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Metodo di Ricerca ed analisi adottato

Medoto di ricerca ed analisi adottato
Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

sabato 25 maggio 2013

Svezia. demografia. Note a margine

      La crescita demografica in Svezia (viaggio studio in Svezia, 6-13 giugno   2010).
Il presente post intende fornire gli elementi essenziali di informazione sull’argomento di cui al titolo, analizzando l’evoluzione demografica della popolazione alla luce dei principali fattori di influenza (sociali, politici, economici e storici), degli elementi informativi acquisiti (presso l’Ambasciata d’Italia in Svezia e il Museo Armé di Stoccolma) e dei dati statistici disponibili.
La popolazione svedese conta circa 9,4 milioni di abitanti. Di questi, il 16% (un milione e mezzo circa) ha uno o entrambi i genitori di origine straniera, come conseguenza delle varie immigrazioni avutesi in questo Paese, prima in termini di forza lavoro, e successivamente per aver dato asilo e offerto ospitalità a molte popolazioni in difficoltà appartenenti a diverse aree del globo (in fuga dai rispettivi Paesi a causa della guerra o per essere perseguitate per motivi etnici, politici e/o religiosi). L’Ambasciatore Italiano in Svezia, Dott. Angelo Persiani, ha affermato che ben oltre il 10% della popolazione è immigrata in questo Paese solo nell’ultimo decennio (in occasione della visita del giorno 7 giugno u.s.). La Svezia offre asilo a rifugiati politici da sempre e risulta particolarmente attenta ai problemi sociali, etnici ed economici di Paesi come la ex-Yugoslavia, la Somalia, l’Iraq, la Turchia, la Russia e l’Iran. In Svezia esistono due minoranze etniche: le popolazioni finlandesi del nord-est, chiamate Finlandssvensk (circa 30.000 abitanti) ed il popolo Sami della Lapponia svedese (circa 20.000 persone in Svezia; 60.000 ai confini tra Norvegia, Finlandia e Russia).
Fino al XIX secolo la Svezia era uno dei paesi più poveri d'Europa. In seguito, lo sviluppo dei trasporti permise un intenso sfruttamento delle sue risorse naturali (legname e ferro), fattore che portò ad un vigoroso e rapido sviluppo economico. Un elevato livello di istruzione e le liberalizzazioni economiche contribuirono, alla fine dell'Ottocento, all'affermarsi di un'avanzata industria manifatturiera. I primi decenni del XX secolo furono caratterizzati dall'affermarsi dello stato assistenziale (welfare state), che permise una crescita demografica tra le più elevate d’Europa.
Statistiche demografiche, disponibili solo a partire dal 1749, rivelano che il cambiamento demografico in Svezia è stato caratterizzato da quattro fasi storiche: 
a.     The Early PeriodThe population in 1750 totaled 1.7 million people, who suffered from repeated infectious diseases such as whooping cough, smallpox, measles, and related infectionsLa popolazione nel 1750 ammontava a circa 1,8 milioni di persone. The country was subject to periodic famine and the infant mortality was high. Birth rates exceeded forty per thousand, but death rates were equally high. Il paese era soggetto a periodiche carestie e la mortalità infantile era alta a causa della elevata presenza di malattie infettive come la pertosse, vaiolo, morbillo e infezioni correlate. Sweden in 1750 was typical of agricultural countries in Europe.The population was chiefly engaged in farming in a society characterized by a rigid, hierarchical class system. La popolazione era principalmente impegnata nel settore agricolo in una società caratterizzata da un sistema rigido e gerarchico.The income of the majority of the population was low, approximating that of less industrialized countries today. La popolazione  ricca aveva una aspettativa di vita poco diversa da quella delle masse. The average life expectancy for men was only 34.2 years, and that for women was 37.6. La speranza di vita media per gli uomini era pari a 34,2 anni e per le donne di 37,6 anni. Il tasso di natalità superava il quaranta per mille, ma quello di mortalità risultava comunque elevato (circa 31 per mille).
b.     Sweden began the transition to stage two of the demographic transition in the period 1750-1850.Nel periodo 1750-1850 la popolazione raddoppia portandosi a quasi 3,5 milioni di abitanti. The life expectancy for Swedish men had increased to over 39 and to over 43 for women by 1850. All’inizio del XIX secolo l'aspettativa di vita per gli uomini svedesi era aumentata ad oltre 39 anni e a 43 anni per le donne. During the same period the population doubled to nearly 3.5 million.
c.     Tra il 1850 e il 1940 la popolazione passa da 3,5 a 6,4 milioni di abitanti.Advances in medicine after 1850 (including vaccination against smallpox and antiseptic and hygienic conditions in hospitals) combined with improved sanitation and sewage systems to decrease the death rate precipitously. I progressi in medicina dopo il 1850 (compresa la vaccinazione contro il vaiolo e le migliorate condizioni igieniche negli ospedali) in combinazione con servizi igienici adeguati e la disponibilità di sistemi fognari controllati concorrono a diminuire l’elevato tasso di mortalità (soprattutto infantile).  Increased life expectancy led to a population boom that aroused fears of overpopulation in Sweden because the rapid population growth placed tremendous pressure on the agrarian society, resulting in the emigration of 20 percent of the total population (mostly to the United States).La maggiore aspettativa di vita determina una rapida crescita della popolazione e a seguito della rigida riforma agraria approvata da governo, ben il 20 per cento della popolazione totale decide di emigrare (per lo più verso gli Stati Uniti). Attitudes toward population increase had changed by 1930, and birth rates declined, while average life expectancy improved. Life was still difficult for many, with unsanitary and crowded housing and inadequate hygienic conditions for the poor. Contrasts between the wealthy and the poor were reflected in birth and death rates and life expectancy. Infant mortality rates ranged from forty-nine per thousand births in low-income families to only fourteen per thousand in high-income families. La vita è ancora difficile per la maggior parte della popolazione. Le abitazioni sono insalubri e le condizioni igieniche restano precarie nei quartieri più poveri delle città. I contrasti tra i ricchi e i poveri si riflettono nei tassi di natalità e nella speranza di vita alla nascita (tasso di mortalità infantile varia nel periodo in esame dal 40 per mille per i nati in famiglie a basso reddito al 14 per mille per le famiglie a reddito elevato). Nel periodo 1920-1940 Sweden introduced some forms of government social security programs between 1930 and 1940 including national health insurance, employer medical insurance, maternity welfare, housing allowances, nursery schools, children's health services, free school meals, and information on nutrition and health.vengono introdotte dal governo alcune riforme sociali e mirati programmi di assistenza, sicurezza e protezione della popolazione (come l'assicurazione sanitaria nazionale, gli assegni familiari, la  maternità per le donne lavoratrici, l’indennità di alloggio, le scuole materne, servizi sanitari per i bambini, pasti scolastici gratuiti e informazioni su nutrizione e salute) e The population of Sweden grew to 6.4 million by 1940.la popolazione della Svezia passa a 6,4 milioni di abitanti nel 1940.
d.     The Present Population Situation in SwedenTra il 1940 e il 2000 laSweden's population increased from 6.4 million to 8.3 million between 1940 and 1985. popolazione della Svezia cresce da 6.4 a oltre 9 milioni. The trends begun during the earlier part of the twentieth century led to decreasing growth rates, making immigration responsible for a significant proportion of the population increase from 1940 to 1985. Negli ultimi dieci anni il tasso di fecondità è continuato a diminuire e oggi la Svezia detiene un tasso di crescita appena superiore allo zero. The survey revealed that almost all women considered having children one of the meaningful things in life, but the problems presented by children in Sweden's industrial society indicate that family size will continue to decrease.L'aspettativa di vita in Svezia è uno dei più alti al mondo (75,8 anni), e il tasso di mortalità infantile (4 per mille) è anch’esso tra i più bassi.

