diversa e possibilmente meno austera, che consenta ad Atene di investire nel sistema di welfare e sull’economia reale. Ma cosa vogliono i leader di Diritto e Giustizia e di Podemos?

Diritto e Giustizia: un tradizionale euroscetticismo
Andrzej Duda, vincitore delle elezioni presidenziali grazie al 51,55 % ottenuto al secondo turno delle presidenziali del 24 maggio, inizierà il suo mandato il 6 agosto, in coincidenza con la fine di quello di Bronisław Komorowski.

Già europarlamentare, Duda si prepara a spianare la strada per una vittoria del suo partito, Diritto e Giustizia, alle elezioni legislative previste per ottobre. Diritto e Giustizia si colloca a destra del sistema politico polacco. Con forti posizioni nazionaliste, di conservatorismo, e tendenzialmente populiste, il partito del neo-presidente eletto ha costantemente ribadito la necessità di dare precedenza agli interessi nazionali rispetto a quelli europei.

Lo stesso Duda si è più volte espresso criticamente nei confronti non solo della gestione politico-economica da parte delle istituzioni europee o dell’euro, ma anche nei riguardi del processo di integrazione nel suo complesso, colpevole di avere privato la Polonia di parte della sua sovranità.

In un momento economico contraddistinto dalla crescita, l’euroscetticismo si giustifica con il nazionalismo. Economicamente il partito sostiene posizioni anti-liberali, più vicine al protezionismo e al patriottismo economico che all’integrazione.

Con 18 seggi nel Parlamento europeo (19 se consideriamo il seggio di Destra della Repubblica), Diritto e Giustizia si configura come la componente numericamente più rilevante, insieme al Partito Conservatore britannico, del gruppo parlamentare dei Conservatori e Riformisti Europei.

Non a caso, presenta posizioni che sono quelle del più tradizionale euroscetticismo, risultato della cultura nazionalista avversa alla cessione di poteri al livello sovranazionale. Questo non è un fenomeno nuovo, ma vecchio quanto lo stesso processo di integrazione europea.

Podemos sulla scia dell’eurocriticismo
Un’altra novità, forse più annunciata, del mese di maggio, è stato il grande successo di Podemos alle elezioni amministrative spagnole. Nonostante il Partito Popolare e il Partito Socialista Operaio Spagnolo restino le prime due forze del paese, la grande crescita di Podemos ha difatti messo fine al bipolarismo che ha contraddistinto la Spagna dalla fine del franchismo.

Il partito dei post-indignatos, guidato da Pablo Iglesias, ha un programma che si inspira ai principi della democrazia partecipativa e mira al cambiamento del sistema politico spagnolo per curarlo dai mali della corruzione e dell’inefficienza.

Il partito, di chiare tendenze populiste, si scaglia contro la classe politica dirigente, colpevole di avere messo in ginocchio il Paese con politiche distanti dagli interessi reali della popolazione.

Al piano di rivalsa cittadina e democratica si aggiunge una progettualità tipicamente di sinistra, irrorata di ispirazione socialista rivolta soprattutto al rilancio dell’economia e alla lotta alla disoccupazione attraverso un nuovo sistema-paese.

In ambito europeo, con i suoi 5 eurodeputati aderenti al gruppo di Sinistra Unitaria Europea - Sinistra Verde Nordica, in cui rientra anche Syriza, Podemos si inserisce prepotentemente nel calderone dell’eurocriticismo.

La sua critica è rivolta all’establishment europeo e riguarda prevalentemente due aspetti: primo, la scellerata gestione della crisi improntata al rigido rispetto dell’austerity e responsabile di un generale peggioramento delle condizioni sociali; secondo, l’adozione di un sistema decisionale contraddistinto dalla carenza di democraticità e dall’incapacità di rispondere alle esigenze dei cittadini.

Il partito che sta sconvolgendo la politica spagnola, non può essere definito anti-europeista, ma piuttosto critico nei confronti dell’attuale classe dirigente europea.

Un differente peso politico
Nonostante il diverso peso politico dovuto al fatto che sia Podemos che Diritto e Giustizia sono ancora distanti dall’ottenere la guida del governo, e nonostante un diverso atteggiamento nei confronti delle istituzioni europee, le recenti vittorie dei movimenti euroscettici ed eurocritici in Polonia e Spagna sono un ulteriore segnale di allarme della crisi del consenso europeista.