In conclusione, la Svezia ha ovunque una bassa densità di popolazione che si concentra nelle principali aree metropolitane. Per il resto, il paese è caratterizzato da foreste e montagne. Sono tutt'ora in corso movimenti migratori dalle regioni settentrionali verso la parte meridionale del paese e le principali città. I miglioramenti sanitari hanno causato un importante invecchiamento della popolazione: gli ultra-60enni sono il 22,6% della popolazione generale. La politica economica e sociale seguita dalla Svezia nel 1900 si è differenziata in modo netto da quelle degli altri paesi europei, tanto che è divenuto di uso comune parlare di modello svedese. Si può dire che questo modello si propone di ridurre quanto più possibile le disuguaglianze sociali, fornendo assistenza e servizi a tutti i cittadini. La popolazione svedese si concentra principalmente nelle città di Stoccolma (1 milione di abitanti circa), Göteborg (490.000 ab.), Malmo (271.000 ab.), Uppsala (180.000) e altri dodici centri urbani con una popolazione di oltre 100.000 abitanti (l’area baltica lungo le coste, le zone interne, come la regione Norrland, presentano invece una bassa densità abitativa).
Il dato interessante è che quando politiche familiari efficienti vengono messe in atto, l’indice demografico cresce in tempi rapidi (esiste dunque una relazione diretta tra sicurezza sociale e crescita demografica). E per politiche familiari si intendono non solo  gli aiuti fiscali messi in atto dal governo, ma soprattutto la realizzazione di asili nido, strutture educative pubbliche per ogni ordine e grado (con forme di finanziamento avanzate dell’istruzione universitaria), servizi e assistenza per le famiglie e per l’infanzia. Grazie a queste politiche sociali mirate, come ha osservato il 1° consigliere aggiunto presso l’ambasciata italiana a Stoccolma, Dott. Stefano Zanini, oggi la Svezia è ai primi posti nella classifica di fecondità europea e il tasso di crescita della popolazione è stato nel 2010 tra i più alti in Europa, pari allo 0,16 % (mentre quello italiano è risultato negativo, pari a – 0,075 %).
Come ha avuto modo di sottolineare l’Ambasciatore Italiano in Svezia, Dott. Angelo Persiani, la Svezia investe ogni anno in ricerca e sviluppo (R&S) circa il 4% della ricchezza che produce (PIL). Il paese scandinavo investe dunque in conoscenza (la somma degli investimenti in R&S, alta educazione e software) una parte elevata del proprio PIL. Solo gli Stati Uniti e Israele, al mondo, investono di più in termini relativi. Gli effetti economici di queste performance sono evidenti: la Svezia è tra i paesi di testa sia nelle classifiche che misurano la quantità di ricchezza (PIL procapite), sia nelle classifiche (Indice di Sviluppo Umano) che misurano la qualità della vita.
Il Direttore dello Swedish Defence Material Administration (FMV), Generale di Brigata Bengt Axelsson, ha precisato che il motivo di questi investimenti è dovuto ad una precisa strategia di questa nazione: dopo la seconda guerra mondiale il paese ha deciso che la conoscenza e, in particolare, la conoscenza scientifica dovevano costituire la leva per lo sviluppo economico, sociale, civile della nazione. Esiste una vasta letteratura che correla la crescita della ricchezza, la qualità della vita e gli investimenti in ricerca e sviluppo. La Svezia è, dunque, alla testa dei paesi che corrono per entrare nell’"era della conoscenza". E non intende rallentare. Anzi, la recente crisi finanziaria ed economica ha indotto Stoccolma ad accelerare ulteriormente. A fine agosto il governo ha deciso nuovi investimenti aggiuntivi per il quadriennio 2009-2012 di circa 1,5 miliardi di euro destinati alla ricerca nelle università pubbliche. Il più alto incremento in spese per R&S mai realizzato in Svezia.
Nella classifica che misura la quantità di ricchezza per abitante, la Svezia risulta ottava al mondo, con oltre 53.000 euro pro-capite nel 2009. Nella medesima classifica l’Italia risulta ventesima, con 39.700 euro pro-capite.
Le politiche di immigrazione sono dunque tra le più avanzate in Europa, soprattutto per l’efficace sistema di integrazione e per gli elevati standard del sistema sociale e assistenziale (lo stato sociale è tra i più avanzati al mondo) offerto anche alla  popolazione immigrata (casa, assistenza sanitaria, assegni familiari, aiuti economici per i figli in età scolare, etc.).
 (Stoccolma 11 giugno 2010)


mercoledì 15 maggio 2013

Slovenia


La Slovenia ha ridotto le spese militari, rispetto al bilancio dell’anno scorso di un quinto. Questa decisione rientra nella politica di tagli e misure di austerità che in questi giorni si stanno discutendo al Parlamento di Lubiana.
Le spese militari previste per quest’anno sono di 393 milioni di euro, il 21% in meno rispetto al 2011, ovvero 1,21% del Pil nazionale, sensibilmente sotto la soglia del 2% fissata dalla Nato per i suoi Paesi membri.

martedì 14 maggio 2013

mercoledì 8 maggio 2013

Federico De Renzi: intervento sui Proto-Bulgari in Italia


AD 568. CIVIDALE PRIMO DUCATO Manifestazione sull'Età Longobarda Cividale del Friuli (Ud), 11-12 maggio 2013