Segnale che ancora una volta non deve essere sottovalutato. C’è infatti necessità di dialogare con queste formazioni anti-europee, soprattutto con le loro ali eurocritiche, che spingono al cambiamento ma non alla distruzione del progetto europeo.

Il rischio è infatti, che forze anti-europee, come il partito dei Tories guidato da Cameron, strumentalizzino la necessità di cambiamento per ottenere uno smantellamento del progetto europeo ad uso e consumo nazionale.

Eleonora Poli è ricercatrice dello IAI. Stefano Pioppi è stagista dello IAI.
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mercoledì 3 giugno 2015

GRan Bretagna: da sempre antieuropa.

Gran Bretagna dopo il voto
… il Continente è isolato
Riccardo Perissich
14/05/2015
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C’è un parallelo fra Brexit e Grexit. I due fenomeni hanno parecchi punti in comune. Nessuno desidera che avvengano; e tutti concordano che gli effetti sarebbero negativi per tutte le parti in causa, ma peggiori per chi esce che per chi resta.

C’è anche un altro punto in comune, di cui si parla molto nel caso greco ma poco per quello britannico: il pericolo di contagio ed è questo che, come nel caso greco, influenzerà la posizione negoziale degli altri stati membri.

Brexit e Grexit, le analogie fino al contagio
Anche se le ragioni non sono le stesse, molti paesi del Continente sono sottoposti a un’ondata di populismo antieuropeo che si nutre di un diffuso rigetto dell’opinione pubblica.

Certo, le motivazioni dei vari populismi sono molto diverse e nella disaffezione popolare si mescola irritazione sia per ciò che l’Europa fa, sia per ciò che dovrebbe fare e non fa. Tuttavia il fenomeno è diffuso e in alcuni casi costituisce una seria minaccia per i partiti moderati di destra e di sinistra.

Quali sono i paesi più vulnerabili? In primo luogo l’Olanda, tradizionalmente molto vicina a Londra e da qualche anno passata da essere alfiere del federalismo a un europeismo molto tiepido; membro fondatore dell’Unione, quello olandese non è un caso che si può trattare con leggerezza.

Poi i paesi scandinavi, tradizionalmente reticenti a impegnarsi per più integrazione, ma abituati a un comportamento pragmatico verso l’Europa: saranno utili mediatori, ma non seguiranno le sirene britanniche. Inoltre i paesi dell’est. Molti di loro sono sensibili a sirene populiste e nazionaliste; il caso dell’Ungheria è emblematico e le recenti elezioni polacche hanno dato un segnale negativo.

Tuttavia molti motivi dell’euroscetticismo post comunista sono incompatibili con quelli di Cameron che ha fatto del controllo dell’immigrazione, anche europea, uno dei suoi cavalli di battaglia.

Chi gioca con (o contro) Cameron
Restano i paesi più importanti: Spagna, Italia, Francia e Germania. Con l’incognita delle elezioni previste per fine anno, la situazione spagnola dovrebbe essere sotto controllo. A maggior ragione ciò vale per l’Italia, dove Renzi non ha per il momento rivali. Diversa è la situazione francese.

Anche se per ora improbabile, lo spettro di una vittoria di Marine Le Pen non può essere del tutto escluso; ancora più preoccupante è una contaminazione della destra, probabile vincitrice alle prossime elezioni.

Il pericolo non è tanto che altri Paesi si accodino alle richieste britanniche, ma piuttosto che ne traggano pretesto per chiedere di smantellare altri pezzi d’integrazione aprendo così un vaso di Pandora impossibile da richiudere. Su questa strada farebbero però il gioco dei populisti che ne trarrebbero pretesto per giocare al rialzo.

Al centro di tutto questo c’è la Germania, con le sue rigidità, la sua Corte Costituzionale e i suoi ancora contenuti fermenti euroscettici. Ad essa spetterà il compito di definire la portata e i limiti del negoziato con la Gran Bretagna.