Un tuffo nel Medioevo, in pieno VI secolo, con campo storico, attività ludico-rievocative e didattiche, eventi spettacolari e un grande convegno di approfondimento. Protagonisti assoluti i Longobardi nello scenario di Cividale del Friuli (Ud), capitale del primo ducato di un regno, quello longobardo appunto, destinato a lasciare – nonostante sia durato solo due secoli, dal 568 al 774 - un'impronta indelebile nella storia e nell'identità friulana e italiana. L'evento è di grande attualità e importanza considerando che il recente ingresso nella lista del Patrimonio Universale dell'Umanità Unesco del sito seriale “I Longobardi in Italia. I luoghi del Potere (568-774 d.C.)”, che comprende sette siti in tutta Italia, uno dei quali è proprio Cividale del Friuli con il Tempietto Longobardo, i resti del Complesso Episcopale rinnovato da Callisto e il Museo Archeologico Nazionale che espone i corredi delle necropoli longobarde locali.
Anno Domini 568. Cividale Primo Ducato” - questo il titolo della manifestazione storico-rievocativa – si terrà l'11 e il 12 maggio nel cuore dell'antico borgo, nella suggestiva cornice del Chiostro di San Francesco e del Belvedere sul Natisone, nei pressi del Ponte del Diavolo. Mentre nelle sale del Chiostro docenti universitari e studiosi da tutta Italia tratteranno i vari aspetti della civiltà longobarda e del suo impatto sul territorio, al Belvedere sarà allestito un grande campo storico con scene di vita quotidiana e artigianato per immergersi nell'atmosfera dell'epoca.
Aggirandosi tra le tende dell'accampamento, animate dai rievocatori dei gruppi storici La Fara e Fortebraccio Veregrense – che da anni collaborano attivamente con enti pubblici, musei e istituzioni in tutto il Paese -, una ventina di figuranti in abiti ricostruiti filologicamente nei minimi dettagli mostreranno al pubblico le occupazioni della giornata, le attività artigianali, l'abbigliamento tipico delle donne e del guerriero. Si vedranno all'opera fabbri e artigiani alle prese con attività di forgia di armi e oggetti, tessitura, cucina e creazione di bellissimi manufatti. Valorosi guerrieri daranno prova della loro abilità nel lancio della scure, nel tiro con l'arco e sfidandosi a duello con stage aperti anche al pubblico. Durante i due giorni un esperto accompagnerà i visitatori all'interno dei campo in una “visita guidata” nella Storia. La sera infine sarà possibile inoltre ascoltare le antiche leggende delle origini dei Longobardi comodamente seduti attorno al fuoco a pochi passi dal Natisone.
In programma – per quanto riguarda la parte rievocativa - anche eventi altamente spettacolari come la nomina, da parte di re Alboino, di Gisulfo a primo duca di Cividale, l'Ordalia – ossia il combattimento tra due guerrieri, col vincitore decretato dal “giudizio di Dio” secondo la tradizione germanica – e la rappresentazione di un tipico rito funebre longobardo.
Per quanto concerne invece la parte scientifica, che si svolgerà nella sala conferenze di San Francesco, sono previsti due giorni intensi di lavori che apriranno sabato 11 maggio alle ore 10. Dopo l'intervento delle Autorità, inizieranno le relazioni degli studiosi. La dott.ssa Elena Percivaldi (storica e scrittrice) parlerà de “I Longobardi tra storiografia e mito”, il dott.Fabio Pagano (Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli) farà un resoconto de “Le recenti acquisizioni cividalesi: la necropoli Ferrovia” infine il prof. Maurizio Buora (Società Friulana d'Archeologia) tratterà il tema “Aquileia nel 568 d.C.”. Dopo la pausa pranzo, si ricomincia alle 15 con il dott. Franco Fornasaro (medico e scrittore) sugli “Elementi di tradizione orale nelle cure mediche delle donne longobarde”; a seguire il dott. Paolo Galloni (storico e scrittore) su “La memoria dei Longobardi” e il prof. Marco Valenti (Università di Siena) con “VI-IX secolo: modelli insediativi nelle campagne dell'Italia centro-settentrionale”.
Domenica 12 maggio il convegno sarà aperto alle 10.30 dalla dott.ssa Antonella Pizzolongo (docente e artigiana) sul tema “Fili d'oro; dalle tracce tessili longobarde alla ricostruzione dei tessuti”; a seguire l'intervento della dott.ssa Angela Borzacconi (archeologa) su “La città di Cividale in età longobarda”. La mattinata di studio si chiuderà con la proiezione del video “Terre e genti del Patriarcato di Aquileia, Missione Europa”. I lavori riprenderanno alle 15 con gli interventi della prof.ssa Chiara Magrini (Università di Trieste) su “L'edilizia abitativa nei contesti urbani del ducato del Friuli” e del dott. Federico De Renzi (turcologo e islamista) sul “Tumuli o Kurgan? I Protobulgari nell'Italia longobarda e bizantina (VII-VIII sec. d.C.). Chiuderà il convegno il prof. Vasco La Salvia (Università di Chieti) con “La diffusione della staffa nell'area merovingia orientale: il contributo di Avari e Longobardi”.
La manifestazione “AD 568. Cividale Primo Ducato” è organizzata da Associazione La Fara, Gruppo Popolani di Cividale, Gruppo Storico Fortebraccio Veregrense e Perceval Archeostoria con la coordinazione scientifica della dott.ssa Elena Percivaldi – già direttore scientifico del “Luglio Longobardo” di Nocera Umbra (Pg) - , in collaborazione con Gabriele Zorzi e Gianluigi Sinuello, e si avvale del Patrocinio istituzionale di Comune di Cividale, Provincia di Udine, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, FriuLIVEneziaGiulia Turismo, e culturale di mensile “Medioevo”Associazione Culturale Italia Medievale, Società Friulana d'Archeologia, CTG e Longobardia Regione Virtuale Europea, e della partecipazione delMuseo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli.

Durante la manifestazione sarà possibile acquistare libri, materiali, manufatti e pubblicazioni sul tema. Sono inoltre previsti sconti e convenzioni con alberghi e servizi di ristorazione per chi partecipa. Per informazioni, si possono contattare gli organizzatori scrivendo a infoad568@lafara.eu, telefonando al numero 3283119698 oppure visitando il sitohttp://ad568.jimdo.com.
SCHEDA TECNICA EVENTO

AD 568. CIVIDALE PRIMO DUCATO
Manifestazione storico-rievocativa sull'Età Longobarda
Cividale del Friuli (Ud), 11-12 maggio 2013

Convegno: presso il Chiostro di San Francesco, Piazza San Francesco 1
Campo storico: Belvedere sul Natisone, presso il Ponte del Diavolo
Organizzazione:
Associazione La Fara
Gruppo Popolani di Cividale
Gruppo Storico Fortebraccio Veregrense
Perceval Archeostoria
con la partecipazione del Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli
Coordinatore scientifico:
Dott.ssa Elena Percivaldi
Coordinatori organizzativi:
Gabriele Zorzi e Gianluigi Sinuello
Col patrocinio di:
Comune di Cividale
Provincia di Udine
FriuLIVEneziaGiulia
Medioevo
Associazione Culturale Italia Medievale
Associazione Longobardia
Ctg Centro Turistico Giovanile
Società Friulana d'Archeologia
Informazioni di contatto
Tel. 3283119698

lunedì 6 maggio 2013

Albania e Kosovo


l 9 gennaio 2013, presso la Commissione elettorale albanese, è stata depositata una richiesta di referendum per unire l’Albania con il Kosovo.
L’iniziativa è partita da Alleanza rossonera, partito nazionalista avente come obiettivo l’unificazione di tutti i territori balcanici abitati da albanesi; il leader del partito, Spahiu, ha infatti ribadito l’importanza, per gli “Stati albanesi” di entrare in Ue come una federazione che non vuole cambiare i confini ma solo abbatterli.
Reazione immediata da parte dell’ambasciatore greco Rokanas che, paragonando l’estremismo nazionalista di Alleanza rossonera con quello di Alba dorata in Grecia, ha dissuaso l’Europa dal prestare attenzione all’estremismo di due Stati dall’esiguo peso politico e sociale.
(Dott.ssa Maurizia Sii Onesto)

domenica 21 aprile 2013

1 Stranieri in Italia quanti sono da dove arrivano


2 Stranieri in Italia Contribuzione al PIL italiano


Fonte: L'Internazionale 19 aprile 2013 n, 998. internazionale.it/atlante

3 Stranieri in Italia. Presenza a Torino, Milano Roma


Fonte L' Internazionale 19 aprile 2013 n. 998
internazionale.it/atlante

mercoledì 10 aprile 2013

Primo Seminario al Centro Russo di scienza e cultura


 “La Costituzione russa vent’anni dopo”

L’11 aprile alle ore 16.00 il Centro russo di scienza e cultura invita al primo seminario, che si svolgerà nell’ambito del colloquium italo-russo 2013 dell’IsAG e del Corso di Storia dell’Europa Orientale 2012/2013 – Università Sapienza.
Il 12 dicembre 2013 ricorre il ventennale dell’entrata in vigore della Costituzione della Federazione Russa, su cui si fondano i principi di governo per il Paese più esteso del mondo. Chiamata a bilanciare presidenzialismo e federalismo, la carta costituzionale getta le basi di una complessa rete di relazioni fra i soggetti federali e fra i poteri dello Stato.
Nel programma del seminario:
Ore 16:00   Saluti del Direttore del Centro Russo di Scienza e Cultura Oleg Osipov e del Presidente IsAG Tiberio Grazini
Ore 16:15  Lezione del Prof. Mario Ganino (Università degli Studi di Milano)
1993-2013: La Costituzione russa vent’anni dopo
Moderatori: Prof. Roberto Valle (Università di Roma Sapienza),
                Dott. Dario Citati (Direttore Programma “Eurasia” dell’IsAG)
Ore 18:00  Dibattito con il pubblico
Российская Конституция: двадцать лет спустя


Первый семинар в РЦНК «Российская конституция: двадцать лет спустя»

11 апреля в 16:00 Российский центр науки и культуры приглашает на первый семинар, который пройдет в рамках «Российско-итальянского коллоквиума Института Высшей школы геполитики и смежных наук – ISAG» и курса Истории Восточной Европы 2012/2013 Университета «Сапьенца».
12 декабря 2013 года исполняется 20 лет с момента принятия Конституции Российской Федерации. Заложенные в Основном законе принципы федеративного устройства России, такие как разделение компетенций и предметов ведения между федеральными и региональными органами власти, призваны уравновешивать сильную президентскую власть и федерализм. Этой теме будет посвящен первый из трех семинаров.
В программе семинара:
16:00 – Приветственное слово директора РЦНК Олега Осипова и президента IsAG Тиберио Грациани
16:15 – Лекция профессора Марио Ганино (Университет г. Милана) на тему «1993-2013: Российская конституция двадцать лет спустя»
Модераторы встречи: проф. Роберто Валле (Университет «Сапьенца») и Дарио Читати (директор программы «Евразия» института IsAG)
18:00 – Вопросы и ответы

Российская Конституция: двадцать лет спустя
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domenica 24 marzo 2013