La sua politica europea è attualmente ancorata ai tre obiettivi della continuità, del rafforzamento dell’eurozona e del mantenimento della coesione europea verso la Russia. È quindi probabile che Cameron troverà a Berlino quella sorridente intransigenza che sembra essere la principale qualità di Angela Merkel: la Cancelliera dovrà tenere conto di tutto il contesto, ma con un occhio particolare per la Francia, il suo insopportabile ma indispensabile alleato con cui tutto cominciò e con cui tutto potrebbe finire.

Il fattore calendario
Ciò avrà un’influenza importante sul calendario. Fra il 2017 e il 2018 ci saranno elezioni in Italia, Francia e Germania. Nessuno vorrà affrontare quelle scadenze con l’incombente minaccia di un referendum britannico; la richiesta di accelerazione sarà quindi accolta con favore.

È comunque poco probabile che il problema britannico diventi il detonatore della dissoluzione dell’Ue: se vorremo arrivare a quel risultato, lo faremo per ragioni nostre e non per stimoli esterni.

Cameron, come Tzipras, scoprirà quindi che proprio la fragilità politica di molti governi europei trasformerà i potenziali alleati in difensori dell’esistente. Come in tutte le vicende umane, è sempre possibile che stupidità ed errori di calcolo conducano alla catastrofe, ma è più probabile che si trovi un compromesso ragionevole.

Secondo i piani, alla fine ci sarà un referendum. Gli europei chiederanno sicuramente a Cameron di impegnarsi a difendere il risultato del negoziato di fronte al popolo britannico. Se così sarà, sulla carta il successo dovrebbe essere garantito.

Tuttavia i referendum sono animali feroci: presentati come scelte strategiche, sono in realtà condizionati da emozioni e situazioni contingenti come la popolarità del governo e, nel caso britannico, dall’evoluzione della situazione scozzese. Cameron non potrà garantire l’unità del suo partito nella campagna.

Non mancano precedenti di referendum che hanno prodotto risultati opposti alle intenzioni dei loro promotori. Emblematici i due esempi francesi; i partiti erano in teoria uniti ma divisi nella realtà; Mitterrand vinse per un soffio il referendum su Maastricht e Chirac perse rovinosamente quello sulla Costituzione.

Nel caso britannico, il confronto fra i due schieramenti è asimmetrico. Gli euroscettici sanno esattamente cosa vogliono e lo teorizzano. I cosiddetti europeisti si limitano a sostenere che restare è meno costoso che uscire, ma non hanno alcuna visione dell’Europa che vorrebbero; in realtà si accontentano di restare ai margini.

Sorprende l’affermazione di alcuni filo-europei secondo cui il referendum sarà utile per decidere la questione “una volta per tutte”. Sarà certamente così se prevarranno i no. Una vittoria dei sì sarà invece solo un altro episodio nella interminabile saga dell’appartenenza del paese all’Europa.

È questa una ragione per auspicare la vittoria del no? La risposta deve essere negativa. In quarant’anni la Gran Bretagna ha largamente dissipato l’immenso capitale di simpatia che aveva accompagnato la sua adesione. Tuttavia, come nel caso della Grecia, auspicheremo il male minore: il trauma della separazione sarebbe superiore al costo di un’eterna ambiguità. Abbiamo grane più urgenti di cui occuparci.

Riccardo Perissich, già direttore generale alla Commissione europea, è autore del volume “L'Unione europea: una storia non ufficiale”, Longanesi editore.
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Macedonia: il fuoco sotto la cenere

Balcani tra Ovest e Russia
Macedonia, contrasti rinvigoriti da crisi interna
Francesco Celentano
26/05/2015
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La Macedonia, piccolo paese nel cuore dei Balcani, è tornata nuovamente sotto i riflettori dell’opinione pubblica mondiale a causa di una ormai cronica diatriba politica che sembra aggravarsi giorno dopo giorno.

Con una storia democratica lunga solo 24 anni, la giovane Repubblica con i suoi due milioni di abitanti sta facendo parlare di sé in Europa e in Russia alla luce dei recenti scandali, promossi dall’opposizione socialdemocratica, che hanno colpito il governo conservatore del potente premier Nikola Gruevski.

Ciò avviene nel pieno dei contrasti tra Unione europea (Ue) e Russia, mentre il mix multietnico che domina la società macedone pare essere vicino a determinare un nuovo sanguinoso confitto interno.