Le problematiche etnografiche nei Balcani


1908-2008: breve storia degli Slavi del Sud
di Giovanni Cecini

Il XX Secolo si aprì con il lento e progressivo declino dell’Impero ottomano e gli ultimi sussulti di quello asburgico, che, nel desiderio di guadagnare la guida e il dominio degli interi Balcani, si ergeva ad avido tutore di tutta la galassia di piccole nazionalità che li abitavano. L’aggettivo «balcanico» stava a identificare non solo un’area geografica, ma soprattutto uno stato d’animo, un’identità variegata, contrassegnata da frequenti guerre, invasioni e conquiste. Non potendo tracciare confini etnici stabili e certi, ogni singola bandiera nazionale era il pretesto per nascondere aspirazioni e prevaricazioni di imperialismi tribali. In questo contesto si inseriva sin dagli inizi dell’Ottocento una corrente culturale e linguistica che come base aveva il concetto geo-politico di «Slavia del Sud»; per questo l’Impero multietnico di Vienna, concessa già la parità istituzionale a Budapest nel 1866, riteneva prioritario ostacolare questo «jugoslavismo». In antitesi alle ambizioni della Duplice Monarchia, la piccola ma agguerrita Serbia, dopo il colpo di stato del 1903, divenne il punto di riferimento di ogni possibile unità degli Slavi del Sud, trovando consensi nei vicini Montenegro e Bosnia-Erzegovina, dipendente ancora da Costantinopoli, ma nella sostanza amministrata da Vienna a partire dal Congresso di Berlino del 1878. L’Austria-Ungheria del resto aveva sempre considerato questa sua ingerenza nelle faccende bosniache come l’inevitabile premessa di una futura completa annessione, sottovalutando la possibile reazione dell’Italia (interessata a tutto ciò che gravitava intorno all’altra sponda dell’Adriatico, avendo a cuore Trieste e la costa dalmata) e sicura che dopo la sonora sconfitta zarista nella guerra con il Giappone del 1905, la Russia non potesse dare quel sostegno decisivo alle ambizioni della protetta Serbia. In questo senso, giudicando la decadenza ottomana come un pericolo e un’occasione, gli Asburgo nel 1908 occuparono militarmente la Bosnia-Erzegovina, facendo capire a Belgrado e a Pietroburgo che il pericolo maggiore venisse ormai da Vienna e non dalla moribonda Costantinopoli.
Proprio la profonda debolezza della Sublime Porta diede coraggio anche alle nazionalità balcaniche (Serbia, Bulgaria, Montenegro, Grecia), che nel 1912 firmarono patti bilaterali, costituenti una «Lega». In realtà tale alleanza, voluta e presieduta dalla Russia, era nata per impedire un’ulteriore penetrazione asburgica sullo strategico sangiaccato di Novi Bazar, ma la situazione favorevole indirizzò i suoi componenti a volgere le proprie energie contro l’esercito turco, già umiliato anche dall’Italia pochi mesi prima in Libia. Il conflitto (Prima guerra balcanica) causò un rovinoso colpo al già traballante Impero ottomano, tanto da perdere la quasi totalità dei suoi territori in Europa. Le condizioni di pace furono molto dure per il Sultano, ma Belgrado, per la contraria ingerenza diplomatica austriaca, non riuscì a ottenne il tanto agognato sbocco sul mare. Tuttavia grazie all’intervento russo e francese, dopo la Seconda guerra balcanica contro la Bulgaria, la Serbia si avvantaggiò della «Macedonia»[1] e del Kosovo, mentre la Metohija venne concessa al Montenegro, che nel 1910 si era autoproclamato regno indipendente sotto la guida del principe Nicola. Queste annessioni furono l’inizio di aspri contrasti e dure repressioni contro le deboli minoranze, soprattutto di etnia albanese.
Il nuovo equilibrio diplomatico instaurato tuttavia si rivelò instabile e fragile, non avendo per nulla risolto i rancori e gli antagonismi con la Duplice Monarchia, il cui erede Francesco Ferdinando non ebbe molta accortezza nel scegliere come data della sua visita a Sarajevo il 28 giugno 1914 (anniversario della battaglia del Kosovo del 1389, il giorno più importante della storia serba). Il suo assassinio, all’apparenza fatto secondario interno alla politica asburgica e lontano dall’interesse delle cancellerie europee, si tramuterà invece a pretesto per una Guerra mondiale. Nel giro di un mese l’evento generò una seria crisi diplomatica internazionale, che una dopo l’altra portò le potenze europee a scendere in campo tra i due logoranti schieramenti.
Durante il conflitto l’esercito della Serbia fu velocemente battuto e respinto dalle truppe dell’Austria-Ungheria e della Bulgaria (con il sostegno della popolazione albanese nella «liberazione» del Kosovo), tanto da dover trovare riparo in esilio attraverso l’Adriatico. Le due correnti principali della futura Jugoslavia, i croati e i serbi, combatterono in parti avverse, tuttavia durante il periodo bellico si aprirono negoziati a Corfù con il governo serbo in esilio, dove nel 1917 si accettò, come comune sentire, la volontà di creare uno Stato unitario.
Finita la Grande Guerra, il trattato di Saint-Germain-en-Laye (10 settembre 1919), quello di Neuilly (27 novembre 1919) e quello del Trianon (4 giugno 1920) regolarono, non senza aspre diatribe con i paesi confinanti, i territori e i relativi confini della zona compresa tra l’Adriatico e il Danubio, decretando la legittimità internazionale del Regno unificato dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, proclamato da un consiglio popolare sin dal 1° dicembre 1918. In questo modo una parte considerevole dei precedenti possedimenti delle vecchie Austria, Ungheria e Bulgaria confluivano in un soggetto completamente nuovo «jugoslavo», che comprendeva la maggior parte dei cosiddetti «Slavi del Sud» (il grosso dei bulgari ne era però escluso), che per distinzione si voleva differenziare da quelli «dell’Est» (russi, bielorussi e ucraini) e da quelli «dell’Ovest» (polacchi, cechi, slovacchi, sorabi e casciubi).
Le regioni che rientrarono in questa operazione geo-politica furono: la Serbia, considerata centro e madrina di tutto il nuovo Stato, a cui veniva accorpato il già indipendente Montenegro (riunendo così anche la «Macedonia», il Kosovo e la Metohija, spartiti tra i due Stati dopo le guerre balcaniche), la Backa e la Voivodina, che rendeva la capitale Belgrado non più città indifesa e di frontiera sulle rive del Danubio; la Slovenia, comprensiva di una fetta del ducato di Carniola, della Stiria meridionale e di una porzione della Carinzia; la Croazia, comprendente tutta la Dalmazia, la Slavonia e il territorio della Mur; l’attigua Bosnia-Erzegovina; nonché le regioni occidentali dell’amputata Bulgaria: i distretti di Strumica, un’ulteriore zona della «Macedonia», Caribrod, Timok, Bosiljgrad.
Va da sé che tale composizione altamente variegata, comprendente popolazioni di nazionalità, cultura, tradizione, religione, costumi e lingua (oltre all’alfabeto in taluni casi) diversi, potesse essere soggetta, per il governo centrale di Belgrado, a spinte centrifughe a seconda delle volontà e degli interessi propri e degli scomodi stati vicini. Infatti, fatte salve le già non lievi differenze dei vari ceppi slavi tra loro, lo Stato conteneva forti minoranze di magiari, rumeni, albanesi, italiani e tedeschi, che le rispettive Nazioni reclamavano con insistenza. In questa logica, per esempio, si inserì lo scontro per l’indipendenza prima e per l’annessione all’Italia poi della città costiera di Fiume, cruciale porto già appartenuto al Regno d’Ungheria, i ribellismi macedoni filo-bulgari e quelli dei montenegrini rimasti fedeli al re Nicola.
Discorso a sé, ma inerente alla situazione nel complesso della zona, investì l’Albania. Proclamato Stato indipendente nel 1912, dopo la Prima guerra balcanica, già a partire dallo scoppio della Grande Guerra i paesi dell’Intesa, tramite accordi diplomatici, ne volevano decretare la fine, con spartizioni a vantaggio di Grecia, Italia e Serbia, che come si è visto, era divenuta il catalizzatore di tutta la regione balcanica, promossa a Jugoslavia. Quest’ultima per esempio nel 1921 fu protagonista di un’invasione dell’Albania, in sostegno di un fantomatico Stato indipendente filo-serbo chiamato «Repubblica di Mirdita», che comprendeva gli albanesi cattolici. Belgrado lanciò un ultimatum a Tirana di abbandonare sei città, ma l’Albania si appellò alla Lega delle Nazioni, che impose il ritiro, cosa che le truppe jugoslave, senza scelta, fecero subito. Come in questa circostanza gli opposti interessi e i reciproci sospetti delle potenze vincitrici, portarono Tirana a ribadire la forza della sua autonomia e dell’integrità dei suoi confini, fino alla sua occupazione nel 1939 da parte dell’Italia fascista e del suo risorgere in repubblica socialista dopo la Seconda guerra mondiale.
Tornando a Belgrado invece, alla fine della Prima guerra mondiale, essa vedeva nella Serbia la radice identitaria dell’unità jugoslava, come lo era stata la Prussia per la Germania e il Piemonte per l’Italia. Per questo il nuovo sovrano Alessandro il 28 giugno (ormai data ricorrente e densa di significati) 1921 prestò il giuramento di fedeltà alla Costituzione, che stabiliva una comune Nazione slava, diplomaticamente vicina alla Piccola Intesa (insieme alla Cecoslovacchia e alla Romania) e alla Francia contro ogni possibile rivendicazione revisionista ungherese. La realizzata unificazione istituzionale, centralizzata e suddivisa in trentatre «regioni» (identificate con nomi di fiumi) che ignorava i confini etnici, tuttavia non riuscì ad assorbire i sentimenti locali, con relative occasioni di agitazione politica interna, spesso scaturita dagli antagonismi del sistema dei partiti, speculare alla frammentazione delle nazionalità. I continui disordini e l’instabilità governativa portarono il re ad abolire la Costituzione all’inizio del 1929, introducendo una vera dittatura monarchica. Venne quindi cambiato il nome dello Stato in «Regno di Jugoslavia», riviste le suddivisioni interne (10 banati) con un sistema centralizzato di ispirazione francese e inaspriti i poteri in mano al sovrano, decretando però il suffragio universale maschile. Questa situazione spinse l’opposizione interna e degli esiliati a essere molto attiva contro il regime instaurato, tanto da giungere all’assassinio dello stesso Alessandro (insieme al ministro francese Barthou) il 9 ottobre 1934 a Marsiglia. Vista la minore età del principe ereditario Pietro, si seguirono le volontà del monarca morto, procedendo a un consiglio di reggenza, che diede impulso in maniera altalenante alla politica interna ed estera jugoslava in balia delle tendenze internazionali fino ad approdare nel 1941 alla firma del Patto Tripartito insieme alla Germania, all’Italia e al Giappone. Questa decisione creò una serie di malesseri sociali, espressione delle varie sensibilità all’interno del Paese. Seguì un colpo di stato militare anglofilo, capeggiato dall’ormai maggiorenne Pietro, che recuperò la gestione del Paese, disponendo l’uscita dall’influenza tedesca e la formazione di un governo di unità nazionale, sostenuto da elementi dell’opposizione democratica serba. Questo ritorno alla «normalità» però durò poco, perché la campagna militare tedesca della primavera del 1941 colpì a morte la Jugoslavia, questa volta portandola sotto la piena occupazione dell’Asse. Oltre a vere e proprie ampie annessioni da parte di Italia, Germania, Ungheria, Bulgaria e Albania, i restanti territori divennero semplici Stati fantoccio: un elefantiaco Regno di Croazia, un «indipendente» Regno di Montenegro (di gradimento italiano) e un’umiliata e amputata Serbia (sotto il comando militare tedesco).
Tuttavia, se a livello giuridico il governo legittimo della casa regnante continuava a essere riconosciuto in esilio dagli Alleati, durante il periodo bellico, scacciati gli invasori tedeschi e italiani, il potere effettivo passò nelle mani dei partigiani comunisti del croato Josif Broz (Tito), che nella sostanza poteva vantare di essere stato l’unico esercito nazionale ad aver liberato il proprio territorio con le sue sole forze. Infatti a guerra finita, nonostante il «Regno» de jure fosse gradualmente tornato in possesso di tutti i suoi territori precedenti, le formazioni della Resistenza titina nel dicembre del 1945 abolirono la monarchia, proclamando nella capitale Belgrado una nuova «Repubblica popolare federativa di Jugoslavia», composta da sei repubbliche socialiste (Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Macedonia, Montenegro) e due province autonome all’interno della Serbia (Kosovo e Voivodina). Secondo gli accordi tra Stalin e Churchill dell’ottobre 1944, nell’intento di suddividere equamente l’Europa in zone d’influenza, la Jugoslavia sarebbe stata controllata in comune, ma la forte personalità del maresciallo Tito, portò il suo Paese a divenire una sorta di zona franca indipendente, anche se ufficialmente socialista e quindi per logica direttamente collegata all’Unione Sovietica. Tuttavia, a parte l’interesse a beneficiare dell’iniziale appoggio che Stalin dimostrò a favore di Belgrado per la questione di Trieste e per l’eventuale acquisizione della Carinzia austriaca, la politica di Tito a partire dal 1948 si caratterizzò sempre per un certo ribellismo contro la rigida dottrina e ortodossia di Mosca, che ne voleva di conseguenza limitare l’autorità e l’autonomia politica. Quello, che i sovietici con disinvoltura condannavano come eresia, era in realtà solo uno scisma. La vittoria autonoma jugoslava nella lotta di liberazione contro i tedeschi permetteva al Maresciallo di rispondere con forza (e con un indubbio ascendente sui dirigenti del partito comunista nazionale) al peso psicologico degli altri capi comunisti bulgari, rumeni o polacchi, che viceversa vedevano il loro potere derivante unicamente dal trionfo dell’Amata rossa sul Reich hitleriano. Questa grave indisciplina di Belgrado, considerata vero antagonismo alla politica dell’Unione Sovietica, venne severamente ostacolata e isolata anche dai vertici degli altri partiti comunisti europei. In questo contesto, rimanendo a modo suo sempre fedele alla causa marxista (riconobbe proprio nel 1948 la Corea del Nord), Tito si avvicinò all’Occidente, almeno per non rimanere indietro in fatto di armamenti, rifiutando però sempre categoricamente le offerte di entrare nel Patto atlantico. Solo dopo la morte di Stalin nel 1953, le relazioni diplomatiche tra Mosca e Belgrado tornarono cordiali, anche se il Maresciallo aveva ormai iniziato a cavalcare a metà degli anni Cinquanta la politica dei paesi «non allineati», insieme a Nasser in Egitto e a Nerhu in India, non trovandosi completamente in sintonia con gli interventi sovietici in Ungheria.
In politica interna già nel 1946 si fissava al fianco della cittadinanza e del patriottismo «jugoslavo», la forte tutela delle singole «nazionalità». Con la nuova costituzione del 1963, che ribattezzava lo Stato in «Repubblica socialista federativa», lo spirito unitario «comunista» era bilanciato dal principio di una maggiore partecipazione delle varie repubbliche e province autonome alle più rilevanti decisioni politiche e di una più efficace salvaguardia della loro eguaglianza e autonomia. Seguendo questa logica, la costituzione del 1974, in seguito alle tensioni interne, dovute ai vari nazionalismi locali e alle tendenze liberali dei serbi, sancì il diritto per le repubbliche (ma non per le province autonome) di poter staccarsi dalla federazione, altro elemento che differenziava il sistema istituzionale jugoslavo da quello accentratore sovietico. Nonostante ciò la stabilità unitaria resistette anche alla morte di Tito nel 1980, con qualche disordine grave solo in Kosovo, dove la popolazione albanese e mussulmana reclamava ormai ad alta voce la propria autonomia.
Solo la caduta del Muro di Berlino e l’implosione del sistema socialista nell’Europa dell’Est portò a un serio riesame politico-istituzionale per i popoli componenti la Jugoslavia. Delle sei repubbliche, le prime a proclamare l’indipendenza furono la Slovenia e la Croazia (giugno 1991), seguite dopo poco dalla Macedonia (settembre 1991) e dalla Bosnia-Erzegovina (aprile 1992). Se nel caso di Lubiana il governo di Belgrado non poté quasi opporsi, contro l’indisciplina delle altre repubbliche che avevano confini comuni con la «madre Serbia», si iniziarono cruenti scontri di guerra civile, di fronte ai quali sia le Nazioni Unite sia la Comunità europea non seppero reagire con efficacia. A quel punto le due repubbliche socialiste rimaste, la Serbia e il Montenegro, diedero vita nell’aprile del 1992 alla «Repubblica federale di Jugoslavia», mettendo la parola fine alla storia dello Stato socialista. Questa situazione, oltre alla forte tensione che creava tra gli stessi slavi, ripresentò anche un altro storico motivo di frizione: il governo di Atene mosse delle recriminazioni contro quello di Skopje per il nome di «Repubblica di Macedonia», che da un lato creava ambiguità per l’origine ellenica del termine, ma anche perché poteva dare adito a eventuali rivendicazioni sul territorio omonimo in Grecia. Similmente in seguito al referendum del maggio del 2006 anche il Montenegro è tornato, dopo circa novanta anni, uno Stato indipendente, ponendo fine anche all’ultimo retaggio di unione jugoslava.
Intanto nella provincia del Kosovo dopo decenni di aspre lotte politiche e dopo due lustri di serie rivendicazioni (anche violente) d’indipendenza guidate dal Movimento di liberazione kosovaro albanese (UÇK), nel 1999 si aprì una crisi profonda con relativo conflitto armato, che portò l’intervento della Nato in protezione di Pristina, attaccata dal governo di Belgrado. Tuttavia la situazione non si stabilizzò che con gradualità e dopo crudeli anni di scontri politici e militari, fino ad arrivare alla controversa dichiarazione d’indipendenza, approvata dal parlamento locale, del 17 febbraio 2008. Come prevedibile, Belgrado non solo ha rigettato tale decisione unilaterale, ma ha colto l’occasione per minacciare la rottura diplomatica con qualunque altro Stato avesse riconosciuto una repubblica kosovara autonoma. In questi frangenti la comunità internazionale si è divisa: da un lato vi è stato il pieno e rapido riconoscimento degli Stati Uniti e della Turchia, dall’altro il chiaro rifiuto di Russia e Cina, mentre l’Unione Europa (come spesso accade in questi casi) non ha trovato una politica estera comune, lasciando alle singole Nazioni la libertà di optare per la scelta più opportuna. Fra i favorevoli si annoverano la Germania, la Francia, la Gran Bretagna e l’Italia, mentre tra i contrari la Spagna, la Grecia, la Romania e Cipro.
Alla base di queste diverse scelte, più che ragioni di «giustizia» e di «legalità», spesso ha inciso il timore di creare scomodi precedenti in fatto di stabilità interna per i rispettivi movimenti di minoranze, presenti nei singoli Paesi, primi fra tutti i ceceni, i baschi e i nord-ciprioti. Anche in questo caso, come per le questioni caucasiche, curda e palestinese, i grandi guasti provocati dalle maldestre decisioni della conferenza della Pace di Parigi nel 1919 sono ancora fonte di continue agitazioni e prese di posizione unilaterali, traumatiche e cruente non solo per le istituzioni politiche, ma soprattutto per le popolazioni civili, che vi si trovano coinvolte spesso loro malgrado. Gli Alleati nel 1945 hanno vinto la Seconda guerra mondiale, i loro nipoti nel 2008 devono ancora «risolvere» la Prima ...