Le intercettazioni rese pubbliche settimanalmente
Da febbraio di quest’anno, il leader dell’opposizione Zoran Zaev, sostenuto dal magnate delle comunicazioni George Soros, ha avviato una campagna di divulgazione e informazione rivolta alla popolazione civile, basata sulla pubblicazione d’intercettazioni - la cui provenienza resta dubbia - che inchiodano i maggiori esponenti politici della maggioranza e del Governo in carica.

Oggetto di queste intercettazioni sono presunti brogli elettorali, omicidi di stampo politico ed episodi di corruzione di cui parlamentari, ministri e uomini vicini al premier parlano con assoluta libertà e semplicità per telefono provocando lo sdegno della popolazione e delle opposizioni.

Il premier ha immediatamente respinto le accuse riducendo la questione a semplici casi isolati di cattivi amministratori pubblici, il tutto mentre domenica 17 maggio più di 70.000 cittadini sono scesi in piazza per chiedere le immediate dimissioni del Governo tacciato, tra le altre cose, di aver avviato una politica autoritaria e limitativa rispetto alla stampa e alla libertà dei cittadini (fonti non ancora confermate parlano, infatti, di oltre 20.000 utenze intercettate costantemente su richiesta di Gruevski).

Questa imponente campagna mediatica ha fino ad ora portato alle sole dimissioni dei soggetti governativi maggiormente coinvolti nella questione, determinando però l’avvio d’indagini a carico di sei persone, tra cui un ex dirigente del servizio di spionaggio macedone, accusate di aver registrato e diffuso le conversazioni per favorire il capo dell’opposizione Zaev, a sua volta accusato di minacce contro il premier.

Terrorismo a Koumanovo e il fantasma Grande Albania
La situazione, già tesa per via delle costanti ‘bombe’ lanciate dall’opposizione con le intercettazioni, si è complicata ulteriormente il 9 maggio, quando, un gruppo di terroristi di nazionalità non ancora ben identificata - secondo il premier provenienti dall’Albania, mentre a detta della minoranza politica direttamente mandati dal Governo - hanno distrutto un intero quartiere della cittadina di Koumanovo, a nord-est del Paese. Lo scontro che si è sviluppato tra gli assalitori e le forze speciali di polizia inviate dal Governo ha causato un bilancio tragico, 22 morti (tra cui 8 poliziotti) e 37 feriti.

Il premier ha immediatamente condannato l’atto terroristico, che a detta dello stesso è il frutto di una rinnovata politica albanese di annessione del territorio macedone.

Fin dal termine delle tensione nei Balcani, infatti, la popolazione di etnia albanese che risiede in Macedonia (circa il 25% dei cittadini) preme, con il supporto dei governanti del Paese delle aquile, per ricongiungere i territori popolati da albanesi in uno solo, appunto la Grande Albania.

L’opposizione continua invece a sostenere che l’atto terroristico sia stato ordito dal premier Gruevski sfruttando personaggi vicini ai gruppi indipendentisti albanesi, per distrarre l’opinione pubblica focalizzata solo sugli sconvolgenti contenuti delle intercettazioni che stanno minando l’intero assetto istituzionale del Paese.

I rapporti con Ue e Russia e le teorie complottistiche
Come spesso accade non mancano le teorie complottistiche, già sentite nel caso della recente crisi ucraina. Il ministro degli Esteri russo Lavrov si è infatti immediatamente scagliato contro “atti di terrorismo preparati, pianificati ed eseguiti per volontà di terzi” contestando altresì la poco incisiva posizione dell’Ue, le cui sanzioni contro la Russia non sono state applicate, nonostante gli fosse richiesto, dal Governo macedone, che anzi - si è detto anche disponibile seguendo in tal senso la vicina Grecia - ad ospitare il passaggio verso l’Europa del gas russo proveniente dal “TurkishStream”.

L’Ue prepara invece l’invio di una delegazione di parlamentari socialdemocratici, per provare a mediare tra la rigida maggioranza e la sempre più aggressiva opposizione. Pertanto l’Unione sia pur lentamente si muove, mentre l’ambasciatore americano a Skopje Bailey supportato da Nato, Regno Unito, Italia e Francia condanna l’immobilismo del Governo dinanzi agli scandali che lo stanno colpendo e invoca, così come il rappresentante italiano nella capitale macedone Belelli, maggior trasparenza e disponibilità quali strumenti per evitare l’isolamento internazionale del Paese.

In questa cornice si colloca, quindi, una nuova potenziale crisi dell’intera area balcanica, stante che, questi appelli, così come le critiche russe al ruolo dell’Ue nella crisi, non sono configurabili come semplici ingerenze negli affari interni di uno Stato sovrano.

Va considerato, infatti, che dal 2005 la giovane Repubblica baltica gode dello status di Paese candidato all’Ue e che quindi in quanto tale dovrebbe avviare una politica più dialogante nei confronti dei propri alleati occidentali, sia pur con il rischio di incrementare le pressioni dalla vicina e storicamente influente Russia determinata, sotto la guida di Putin, a riavvicinare i tanti Stati derivati dall’ex Unione sovietica nella nuova e ancora poco nota Unione euroasiatica.

Come già in passato, ancora oggi il bivio pare essere il medesimo, da una parte Europa e Stati Uniti dall’altra la Russia. A Skopje la scelta.

Francesco Celentano, neolaureato in Giurisprudenza e praticante legale, si sta specializzando nello studio del diritto internazionale, già oggetto della sua tesi di laurea redatta durante un periodo di ricerca presso l'ufficio delle Nazioni Unite di Ginevra.
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Polonia: chiarirsi in tempo le idee

Il pendolo polacco
Oscillazioni pericolose tra europeismo e nazionalismo
Daniele Fattibene
27/05/2015
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La settimana è cominciata decisamente male per l’Unione europea (Ue). Dopo l’affermazione di Podemos alle elezioni amministrative in Spagna e il braccio di ferro sempre più serrato con Atene, brutte notizie giungono anche dal fronte centro-orientale.

Le elezioni presidenziali polacche hanno registrato infatti la vittoria di Andrzej Duda, esponente del partito della destra ultra-nazionalista Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwość - PiS) che ha ottenuto il 51,55 per cento dei voti contro il 48,45 per cento del presidente uscente Bronislaw Komorowski, sostenuto dal partito di governo Piattaforma Civica (Platforma Obywatelska - PO).

La vittoria del PiS potrebbe comportare delle ripercussioni tanto sul piano interno che esterno. Da un lato, c’è il rischio che la sua elezione possa favorire l’affermazione del PiS nelle (ben più decisive) elezioni parlamentari che si terranno in autunno. Dall’altro lato, un ritorno degli ultra-nazionalisti potrebbe avere delle implicazioni sull’agenda europea del paese.

Rischio di “Orbanizacja”?
L’elezione di Duda ha colto di sorpresa numerosi analisti ed osservatori. La rielezione di Komorowski era infatti data per scontata. La Polonia continua ad essere una delle economie più dinamiche all’interno dell’Ue con un Pil che dovrebbe crescere di oltre il 3% anche nel 2015.

Come si spiega allora la vittoria di Duda? Occorre sottolineare che la tornata elettorale ha mostrato la classica divisione est-ovest, con il PiS a prevalere nelle regioni povere e rurali orientali e il PO del premier EwaKopacz in quelle più ricche a Occidente.

A favore del neo-presidente hanno giocato non solo l’età (Duda ha 43 anni ed è il primo presidente che non ha partecipato alle lotte di Solidarność degli Anni 80), ma soprattutto un programma populista, basato sulla riduzione dell’età pensionabile, il taglio delle tasse per le piccole e medie imprese e sulla “Repolonizacja” di banche e media, sulla falsariga di quanto fatto da Viktor Orban in Ungheria. Emblematica in tal senso l’affermazione del leader del PiS Kaczyński che ha detto “portiamo Budapest a Varsavia”.

Ripercussioni sul piano europeo
Il revanscismo populista e nazionalista di Duda potrebbe portare nel lungo termine a un cambio di rotta nella politica estera del Paese. Il rischio più grande è che un futuro governo a maggioranza PiS possa spingere la Polonia a voltare le spalle all’Ue.

Mentre il PO di Donald Tusk ha fatto del multilateralismo europeo e della relazione strategica con Berlino e Parigi i cardini della sua politica estera, il PiS di Kaczyński privilegia i rapporti con gli Stati Uniti in ottica non solo anti-russa, ma anche euro-scettica.