[1] La Macedonia (propriamente detta) rappresentava e rappresenta un elemento di forte contrasto internazionale tra l’attuale «Macedonia» (Repubblica di), la Grecia e la Bulgaria. Al pari di altre Nazioni e territori contesi (come quello della Moldavia e delle Repubbliche transcaucasiche) e suddivisi in Stati diversi, il solo fatto di usare il termine unitario, per identificare una porzione di quello che verrebbe identificato come sua totalità, produce grave offesa e timore per gli altri Stati, che ne contengono parte di popolazione.

mercoledì 20 marzo 2013

Ungheria: limitazione dei Poteri della Corte Costituzionale


Il Primo ministro ungherese Viktor Orban, leader del partito nazionalista Fidesz, ha varato, lunedì 11 marzo, una riforma della Corte Costituzionale aspramente contestata dall’opposizione e dall’Unione Europea. La riforma limiterà il potere della Corte, uno degli organi istituzionali con cui il Governo di Orban si è più frequentemente scontrato.
La riforma, passata grazie al voto della supermaggioranza parlamentare di Orban e all’astensione dell’opposizione, priva la Corte Costituzionale del diritto di esaminare il contenuto degli emendamenti alla Costituzione presentati dal Governo, limitando il suo compito alla sola verifica procedurale. In tal modo la Corte non potrà più impedire al Governo di Orban il varo di modifiche alla Costituzione come ha fatto nel corso degli ultimi 18 mesi.
L’opposizione ha duramente attaccato Orban, sostenendo che il provvedimento sia destinato a mettere a tacere ogni voce di dissenso, depo! tenziando il sistema giudiziario e quindi la democrazia intera. L’accentramento dei poteri compiuto da Orban potrebbe aumentare il fastidio internazionale nei confronti di Budapest, in un momento in cui il Paese sembra prossimo a dover richiedere assistenza internazionale per via della sua fragilità economica, della sua moneta debole e del crollo dell’investimento straniero.
(Da Ce.S.I. Geopolitical Weekly n. 103)

Nato: Conclusa la Praud Manta 2013.


l 6 marzo scorso si è conclusa la Proud Manta 2013, esercitazione dedicata alla lotta anti-sommergibile della Nato, tenutasi nelle acque del Mar Ionio. Per 10 giorni, gli equipaggi delle Marine di Canada, Francia, Germania, Grecia, Italia, Norvegia, Spagna, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti hanno partecipato alle attività volte al miglioramento del livello operativo nella lotta anti-sommergibile e dimostrato i progressi compiuti nella cooperazione e nell’interoperabilità delle unità navali.
All’esercitazione hanno partecipato 4 sottomarini, 16 velivoli e 8 navi di superficie. La Marina Italiana ha schierato il cacciatorpediniere D560 Luigi Durand de la Penne, la nave trasporto fari Levanzo, il sommergibile S527 Scirè, elicotteri EH101 e AB212 in configurazione anti-sommergibile e velivoli da pattugliamento marittimo Br-1150 Atlantique. Il comando delle operazioni è stato basato all’Allied Maritime Command (Marcom) a Northwood nel Regno Unito.
Per l�! �esercitazione sono stati predisposti contesti basati su realtà in cui la Nato potrebbe trovarsi a operare, tra cui l’abbordaggio di una nave sospettata di avere carichi pericolosi e scenari di guerra totale. Nell’occasione il Centro di Ricerca e Sperimentazione Marittima (CMRE) della Nato ha testato nuove tecnologie tese all’individuazione e alla tracciatura di sottomarini: tra queste una nuova barriera anti-sommergibile organizzata da veicoli subacquei e aerei senza pilota (AUV e ASV) e il Wave Glider, veicolo navale di superficie privo di equipaggio.
(da Newletter Ce.S.I. n. 48.)

 

Esercitazione congiunta Italia-Francia


Il 7 marzo presso il Centro Sperimentazioni Missilistiche della Direction Générale de l’Armament (DGA) di Biscarrosse, in Francia, si è svolta una esercitazione congiunta italo-francese di lancio di missili ASTER-30, del sistema missilistico SAMP-T (Surface-to-Air Missile Platform-Terrain). Il sistema è riuscito ad intercettare con successo un bersaglio che simulava un missile balistico di teatro. Questo ottimo risultato segna un altro passo nel dimostrare le capacità del SAMP-T di contrastare le minacce balistiche e fa seguito a due test positivi svolti nell’ottobre 2010 e nel novembre 2011. Il test è stato realizzato all’interno di un’esercitazione internazionale della Interim Ballistic Missile Defence (IBMD) dimostrando le capacità del SAMP-T nel contesto di un’operazione della difesa integrata della NATO realizzata sotto la guida del Ballistic Missile Defence Operational Centre di Ramstein (Germania).
Il nuovo sistema missilistico, in dotazione al ! 4° Reggimento Artiglieria Controaerei “Peschiera” dell’Esercito, con sede a Mantova, consente una capacità di difesa, in un raggio di 100km, contro la minaccia rappresentata da aerei, missili convenzionali e balistici di teatro.