In quest’ottica, un ritorno del nazionalismo in Polonia potrebbe ad esempio vanificare i tentativi di creare un’Unione energetica, visto che Duda ha escluso ogni politica di de-carbonizzazione del paese - una delle priorità dell’Energy Union Package pubblicato lo scorso febbraio su iniziativa forte dello stesso Tusk.

L’Ue potrebbe poi perdere il sostegno di un attore geopolitico e militare fondamentale nell’Europa centro-orientale, con conseguenze potenzialmente pericolose nell’ottica delle relazioni con la Federazione russa.

Un ritorno della russofobia isterica che aveva contraddistinto la presidenza Kaczyński non solo renderebbe difficile mantenere un dialogo costruttivo con il Cremlino, ma potrebbe addirittura aumentare il rischio di un confronto militare con Mosca.

Rischio di un nuovo isolamento
Forse è ancora troppo presto per lanciare allarmismi. Per il momento non ci saranno grossi cambiamenti nella politica interna ed estera polacche. Il presidente della Repubblica svolge un ruolo di rappresentanza e non può mettere il veto a provvedimenti di natura economica e fiscale.

Ciò che preoccupa maggiormente è però l’impatto che questo voto può avere nelle elezioni parlamentari previste in autunno. Nella migliore delle ipotesi, si profila l’emergere del fenomeno della cosiddetta “anatra zoppa”, con un presidente del PiS e un premier espressione del PO.

Non è però da escludere che l’elezione di Duda dia un’ulteriore spinta al PiS di Kaczyński. Il pericolo che il Paese scivoli di nuovo in un nazionalismo esasperato è quindi assai concreto. Ciò potrebbe minare seriamente l’immagine della Polonia nell’Ue.

Negli ultimi anni il Paese ha investito molto per ricostruire la sua credibilità presso le varie capitali europee. La politica europeista di Varsavia ha prodotto diversi successi, dal mantenimento dell’interesse verso i paesi del Partenariato orientale, al fervente sostegno verso le sanzioni contro Mosca, fino alla nomina di Donald Tusk a presidente del Consiglio europeo. Un ritorno dei fantasmi del passato è un rischio che il Paese non può assolutamente correre.

Daniele Fattibene è Assistente alla ricerca presso il programma Sicurezza e Difesa dello IAI.
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Grecia: danzando sull'orlo dell'abisso

Ue e Grecia
Il dilemma di Tsipras, tra austerità e coerenza
Stefano Pioppi, Eleonora Poli
27/05/2015
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A quasi quattro mesi dalla formazione del governo di Alexis Tsipras, composto da Syriza (149 seggi) con la partecipazione dei Greci Indipendenti di Anel (13 seggi), è tempo d’un primo bilancio, passata la ‘luna di miele’ tradizionale di un governo con la sua opinione pubblica dei primi cento giorni.

L’esecutivo greco avrebbe dovuto basare la propria azione su un programma politico che, così come presentato a Salonicco nel settembre 2014, avrebbe dovuto promuovere un radicale cambiamento rispetto al passato e attuare misure di anti-austerità per contrastare la crisi economica ed umanitaria in cui il Paese è sprofondato.

Tuttavia, con una riduzione del Pil dello 0.2 % dal gennaio 2015, e un tasso di disoccupazione che si attesta oltre il 25%,il più alto dell’Unione Europea (Ue), e una previsione di crescita solo dello 0,5%, il governo greco sembra ben lontano dal gestire in maniera efficiente la crisi economico-finanziaria.

Mentre il Fondo monetario internazionale (Fmi) e i vertici europei spingono ancora la Grecia verso programmi di austerità, l’euro-criticismo e il rilancio dell’economia greca su cui si era basata la retorica di Syriza, potrebbero non essere sufficiente a mantenere il consenso elettorale, se Tsipras non sarà in grado di promuovere effettive riforme.

Il programma e la sua attuazione: un gioco a somma zero
Il programma di Salonicco prevedeva infatti un forte incremento dell’assistenza sociale, specialmente per le categorie più colpite dalla crisi, e si basava essenzialmente su quattro pilastri: affrontare la crisi umanitaria, riavviare l'economia, rilanciare l'occupazione e trasformare il sistema politico.