(Da News Letters Ce.S.I. n. 48)

 

venerdì 15 marzo 2013

Analysis of Greenland Ice Cores Adds to Historical Record and May Provide Glimpse into Climate's Future



The International North Greenland Eemian Ice Drilling (NEEM) project results indicate that melting of Antarctic ice sheet may have contributed more to sea level rise than melting of the Greeland ice sheet some 100,000 years ago
A new study that provides surprising details on changes in Earth's climate from more than 100,000 years ago indicates that the last interglacial--the period between "ice ages"--was warmer than previously thought and may be a good analog for future climate, as greenhouse gases increase in the atmosphere and global temperatures rise. The research findings also indicate that melting of the massive West Antarctic ice sheet may have contributed more to sea-level rise at that time than melting of the Greenland ice sheet.The new results from the North Greenland Eemian Ice Drilling (NEEM) project were published in the Jan. 24 edition of Nature.Members of the research team noted that they were working in Greenland during the summer of 2012 during a rare modern melt event similar to those discussed in the paper."We were quite shocked by the warm surface temperatures observed at the NEEM ice camp in July 2012," said Dorthe Dahl-Jensen, of the University of Copenhagen, the NEEM project leader."It was simply raining, and, just as during the Eemian period, meltwater formed subsurface ice layers. While this was an extreme event, the present warming over Greenland makes surface melt more likely, and the predicted warming over Greenland in the next 50-100 years will potentially have Eemian-like climate conditions."The Eemian interglacial period began about 130,000 years ago and ended about 115,000 years ago.The project logistics for NEEM are managed by Denmark's Centre for Ice and Climate. The Arctic Sciences Section in the National Science Foundation's Division of Polar Programs manages the U.S. support for the project.In addition to Denmark and the United States, researchers from Belgium, Canada, China, France, Germany, Iceland, Japan, the Netherlands, South Korea, Sweden, Switzerland and the United Kingdom are also partners in NEEM. The research published this week shows that during the Eemian interglacial, the climate in North Greenland was about 8 degrees Celsius warmer than at present. Despite this strong warming signal during the Eemian--a period when the seas were roughly four to eight meters higher than they are today--the surface in the vicinity of NEEM was only a few hundred meters lower than its present level, which indicates that the Greenland ice sheet may have contributed less than half of the total sea rise at the time."The new findings reveal higher temperatures in Northern Greenland during the Eemian than paleo-climate models have estimated," said Dahl-Jensen.The researchers looked at surface elevation and ice thickness in the early and later parts of the Eemian. Following the previous glacial period, 128,000 years before present, the surface elevation in the vicinity of NEEM was 200 meters higher than the present and the ice thickness decreased at a very high rate of 6 centimeters per year. Some 122,000 years before the present, the surface elevation was 130 meters below the present. In the late Eemian, 122,000 to 115,000 before present, the surface elevation remained stable at a level of 130 meters below the present with an ice thickness of 2,400 meters.The research team estimated the Greenland ice sheet's volume reduced by no more than 25 percent over 6,000 years. The rate of elevation change in the early part of the Eemian was high and the loss of mass from the Greenland ice sheet was likely on the the same order as changes observed during the last ten years."The good news from this study is that Greenland is not as sensitive as we thought to temperature increases in terms of disgorging ice into the ocean during interglacial periods," said Dahl-Jensen. "The bad news is that if Greenland did not disappear during the Eemian, Antarctica, including the more dynamically unstable West Antarctica, must be responsible for a significant part of the 4-8 meters of sea-level rise."Jim White, director of the Institute of Arctic and Alpine Research at the University of Colorado, Boulder, and the lead U.S. investigator on the NEEM project, said that while three previous ice cores drilled in Greenland in the last 20 years recovered ice from the Eemian, the deepest layers were compressed and folded, making the data difficult to interpret.
With this study, although there was some folding of the lowest ice layers in the NEEM core, sophisticated ice-penetrating radar helped scientists sort out and interpret the individual layers to paint an accurate picture of the warming of Earth's Northern Hemisphere as it emerged from the previous ice age."When we calculated how much ice melt from Greenland was contributing to global sea rise in the Eemian, we knew a large part of the sea rise back then must have come from Antarctica," said White. "A lot of us had been leaning in that direction for some time, but we now have evidence that confirms that the West Antarctic ice sheet was a dynamic and crucial player in global sea rise during the last interglacial period."The intense surface melt in the vicinity of NEEM during the warm Eemian period was seen in the ice core as layers of re-frozen meltwater. Meltwater from surface snow had penetrated the underlying snow, where it re-froze. Such melt events during the past 5,000 years are very rare by comparison, confirming that the surface temperatures at the NEEM site during the Eemian were significantly warmer than today, said the researchers.The Greenland ice core layers--formed over millennia by compressed snow--are being studied in detail using a big suite of measurements, including stable water isotope analysis that reveals information about temperature and moisture changes back in time. Lasers are used to measure the water stable isotopes and atmospheric gas bubbles trapped in the ice cores to better understand past variations in climate on a year-by-year basis--similar in some ways to a tree-ring record."It's a great achievement for science to gather and combine so many measured ice core records to reconstruct the climate history of the past Eemian," said Dahl-Jensen. "It shows what a great team of researchers we have assembled and how valuable these findings are."(NSF press release, jan.24,2013)

Novoportovskoye will boost Arctic oil shipping



The biggest oil field in the Yamal Peninsula will be ready for production in 2015. Most of the oil will be shipped out along the Northern Sea Route.
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February 13, 2013
The Novoportovskoye field holds 220 million tons of extractable oil and 260 billion cubic meters of gas and is under development by the Gazprom Neft company. The nearby terminal at Cape Kamenny in the Ob Bay is to be ready already in 2014, while field production launch is scheduled for 2015.
When ready, the Novoportovskoye field will result in a major increase in the level of oil shipments in Russian Arctic waters. All the oil is to be shipped out along the Northern Sea Route with the help of icebreakers. In addition, a new gas pipeline is to connect the field with Gazprom's pipe infrastructure in the region.
The field is located about 30 km inland from the Ob Bay, near the town of Novy Port. A public hearing on the project is currently underway in the town, Biztass.ru reports.
Gazprom Neft will in 2013 drill another three wells at the field. In 2012, a total of five wells were drilled, Oilru.com reports.
As previously reported, Gazprom Neft’s planned terminal at Cape Kammeny is located about 400 km south of the Sabetta Port, the site where Novatek is planning its Yamal LNG plant together with French energy major Total. A test sailing mission with the nuclear-powered icebreaker “Vaigach” in late 2011 showed that the site can be used for the purpose. The Ob waters are in winter covered by ice with a thickness of up to two meters and the ice-free season lasts only about three months.

Gas explosion at arctic gas field



Eight people were injured in a gas explosion at the Bovanenkovo gas field in the Yamalo-Nenets region early this morning.
The accident happened when workers in a workshop for gas treatment were adjusting equipment. An uncontrolled blast of gas partly ruined the workshop and injured eight workers,Business TASS reports. An investigation group from Gazprom is on its way to the site.
Bovanenkovo  holds 4,9 trillion cubic meter of gas and is the biggest gas field in the Yamal Peninsula. The field is in its final stage of preparation before launch. According to Gazprom, the first startup complex of the field has entered the final stage of pre-commission work. At the same time, the first string of the Bovanenkovo-Ukhta pipeline, which will bring the gas towards western markets, is in the process of being completed. Only small parts of welding remains on the 1240 km long pipeline, and testing is in the progress,BarentsObserver reported earlier. (Barents Observer march 12,2013)