Queste misure si incentravano principalmente sull’introduzione di garanzie sociali come l’aumento del salario minimo e del sussidio di disoccupazione, un migliorato accesso alla sanità pubblica per i meno abbienti e la regolamentazione del mercato del lavoro con l’estensione dei contratti collettivi.

Secondo Tispras, il governo greco avrebbe potuto finanziarie tali azioni grazie ad una serie di manovre fiscali, come l’introduzione di una tassa patrimoniale, una maggiore tassazione sulle transazioni finanziarie e la proibizione dei derivati come Swap e Cds, ma non solo.

Lo stato avrebbe infatti dovuto tagliare la spesa militare e i costi della politica, abolendo parte dei privilegi della Chiesa Ortodossa Greca e nazionalizzando alcuni servizi.

Tuttavia, sebbene a marzo, il Parlamento greco abbia approvato un “pacchetto anti-povertà” stimato intorno ai 200 milioni di euro, che prevede la distribuzione di sussidi alimentari (buoni pasto) a circa 300.000 persone, indennità di affitto per 30.000 famiglie e la fornitura gratuita di energia elettrica ai nuclei familiari più poveri, gli altri punti del programma, di carattere economico e non, sono ben lontani dalla loro attuazione.

L’Eurogruppo e il mancato rilancio dell’economia greca
La ragione di tali ritardi va imputata alla necessità del governo di rinegoziare il debito. Con un debito pubblico che, secondo le stime della Commissione europea, nel corso del 2015 supererà il 180% del Pil, la Grecia deve in totale 21 miliardi di euro all'Fmi e 27 miliardi alla Banca centrale europea (Bce).

Alla fine di febbraio, Tsipras e il ministro dell’Economia, Yanis Varoufakis avevano negoziato l’estensione del piano di salvataggio per Atene, il “Master Financial Assistance Facility Agreement” (Mffa) dello European Financial Stability Facility che sbloccava fondi per 1,8 miliardi di euro, a condizione che Atene trovasse un accordo con i suoi creditori sulle riforme da attuare.

All’estensione dell’Mffa, si deve poi aggiungere un effettivo cambiamento della politica della Bce che, già a gennaio, ha annunciato l’aumento del ricorso al quantitative easing (per il valore di 60 miliardi, fino a settembre 2016).

La Bce ha inoltre più volte alzato il tetto dell’European liquidity assistance per la concessione di liquidità agli istituti di credito ellenici. Tuttavia,entro il 5 giugno, il governo ellenico dovrà pagare all’Fmi 300 milioni di euro, la prima tranche di quattro, in scadenza nel corso del mese, per un totale di 1.5 miliardi di euro.

Al momento, Syriza ha respinto la richiesta venuta dalle fazioni più estremiste del partito che chiedevano di lanciare un referendum per respingere ogni accordo con i creditori internazionali che prevedesse ulteriori riforme di bilancio.

Tuttavia, Tsipras rischia di dover abbandonare le sue idee di rilancio economico. Infatti, perché la Grecia possa incassare almeno una parte del fondo di salvataggio da 7,2 miliardi previsto dal cosiddetto Brussels Group, nuova versione della troika, un accordo tra le parti sulle riforme economiche da attuare è necessario.

Il dilemma della coerenza
In effetti, se l’individuazione di un accordo tra la Grecia debitrice ed i creditori internazionali è tutt’ora nell’interesse dell’Fmi, degli Stati europei, esposti nei confronti di Atene per quasi 190 miliardi di euro e della Grecia, che senza l’appoggio internazionale rischia il default, questo presupporrebbe una sinergia d’intenti che al momento sembra difficile da realizzare.

Mentre l’Eurogruppo chiede un incremento della pressione fiscale, riforme sul mercato del lavoro e sulle pensioni, Atene, procede in senso opposto, volendo dare priorità alla necessità di far fronte alla crisi umanitaria.

Un mancato rispetto degli impegni assunti, ed una eventuale “Grexit” avrebbero senza dubbio conseguenze catastrofiche per il Paese. Ma l’attuazione di un programma di riforme più inclini all’austerity, con tagli considerevoli della spesa pubblica e sociale, potrebbe costare a Tsipras la propria legittimità e al Paese la stabilità politica.

Eleonora Poli è ricercatrice dello IAI. Stefano Pioppi è stagista dello IAI.
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